di Pietro Dommarco / twitter @pietrodommarco (Foto: Wikipedia Commons)

Ammaraggio

In men che non si dica, il fallimento del referendum del 17 aprilesulla durata di vita utile dei giacimenti a mare per le attività petrolifere – ha innescato i primi effetti e le prime autorizzazioni. Infatti – mentre è in atto una vera e propria guerra politico-mediatica sull’altro referendum, quello costituzionale del 4 dicembre – il ministero dell’Ambiente ha rilasciato alle società Schlumberger LTD e Global Med LLC tutti i permessi a sondare, con l’invasiva tecnica dell’air-gun, il sottofondo marino nell’arco jonico calabrese, lucano e pugliese. La prima, infatti, avvierà prospezioni petrolifere in una buona fetta del golfo di Taranto. La seconda, invece, lungo la costa della Calabria nell’ambito di due permessi di ricerca. Complessivamente parliamo di oltre 5500 chilometri quadrati di mare destinati alla ricerca di idrocarburi, sei le province (Catanzaro, Cosenza, Crotone, Lecce, Matera e Taranto) interessate dai procedimenti, più di sessanta le amministrazioni comunali. Come si comporteranno?

Al momento, denunciano gli attivisti di Mediterraneo no scorie, “le osservazioni dei cittadini, delle associazioni, dei Comuni, delle Province e delle Regioni che non volevano la ricerca petrolifera sono state ignorate. A questo punto, per bloccare i procedimenti del ministero dell’Ambiente restano, in materia amministrativa, i ricorsi al Tar del Lazio.” Una strada che si presenta tortuosa ma che potrebbe sollevare ogni dubbio sull’onestà di quelle Regioni ed amministratori locali pronti a schierarsi al fianco dei cittadini in campagna elettorale e, allo stesso tempo, abbandonare la barca quando c’è da alzare la voce con lo Stato centrale, al quale la riforma costituzionale attribuisce competenza esclusiva in materia energetica.

La questione delle nuove autorizzazioni petrolifere nell’arco jonico si presenta come una bella gatta da pelare. E nasconde molti pericoli. Tanti nei fondali. L’associazione Mediterraneo no scorie ricorda che tra le criticità del folle progetto petrolifero del governo c’è “la presenza di navi con carico di rifiuti radioattivi la cui esistenza è stata oggetto di indagini e inchieste parlamentari. Al riguardo nessuno ha mai potuto individuare con esattezza la posizione di queste carrette dei veleni e a nostro parere la ricerca con air-gun potrebbe costituire un potenziale pericolo che le istituzioni hanno il dovere di scongiurare. Per questo motivo abbiamo deciso di presentare una formale denuncia alla Comunità Europea evidenziando la necessità di evitare qualsiasi attività di ricerca di idrocarburi nel mar Ionio se prima non si è esclusa, con certezza, la presenza delle navi dei veleni affondate”.

Tra il rispetto dei principi posti a tutela del mar Mediterraneo – ai quali l’Unione europea ha aderito sul finire del 2012, con uno specifico protocollo – e l’egemonia petrolifera delle lobbies energetiche e il tranello costituzionale c’è, è il caso di dirlo, di mezzo il mare. Il turismo, la pesca e le economie locali. Reali risorse a rischio estinzione.


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