di Alessio Di Florio / twitter @diflorioalessio (Foto: archivio Tdf)

Stoccaggio gas Fiume Treste verso l’ampliamento

Il 18 maggio il ministero dell’Ambiente ha pubblicato il decreto di conclusione positiva della Valutazione d’impatto ambientale (Via) per il progetto di sviluppo del giacimento di stoccaggio gas della Stogit, fiume Treste, a cavallo tra Abruzzo e Molise.

Il progetto prevede l’aumento della pressione di stoccaggio sotterraneo di gas del 10 per cento, con il conseguente adeguamento dell’esistente impianto e la perforazione di 4 nuovi pozzi. Salirebbero così a 129 i pozzi perforati a servizio dell’opera. I 125 pozzi già esistenti – secondo fonti del ministero dello Sviluppo economico – si dividono in 85 pozzi di stoccaggio di gas (84 sono attivi) e 40 pozzi di monitoraggio, anche se la società ne dichiara 29. L’area interessata ha un’estensione di circa 80 chilometri quadrati, di cui 70 ricadenti nel territorio dei comuni di Cupello e Lentella. Nato come impianto dell’Agip – poi dell’Eni, infine della Stogit a partire dal 22 febbraio 2002 – il progetto ottiene il primo lasciapassare il 21 giugno 1982. L’opera cresce. Il 23 gennaio 1995 ottiene un’autorizzazione per una prima estensione. Il 13 marzo 2000, invece, arriva un ulteriore ampliamento “su altri tre livelli sabbiosi”, con provvedimento del ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato. Il campo Fiume Treste è il più grande d’Italia, con una capacità di stoccaggio di gas che supera i 4 miliardi e mezzo all’anno.

L’istanza della Stogit per l’ampliamento e la realizzazione dei 4 nuovi pozzi è stata depositata la prima volta nel febbraio 2013, scatenando – tra le altre – la protesta del circolo di Rifondazione Comunista di Cupello. Ad essere attenzionati diversi aspetti non trascurabili, come la presenza, nel vastese, di altri impianti con evidenti impatti ambientali: Ombrina Mare, poi bocciata definitivamente; la megadiscarica di Furci; la centrale a turbogas di Gissi, nonché l’idea di installazione, nel territorio di Cupello, di un inceneritore. Non ultimo il rischio di incidente rilevante come disposto dalle direttive e Seveso e come ampiamente documentato nel numero di aprile 2016 di Terre di frontiera (pagina 72).

Su queste problematiche, nei giorni scorsi, sono tornati il partito della Rifondazione Comunista – con il circolo di Vasto e la Federazione di Chieti – e Sinistra Anticapitalista Abruzzo, chiedendo aggiornamenti in merito all’adozione, o meno, del Piano di emergenza esterno. Chi si oppone al progetto della Stogit ricorda, inoltre, che tra gennaio e febbraio di quest’anno, “odori nauseabondi” hanno causato malori e fastidi alla popolazione della frazione Montalfano del comune Cupello, proprio nei pressi dell’impianto Stogit. In occasione dell’ultimo episodio, l’8 febbraio, l’azienda imputò l’inconveniente al “gasolio usato dalle macchine di pompaggio a pieno ritmo che si mischia all’acqua presente nel sottosuolo”, aggiungendo che “è sicuramente fastidioso, ma non crea né problemi per la salute né per la sicurezza dei cittadini.
Dichiarazioni che non hanno placato le preoccupazioni dei residenti, secondo cui il primo di questi episodi risale addirittura a 17 anni fa. Urge pertanto l’installazione di una centralina fissa per il monitoraggio della qualità dell’aria, utilizzando anche una parte degli oltre 3 milioni di euro incassati dal Comune, come previsto dalla convenzione in atto con la Stogit.

Il Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua e Nuovo senso civico sottolineano che, nel settembre 2016, la Direzione regionale abruzzese dei Vigili del fuoco ha espresso parere negativo, mentre il Servizio tecnico, sismico e geologico della Regione Molise, 2 mesi dopo, ha richiamato il ministero competente ad una maggiore precauzione citando studi scientifici secondo cui l’estrazione e l’iniezione di fluidi nel sottosuolo può “associarsi al verificarsi di sismicità indotta od innescata con effetti pericolosi per l’ambiente e la salute umana.”

Il passo in avanti verso l’ampliamento dello stoccaggio gas Fiume Treste rilancia i timori e le proteste del mondo ambientalista sul rischio di trasformazione dell’Abruzzo in distretto minerario. Un destino che pende come una spada di Damocle da molti anni, avvalorato dalla Strategia energetica nazionale varata dal governo Monti e da altre infrastrutture correlate: da una parte il metanodotto Brindisi-Minerbio (la Rete Adriatica), che attraverserà anche l’appennino abruzzese, e dall’altra la centrale di compressione gas di Sulmona che, come dichiarato da Snam, servirà per “assicurare la tempestività dell’aumento di capacità di trasporto per gli ulteriori quantitativi di gas disponibili in corrispondenza del Campo di Stoccaggio di Fiume Treste.

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