di Andrea Spartaco / twitter @andreaspartaco

Basilicata spa

Il decennale sfruttamento del petrolio lucano, alla luce dell’inchiesta della Procura di Potenza, fa emergere il profitto a tutti i costi, la falsificazione dei rifiuti, il loro smaltimento a chilometri di profondità o in impianti non idonei a trattarli. Sullo sfondo una terra ricca di corsi d’acqua che oggi restituiscono tutto fuori. Quasi a voler lanciare un ultimo sos.

Costa Molina 2 è un pozzo perforato fino a 4.117 metri sotto terra. Nel 1999 cedette l’incamiciatura e cosa sia accaduto a falde acquifere superficiali e profonde non è dato sapere. Stando a fonti Eni, in quel pozzo, sono finiti 2.500 metri cubi al giorno di acque di produzione (di strato e di processo, ndr). Si sa che l’area è a rischio sismico ma dal 2 giugno 2006 le acque di strato sono reiniettate tra 2.890 e 3.096 metri sotto terra, senza interruzione, con una portata massima dai 2.800 ai 3.000 metri cubi al giorno. Si sa, anche, che tre ore dopo la prima reiniezione venivano registrati eventi di microsismicità indotta. Ma solo quattro anni dopo, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente iniziò il Piano di monitoraggio delle acque sotterranee e di reiniezione delle aree attraversate dalla condotta, comunicando a Regione Basilicata, Provincia di Potenza e Comuni di Montemurro e Viggiano che in alcuni piezometri lungo la condotta erano stati superati i limiti di legge per ferro ed idrocarburi. Ma Arpab non analizzava tutto. E li considerò siti contaminati senza far nulla per caratterizzare i reflui smaltiti sottoterra. Nel 2013 Arpab nella sua attività di controllo sulle acque interessate dal passaggio della condotta, in località Contrada La Rossa di Montemurro, comunicò ancora alla Regione d’aver riscontrato il superamento dei limiti di legge per ferro e idrocarburi, ma solo l’Ufficio ciclo dell’acqua non autorizzò la reiniezione, precisando che i documenti Eni erano carenti sugli impatti dell’attività. A marzo 2014 la multinazionale di San Donato Milanese inviò le integrazioni specificando la composizione delle acque, con additivi non specificati, ferro, magnesio, bario, cadmio, solfati, cloruri, idrocarburi, benzene, etelibenzene, toluene. Sostanze riscontrate in acque e suoli di altre aree petrolizzate lucane, compresi gli affioramenti che hanno bruciato suoli e ucciso pecore proprio a Contrada La Rossa.

Non vedo non sento non parlo
Il tempo continuò a scorrere e nonostante gli enti sapessero nessuno fece nulla. Nel 2014 intercettati nell’ambito dell’inchiesta che ha portato oggi anche al sequestro del pozzo Costa Molina 2 per smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, nel solo mese di gennaio Eni reiniettava 55.887 metri cubi di acque di strato. Quali sostanze sono state reintrodotte lo capiamo in parte dai certificati di analisi acquisiti dal Nucleo operativo ecologico (Noe) che riguardano due giorni di febbraio. A fine condotta troviamo ferro, bario, calcio, magnesio, idrocarburi C10-C40, toccano valori da centinaia a migliaia di microgrammi per litro. E poi cloruri, solfati, solfuri, rame, cromo totale. Eni non segnalava problemi e non ha mai interrotto la reiniezione come prescritto nel caso. Del resto, scrive il Noe, nemmeno gli enti tenuti a far rispettare le prescrizioni hanno ottemperato. Il motivo lo capiamo dai funzionari della Regione Basilicata preposti ai controlli e coinvolti nell’inchiesta dell’Antimafia. Di questi fatti nessuno doveva farne menzione. Dovevano stare tutti muti. In un’intercettazione in cui Antonio Lisandrelli di Eni si informa da Carmela Criscuolo – del gruppo omonimo coinvolto nel traffico illecito – sull’esito dell’interrogatorio davanti al Noe, il primo dice a un certo punto che “comunque non è che nomi così niente spero, no!”. E la seconda, per rassicurarlo, gli ripete di “no”. Cinque volte. L’importante è non far nomi e far sparire carte compromettenti. Stando alle intercettazioni Carmela Criscuolo “ha potere decisionale nella gestione dei flussi di rifiuti” perché organizzava sia la gestione dei trasportatori della rete di imprese di cui era parte, sia quelli dell’altra rete di imprese con a capo Ecosistem srl, con cui si sentiva tramite Antonio Curcio, pur non avendo nessun motivo per contattarsi dal punto di vista contrattuale.

Il pozzo dei veleni è un affare
Tutto si fa per profitto. Perché per migliorare il petrolio sporco estratto in Basilicata da inviare alla raffineria di Taranto bisogna inquinare la Basilicata. Come, lo spiegano le telefonate. I tecnici Eni dicevano chiaramente che per migliorare la qualità dei fluidi inviati alla raffineria si sarebbero “sporcate” le acque destinate alla reiniezione o inviate a smaltimento. E stando agli accertamenti in uscita dal Centro olio Val D’Agri (Cova, ndr) erano “direttamente immesse a profondità chilometriche senza subire ulteriori trattamenti”. In un anno la Procura accerta che a Costa Molina 2 sono stati reiniettati 854 milioni di chili di acque reflue in “totale difformità” rispetto all’autorizzazione per la presenza di inquinanti. Una cifra astronomica e un’operazione fatta grazie al supporto del laboratorio Cori srl del Gruppo Criscuolo, in cui i campioni di acque reflue – che dovevano essere reiniettate o smaltite – venivano “pretrattati” prima di finire al laboratorio preposto alle analisi. Solo le analisi di campioni pretrattati diventavano poi carte ufficiali. Una prassi di camuffamento finalizzata a ottenere valori notevolmente abbattuti di inquinanti. Nelle conversazioni è “evidente” che all’interno del ciclo produttivo del Cova vi fossero problematiche tecnico-impiantistiche e che la qualità del petrolio inviato a Taranto era connessa a quella delle acque reiniettate o smaltite negli impianti. Al telefono i colleghi a Taranto fanno presente che bisogna porre rimedio ai problemi della raffineria per via del petrolio che arriva dalla Basilicata. Dunque l’Eni lo sa, ma meglio sporcare le acque sparate sotto terra o scaricate ai depuratori che una raffineria che deve produrre al top dei quantitativi. Paradossale se consideriamo i dati della Camera di Commercio di Taranto del 2013. Quando iniziano le intercettazioni i prodotti petroliferi hanno, in export, lo stratosferico incremento del 1.605 per cento. In che senso quindi, il petrolio lucano è utile alla strategia energetica nazionale?

Giocare col culo degli altri
Del resto in Eni sanno anche che il Cova sfora le emissioni in aria. E a loro – come si dicono al telefono – qualche volta gli si è addirittura “gelato il sangue” vedendo i superamenti dei limiti degli inquinanti. Ma bisogna inventare motivi plausibili, si dicono. Cercare altre cause per non palesare i persistenti problemi. Conta il profitto. “Il Centro olio s’intasa troppo spesso – dice Vincenzo Cirelli a Lisandrelli – ora inizia a fare il resoconto dal 2011, hai prodotto di più, ti sei fermato di più, hai fatto più casini, non soltanto ambientale ma anche di altre cose, ma ne vale la pena di produrre di più?”. Questi, dice Lisandrelli riferendosi ai tecnici della produzione, “giocano con il culo degli altri”. E lo sa pure il responsabile del Distretto meridionale Ruggero Gheller quello che succede. Bisogna cercare scuse per non dare agli enti le dovute informazioni. La Procura rispetto alle emissioni di idrogeno solforato (H2S, ndr) del Cova accerta incidenti capitati ai lavoratori e parla di “ostinata pervicacia nel nascondere la reale entità del problema ambientale e i rischi connessi alla salute”. Ma i lavoratori sono merce di scambio per ottenere appalti, fornire voti a politici che gli appalti li fanno vincere agli amici, come il “protocollo Vicino”, messo su dal sindaco di Corleto Perticara, nella Valle del Sauro, in provincia di Potenza. Pure l’Arpab, in alcuni controlli, aveva confermato valori superiori a quelli giornalieri di H2S nell’aria all’esterno del Cova. E mentre lavoratori venivano ricoverati, la gente attorno denunciava bruciore agli occhi, mal di gola, mal di testa, e coltivazioni e aziende morivano, Gheller parlando d’una riunione tenutasi in Regione Basilicata su una diffida dell’assessore regionale all’Ambiente, Aldo Berlinguer, per gli sfiaccolamenti continui dice “questo qua (Berlinguer, ndr) fa questa roba chiaramente per far vedere che lui ce l’ha duro nei confronti dell’Eni no?!”.

Manipolazione mediatica e spionaggio
L’importante è mantenere l’apparenza, tanto che per Gheller – che ha la produzione in testa – è opportuno “prendere una pagina su un quotidiano, una su Gazzetta del Mezzogiorno proprio col marchio Eni” per dire cosa era successo in italiano semplice. E per dare la spiegazione adeguata allo scopo aveva già visto le carte della di da. Chi gliele aveva passate? Per evitare la diffida ci dovevano pensare le controdeduzioni di Egidio Giorgio, uno che dice di lavorare con Arpab e Eni. Un “ondivago” con accesso ai dati Arpab sul monitoraggio sulla qualità dell’aria e a cui non a caso si rivolge Lisandrelli per informazioni sui dati delle centraline in possesso dell’Arpab. Per la Procura fa anche di più. Spiega a Lisandrelli come veniva gestito il monitoraggio ambientale da Arpab, evidenziando l’inattendibilità dei dati e come lavora l’Ente che deve proteggere l’ambiente lucano. “Fanno questa cosa incredibile – dice – di chiedere all’Eni … avete inquinato?”. E continua affermando d’aver sentito dire dai dirigenti Arpab “no, queste sono responsabilità e … chi se le prende? I dirigenti non se le prendono, il direttore non se le prende”. Se le prendono i lucani, avvelenati da chi fa solo spot sulla sostenibilità. Per queste performance di “spionaggio” per Eni Giorgio andava fatto “santo subito”. Pure Salvatore Lambiase, dirigente dell’Ufficio compatibilità ambientale della Regione Basilicata, è molto apprezzato dall’Eni per la solerzia nell’aiutare a revocare il procedimento di diffida. La revoca, dice la Procura, è un vero e proprio assurdo, con Lambiase che si premurava d’avvertire telefonicamente Roberta Angelini, la responsabile Sime a Viggiano che la revoca era pronta. Ottenuta la revoca illegale la Angelini richiamava Lambiase per complimentarsi sebbene agli atti mancasse la risposta della Provincia di Potenza. Ma Lambiase, pagato dai contribuenti lucani, tiene più ai profitti Eni, tanto da ricordare alla Angelini le imminenti scadenze dei provvedimenti concessori e avvertirla addirittura che il Noe stava indagando.

“Organizzazione criminale su base imprenditoriale”
A spiegare l’organizzazione criminale è sempre la Procura di Potenza. Nel corso degli anni i rifiuti liquidi del Centro olio di Viggiano sono stati gestiti in forza di contratti fatti da Eni, che si sono susseguiti. Ma, al momento degli accessi della Procura, in essere ce n’erano due con raggruppamenti temporanei di imprese. Le centinaia di milioni di chili smaltiti in precedenza ormai sono acqua passata. Il primo raggruppamento, del giugno 2013, vede a capo la Ireos spa di Genova che si occupa di intermediare rifiuti presso impianti di trattamento, e poi Iula Belardino srl e Criscuolo Eco-Petrol Service srl per il servizio di raccolta e trasporto, e Tecnoparco Valbasento spa per lo smaltimento. L’altro raggruppamento vede capogruppo la Ecosistem srl, la Econet srl e la Pronti Interventi Sida con base a Lamezia Terme in Calabria. A loro volta questi raggruppamenti hanno subappaltato a ulteriori trasportatori e impianti al punto di creare una connessione tra decine e decine di imprese. Quella che il Procuratore Capo della Direzione nazionale antimafia, Franco Roberti, ha chiamato organizzazione criminale a base imprenditoriale. Il primo contratto mette insieme tra i trasportatori BNG srl – sempre del Gruppo Iula – già condannato in passato per smaltimento illecito e con forma mentis atta a eludere l’esatta caratterizzazione dei rifiuti dice la Procura. E poi Semataf srl del Gruppo Castellano, ampiamente conosciuto dall’Antimafia che via Fincast srl detiene pure una quota della Finpar spa della famiglia Somma, che a sua volta possiede il 37,7 per cento delle azioni di Tecnoparco. Anche Michele Somma, amministratore in Tecnoparco e presidente di Confindustria lucana è conosciuto dall’Antimafia, che agli inizi del 2000 fece emergere strane relazioni, venendo informato persino sugli esiti di summit tra boss di camorra, ’ndrangheta e imprenditori. E poi Decom Trasporti del Gruppo Sta srl di Matera che intermedia rifiuti per Tecnoparco, Di.TRa srl, Garrammone snc, Meta Service srl, Sicula Ciclat Soc Coop., Ciclat Ambiente Soc. Coop. Il secondo vede trasportatori come Consuleco srl, De Cristrofaro srl, Depuraque srl, Econet, Coger, Solvic, Sea, STL, Cons. Nucl. Ind.Le di Vibo Valenzia. Oltre agli impianti principali di smaltimento Tecnoparco e Econet-Ecosistem, in subappalto compaiono nell’organigramma, De Cristofaro, Depuraque, Ecodeco srl, Ecolombardia srl, Fenice spa, Iam spa, Mida, Rizzi Arcangelo ecologia, Tortora, Vipro srl, Hera Ambiente, Teseco, Uniproject srl, Consuleco srl, Gepi srl, Ecocontrol srl. Alcuni già conosciuti dalle procure.

Questioni di pedigree?
Oggi la Procura scrive che la Ireos è in mano a Emilio Munari, ma sono i lavoratori ad aver messo su il traffico. Qualche anno fa il giornalista Mario Molinari descrisse Ireos come appartenente a due società, la Emh srl di Munari e la Vernazzola srl con una quota di minoranza in mano a Gianluigi Tealdo, direttore tecnico e consigliere della Ireos, arrestato nel luglio 2004 insieme a Renato Pistone di Eurocav, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Alessandria con le accuse di traffico e gestione illecita di rifiuti. Il “lavaggio”, scrisse pure il Secolo XIX, avveniva attraverso la Elciter srl del gruppo Ireos e la Elci srl sua controllata. La maggiore quantità di rifiuti liquidi del Cova finisce a Tecnoparco – centrale per l’Antimafia – e a cui si chiede di lavorare anche di notte. Fino a non molto tempo fa vari cittadini raccontavano di ingenti tra ci notturni di autobotti verso il depuratore Pantanello di Ferrandina in mano a Tecnoparco. Nel 2011 dal suo tubo di scarico sversava un liquido brunastro e maleodorante che colorava di nero il fiume Basento anche controcorrente. Il Noe riscontrò non conformità e inviò notizia di reato alla Procura di Matera. Due mesi dopo l’intervento sullo scarico di Pantanello – che per Tecnoparco avrebbe incrementato il fatturato – attorno a un tubo della fogna industria – le più a monte, che portava reflui, era stato appositamente effettuato un grosso scavo e sventrato in modo che reflui neri e maleodoranti se ne andassero nel Basento senza arrivare a Pantanello. Tra il 2011 e il 2012 mentre arrivavano centinaia di milioni di chili di reflui petroliferi erano anche state fatte anali- si private allo scarico di Tecnoparco di Pisticci, e nel Basento fuori legge finivano idrocarburi, metalli pesanti e organoalogenati. Vicino quello scarico mucche si abbeverano e si coltiva. In ogni modo tra il 2013 e il 2014 per la Procura a Tecnoparco finiscono 369.499,07 tonnellate di rifiuti dalla vasca TA002 del Cova, e 42.606,75 dalla vasca TM001. Ai primi hanno assegnato un codice rifiuto arbitrario nonostante poteva essere trattato quello appropriato. I secondi sono stati smaltiti illecitamente perché non potevano essere trattati.

La geografia dello smaltimento illecito
I rifiuti petroliferi lucani prendono altre vie in Italia. Nell’impianto foggiano della De Cristofaro tra 2013 e 2014 vengono illecitamente smaltite 24.089,66 tonnellate di rifiuti pericolosi. Lo stesso per le 4.365,94 portate alla S.OL. Vi.C srl di Canosa di Puglia, le 28.004,3 alla I.A.M spa di Gioia Tauro, le 3.182,77 alla Consuleco srl di Cosenza, le 6.879,16 alla Uniproject srl ad Ascoli Piceno. Per le 83.864,66 finite alla Econet di Lamezia Terme la Procura scrive che poteva trattare quei rifiuti pericolosi ma sono stati caratterizzati con falso codice. Stessa cosa alle 13.482,42 finite all’impianto Depuracque di Chieti, le 2.733,52 alla MIDA srl di Crotone, le 1.544,78 alla Hidrochemical Service srl di Taranto, le 3.383,03 alla Coger srl vicino Firenze, le 1.989,15 alla Hera Ambiente srl di Ravenna. La caratterizzazione arbitraria di rifiuti porta a quantificare un abbattimento dei costi sino al 272 per cento con un profitto illecito tra 10 e 37 milioni di euro sullo smaltimento di circa seicento milioni di chili complessivi a cui viene assegnato il codice 161002 anziché il 190204 che richiede trattamenti specifici per idrocarburi e boro, e 130508 che in Italia vede pochissimi impianti in grado di gestirli. “Dal 2011 a oggi – mi rispose tempo fa il dirigente Ufficio Suolo e Rifiuti Arpab Matera, che stava nel Consorzio industriale di Matera, con quota societaria in Tecnoparco – le acque di falda della barriera a valle del Sin Valbasento (circa 5 chilometri a valle di Tecnoparco dove arriva la maggior quantità di rifiuti petroliferi, ndr), non sono state oggetto di campionamento da parte di questo Ufficio. Si fa presente che si tratta di piezometri integrativi della rete regionale realizzati nel 2007 e campionati da questo Ufficio nel 2010, nell’ambito dello studio condotto da Cnr e Arpab per la determinazione dei valori di fondo naturale per metalli e metalloidi.

Durante le indagini del 2014 espletate da Arpab e Ispra, nell’ambito di un progetto preliminare di bonifica, scriveva ancora, che lo stato di conservazione di quei piezometri a valle era precario e l’Ispra non li ritenne idonei ai fini dell’aggiornamento dello stato di qualità delle acque sotterranee. I dati a disposizione raccontano che in quelle acque sotterranee esiste una pesante contaminazione proprio da boro, e poi manganese e solfati ritrovati in altri contesti petrolizzati. Sostanze tossiche. Più a valle c’è, invece, la Piana di Metaponto, l’area più agricola della Basilicata.


Tratto dal numero 3 anno 1 / maggio 2016 / Pagina 13



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