ARTICOLO di Emma Barbaro / Foto: Antonello Pignatiello

I buchi nell’acqua nell’Irpinia d’Oriente

Scrivere di ignavia non è mai stato semplice. Specie per chi tenta, nel proprio piccolo, di contribuire a portare a galla le verità scomode, quelle che fanno male.
La mission di questo giornale, fin dai primi numeri pubblicati è sempre stata chiara. O avrebbe dovuto esserlo per quanti ci seguono. Per quelli che ci dicono, pur senza mai esporsi in prima persona, che apprezzano il tipo di lavoro che tentiamo di svolgere sul territorio.
Il territorio. Quello in cui si vive e si lotta ogni giorno. Quello per cui ci si esprime facendo leva sul senso di responsabilità. Quando c’è. Quando viene percepito da chi legge. Ma ogni tanto, una precisazione è necessaria. Imprescindibile. E allora, la facciamo.
Quando abbiamo parlato del sistema-Irpinia, affrontando le dinamiche di potere che si accavallano ora sulle faccende relative all’eolico, ora sui rifiuti, ora sul petrolio, lo abbiamo fatto con documenti alla mano. Senza cercare di vendere certezze preconfezionate. Ma tentando, almeno, di instillare il dubbio. Il dubbio che un altro domani possa non essere un’utopia.
Oggi quel dubbio ci coglie di sorpresa nell’apprendere di certe reticenze nell’esporsi da chi si dichiara – celandosi dietro a una tastiera, o piuttosto dietro al nome di un comitato civico – paladino del territorio. Sconvolge che ci sia chi non abbia interesse a portare avanti battaglie che non siano dettate dall’interesse personale del momento. Che ci sia chi abbia paura di assumersi specifiche responsabilità, perché “ma io qua ci vivo. Ho mio figlio che deve lavorare. E poi come faccio a tirare a campare?
La logica del “tirare a campare”, unita a quella della delega in bianco al politico di turno, è quel che ha reso l’Irpinia ciò che è. Un non luogo. Un posto in cui si attende una nuova 219/81, un nuovo fondo, un nuovo progetto calato dall’alto per poter parlare di sviluppo. Invece di iniziare a pensare che forse lo sviluppo lo si costruisce insieme, giorno per giorno. Iniziando ad assumersi le proprie responsabilità. Scegliendo persino di sbagliare, se è necessario. Senza attendere che sia il consigliere regionale, il sindaco, l’assessore a decidere per sé e per gli altri.
In questo piccolo luogo dell’anima chiamato Irpinia c’è ancora chi crede che le battaglie si possano combattere stando comodamente seduti a casa propria. C’è ancora chi si piega alle minacce, velate o meno, del padrone di turno. C’è chi vive nella convinzione che se il proprio figlio, il proprio compagno, la propria sorella riescono a ottenere un posto di lavoro – lu postu, per dirlo in un modo che possa essere comprensibile a tutti – si debba ringraziare qualcuno. Non c’è merito. Men che mai, dignità. Ci si china proni al potere, e si va avanti. Senza esporsi, per carità. Senza dire la propria pubblicamente. Lasciando ad altri il compito di farlo. Scegliendo di sottomettersi a quella stessa logica che negli anni ha logorato il tessuto sociale di questi territori.
Ultima in ordine di tempo c’è la querelle inerente al Grande spettacolo dell’acqua di Monteverde, in Irpinia d’Oriente. Una questione che tiene banco da alcuni giorni con rivendicazioni e contro risposte. A mezzo stampa, ovviamente. E davanti a un progetto inesistente, davanti a una serie di azioni politiche sul territorio che dovrebbero far indignare persino il più reticente tra noi, c’è ancora chi si nasconde. C’è chi chiede di modificare il titolo a un comunicato stampa. Chi ci chiede di non far comparire il proprio nome per il terrore di subire ripercussioni.
Il dubbio è atroce. Vuoi per caso che rivoluzioni, guerre o gesti semplici, in grado di cambiare il corso degli eventi, siano stabiliti da pochi? E senza quei pochi, noi cosa saremmo? Greggi impotenti nelle mani del pastore, ora infame, ora nobile? Un semplice contorno, foglie secche e aride trascinate dal vento? Non siamo in grado di rispondervi.
Possiamo solo decidere di abbracciare il territorio in cui operiamo, tentando di restituirgli quel poco di bellezza che ancora si merita. Che ci meriteremmo tutti. Se solo avessimo il coraggio di guardare al futuro, senza paura. Se solo avessimo il coraggio di lottare insieme per qualcosa in cui crediamo. Senza deleghe. Altrimenti, saremo solo ignavi. Gente che passa, senza lasciare traccia. E per noi, non ci sarà nemmeno la speranza dell’inferno. Quello, forse, lo abbiamo già vissuto.

Lascia un commento

© 2017 Per concessione dell'autore a Terre di frontiera