Ciliegie
Foto: Ciliegie // Wikipedia Commons

Il business dell’oro rosso

in Controcolture/Inchieste di

Dai primi arresti in applicazione della legge sul contrasto ai fenomeni del lavoro nero e del caporalato (la numero 199 del 2016), al caso dei lavoratori stagionali di Turi, in provincia di Bari. Un viaggio attraverso i mille volti del caporalato pugliese, tra i campi destinati alla raccolta di ciliegie. Sono sette le ordinanze di custodia cautelare emesse lo scorso giugno dalla Procura della Repubblica di Brindisi. Pedinamenti, intercettazioni ambientali e video dei Carabinieri svelano le dinamiche del caporalato in Puglia.

Tra i reati contestati figura il concorso per intermediazione illecita e sfruttamento pluriaggravato del lavoro. Quattro delle persone arrestate sono accusate di aver organizzato il reclutamento illegale di manodopera per conto di un’impresa ortofrutticola di Turi, in provincia di Bari. Le lavoratrici, tutte brindisine e tarantine, accettavano di raccogliere ciliegie e uva da tavola lavorando nelle campagne del barese per tredici ore consecutive in cambio di una paga di 35 euro al giorno. Ben al di sotto di quella stabilita dal contratto provinciale. Gli altri tre arresti sono collegati a un’impresa agricola di Ostuni che recluta braccianti. Le donne erano costrette a lavorare per oltre dieci ore al giorno. Spesso dalle tre del mattino a mezzanotte nei campi di Polignano a Mare, in provincia di Bari. Obbligate persino a versare ai caporali 10 euro a testa per ogni giornata lavorativa, a titolo di rimborso spesa per il trasporto.

LA PUGLIA DEI CAPORALI
Nei fascicoli d’inchiesta emergono nitide le difficili condizioni di vita, la povertà e gli stenti delle braccianti. Sfruttate da individui senza scrupoli per via della loro fame di lavoro. Donne definite, dal giudice per le indagini preliminari, Maurizio Saso, «vittime inermi e incapaci di reagire, costrette ad accettare le dure condizioni imposte dai caporali per il loro grave stato di indigenza». Manca un serio sistema di protezione sociale. Il ruolo della politica dovrebbe essere quello di individuare un piano strategico di lungo respiro, che veda coinvolte istituzioni pubbliche, imprese private e parti sociali per eliminare queste sacche di indigenza. Affinché nessuno debba essere più costretto, per vivere, ad accettare le imposizioni dei caporali. Poi c’è la legge n.199/2016 (“Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”). Il provvedimento legislativo – varato dal governo Renzi nell’autunno 2016 dopo le pressioni dell’opinione pubblica, le manifestazioni sindacali e di una parte del mondo intellettuale – che dovrebbe contrastare il caporalato in maniera efficace.
La nuova legge – ha dichiarato alla stampa il sostituto procuratore di Brindisi, Raffaele Casto – ha segnato un’autentica svolta nella repressione del caporalato. Grazie all’uso di intercettazioni telefoniche e ambientali nelle attività investigative, stiamo arrivando a risultati ottimali. A ciò va aggiunta la previsione di pene severe, come nei casi in questione. Si va dai sette anni e sei mesi fino ai dodici di reclusione.”
Il dispositivo, tuttavia, è stato utilizzato a più riprese come pretesto per cavalcare il malcontento dei piccoli produttori agricoli. Da anni strozzati, a loro volta, da azioni internazionali di dumping speculativo. In primis, sui prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime nel mercato globale. Una guerra degli ultimi contro i penultimi. Con i produttori che rispondono ai bassissimi prezzi “alla pianta” – imposti dalla grande distribuzione – generando reddito attraverso una compressione del fattore lavoro. E delle relative garanzie.

FLASH DALLA TENDOPOLI DI TURI
È sera presso la tendopoli di Turi, in provincia di Bari. Una decina di tende da campeggio, distribuite nei pressi del cimitero per scelta dell’amministrazione e delle istituzioni responsabili di sicurezza, igiene e ordine pubblico, circondano le quattro canadesi trasportate fin qui dalla Protezione civile regionale. Insieme ai bagni chimici. Qui vivono stipati i lavoratori stagionali. Qui, ogni anno, i braccianti si piegano alle regole imposte dal business delle ciliegie. Il business dell’oro rosso.
Dormiamo in dodici in una tenda grande e in cinque o sei in una di quelle piccole. Non si può vivere così. Ma qui stiamo bene, meglio che a Foggia. Lì tutto è più brutto. E più pericoloso.
Assad è un giovane tunisino che da anni vive e risiede in Campania. Accanto a lui, Mohammed aggiunge: “Ho moglie e tre figli ancora minorenni. Il più grande gioca a calcio negli allievi del Sassuolo. È una giovane promessa. Per mantenerli faccio il bracciante stagionale. A fine marzo comincio con la raccolta delle arance in Calabria. Poi le ciliegie, le angurie e i pomodori a Nardo. Poi ancora i pomodori a Foggia e a Palazzo San Gervasio, in Basilicata. Per poi tornare in Puglia a raccogliere l’uva a Noicattaro. A novembre, dopo aver finito la raccolta delle olive a Terlizzi, torno dalla mia famiglia a Modena. E cerco un lavoro per l’inverno.
Mohammed si è trasferito in Italia quindici anni fa. Ha lasciato il Marocco alla ricerca di un riscatto, per sé e per la propria famiglia. “Prima di essere licenziato – ricorda – lavoravo in un’azienda metalmeccanica di Formigine, in provincia di Modena. Lì ancora vivo con la mia famiglia. Stavo bene, avevo una paga fissa mensile. Riuscivamo a vivere, con qualche sacrificio. Poi è arrivata la crisi. Ora sono un bracciante, come gli altri.” Spaccati di barbarie. Storie di lavoro, di sacrifici, di miseria. Come quella di Karim.
Prendo 40 euro per sette ore di lavoro al mattino. Più 18 euro per tre ore nel pomeriggio. Questi soldi mi servono. In Marocco ho la mia famiglia e mia madre ha bisogno di cure. Ma non voglio che a casa sappiano che qui vivo come un animale. Che mangio e dormo a terra, in una tenda.
Ibrahim, invece, sventola orgoglioso il suo documento d’identità. È un cittadino italiano a tutti gli effetti. “Ho 19 anni. I miei si sono trasferiti in provincia di Taranto più di vent’anni fa. Oggi faccio il bracciante perché non riesco a trovare lavoro in altri settori. Spesso mi capita di discutere con gli italiani e di spiegare loro che non sono un profugo, bensì uno stagionale. Sono uno di loro. Un lavoratore che contribuisce ad aumentare il prodotto interno lordo pugliese e che come tale merita rispetto.
Turi conta oltre 13 mila abitanti. Ed è il principale centro cerasicolo del sudest della provincia di Bari. Considerato la capitale italiana della ciliegia, con oltre 3.800 ettari occupati da questa coltivazione, e con una produzione stimata attorno alle 15 tonnellate l’anno. Tutta in gran parte destinata all’esportazione estera, Germania in testa. Il business si sviluppa a partire dai primi giorni di giugno. Ogni anno, sempre uguale. Ciliegie pagate al produttore intorno ai 2 euro al chilo – se tutto va bene – vengono rivendute nei mercati dell’Italia settentrionale o dell’Europa, fino a 12 euro al chilo. Polverizzazione e dispersione con conseguente frammentazione dell’offerta. Abbinata a uno spiccato individualismo. Tutti fenomeni che non hanno mai favorito nel tempo la nascita, in loco, di associazioni o cooperative di settore.

L’ORO ROSSO DEL SUD-EST BARESE
Quasi il 60 per cento della superficie pugliese viene coltivata a ciliegio. Circa 17 mila ettari, con una produzione pari al 35 per cento sulla media nazionale. Con 8 mila imprese cerasicole su un totale di 25 mila insediate in tutta Italia. Il cuore della roccaforte pugliese della ciliegia è il comprensorio di Turi, Conversano, Sammichele di Bari, Casamassima e Castellana Grotte.
La cultivar che la caratterizza è la “Ferrovia”. Ritenuta – secondo alcune ricerche condotte negli anni Sessanta dal professore Giacinto Donno della Facoltà di Agraria di Bari – originaria proprio di Turi. La denominazione di eccellenza “Ciliegia Ferrovia di Turi” compare fin dagli anni Settanta. Oggi viene considerata l’oro rosso pugliese. Un vero e proprio fiore all’occhiello per le multinazionali di settore.

LA LONCA MANUS DELLE MULTINAZIONALI
Il fenomeno del part-time farming prevede che i conduttori/proprietari dei terreni – che spesso gestiscono aziende ereditate da nonni e genitori – non risultino coltivatori diretti a titolo principale, bensì semplici impiegati in altri settori produttivi. Il meccanismo, ormai dilagante, serve per ottenere un reddito che integri quello percepito dall’occupazione principale. Questi produttori – a differenza di quelli occupati in full-time farming -agiscono sul mercato per ottenere il massimo risultato economico con il minimo impegno. E quindi preferiscono accettare i disciplinari di elaborazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli preparati da aziende private legate alle multinazionali della grande distribuzione organizzata. Una volta creato il contatto, il prodotto viene conferito alle condizioni di prezzo da queste stabilite.
Il contratto provinciale di lavoro agricolo – firmato presso la Prefettura di Bari dalle organizzazioni datoriali e dai sindacati dei lavoratori – all’articolo 24 stabilisce che è dovere del datore di lavoro trovare alloggio ai lavoratori stagionali che risiedono in luoghi distanti dai campi. Ma questo non si verifica quasi mai. E sono le istituzioni locali a doversi fare carico di dare un alloggio dignitoso a diverse decine di braccianti stagionali.

TURI MON AMOUR
Le dinamiche del lavoro stagionale dovrebbero essere gestite a livello centrale e periferico. È difficile per un ente locale
– penalizzato dai pareggi di bilancio e dai tagli imposti dalle politiche di austerità – risolvere in solitudine un problema di tale portata senza una programmazione regionale in materia.
Il caso di Turi, perno portante della cerasicoltura pugliese, è eclatante. “Le persone che vengono qui per lavorare sono bene accette, a prescindere dal colore della pelle. Dalle nostre parti la manodopera scarseggia e gli stagionali sono ottimi lavoratori.
A parlare è Angelo Palmisano, giovane e valente produttore turese, proprietario di decine di ettari di terreno coltivati a ciliegio. Che cura direttamente, con l’ausilio di manodopera stagionale. Ed è l’ex assessore all’Agricoltura al Comune di Turi. “Personalmente ritengo che i proprietari di terreni dovrebbero garantire ai lavoratori stagionali almeno l’alloggio. Cosi come prevede il contratto provinciale del lavoro. Anche in cambio di un affitto moderato. Io lo faccio con piacere per coloro i quali lavorano con me. In generale c’è molta diffidenza. Si arriva facilmente a situazioni emergenziali agevolate da mancanza di organizzazione e di gestione di un fenomeno atavico. Come nel caso della tendopoli d’emergenza allestita quest’anno nei pressi del cimitero. Con gente che dorme, mangia e vive in una tenda.
Per Lavinia Orlando, vice-sindaco del Comune di Turi, la soluzione della tendopoli resta ottimale e migliorativa rispetto agli anni precedenti. Quando “i lavoratori stagionali dormivano, mangiavano e si lavavano per strada. E gli episodi di intolleranza erano all’ordine del giorno. Oltre alle conclamate problematiche igienico-sanitarie. Oggi è stata allestita una tendopoli con il supporto della Protezione civile. Certo, c’è ancora tanto da fare. Ma purtroppo questo è un problema che va al di là delle possibilità di gestione di un ente locale. La verità è che siamo stati lasciati soli. Sia dai datori di lavoro e produttori, sia dalla politica che conta.” Quella regionale, s’intende. Che dovrebbe entrare nell’ottica che quello del lavoro stagionale è un fenomeno ciclico. Ma soprattutto è fondamentale per la tenuta dell’economia regionale. “Questi lavoratori hanno almeno un posto in cui dormire. Delle tende e delle brandine. E la possibilità di utilizzare gratis l’acqua potabile per bere e lavarsi, di accedere ai servizi elementari. L’amministrazione – dichiara ancora il vice-sindaco Orlando – si è dovuta sostituire a chi per contratto ha l’obbligo di fornire un alloggio. In primis, alla Regione Puglia che anche quest’anno ha affrontato il fenomeno con un certo lassismo, nonostante le nostre sollecitazioni. Già dall’ottobre del 2016 chiedevamo all’istituzione regionale di implementare un serio piano di programmazione per gestire il fenomeno. La Regione ci ha detto che verserà un contributo di 10 mila euro a fronte di un parziale rimborso per le spese sostenute. Come se una cifra simile potesse di per sé risolvere il problema.
Ma chi dovrebbe garantire che i contratti di lavoro vengano rispettati? E a vantaggio di chi va il disinteresse dei datori di lavoro per il rispetto degli obblighi contrattuali nei confronti degli stagionali? Attualmente i costi di gestione del fenomeno ricadono sulla collettività. La politica che conta è sempre più lontana dalle realtà locali. Persino da quei territori in cui le dinamiche del lavoro stagionale sono conclamate.

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