ARTICOLO di Pellegrino Tarantino

Juta dei femminielli

Canti estatici e danze ipnotiche alzano al cielo invocazioni alla vita, alla fertilità, all’amore. Il tutto sotto lo sguardo amorevole della Madonna Nera di Montevergine, frazione di Mercogliano, in provincia di Avellino.

“Mamma Schiavona”, madre dei diseredati, degli ultimi, dei diversi. La leggenda cristiana vuole che verso la fine del XXIII secolo due omosessuali, giudicati per il loro amore, vennero legati ad un tronco e condannati a morte e, tra i boschi del monte, presto spirati sotto i morsi della fame e di quelli dei lupi. La Madonna di Montevergine però, commossa dall’amore dei due giovani, li salvò. Da allora i femminielli – l’odierna comunità LGBT – hanno promesso devozione alla Vergine Nera che, come una madre, li ha accettati nel suo cuore senza pregiudizi e senza riserve.
In realtà, la storia della Candelora dei femminielli ha radici ben più antiche. Quando, come testimoniato anche alcuni scritti di Virgilio, al posto del santuario cristiano do Montevergine si ergeva il tempio della dea Cibele. Chiamata anche “Grande Madre”, questa dea di origini greche, governava la natura, gli animali e tutto quello che c’era di selvaggio.
Nei giorni dedicati alla sua commemorazione i seguaci della dea si davano a balli e canti estatici ed orgiastici sotto l’influsso di vino ed erbe allucinogene.
Tra questi i più fedeli finivano per evirarsi e castrarsi, diventando così sacerdoti ed acquisendo grandi poteri divinatori. Ad accompagnare questi rituali lo strumento simbolo della dea, il tamburello, che ancora oggi risuona per omaggiare “Mamma Schiavona”.
Uscendo dalla cappella della Madonna i fedeli, nel loro canto di devozione, la salutano con una sorta di invocazione: “E se non ci verimm e vis Mamma aspiettam in paradiso
Promettendo che solo la morte potrà trattenerli dal tornare a recare omaggio a Mamma Schiavona.

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