ARTICOLO di Alessio Di Florio / Foto: Wikipedia Commons

Nell’Italia del 2017 esiste la schiavitù

Sei arresti per la morte di Paola Clemente, stroncata da un infarto il 13 luglio 2015 ad Andria, mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Tra gli arrestati tre dipendenti di un’agenzia di lavoro interinale di Noicattaro e il titolare della ditta che si occupava del trasporto delle braccianti nei campi.

Paola Clemente aveva 49 anni, sposata, madre di tre figli. Viveva a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto. Un infarto l’ha uccisa mentre lavorava alla rimozione degli acini schiacciati dell’uva. “Andava via di casa alle 2 di notte. Prendeva l’autobus alle 3. Ai campi, ad Andria, da San Giorgio Jonico, arrivava intorno alle 5.30. Noi a casa la rivedevamo non prima delle 3 del pomeriggio, in alcuni casi anche alle 6. Guadagnava 27 euro al giorno”, ovvero 2 euro per ogni ora di lavoro. Come denunciato dal marito di Paola. Da subito la morte di Paola Clemente è apparsa come un terribile caso di caporalato, lo sfruttamento schiavistico nei campi che – secondo l’ultimo Rapporto sulle agromafie redatto da Eurispes e Coldiretti – nel 2015 ha coinvolto 430 mila persone, di cui 100 mila ridotte ad un vero e proprio regime di schiavitù. Ma il suo non è stato un semplice caso di cronaca.

E non fu, nell’estate di due anni fa, l’unica vittima del caporalato: Arcangelo De Marco, concittadino di Paola Clemente, il 5 agosto entrò in coma dopo essere stato colpito da infarto. Morì l’8 settembre. Era al lavoro nelle campagne del Metapontino, in Basilicata. Il segretario della Flai Cgil Puglia, Giuseppe Deleonardis, denunciò che Arcangelo “pagava 12 euro al caporale, a fronte di una paga che supera di poco i 27 euro al giorno”. Il 6 agosto arrivò la notizia di un bracciate tunisino stroncato a Polignano. Tre giorni prima nelle distese di pomodori di Nardò analoga sorte colpì Mohamed, un 47enne sudanese. Marian, la vedova di Mohamed, denunciò che erano costretti a vivere “peggio delle bestie. Mio marito dormiva su un materasso poggiato su un balcone, in mezzo alla sporcizia”, senza luce ed acqua. Prima di Nardò, raccontò, Mohamed l’anno prima aveva raccolto pomodori a Crotone e in provincia di Siracusa.

L’operazione Sabr
Al territorio di Nardò, in provincia di Lecce, è legato anche uno dei principali processi contro il caporalato, scaturito dall’operazione “Sabr” dei Carabinieri del Ros. Al termine dell’inchiesta emerse una vera e propria organizzazione criminale transnazionale che favoriva l’ingresso di migranti (senza fornire loro nessun documento), soprattutto tunisini e ghanesi, da reclutare nella raccolta di angurie e pomodori. Il processo è il primo in Europa. nel 2013 il documentario, celebrato anche per riduzione o mantenimento in schiavitù, intermediazione. In alcune intercettazioni – riportate in un documentario del 2013, “Schiavi-le rotte di nuove forme di sfruttamento” – è possibile ascoltare frasi disumane: “ora quelli te li sfianco fino a questa sera”. “Quelli volevano pure bere e non c’era nessuno che gli dava l’acqua”. La Procura di Lecce nel settembre scorso ha chiesto 14 anni di reclusione per Pantaleo Latino, considerato il principale imprenditore dell’organizzazione, 9 anni per altri sei imprenditori (Livio Mandolfo, Corrado Manfredi, Giuseppe Mariano, Salvatore Pano, Marcello Corvo e Giovanni Petrelli. Pene tra i 7 e 14 anni per 9 caporali e capisquadra.

Come si alimenta il caporalato
Lo sfruttamento ad opera dei caporali – che è costato la vita a Paola Clemente – aveva uno dei suoi fulcri in un’agenzia interinale. Non è l’unico caso in cui il caporalato riesce ad alimentarsi anche alle previsioni della legge italiana: a Mineo, associazioni e movimenti denunciano che la presenza del Cara alimenta caporalato, spaccio di droga e sfruttamento della prostituzione. Il 15 settembre 2014 Antonello Mangano, su L’Espresso, denunciò “il nuovo orrore delle schiave romene”: 5mila donne sfruttate nelle serre del ragusano, segregate nei campi e costrette a subire “ogni genere di violenza sessuale” durante festini organizzati dai padroni, per familiari, parenti e amici. “Per lavorare nelle serre le donne romene non devono solo accettare una paga misera”, scrisse Alessandra Sciurba, in una ricerca per il Centro di documentazione L’altro diritto dell’Università di Firenze l’anno prima. “A fronte di giornate lavorative che durano anche 14 ore. Il loro sfruttamento è doppio, poiché molte di esse devono inoltre accettare di piegarsi ai piaceri sessuali dei datori di lavoro, dei caporali, dei colleghi.
Padre Beniamino Sacco, è possibile leggere ancora nella ricerca di Alessandra Sciurba, ha denunciato come a Vittoria, in provincia di Ragusa, “si arriva a dar vita a vere e proprie feste a sfondo sessuale in cui i proprietari e datori di lavoro mettono a disposizione di amici e conoscenti le proprie lavoratrici. I festini sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare, perché le grandi aziende sono più controllate. Hanno luogo tra le serre stesse, o in cascine isolate, o talvolta anche in disco-bar poco frequentati. Le ragazze coinvolte sono lavoratrici rumene giovani che spesso hanno dai 20 ai 24 anni. A volte si tratta anche di ragazze figlie di dipendenti a cui il proprietario affitta la cascina. Ogni tanto succede anche che siano i figli dei proprietari a sfruttarle.

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