ARTICOLO di Pietro Dommarco / Foto: Movimento No Carbone Brindisi

Carboni ardenti

Il settimo numero di Terre di frontiera può essere considerato una sorta di resoconto tematico delle inchieste e degli approfondimenti finora realizzati, ma anche canovaccio per i lavori futuri. Questo perché racchiude, lungo una sottile linea di collegamento tra sviluppo industriale e stato di salute delle comunità, quel paradosso – mai completamente risolto e delineato – fondato su produzione energetica di interesse nazionale ed emergenza sanitaria per la collettività.
Dagli studi e dalle testimonianze raccolte sul campo – di chi quotidianamente si scontra con questo paradosso – ad emergere è soprattutto una responsabilità politica, orientata ad un continuo interloquire, troppo spesso sottobanco, con la lobby dell’energia.
Anche a costo di cambiare la Costituzione.
Al posto delle centrali a carbone potrebbero esserci – come purtroppo accade – le raffinerie, le acciaierie, i campi petroliferi, le discariche, senza mutarne la genesi. Senza interrompere quel cortocircuito che ha definitivamente bloccato il rapporto tra istituzioni e cittadini.
Con le istituzioni che dovrebbero fare gli interessi dei cittadini. Scontato.
Invece, accade che le potenzialità del territorio come il turismo, le piccole aziende a conduzione familiare, la valorizzazione delle risorse del paesaggio, le aree protette, il mare e la pesca, l’agricoltura, le produzioni biologiche, la sostenibilità ambientale ed energetica lasciano il posto a progetti speculativi che danneggiano l’ambiente e minacciano la catena alimentare e la salute.
È su queste basi, di aggressioni costruite spesso sul ricatto occupazionale, che nascono i conflitti e rendono ancor più rigidi i confini delle terre di frontiera.
Tutti camminiamo sui carboni ardenti: cittadini ed istituzioni. Ma per ragioni opposte.
Il Sud è stato catapultato in una dimensione europea di profitto ed imprese energivore senza rendersene conto. Mai o troppo tardi. Una mutazione che, da una parte, minaccia l’identità poggiandosi ancora sull’eterna ricerca del riscatto e, dall’altra, cambia il linguaggio. Da ambientalizzazione a decarbonizzazione. Per lasciare tutto com’è, ovvero conservazione.

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