di Alessio Di Florio / twitter @diflorioalessio (Foto: Puntaderci.it)

Su Punta Aderci di nuovo l’ombra del cementificio

“Torna il rischio di un cementificio vicino la Riserva”. L’allarme è stato lanciato dalla sezione Arci di Vasto. La Riserva naturale regionale Punta Aderci è una delle più vaste e ricche d’Abruzzo, tanto da essere definita il cuore del Parco nazionale della Costa Teatina. Un parco che però non c’è.

Un territorio di pregio che, oltre ad una delle spiagge più apprezzate e premiate d’Italia, Punta Penna, comprende il Sito d’interesse comunitario (Sic) IT71401o8 “Punta Aderci-Punta della Penna”. A minacciarlo c’è il progetto per un impianto di produzione di leganti idraulici (cemento). Un cementificio proposto, nel 2011, dalla Vastocem che torna in auge grazie alla Escal srl. Previsto nella zona industriale di Punta Penna, a pochi chilometri dalla spiaggia, potrebbe sorgere quasi di fronte ad uno degli ingressi della Riserva naturale.

L’Arci di Vasto ha espresso la contrarietà al progetto ripercorrendo le criticità dell’area e chiedendo un impegno risolutivo agli enti. Lo stesso hanno fatto la sezione regionale di Sinistra Anticapitalista e il circolo cittadino di Rifondazione Comunista. La difesa della Riserva naturale regionale Punta Aderci è la prima motivazione di contrarietà alla costruzione del cementificio. Oltre alla preoccupazione di un temuto aumento dell’inquinamento atmosferico. Nel 2012 un gruppo di cittadini residenti segnalò che, nei tre anni precedenti, alcuni lavoratori impegnati nella zona industriale di Punta Penna furono costretti a fare ricorso a cure mediche per emissioni irritanti, tali da determinare l’inabilità al lavoro, con prognosi dai 3 ai 10 giorni. Nell’agosto di due anni dopo (2014, ndr) l’Arci pubblicò le foto ricevute da alcuni turisti di “un’enorme nuvola che si disperdeva nell’aria” in zona porto, chiedendosi quale fosse l’origine, quali le sostanze immesse in atmosfera e quali precauzioni erano state prese per la salute umana.

Salute, qualità dell’aria e pianificazione territoriale
Il progetto del cementificio Escal – come tutti i precedenti insediamenti della zona – ripropone pesanti interrogativi sulla pianificazione territoriale e la tutela della salute umana. Nel Piano regionale per la tutela della qualità dell’aria, l’area industriale di Punta Penna viene classificata come “Zona di Mantenimento”. Tali zone sono identificate nel Piano come aree nelle quali l’inquinamento non supera ancora i “valori limite”, fissati dalla legislazione, ma è necessario rimanere fermi su quel livello. Un obiettivo da perseguire evitando di autorizzare nuove immissioni. In occasione della prima Conferenza dei servizi sul progetto – convocata dalla Provincia di Chieti il 12 aprile 2012 – la Relazione tecnica di progetto presentata dalla Vastocem riportò che “il tasso di inquinamento dell’insediamento è assolutamente nullo”. Un’affermazione contestata dalle associazioni cittadine che, esaminando il Quadro riassuntivo delle emissioni (Qre) allegato al progetto, giunsero a conclusioni diametralmente opposte: il rilascio di 30 tonnellate l’anno di “polveri di cemento e metalliche” e “l’inquinamento da rumore e traffico veicolare” stimato in “circa 3300 camion” l’anno.

Vincenzo Ronzitti – ex presidente del WWF Abruzzo e direttore in pensione del locale dipartimento dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta) – dichiara a Terre di frontiera che siamo in presenza di “un dato significativo che ipotizza un notevole rilascio di polveri. È opportuno e necessario aggiornare il dato, tenendo conto dei quadri riassuntivi delle emissioni, sicuramente presenti nel procedimento, e le concentrazioni vanno calcolate anche sulla scorta di tutte le emissioni ricadenti nella zona industriale.

A sottolineare la necessità di adottare delle contromisure alla vicinanza tra la zona industriale e la Riserva naturale e il Sito d’interesse comunitario, dieci anni fa, è stata addirittura la Provincia di Chieti, nel Piano territoriale di coordinamento delle attività produttive. L’ente provinciale ipotizzò “l’urgenza di programmare politiche relative ad ipotesi di delocalizzazione di alcune attività che presentano evidenti situazioni di incompatibilità ambientale dovuti alla contemporanea presenza di una riserva naturale, di aree ad alta valenza paesaggistica e di siti archeologici di notevole rilevanza”.


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