di Francesco Panié / twitter @francesco_panie (Foto: Wikipedia Commons)

Un altro figlio del libero scambio

In Italia l’acronimo TTIP comincia ad entrare nel lessico dell’opinione pubblica. Da quando i leaks di Greenpeace e la manifestazione nazionale del 7 maggio a Roma hanno fatto saltare il chiavistello di grandi giornali e televisioni, i contenuti dell’accordo Usa-Ue sono più familiari ai cittadini italiani. Non è così per il CETA, il Comprehensive Economic Trade Agreement, un altro figlio di quella famiglia dei nuovi accordi di libero scambio al centro della strategia commerciale dell’Unione Europea.

Il partner in questo trattato gemello del TTIP è il Canada, e la strada per l’approvazione
è già spianata. Il testo consolidato è stato chiuso nel 2014, smussato dagli esperti dei due blocchi nella primavera del
2016 e il 27 ottobre è prevista
la cerimonia di firma, con il presidente canadese Justin Trudeau e un esponente della Commissione europea. La trafila prevede poi un voto a novembre dell’Europarlamento e, infine, la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali dell’Unione. Quest’ultimo passaggio non è banale, poiché basta un “no” per far saltare il banco. Visto l’alto rischio di insuccesso, la ratifica parlamentare no a un paio di settimane fa era stata esclusa da Bruxelles, che voleva gestire la partita del CETA tutta in casa propria: la Commissione era intenzionata a decretare la competenza esclusiva dell’Unione, aggirando l’espressione democratica (e il diritto di veto) delle assemblee legislative nazionali. Le pressioni pubbliche e l’ultimatum di alcuni governi chiave – Francia e Germania su tutti – hanno costretto a più miti consigli la Commissaria al Commercio, Cecilia Malmström, che ha optato per l’accordo “misto”.
Tuttavia, la Commissione si tiene un asso nella manica. Una scappatoia tecnica le consentirà di implementare gran parte del CETA prima che i Parlamenti abbiano completato la ratifica. Basta l’ok del Consiglio Europeo a maggioranza semplice. In tal modo, grazie alla clausola della provisional application, le disposizioni contenute nei capitoli dell’accordo, che investono aree di competenza esclusiva dell’Unione, entreranno in vigore subito dopo il voto dell’Europarlamento. Qualora mancasse il supporto degli Stati membri, esse resterebbero in vigore per tre anni prima di tornare alle condizioni iniziali.

Ma cosa contiene la grande scatola del CETA? Perché angustia la società civile di tutta Europa e non piace nemmeno ai movimenti canadesi che difendono l’ambiente e l’interesse pubblico? Innanzitutto, proprio come nel caso del TTIP, preoccupa lo straripare della liberalizzazione oltre l’argine delle tari e e delle quote di importazione. Con questi accordi di nuova generazione, infatti, l’apertura riguarda anche i servizi, gli standard alimentari e tutte le politiche pubbliche, dall’energia al lavoro, dal trasporto all’ambiente. Si tratta di un cambio di paradigma sostanziale, che sancisce la preminenza del “diritto al commercio” nei confronti dell’obbligo costituzionale dello Stato di tutelare l’interesse generale. Con CETA e TTIP, questo capovolgimento di priorità assume concretezza tramite la creazione di specifici meccanismi: la cooperazione regolatoria e la clausola di protezione degli investimenti. Nel primo caso, il trattato darà vita ad un gruppo consultivo di tecnici canadesi ed europei, aperto alle imprese, che avrà il potere di esaminare e chiedere modi che alle proposte di legge della Commissione UE o del governo di Ottawa prima che queste passino al vaglio del Parlamento europeo o delle assemblee elettive delle province canadesi. In tal modo, vi è un serio pericolo che regolarizzando l’attività di pressione delle lobby a monte del processo normativo, legislazioni volte a contenere l’impatto del commercio sul sistema sociale, il mercato del lavoro o il riscaldamento globale sarebbero rallentate e indebolite, quando non soffocate nella culla. Qualora arrivassero a vedere la luce, gli investitori esteri avrebbero una seconda arma per ridurne l’efficacia: il ricorso a un tribunale speciale, creato apposta per dirimere le cause che le aziende intentano agli Stati diversi dal Paese d’origine.

Questa corte internazionale per gli investimenti, davanti alla quale lo Stato può comparire solo nei panni dell’imputato, andrà ad erodere la giurisdizione dei tribunali nazionali e della Corte Europea di Giustizia, in una ridefinizione radicale degli equilibri stabiliti dai trattati fondativi dell’Unione. I giudici, estratti a sorte da una lista di esperti di diritto commerciale internazionale, decideranno se lo Stato ha violato le “legittime aspettative” dell’investitore, negandogli quel “trattamento giusto ed equo” previsto dall’accordo di libero scambio. Queste formulazioni, voluta- mente vaghe, lasciano ampio spazio alla discrezionalità del giudice. Come ingranaggio di un sistema che si regge sui ricorsi delle imprese, negli anni questi ha spesso dato ragione ai privati, garantendo loro compensazioni multimilionarie – talvolta miliardarie – a carico dei contribuenti, indipendentemente dal fatto che il governo querelato avesse agito nell’interesse generale, ripubblicizzando un servizio o implementando politiche ambientali.

Un ulteriore rischio è che, se 
il TTIP dovesse arenarsi definitivamente, le 47 mila imprese statunitensi che possiedono una sussidiaria sul territorio canadese potrebbero comunque fare causa all’Unione Europea e agli Stati membri, utilizzando il Cavallo di Troia del CETA.


Tratto dal numero 5 anno 1 / luglio-agosto 2016 / Pagina 64



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