ARTICOLO di Francesco Panié / Foto: Lens.blue

Clima di tensione

L’accordo sul clima in seno alla Cop21, firmato il 22 aprile nel corso della Giornata della Terra da 174 Paesi, è una lista di buone intenzioni senza impegni vincolanti sui punti chiave: il taglio delle emissioni, gli aiuti ai Paesi vulnerabili, il rispetto dei diritti umani. I margini per adattarsi a un clima impazzito sono quasi nulli.

Ma ci hanno presi in giro? La domanda è quanto mai opportuna, perché fino a qualche mese fa il pericolo del riscaldamento globale sembrava meno minaccioso. Intendiamoci, non che ci trovassimo in una situazione idilliaca, anzi. Ma a livello planetario, le numerose ricerche scientifiche su cui si fonda l’azione politica internazionale prevedevano un certo margine. Per la precisione ci assicuravano che, per conservare una discreta possibilità
di scampare a disastri naturali di portata inimmaginabile, dovevamo evitare un aumento delle temperature, entro fine secolo, di 2 gradi rispetto all’era preindustriale. Una stima proposta dall’IPCC, il gruppo di esperti sui cambiamenti climatici che informa le Nazioni Unite.

A partire dal 2016, invece, la situazione sembra improvvisamente precipitata. Lo dimostra un’ondata di nuove ricerche dal taglio assai più catastrofico. Secondo un articolo dell’International Institute for Applied Systems Analysis, pubblicato a febbraio su Nature, fino ad oggi abbiamo sbagliato a calcolare la quantità di carbonio che l’umanità può ancora emettere in atmosfera prima di oltrepassare la soglia critica dei 2 gradi. Se il ritmo di crescita delle emissioni rimane inalterato, entro il 2050 avremo consumato il nostro cosiddetto carbon budget. Questo significa che i tempi sarebbero dimezzati, poiché il punto di non ritorno non sarebbe più fissato al 2100. L’analisi è condivisa anche dalla Concordia University, che a gennaio è giunta a conclusioni simili. La rivista Plos One ha ospitato poche settimane fa una tesi ancor più catastrofica, sostenuta da due ricercatori australiani. Essi sono convinti che l’aumento di 2 gradi rispetto al periodo antecedente la rivoluzione industriale verrà raggiunto già nel 2030. Eppure, sulla valutazione dell’IPCC si sono costruiti gli impegni
dei 196 Paesi che hanno partecipato alla Cop21, la conferenza sul clima di Parigi. A dire il vero, all’apertura di quello che indubbiamente è stato l’evento dell’anno, i piani di taglio delle emissioni inquinanti depositati dai partecipanti non risultavano abbastanza ambiziosi: nel migliore dei casi, avrebbero prodotto un aumento del riscaldamento globale di 3 gradi contro i 2 “accettabili” entro la fine del secolo. Nessuno si è molto preoccupato, durante la Cop21, della discrepanza tra le promesse e le reali necessità. Ma oggi non si può più voltare la faccia di fronte a uno scenario che sembra nettamente peggiore di quanto previsto.

I rischi che corriamo per il potenziale grossolano errore della scienza più accreditata sono smisurati. Se l’IPCC si sbaglia – e non è più tanto peregrino pensare che si sbagli – potremmo subire impatti irreversibili del cambiamento climatico già nei prossimi decenni. Quando ancora non saremo preparati ad incassare il colpo. Due team di ricercatori statunitensi hanno affermato, il mese scorso su Nature, che l’aumento del livello dei mari sarebbe stato ampiamente sottostimato dall’ultimo rapporto dell’IPCC. Secondo gli esperti ONU, infatti, gli oceani potrebbero salire al massimo di 52-98 centimetri entro il 2100. Il nuovo studio suggerisce invece che l’aumento reale potrebbe essere di 1,5 metri, una minaccia ben maggiore per megalopoli come New York e Shanghai, ma soprattutto per i piccoli Stati insulari che rischiano di venire inghiottiti dall’Oceano. E questo è solo uno degli impatti possibili. Altre zone del mondo, non bagnate dal mare, potrebbero trovarsi a fronteggiare lunghe e tremende siccità, altre ancora fenomeni alluvionali di portata mai vista prima. Tutto questo metterà a repentaglio la disponibilità di acqua, la sicurezza alimentare e la salute delle comunità più vulnerabili.

Le Nazioni Unite prevedono che entro il 2050 potrebbero migrare – solo per cause legate ai cambiamenti climatici – fino a 250 milioni di persone. Possiamo impedirlo? Sembra piuttosto difficile. Le grandi potenze restano immobili, incapaci di svezzare l’industria dei combustibili fossili da sussidi che il Fondo Monetario Internazionale stima in 5.300 miliardi di dollari l’anno. Eppure sono le compagnie del carbone, del petrolio e del gas ad avere la responsabilità del riscaldamento globale. L’Università di Oxford ha stimato che, per mantenere un 50% di possibilità di evitare gli e etti più catastrofici del cambiamento climatico, dopo il 2017 non si dovrebbero più costruire centrali elettriche basate su fonti fossili. Tutte le nuove infrastrutture energetiche dovrebbero essere zero carbon tra appena un anno. Impossibile, anche perché un report di Sierra Club e Greenpeace pubblicato di recente, stima circa 1.500 impianti a carbone in fase di costruzione o allo stadio progettuale in tutto il mondo. Possiamo anche scordarci che, sebbene il buon senso imponga ai governi di stracciare quei piani, gli impianti verranno mai bloccati. Non è bello da dire, ma sembra che dobbiamo prepararci al peggio. Gli scienziati di cui tutto il mondo si è fidato potrebbero aver fatto cilecca. Invece
di badare ai numeri, i leader globali avrebbero potuto operare per
il bene comune molto prima, organizzando una transizione energetica in tempi non sospetti. Ma la più grande conquista che hanno raggiunto – l’accordo sul clima in seno alla COP 21 – è una lista di buone intenzioni senza impegni vincolanti sui punti chiave: il taglio delle emissioni, gli aiuti ai Paesi vulnerabili, il rispetto dei diritti umani. In questo quadro, i margini per adattarsi a un clima impazzito sono quasi nulli.


Tratto dal numero 3 anno 1 / maggio 2016 / Pagina 50


Lascia un commento

© 2017 Per concessione dell'autore a Terre di frontiera