di Maurizio Bolognetti / twitter @mbolognetti (Foto: Ola)

Dritti al cuore nero della Basilicata

Sorgenti, boschi, un Parco nazionale, pozzi e chilometri di condotte che si insinuano nel terreno. A Calvello, vice-capitale europea dell’oro nero, in provincia di Potenza è possibile ripercorrere ed osservare la perfetta sintesi di un distorto concetto di sostenibilità Made in Lucania

Mentre percorro ancora una volta la Strada statale 558 di Fondo Valle d’Agri, la pioggia batte sull’asfalto. Come sempre, guardando la bellezza e la varietà del paesaggio, mi assale un sottile senso d’angoscia. Da un lato i colori, gli odori, i sapori di una delle più belle valli lucane, dall’altra le ferite inferte al territorio dalla folle, miope, scellerata scelta di autorizzare attività di estrazione di idrocarburi a ridosso di sorgenti, fiumi, centri abitati, aree a rischio sismico e a rischio frana. Ai quali si aggiunge il Centro olio di Viggiano, in provincia di Potenza, ubicato a qualche centinaia di metri, in linea d’aria, dalla diga del Pertusillo.

Il lago di Pietra
Questa volta, però, la meta non è Viggiano, ribattezzata dai suoi amministratori la Città di Maria – la Madonna nera – e del petrolio. Il cuore nero del più grande giacimento di greggio in terraferma d’Europa. Sono diretto a Calvello, la Città Museo. Il paese dei moti carbonari del 1821. Sono sulle vie del Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese e del petrolio. Sono nel cuore di un territorio dove qualcuno ha pensato di realizzare una impossibile convivenza tra pozzi e sorgenti, tutela ambientale e trivelle. A monte della sorgente Acqua dell’Abete – sequestrata per ben due volte dal Corpo Forestale dello Stato, il 20 novembre 2008 e il 26 luglio 2010 – c’è il pozzo “Cerro Falcone 2” dell’Eni. Per un attimo, il rumore dell’acqua che scorre dà pace e serenità. Poi la mia scarpa affonda nel terreno inzuppato e, come già nel avvenuto 2008, noto delle macchie iridescenti e oleose. Il pozzo è stato autorizzato a monte di un corso d’acqua.

La Procura della Repubblica di Potenza ha archiviato tutte le denunce presentate, ma qualche anno fa – da analisi effettuate dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) – è emersa la presenza di “terre e rocce da scavo contenenti sostanze pericolose”. A poche centinaia di metri da “Acqua dell’Abete” – sempre nel territorio di Calvello – troviamo la sorgente “Acqua Sulfurea” dove fa bella mostra un cartello che invita il viandante a non bere l’acqua, causa inquinamento “chimico e batteriologico”. Il divieto è in vigore dal 2004 e in prossimità della sorgente, in mezzo a boschi e cavalli al pascolo, troviamo un altro pozzo: il “Cerro Falcone 1”, sempre dell’Eni. Sorgenti, boschi, un Parco nazionale e poi pozzi e chilometri di condotte che si insinuano nel terreno. A Calvello, vice-capitale europea dell’oro nero – uno dei tanti straordinari borghi lucani, abitato da poco meno di 2000 anime, troviamo la perfetta sintesi di un distorto concetto di sostenibilità Made in Lucania. Può succedere questo ed altro in una terra in cui vige il negazionismo e in cui qualcuno, prima o poi, ci racconterà che gli inquinanti emessi dal Centro olio di Viggiano sono un potente antinfiammatorio. Intanto mi chiedo quanti cittadini lucani sanno che l’Eni ha presentato sei segnalazioni di inquinamento riguardanti proprio il territorio di Calvello.


Tratto dal numero 2 anno 1 / aprile 2016 / Pagina 51



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