Fusti abbandonati, efired / 123RF Archivio Fotografico
Foto: Fusti abbandonati // Efired (Archivio Fotografico 123RF)

Quei “rifiuti brutti”

in Inchieste/Navi dei veleni di

A febbraio di quest’anno, la declassificazione di cinquantanove nuovi documenti “segreti”, da parte della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, ha riacceso i riflettori, almeno sotto forma di mosaico storiografico, sull’affondamento delle “navi dei veleni”, delle “navi a perdere”, delle “carrette del mare” cariche di scorie radioattive, e sul traffico di rifiuti tossici nel Mediterraneo, da e per il Terzo mondo.

Uno dei grandi misteri di quella “sporca” storia che ha coinvolto il nostro Paese, su cui hanno indagato e perso la vita la giornalista Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin (20 marzo 1994) e il capitano di fregata della Marina Militare, Natale De Grazia (12 dicembre 1995).
Cinquantanove informative custodite dal Servizio segreto militare (Sismi) che aiutano a delineare uno scenario delittuoso, organizzato attorno allo smaltimento illegale di rifiuti avvenuto grazie alla compiacenza di pezzi deviati dello Stato e dei Servizi segreti, con l’intermediazione delle organizzazioni criminali, prime fra tutte la ‘ndrangheta. Mari contaminati e terre inquinate che impongono, ancora oggi, il dovere di sondare, scavare e raccontare.

LA MEMORIA STORIA DELLA ‘NDRANGHETA
Il 5 novembre 2009, a Bologna, la Commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti – presieduta da Gaetano Pecorella – ascolta il pentito Francesco Fonti, il quale si considera “memoria storica della ‘ndrangheta” ed “enciclopedia vivente”. Definizioni che nella caratterizzazione del ruolo da “gola profonda” assunto da Fonti aiuteranno – tra spavalderia e riferimenti più o meno puntuali – a trattare con moderazione le informazioni da lui fornite.
Il pentito calabrese – pur considerandosi “attendibile al 100 per cento”, in quanto le sue parole “sono state riscontrate nella sua interezza” – è stato considerato invece inattendibile sia dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, sia dalla Procura di Potenza.
Francesco Fonti (deceduto il 5 dicembre 2012) è originario di Bovalino, paesino sul mar Jonio, ai piedi dell’Aspromonte. Ma soprattutto un paese di ‘ndrangheta come i vari Locri, Platì, San Luca e Africo. Cresce in una famiglia di commercianti, fabbricatori di mobili e cucine. A 18 anni ha il primo contatto con la malavita locale. A contattarlo è Giuseppe Giorgi detto “u ddui”, omonimo di Giuseppe Giorgi detto “u capra” – affiliato ai Romeo e genero del “capobastone” Sebastiano Romeo detto “u staccu” – arrestato agli inizi di giugno dopo ventitré anni di latitanza. Che ha avuto un ruolo molto importante nell’affondamento di alcune “navi dei veleni” nello Jonio e nel Tirreno.
Quella di Fonti è una vita movimentata. Finisce in carcere nel 1987. Sconta cinque anni. Esce nel 1992. L’anno successivo, il 25 aprile 1993, nel giorno della Liberazione scatta una nuova carcerazione. È nel 1994 che comincia a collaborare con l’autorità giudiziaria, dopo aver incontrato in carcere, diverse volte, Vincenzo Macrì, consigliere nazionale della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. “Ho un peso sulla coscienza per il male che ho fatto, trafficando in droga e rifiuti pericolosi, che soltanto Gesù Cristo può comprendere”, dice Fonti, sostenendo la tesi di una crisi personale. Poi aggiunge che “se non avessi collaborato, o sarei morto, oppure avrei potuto prendere anche l’ergastolo. Con la collaborazione la mia pena terminerà nel 2025 […] Tenete presente che non ho mai ucciso nessuno materialmente. Forse l’ho fatto con i traffici che ho gestito, però non materialmente.

L’INCONTRO CON PINO
Vincenzo Macrì, il 12 novembre 2009, nel corso di un’audizione, racconta che Fonti “non appartiene a una famiglia mafiosa, non esiste una cosca Fonti […] da giovane entra nel giro delle cosche di San Luca, che gravitano sul suo paese, in particolare della cosca Romeo, con la quale stabilisce rapporti molto stretti. Si trasferisce poi in Piemonte e, in sostanza, per dirla in breve, viene delegato come fiduciario della cosca nello smercio di sostanze stupefacenti nel nord Italia, in particolare prima in Emilia – risiede per alcuni anni a Reggio Emilia – e poi anche in Lombardia e in Piemonte. A seguito della collaborazione, viene avviata la pratica per il programma di protezione. […] Il 15 settembre del 1994 viene adottato in suo favore il programma di protezione vero e proprio. Cesso dall’applicazione a questo processo il 20 gennaio del 1995 e, quindi, non concludo il processo, che tuttavia ha uno sbocco positivo: viene proseguito dal collega Nicola Gratteri e va a dibattimento. Il processo prende il nome di Operazione Sorgente – l’associazione con il nome Fonti è semplice – e si conclude in primo grado con una sentenza del Tribunale di Locri del 15 gennaio 1999, con la quale vengono condannate alcune persone indicate da Francesco Fonti come suoi referenti e complici in questo traffico di droga.
Solo traffico di droga e ‘ndrangheta. All’inizio il pentito di Bovalino parla di questo e basta. Perché “un personaggio che io avevo conosciuto quando ero libero […] mi suggerì di parlare di droga e ’ndrangheta, ma di non andare oltre, perché altrimenti tutto si sarebbe riversato contro di me.
Il personaggio in questione è conosciuto come Pino, apparteneva ai Servizi segreti e ad oggi non c’è alcun riferimento utile per identificarlo, dargli un nome, un cognome e una faccia.
Pino incontra Fonti diverse volte. Nel carcere di Volterra e a Rovereto, in una località protetta nota solo al Servizio centrale di protezione. Spesso meta di “pellegrinaggio” da parte di dirigenti, colonnelli, generali.
Pino sostiene che “queste cose (traffico di rifiuti, ndr) non interessano a nessuno. […] Più tocchi i poteri forti, più verrai stritolato.

RIFIUTI, ALLEGORIE E PEZZI GROSSI
Tutto ha inizio nel 1983, con il “capobastone” Peppe Nirta. A Polsi, frazione del comune di San Luca, diverse famiglie calabresi erano solite riunirsi e decidere i traffici. Lo facevano in un luogo simbolico. A Polsi, infatti, c’è il santuario della Madonna della montagna. Vicino al santuario si erge una grande quercia soprannominata “l’albero della scienza”. Secondo un racconto allegorico “nel 1800 sono partiti dalla Spagna tre cavalieri su tre cavalli bianchi: il primo si chiamava Osso, il secondo Mastrosso e il terzo Carcagnosso. Essi hanno fondato la ’ndrangheta, la mafia e la camorra. La ’ndrangheta è stata formata a San Luca, presso il santuario di Polsi, e quell’albero era stato piantato da questo cavaliere spagnolo per rappresentare l’associazione: il fusto era il mammasantissima, il capo società; i rami erano i camorristi e gli sgarristi; i ramoscelli erano i picciotti; le foglie erano gli infami, perché cadono e marciscono ai piedi del tronco. Quelli erano gli infami, destinati a marcire.
Ed è proprio all’ombra dell’albero della scienza che gli ‘ndranghetisti riuniti si mettono in affari per gestire lo “smaltimento che veniva loro proposto da Roma.” Ci vogliono diversi incontri per mettersi d’accordo e far scomparire i “rifiuti brutti”. Non si parlava quasi mai di rifiuti tossici, radioattivi, nocivi, ma solo di “rifiuti brutti”.
Ma chi sono i presunti “mandanti” romani? Fonti fa il nome dell’ex ministro della Difesa, Lelio Lagorio, morto a gennaio all’età di 91 anni. E poi sottosegretari ed esponenti della Democrazia Cristiana.
Peppe Nirta avrebbe sostenuto che ciascun industriale del nord – tra quelli più grandi, con espansioni multinazionali – aveva un protettore politico cui si rivolgeva per “smaltire queste porcherie. Tale referente politico aveva la possibilità di avere contatti diretti con personaggi dei Servizi, deviati o non deviati.

I SERVIZI SEGRETI
Da alcuni dei documenti desecretati del Sismi è possibile ricostruire, almeno in parte, il ruolo dei Servizi segreti in questa faccenda. Si evince, da alcune indagini in corso, che dal 1995 apparati dello Stato erano perfettamente a conoscenza dei traffici internazionali di rifiuti. Un’impronta, quella dei Servizi segreti, presente anche nei rapporti tra mafie ed aziende di Stato. “Smaltire legalmente determinati rifiuti costava più che pagare la criminalità. Un altro punto era che determinate ditte, multinazionali e industrie, non potevano smaltire legalmente tale materiale di scarto, in quanto non risultava nella loro produzione. Non essendo documentato, non poteva essere smaltito legalmente e doveva per forza trovare una collocazione diversa.” In questo meccanismo le mele marce dei Servizi segreti “gestivano quest’attività perché i politici di allora non volevano sporcarsi le mani, anche se erano consapevoli e davano il loro avallo. Si servivano di questi personaggi dei Servizi per contattare la criminalità, che era la manodopera per queste attività, non il punto di inizio, ma quello finale.
Da varie ricostruzioni riportate in atti parlamentari emerge come già dagli anni Ottanta Peppe Nirta era in contatto con Giorgio Giovannini e Giovanni Di Stefano del Sismi, “i quali chiesero alla famiglia di San Luca se fosse disposta a fornire manodopera per trasportare rifiuti tossici e radioattivi in Somalia per conto di aziende italiane.” Spuntarono fuori i nomi di Craxi che “era al corrente della cosa, che non seguiva però personalmente lasciando che se ne occupassero i Servizi segreti” e di De Michelis, il quale disse che “i politici avrebbero potuto trasportare qualunque cosa anche senza l’aiuto della ’ndrangheta e che gli uomini della ’ndrangheta venivano usati solo per comodità.” A seconda delle situazioni, però. Nel tentativo di sbloccare una trattativa di smaltimento rifiuti, condotta dalla famiglia Romeo, Fonti riferisce che qualcuno suggerì di “rivolgersi a De Mita”. Su questo non c’è mai stato un seguito giudiziario.

BASILICATA, TERRA DI NESSUNO
A Peppe Nirta viene chiesto di imboscare i rifiuti tossici nelle caverne dell’Aspromonte usate per i sequestri, altro luogo simbolo della ‘ndrangheta, al pari dell’”albero della scienza” di Polsi. Ma dice di no e propone la Basilicata, “in quanto terra di nessuno”, perché è “un po’ più vicina alla Campania, ma è anche al confine con la Calabria, con il cosentino. Peraltro, lì non c’era criminalità originaria, ma era tutta importata tra camorra e ’ndrangheta, che ha anche alcuni locali in Basilicata. È vicina anche la Puglia, però la Basilicata non aveva personaggi propri di peso nella criminalità.” Pertanto, vada per la Basilicata.
A questo punto, in virtù dei suoi racconti, a Francesco Fonti viene affidato il primo vero incarico. Nella fattispecie a Rotondella, dove sorge il Centro ricerche Enea della Trisaia. Il compito assegnato consisteva nel trasferire 600 bidoni da Rotondella al porto di Livorno, usando automezzi gestiti dalla delinquenza del luogo, tra Nova Siri e Policoro. In realtà solo 500 bidoni avrebbero lasciato la Basilicata. I restanti 100 sarebbero stati sepolti nella “terra di nessuno”, nelle vicinanze di Pisticci, a Coste della Cretagna, vicino il fiume Vella. Poi a Ferrandina, poi a Craco, poi vicino il Basento o il torrente Salandrella. Numerose ipotesi, nessun ritrovamento certo, tanti misteri.
Ma i 500 fusti che si muovono da sud verso nord non saranno gli ultimi. Perché cinque anni dopo, nel 1992, avviene un altro trasporto, quasi con le stesse modalità. I fusti, questa volta, sono 1000. E Fonti, interrogato sulla provenienza, dice che “i mille bidoni non sono stati caricati a Rotondella, ma a Latina. Il contatto è avvenuto a Rotondella, ma il carico è stato effettuato a Latina […] in una centrale non meglio identificata, perché non la conosco.” Il contatto sul posto, tra Rotondella e Latina, è sempre lo stesso. Ipoteticamente un ingegnere dell’Enea. I 1500 bidoni fatti sparire, con due trasporti distinti, avrebbero avuto come destinazione la Somalia: Mogadiscio e Bosaso.
I Servizi segreti sapevano del trasferimento di 1500 bidoni di scorie radioattive in Somalia?
Se lo chiede la Commissione d’inchiesta che ottiene risposta affermativa. “Sì. Nel secondo trasporto c’è stato anche l’intervento di Pino per la copertura a Livorno. […] Non ci sarebbero dovuti essere i controlli. Si doveva effettuare il carico senza che nessuno venisse a fare domande. In effetti, è stato così.” Per l’affare con l’Enea di Rotondella la famiglia Romeo avrebbe avuto l’appoggio di Francesco Corneli, vicino al Sisde, che avrebbe fornito le necessarie coperture presso il porto di Livorno e presso il porto di La Spezia.
Ma non solo. Alessandro Bratti, attuale presidente della Commissione bicamerale ecomafie, vuol capire il rapporto con l’Enea. “[…] all’ingresso chiedo dell’ingegnere (Tommaso Candelieri, ndr). Il guardiano si mette in contatto e, dopo pochi minuti, arriva […]. Ci fa entrare e, subito dopo, si presentano altre due persone con i camici bianchi. La sensazione che ho avuto, dalla facilità con cui si camminava all’aperto, è che si trattasse di un’operazione per l’azienda. […]”, risponde Francesco Fonti.

L’AFFONDAMENTO DELLE NAVI DEI VELENI
Quante navi sono state affondate? Cosa contenevano? Per conto di chi sono state affondate? Sono queste alcune delle domande che hanno ottenuto, negli ultimi trent’anni, solo risposte parziali.
I Mancuso, i Piromalli, i Pesce, gli Iamonte, che erano coinvolti nel traffico di rifiuti, affondavano le navi”, dice Fonti. “Funzionava in questo modo: arrivava l’indicazione dalla politica, o più che altro dai Servizi. Si sapeva che c’erano da far scomparire alcune navi, che si trovavano in un dato posto; ci chiedevano di sbrigarcela noi con l’equipaggio, facendolo andar via, in cambio di un compenso.
Francesco Fonti, tra ottobre e novembre del 1992, ha partecipato all’affondamento di alcune navi dei veleni – dietro indicazione politica e dei Servizi – insieme a Giuseppe Giorgi detto “u capra”. Le navi in questione sono tre: Cunski, Yvonne A, Voriais Sporadais. Secondo il suo memoriale la Cunski – che sarebbe stata affondata al largo di Cetraro, in Calabria – conteneva 120 bidoni di scorie radioattive. La Yvonne A – che sarebbe stata affondata al largo di Maratea, in Basilicata – conteneva 150 bidoni di fanghi. La Voriais Sporadais – che sarebbe stata affondata al largo di Melito di Porto Salvo, sempre in Calabria – conteneva 75 bidoni di diverse sostanze tossico-nocive.
Fonti e Giorgi spostavano navi come fossero materassini o piccoli gommoni: quando i due malavitosi arrivarono a Cetraro le tre navi erano tutte lì, al largo. Una l’affondarono subito. Le altre due le dirottarono, come se nulla fosse, verso Maratea e Melito di Porto Salvo.
Il compenso per affondarle? Centocinquanta milioni di vecchie lire per nave. Più altri quattrocento milioni. I soldi li avrebbero ricevuti da un emissario dell’armatore Ignazio Messina, che gli ha affidato la commissione di affondare le navi.

NESSUN RITROVAMENTO
Una delle più celebri “carrette del mare” è la Jolly Rosso, della compagnia di Ignazio Messina. La motonave è naufragata al largo di Capo Suvero, in Calabria, il 14 dicembre 1990. Per arenarsi, poi, sulle coste di Amantea, in provincia di Cosenza. Nella relazione sulla morte del capitano di fregata Natale De Grazia si apprende che, solo a partire dal 1994, “la vicenda della Rosso fu oggetto di ulteriore approfondimento nell’ambito dell’indagine condotta dal dottor Francesco Neri.
Il motivo dell’approfondimento è da ricollegarsi a una serie di circostanze sospette, prima fra tutte quella relativa al rinvenimento, presso l’abitazione di Giorgio Comerio, di documentazione attinente alla nave in questione. “Dall’indagine sommaria esperita dalla Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina emerge che il comandante di quella Capitaneria ha richiesto, a seguito dell’incaglio, degli accertamenti radiometrici […] in quanto in alcuni documenti reperiti a bordo della nave vi erano strani cenni a materiale radioattivo”. Lo stesso comandante della Capitaneria, Bellantone, riferisce di aver rinvenuto piani di “battaglia navale”. Gli stessi ritrovati nell’abitazione di Comerio. Ma i verbali di sequestro si perdono. Il comandante Bellantone, nel corso degli anni, modifica la propria versione dei fatti. E la società che si occupa materialmente di smantellare la Rosso (la ditta olandese Smit Tak, rappresentata in quell’occasione dal capitano Bert M. Kleiwegt, ndr) non effettua alcuna attività di recupero. Le indagini si arenano, insieme alla motonave. Restano i sospetti. Ma manca una smoking gun.
Nessuna nave carica di rifiuti tossici è stata trovata. Eppure c’è chi ci è andato vicino. Nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, tenutasi il 22 settembre 2009, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Paola, Bruno Giordano, ha raccontato la vicenda della Cunski, la nave affondata da Fonti e Giorgi al largo di Cetraro. “Il collega Francesco Greco […] aveva svolto alcune attività di indagine” partite da “una circostanza che a noi era stata riferita dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, e cioè se al largo di Cetraro ci fosse il relitto di una nave utilizzata come deposito di materiali nocivi.” Nel corso delle indagini, grazie ad alcune rilevazioni sonar “emergeva che proprio al largo della costa di Cetraro, […] esisteva un’impronta di 50 metri per 8, di forma semicircolare, su un fondale prevalentemente sabbioso.
Il procuratore Giordano decide di contattare il capitano della Capitaneria di Porto di Cetraro, Giuseppe Turiano, e la Marina e chiedere supporto perché le indagini si muovevano a “483 metri di profondità e la distanza accertata dalla costa, poi verificata dalla Nautilus, risultava essere di 11 mila e 800 metri. Eravamo quindi all’interno delle acque territoriali sia pure per solo 300-400 metri, salvo diversa misurazione.” Dalla Marina il procuratore Giordano ottiene risposta negativa: non ci sono grandi mezzi. È a questo punto che “fece la sua apparizione la società di Vibo Valentia, Nautilus […] Si sono recati sul posto e hanno effettuato una prima misurazione con il sonar dalla quale è venuta fuori un’impronta […] relativa ad un bastimento di 110-120 metri di lunghezza per 20 di larghezza con una fiancata di circa dieci metri. Dall’impronta era anche visibile la devastazione, lo squarcio di prua, che poi le fotografie avrebbero avallato.
In poche parole una nave c’è e da lì a poco anche le fotografie e dei filmati. “Le foto riproducono una nave che, secondo chi l’ha osservata, anche secondo il personale delle capitanerie, sulla base del tipo di assemblaggio delle lamiere dello scafo, non bullonate, ma saldate, sembrerebbe di costruzione relativamente recente, cioè degli anni 50-60. Le dimensioni sembrerebbero corrispondere a quelle della nave Cunski.” Cosa si vede dalle immagini? “Sono chiaramente visibili […] due bidoni, uno dei quali obliquo e seminterrato, entrambi compressi dalla colonna d’acqua soprastante, e sembrerebbe esserci un grosso rinforzo su uno dei bordi, quello superiore, che potrebbe essere il tipo di chiusura utilizzata abitualmente per il trasporto in questo tipo di contenitori di rifiuti speciali. La cosa più inquietante delle immagini che sono pervenute […] è che attraverso uno degli oblò […] sembrerebbero visibili come due forme fisionomiche umane, non vorrei dire due teschi, ma sembrano proprio due volti in aderenza all’oblò. È un dato macabro e inquietante che colpisce e fa inorridire chiunque si accosti alla visione di questo filmato. Non so se si tratti di teschi e se abbiano fatto come il capitano Flint di “L’isola del tesoro”, e cioè dopo avere sommerso il tesoro abbiano eliminato i testimoni. Non so, inoltre, se si tratti di componenti dell’equipaggio.” Il Procuratore Giordano aggiunge che il ROV con cui ha lavorato la Nautilus ha cercato di raccogliere qualche segmento di materiale dell’imbarcazione, per poi sottoporlo ad analisi. Tentativo vano.
A seguito di ulteriori indagini da parte della Mare Oceano, incaricata dal ministero dell’Ambiente, si arriva alla conclusione che il relitto ritrovato sui fondali di Cetraro è la nave Catania, costruita nel 1906 e affondata nel 1917, oppure il piroscafo Cagliari affondato nel 1943. Le indagini vengono archiviate. Senza aver tuttavia chiarito, con precisione e dovizia di particolari, di quale imbarcazione si parli e a quale epoca storica sia riconducibile. Senza aver svolto – come si rileva dall’audizione del procuratore Giordano – precisi rilievi sulla radioattività all’atto stesso del ritrovamento. Oggi non conosciamo la natura degli accertamenti espletati. Non sappiamo se siano poi stati prelevati “segmenti di imbarcazione”. Se siano state condotte indagini per appurare se il relitto ritrovato nelle profondità delle acque di Cetraro sia stato silurato o fatto esplodere. Eppure le dinamiche dovrebbero essere differenti. Così come la tipologia di quei resti. Ma la parola d’ordine resta la stessa: archiviazione.

IL FACCENDIERE COMERIO
Francesco Fonti quando parla della famiglia mafiosa Iamonte, radicata a Melito Porto Salvo, dichiara che la nave Rigel è stata affondata in collaborazione con l’imprenditore di Busto Arsizio, Giorgio Comerio, latitante in Tunisia per oltre dieci anni, oggi a Mazara del Vallo. Secondo il Sismi, Giorgio Comerio quasi fino alla fine degli anni Novanta avrebbe avuto un ruolo “organico” nei traffici internazionali di scorie nucleari e rifiuti tossici. Come lo smaltimento illecito di 200 mila cask di residui radioattivi nell’area di Taiwan, per un volume d’affari di 227 milioni di dollari. Tra i documenti desecretati che abbiamo potuto consultare viene resa nota una ricostruzione di tutte le “attività legali e presumibilmente illegali” di Giorgio Comerio: esportazione di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi nel Sahara Occidentale (Marocco e Mauritania) e Somalia; smaltimento di rifiuti tossici e nucleari nel sottosuolo marino, con il veicolo societario Odm, attivo nella ricerca di contratti e finanziamenti dei Governi nazionali (Sierra Leone, 1994; Somalia, 1994; Corea del Nord, 1998); gestione e smaltimento dei rifiuti tossici e radioattivi in Italia; smaltimento dei residui provenienti dalla prima Guerra del Golfo; incidente della Moby Prince del 1991, su cui di recente la Procura di Livorno ha aperto un’inchiesta su possibili collegamenti tra il disastro navale ed un traffico di scorie nucleari ed armi; stoccaggio e affondamento di scorie radioattive in Corea del Nord; affondamento fraudolento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi nel 1994, in tutto il Mediterraneo.

QUASI CENTO MERCANTILI AFFONDATI: IL PRIMO NEL 1979
Di navi sospette ed affondate nel mar Mediterraneo ce ne sono a decine. A dirlo proprio un documento desecretati a febbraio. Sono quasi cento i mercantili affondati nelle acque di giurisdizione tra il 1989 e il 1995 presumibilmente legati a presunti traffici di rifiuti tossici. L’incartamento, spedito dalla Procura di Reggio Calabria agli organi competenti del governo Dini fu messo sotto chiave. L’elenco è invece importante perché scorrendolo è possibile leggere i nomi di navi già “attenzionate” dalle indagini del comandante Natale De Grazia. Così come è importante un altro documento desecretato a maggio del 2014 che elenca 23 navi affondate tra il 1979 e il 1993 nel mar Jonio e nel mar Tirreno. Tra queste anche la “famosa” Rigel di bandiera maltese, inabissatasi il 21 settembre 1987 a venti miglia a sud-est da Capo Spartivento. Proveniente da Marina di Carrara e diretta a Limassol (Cipro) non è mai stata trovata. Perché mai cercata.

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Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa e Reporter per la Terra 2016. About me

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