ARTICOLO di Alessio Di Florio / Foto: Wikipedia Commons

Rifiuti in Calabria, l’ecosistema delle mafie

“Ecosistema”. Si chiama così l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che lo scorso 7 dicembre ha portato agli arresti di quattordici persone e al provvedimento di obbligo di dimora per altre quattro. Avviso di garanzia per il Consigliere regionale di centrodestra, Francesco Cannizzaro. Secondo gli inquirenti alle ultime elezioni avrebbe beneficiato dell’appoggio del clan Paviglianiti.

A renderlo noto è lo stesso consigliere regionale che, in una nota stampa, ha dichiarato di essere “a disposizione degli organi inquirenti per essere interrogato, ascoltato, sentito affinché si possa chiarire la vicenda in maniera tempestiva e senza che si lasci alcuna ombra su quello che è il mio percorso ed impegno politico sin dalla mia primissima esperienza”. Altri indagati sono il sindaco di Palizzi, Walter Scerbo (Partito Democratico), l’ex consigliere regionale dell’Udc, Pasquale Tripodi, e il primo cittadino di Motta San Giovanni, Paolo Laganà. Agli arresti domiciliari Giuseppe Benavoli, vicesindaco di Brancaleone, l’assessore del medesimo paese Alfredo Zappia, e Vincenzo Crupi, sindaco di Bova Marina – accusati a vario titolo di corruzione e turbata libertà degli incanti – Elio Familiari, Gabriele Vincenzo Familiari, Giuseppe Iaria, Giuseppe Saverio Zoccoli, il responsabile dell’Ufficio tecnico di Melito Porto Salvo, ingegnere Franco Maisano, e l’ingegnere Carmelo Barbaro, dirigente della Provincia di Reggio Calabria. Gli obblighi di dimora sono stati notificati a Giuseppe Linarello, Angelino Ferraro, Domenico Giuseppe Marino e Salvatore Trapani.

L’elemento centrale – secondo il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho – è Rosario Azzarà, titolare dell’Ased, nota azienda di raccolta e smaltimento rifiuti” che, secondo l’inchiesta, sarebbe vicino al clan Iamonte. Medesime accuse anche per un altro imprenditore dei rifiuti, Carmelo Ciccone, attivo nella piana di Gioia Tauro. “Anche negli affari, si dimostra l’unitarietà della ‘ndrangheta”, continua il procuratore. “Di fronte a tale spregiudicatezza, non possiamo escludere il rischio di un illecito smaltimento di rifiuti tossici e nocivi insieme a quelli urbani e pericolosi. Ma allo stato, su questo non abbiamo prove”. L’ordinanza dei giudici afferma che ci sarebbe stato un accordo, poi non concretizzato, tra Scelba e Azzarà. L’imprenditore, scrivono, avrebbe concesso a Scelba la possibilità di “poter indicare soggetti da assumere presso la Ased srl”. “A differenza di quanto verificatosi in altri Comuni – evidenzia l’ordinanza – alle promesse non sono seguiti i fatti e Scerbo non risulta aver affidato il servizio di raccolta rifiuti all’Ased avendo preferito, così come comprovato dagli accertamenti esperiti, che dette operazioni venissero svolte dal personale già in forza al Comune di Palizzi.

L’inchiesta “Ecosistema” – che coinvolge i vertici delle famiglie Iamonte e Paviglianiti nei territori del basso Jonio reggino – nasce a seguito delle operazioni antimafia “Ada” (inchiesta del febbraio 2013 che ha interessato un vasto traffico di armi e droga e il condizionamento del clan Iamonte nello svolgimento di appalti banditi da vari comuni) e “Ultima Spiaggia” (inchiesta del dicembre 2014 che ha interessato il reinvestimento di proventi del traffico di stupefacenti in attività commerciali, tra cui un bar e un stabilimento balneare). “Gli interessi della ‘ndrangheta nel settore dei rifiuti, e nelle ecomafie in generale, stanno tenendo sotto scacco la Calabria”, attacca la sezione regionale di Legambiente. “I calabresi stanno pagando a caro prezzo la cattiva gestione e gli interessi di quei politici, amministratori ed imprenditori che fanno della nostra terra una merce di scambio. Consegnare il business dei rifiuti nelle mani dei clan significa destinare il nostro territorio al collasso e condannare anche i cittadini al rischio di essere esposti a sostanze nocive”. Parole durissime che potrebbero essere adattate a diversi territori del Belpaese e a diversi livelli della politica, anche nazionale.

Nel numero di settembre del nostro mensile – a seguito delle condanne in primo grado nel processo “Resit” – abbiamo raccontato i meccanismi della camorra nella gestione di discariche e traffici in Campania, e non solo, emerse da quella e da altre inchieste. Sono la drammatica conferma che la gestione dei rifiuti rappresenta sempre più la testa d’ariete delle infiltrazioni mafiose nel tessuto politico e sociale, connettendosi con colletti bianchi dell’imprenditoria e della politica in sodalizi criminali che degradano la sfera pubblica, avvelenano e uccidono.

Il 16 novembre scorso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato Nicola Cosentino a 9 anni di reclusione. Cosentino, secondo le accuse degli ultimi anni a suo carico, sarebbe stato la figura politica di riferimento della camorra di Casal di Principe. Il perno del processo è stato la “reale titolarità” del Consorzio rifiuti Eco4: secondo Gaetano Vassallo, la cui dichiarazione ha dato avvio alle accuse, “era controllata dall’onorevole Nicola Cosentino”. Nunzio Perrella, intervistato da Nello Trocchia il 17 novembre 2016, nel corso della trasmissione Nemo (Rai 2), ha dichiarato che in Campania “la camorra è la manovalanza della politica” e che lui è stato attivo nel traffico dei rifiuti perché “la munnezz’ è oro”. Durante l’intervista Perrella ha affermato che il bresciano è “messo peggio” della Campania: in discariche “legali” della provincia lombarda (cita Montichiari, Ospitaletto, Castegnato e Rovato, aggiungendo “fino a Mantova siamo arrivati”) almeno dal 1989 al 1992 (ma ci sarebbero, secondo la sua testimonianza, anche situazioni precedenti) lui stesso ha smaltito scorie. “Rifiuti tossici, tutto il nord ne è pieno, pieno. Li ho seppelliti anche sotto le strade in provincia di Roma”, le sue testuali parole.

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