ARTICOLO di Maurizio Bolognetti / Foto: Wikipedia Commons

La fabbrica di percolato

In località Campolescia di Castrovillari c’è una discarica che testimonia il fallimento della gestione dei rifiuti in Calabria. L’ennesimo ‘monnezzificio’ che minaccia l’agricoltura di qualità.

Ferdinando Laghi, vice presidente nazionale dell’ISDE (Medici per l’Ambiente) è un fiume in piena e mentre ci dirigiamo alla volta della discarica comunale di Castrovillari, ubicata in località Campolescia, parla di rifiuti, della sua Calabria, della bella Piana di Cammarata, di un futuro altro e possibile da costruire. Laghi è un kalashnikov che spara parole che puntano decise l’obiettivo. Sono parole venate di tristezza e rabbia, pesanti come pietre. Condannano senza appello una gestione del ciclo dei rifiuti folle e dissennata che – in terra di Calabria e nell’intero Mezzogiorno – ha prodotto disastri, arricchito mafie, gestori di discariche e signori dell’incenerimento. Gente infame e senza scrupoli ha affondato nei nostri mari le cosiddette ‘navi a perdere’, mentre in superficie si creavano i presupposti per ‘terre dei fuochi’ note e ignote. Nel mare le ‘navi dei veleni’, sulla terraferma discariche paralegali e illegali. “Le discariche ci fanno mangiare e bere rifiuti” – dice il dottor Laghi – , ed è davvero difficile dargli torto.

Basta rifiuti. Subito il tombamento
Percorriamo quella che un tempo fu la via Popilia e l’indignazione di Ferdinando Laghi monta metro dopo metro. Il medico calabrese mi ripete che la discarica di Campolesce – chiusa nel 2002 dal Commissario per l’Emergenza Ambientale – non può accogliere nemmeno un altro grammo di rifiuti, va solo bonificata e tombata. Siamo in Calabria, ma potrebbe essere Sicilia, Basilicata, Puglia o Molise. Regioni che da lustri occupano gli ultimi posti nella graduatoria nazionale in materia di raccolta differenziata, con buona pace di direttive comunitarie e leggi dello Stato. Siamo nel cuore di quel Mezzogiorno che ha dato il suo bel contributo all’apertura dell’ennesima procedura di infrazione a carico del nostro Paese. Una procedura aperta nel 2011 dalla Commissione Europea per la reiterata e prolungata violazione della direttiva 1999/31/CE, che dispone rigorosi standards “per prevenire o ridurre le conseguenze negative, per la salute umana, riconducibili all’azione delle discariche”. La direttiva in oggetto è stata recepita dal nostro legislatore attraverso il decreto legislativo 36/2003.

Ci avviciniamo all’ennesimo monnezzificio incastonato nel cuore di una preziosa zona che produce agricoltura di qualità e guardo nuovamente l’ultimo rapporto Ispra sugli RSU (Rifiuti Solidi Urbani). Un bollettino di guerra: una guerra dichiarata al diritto, allo Stato di diritto, alla Costituzione, alla salute, all’ambiente. Un Rapporto che fa emergere con solare evidenza il tradimento del diritto comunitario e statale e in cui, opportunamente, si evidenzia che solo nel 2014 l’Italia ha raggiunto il 45% di raccolta differenziata, obiettivo che, in base a quanto prescritto dall’art. 205 del Codice dell’Ambiente, avremmo dovuto raggiungere già nel 2008. Del resto, ancora oggi, buona parte del Sud è lontanissima anche da quel 35% di raccolta differenziata che rappresentava il target da raggiungere nel 2006, nonché dagli obiettivi prescritti nel 1997 dal Decreto Ronchi per il 2003 e, addirittura, da quelli che lo stesso prevedeva per il 1999. Nella cornice di uno Stato incapace di rispettare la legalità, il nostro Sud con le sue monnezzopoli e i suoi fiumi di percolato arranca anche sul fronte della gestione degli RSU. Nel 2014 la Basilicata e la Puglia hanno fatto registrare rispettivamente un misero 27,6% e un 25,9% di differenziata, con Molise, Calabria e Sicilia che sono riuscite a fare ancora peggio, regalandoci percentuali che vanno dal 18,6% della Calabria al 12,5% della Sicilia, passando per il non lusinghiero 22,3% del Molise. Questo per non dire della gestione bancarottiera dei rifiuti nella città di Matera, assurta a Capitale europea della cultura per il 2019. Nelle regioni canaglia del nostro Mezzogiorno registriamo il totale tradimento dell’art.4 della direttiva 2008/98/CE e dell’art. 179 del Codice dell’Ambiente, cioè dell’ordine di priorità nella gestione degli RSU previsto dalla cosiddetta ‘gerarchia dei rifiuti’, in base alla quale la migliore opzione viaggia sul binario prevenzione-preparazione per il riutilizzo-riciclaggio. In Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia e Molise viene rispettato quell’art.13 della direttiva 2008/98/Ce, nel quale si afferma che la gestione dei rifiuti deve essere “effettuata senza danneggiare la salute umana e senza recare pregiudizio all’ambiente”? La risposta è no. Così come non c’è rispetto e applicazione dei principi di precauzione, sostenibilità e prevenzione di cui all’art. 178 del Codice dell’Ambiente.

La discarica colabrodo
Ascoltando Laghi e leggendo alcuni documenti, siamo finalmente arrivati in località Campolescia per osservare ‘dal vivo’ una discarica colabrodo, che assurge a simbolo della fallimentare gestione dei rifiuti in terra di Calabria. La discarica di Castrovillari, aperta negli anni ‘90 e velocemente saturata dai rifiuti indifferenziati provenienti da 25 comuni, come detto, fu chiusa nel 2002 per le sue condizioni igienico-strutturali. Sono davanti all’ennesima fabbrica di percolato ed è impossibile non notare il contrasto tra un manufatto, che di certo non darà lustro all’ingegno umano, e la bellezza della piana di Sibari, cuore pulsante di un fiorente distretto agro-alimentare che dà lavoro ad oltre 5000 persone. La discarica è una ‘bomba ecologica’ da bonificare e tombare. Croce ma non delizia di un nutrito gruppo di associazioni ambientaliste da tempo impegnate a parare i colpi di coloro che, invece, vorrebbero accrescerne le capacità di abbanco, violando le indicazioni contenute nel decreto con il quale la Regione Calabria, nell’agosto del 2013, ha dato il suo placet al progetto proposto dal Comune di Castrovillari e denominato “Messa a norma, adeguamento ed aumento delle capacità di abbanco della discarica dismessa di Castrovillari sita in c/da Dolcetti-Campolescia”. L’oggetto del contendere non dovrebbe nemmeno esistere, considerando che nel giudizio di compatibilità ambientale, espresso dal nucleo Via-Vas-Ipcc, è chiaramente prescritto che un ulteriore conferimento di rifiuti può essere effettuato “esclusivamente ai fini del raggiungimento del piano campagna attuale” e “senza alcuna sopraelevazione e realizzazione di opere murarie”. Il tutto – chiariscono gli uffici della Regione Calabria – al fine di garantire il “raccordo geomorfologico con le linee naturali dei terreni circostanti”. E invece la contesa c’è e va avanti da mesi, anche a colpi di esposti inviati alla Procura della Repubblica, nei quali gli ambientalisti segnalano “difformità tra il progetto definitivo autorizzato dalla Regione e il progetto esecutivo inserito nella gara pubblica di appalto” e la costruzione di un terrapieno eretto in discordanza rispetto a quanto indicato dalle prescrizioni.

Sembrerebbe essere un’opera realizzata per accrescere le capacità di abbanco della discarica. Le denunce degli ambientalisti trovano riscontro nel verbale redatto il 2 dicembre 2015 dal dottor Aldo Borzillo di Arpacal, nel quale si afferma “che gli argini non consentiranno il raccordo del profilo della discarica con il piano campagna”, e in un certosino lavoro di rilevazioni, effettuato anche tramite un drone, che dimostra inconfutabilmente come il rispetto delle prescrizioni renda impossibile ogni ulteriore conferimento di monnezza. Non so come andrà a finire questa storia, ma so che Ferdinando Laghi è galantuomo e persona onesta, e so anche che c’è chi venderebbe l’anima al diavolo pur di ricavare un tornaconto dalla gestione di tutto ciò che ruota attorno allo smaltimento dei rifiuti. E so, e ne sono certo, che se vogliamo fare in modo che nel nostro Paese e nel nostro Sud si arrivi a una gestione virtuosa degli RSU è necessario liberarsi dai due monopoli che hanno letteralmente sabotato negli anni la raccolta differenziata: quello ‘arcaico’ dei clan delle discariche – che da sempre inquinano terreni – e quello ‘tecnologico’ delle lobby degli inceneritori, che eliminano le discariche, ma inquinano l’aria con micidiali emissioni.


Tratto dal numero 1 anno 1 / marzo 2016 / Pagina 8


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