di Francesco Panié / twitter @francesco_panie (Foto: Wikipedia Commons)

La faccia sporca del TTIP

L’Unione europea sta negoziando con gli Stati Uniti un accordo sul commercio e gli investimenti dalla sigla ostica: TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Il rischio è che gli standard sociali ed ambientali diventino barriere non tariffarie di disintegrare

Quando la provincia canadese del Quebec, nel 2012, ha deciso di varare una moratoria sul fracking – in attesa di valutarne l’impatto ambientale – alla Lone Pine Resources non si sono persi d’animo. Hanno dato incarico al legale David Haigh, esperto in diritto commerciale, di fare causa al governo del Canada presso una corte di arbitrato. L’accusa era quella di aver espropriato la compagnia del permesso di trivellare nel fiume San Lorenzo. La richiesta di risarcimento per mancati profitti attesi ammonta a 250 milioni di dollari. Saranno tre arbitri privati, in un’udienza a porte chiuse e senza possibilità di appello, a stabilire se lo Stato ha violato i termini del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico siglato nel 1994. Questo genere di trattati fornisce alle imprese private di ciascun Paese contraente la possibilità di ricorrere ad un sistema giudiziario sovranazionale, nei casi in cui i loro investimenti all’estero non vadano a buon fine per qualsiasi ragione. Se un governo decide di inasprire le normative di tutela ambientale, la compagnia petrolifera straniera può citarlo in giudizio presso le corti arbitrali. Se un referendum costringesse l’esecutivo a ripubblicizzare i servizi idrici privatizzati nel passato, sarebbe passibile di denuncia. Lo stesso accadrebbe se decidesse di alzare il salario minimo dei lavoratori di un dato settore. Non si tratta di eventualità realistiche, ma di fatti reali. Lo testimoniano le cause che hanno visto finire alla sbarra Argentina ed Egitto.

Presto potrebbe toccare anche al nostro Paese
L’Unione europea, per conto dell’Italia e degli altri Stati membri, sta negoziando con gli Stati Uniti un accordo sul commercio e gli investimenti dalla sigla ostica: si chiama TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e punta a trasformare in maniera irreversibile il nostro sistema sociale. L’idea alla base del TTIP è creare un canale preferenziale per le imprese Ue e USA nei rispettivi continenti. In quest’ottica, gli standard sociali e ambientali diventano “barriere non tariffarie” da disintegrare. Stesso discorso per i regolamenti a tutela dei prodotti tipici e dei servizi pubblici. Tutto ciò che frena il libero scambio e la competizione deve sparire. Per eliminare il rischio che qualche Parlamento nazionale, ente locale, associazione o comitato metta i bastoni tra le ruote delle aziende, il TTIP prevede un meccanismo molto simile a quello che ha permesso alla Lone Pine di chiedere centinaia di milioni al Canada per aver sospeso il fracking. Grazie all’arbitrato internazionale, gli investitori riducono a zero il rischio di impresa: possono sempre ricorrere alla ristretta cerchia di “giudici” del settore, che convivono serenamente con il conflitto di interessi. Solo alle aziende estere spetta il privilegio di attivare questi opachi tribunali, nati in seno alla Banca Mondiale negli anni Sessanta. Le imprese locali non possono accedervi: devono rivolgersi alle corti nazionali. Lo Stato, invece, può varcarne la soglia unicamente nella veste di imputato. Le statistiche dicono che due volte su tre i governi perdono la causa e i contribuenti devono pagare centinaia di milioni, se non addirittura miliardi, in compensazioni.

L’ammontare delle cifre suggerisce che gli accordi di libero scambio sono un affare per poche grandi imprese multinazionali. Infatti, i colossi dell’agribusiness, della chimica, della finanza e dell’energia guardano con favore al TTIP, il progetto più ambizioso mai tentato. Per meritarsi un tale attributo, il trattato non può limitarsi a un abbattimento di dazi e tariffe, già oggi ai minimi tra i due blocchi. È necessario scardinare il sistema di normative e standard imperniati sul principio di precauzione, che – almeno in parte – informa oggi la politica europea. Il messaggio è chiaro: zero regole, sempre e dovunque.

La mancanza di studi su diritti civili, mercato del lavoro ed ambiente
Il nostro e molti altri governi sostengono che il TTIP è una imperdibile opportunità di crescita economica. Ma i dati a sostegno di questa tesi, quando esistono, sono deboli. Per la verità mancano anche studi di impatto sui diritti umani e civili, sul mercato del lavoro, sull’ambiente. Nessuno ha pensato di commissionarli prima di iniziare le trattative. Eppure in un Paese come il nostro, dove il tessuto economico è una fitta trama di micro, piccole e medie imprese, i rischi di un tracollo senza ritorno sono palpabili. Le indicazioni geografiche che proteggono i nostri prodotti di eccellenza verrebbero in massima parte esposte alla concorrenza di una enorme mole di prodotti a basso costo dal nome similare. Coltivatori e artigiani non potrebbero sostenere la competizione, le aziende dovrebbero delocalizzare o abbattere i costi della manodopera. Le amministrazioni verrebbero private della possibilità di sostenere economicamente i territori, pena cause miliardarie da parte degli investitori esteri. Nel tentativo di bloccare questo accordo, centinaia di organizzazioni italiane ed europee in difesa dell’ambiente e della società civile hanno costruito la campagna Stop TTIP. Il 7 maggio 2016 Roma ospiterà la prima manifestazione nazionale costruita da 300 realtà associative con lo scopo di sollevare una questione gravemente sottovalutata a livello politico e mediatico.

L’accordo potrebbe essere parzialmente concluso entro questa estate, aprendo una voragine democratica incolmabile nel nostro sistema sociale. L’onere di fermarlo prima che sia troppo tardi, ancora una volta è in capo a noi.


Tratto dal numero 2 anno 1 / aprile 2016 / Pagina 62



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