ARTICOLO di Alessio Di Florio / Foto: Wikipedia Commons

I fantasmi di Portopalo

Il 20 e il 21 febbraio RaiUno trasmetterà la fiction “I fantasmi di Portopalo”, tratta da una storia vera, che ha segnato il giornalismo d’inchiesta e il racconto dell’immigrazione nel nostro Paese. Una storia quasi sconosciuta, negata per molto tempo.

Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 1996 la Yohan naufragò, dopo aver navigato per quasi venti giorni tra Malta e la Sicilia. Quasi trecento persone, per la precisione 289, trovarono la morte in mare. La prima notizia della tragedia fu battuta il 4 gennaio 1997 dall’agenzia Reuters: alcune persone di origine asiatica, arrestate in Grecia, affermavano di essere superstiti di un naufragio. La notizia non ebbe alcuna risonanza e i morti di quella notte divennero, appunto, fantasmi. Dino Frisullo fu il primo ad occuparsene, a raccogliere informazioni e a cercare la verità su cosa accadde quella notte. “Buon Natale Clandestino” è il titolo di una dettagliata ricostruzione pubblicata, a settembre del 1998, sul numero di Narcomafie. “31 pakistani, 166 indiani, 92 cingalesi, tutti di etnia tamil, tranne 4” le nazionalità dei 289 morti annegati. “Se è vero che il battello era giunto all’appuntamento già con un carico di circa 50 persone da Malta, come risulta dall’inchiesta di Bonello su The Malta Indipendent del 9 marzo, il numero degli scomparsi si avvicina ai 400. Forse da questo dipendono alcune discrepanze: i tamil lamentano 140 dispersi, non 92”. Una strage rimossa dalla memoria collettiva perché, concludeva Dino, “conoscere le circostanze, i responsabili, ancora in piena attività, metterebbe in crisi non solo le politiche dell’immigrazione o dell’antimafia, ma l’idea che abbiamo di noi stessi e della nostra civiltà.

La Yohan (la nave principale della “spedizione”) – ricostruisce Dino Frisullo in “Buon Natale Clandestino” – rimase in navigazione tra Malta e la Sicilia per venti giorni, durante i quali ai “quasi 500 essere umani rinchiusi in una stiva, con una o due ore d’aria” venne dato “un quarto di litro d’acqua e un pezzo di pane, poi sostituito da un pugno di riso senza sale”. Altre navi, tra cui una identificata con il codice F-147 (che doveva prelevare i migranti presenti sulla Yohan e portarli nei pressi della costa) si coordinavano con la Yohan. La notte del naufragio, dopo un primo urto tra le due navi, “l’F-174 inizia a imbarcare acqua a prua. Ma si parte ugualmente: sono, secondo il capitano, a 30 km dalla Sicilia.” La falla diventa sempre più grande e il capitano chiama in soccorso la Yohan. Nel momento in cui si avvicinano avvenne il naufragio, la Yohan speronò l’F-174 “spaccandolo in tre pezzi, fra cui relativamente integra la poppa, sotto cui centinaia di uomini stanno chiusi nelle celle frigorifere”. Solo quattro ragazzi riusciranno a salire sulla Yohan e a salvare altre 25 persone (un altro naufrago superstite parlerà di 19 salvati ma, riporta Dino, il numero più attendibile sembra essere 25) lanciando salvagenti, giubbotti e pezzi di legno. “L’immagine più atroce” di quella notte, racconta sempre Dino Frisullo, “è quella di un ragazzo indiano che si trascina a bordo perdendo sangue persino dagli occhi e muore quasi subito, e il capitano fa ributtare in mare il cadavere minacciando con la pistola gli scampati che chiedono di seppellire almeno lui in terraferma.” Sullo stesso numero di Narcomafie Dino Frisullo denunciò la “holding degli schiavisti”, impegnata sulla tratta dei migranti nel Mediterraneo orientale, e ricostruì le dinamiche nordafricane e balcaniche. Il centro dei traffici – secondo l’inchiesta – era Istanbul, dove la mafia turca era “libera di operare quasi alla luce del sole” godendo “della copertura e della connivenza delle autorità.” Il 28 febbraio la Yohan venne bloccata a Reggio Calabria dopo lo sbarco di 155 migranti, cingalesi e pakistani. Sulla stampa italiana solo Il Manifesto e Liberazione riportarono la notizia. Alcuni pescatori cominciarono ad imbattersi nei resti del naufragio. A Portopalo qualcuno cominciò a parlare di cadaveri ritrovati e poi rigettati in mare. La paura rappresentò il blocco di ogni attività.

La svolta ci sarà solo nel 2011 quando Salvatore Lupo (il vero nome del protagonista della fiction televisiva), un pescatore di Portopalo, permise il ritrovamento del relitto. Durante una battuta di pesca, Lupo ritrova tra le reti il documento d’identità di uno dei naufraghi. Un ragazzo della stessa età della figlia. Decise pertanto di contribuire alla verità per quei morti, a non tacere quel che le reti da pesca trovavano. I fantasmi di Portopalo cominciano quindi a diventare meno fantasmi. Il 9 aprile 2008 il capitano della Yohan, El Hallal, e il 12 marzo 2009 l’organizzatore del “viaggio”, l’armatore Thourab, furono condannati a 30 anni di reclusione. Ma i Governi italiani in questi anni non si sono mai realmente interessati alla loro estradizione e le condanne sono rimaste finora solo sulla carta.

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