di Nico Catalano

Frutta nelle scuole: dov’è il made in Italy?

Si chiama “Frutta nelle scuole” e punta ad implementare il consumo giovanile di frutta e verdura introducendo i bambini delle scuole primarie ai concetti di territorio, sostenibilità, stagionalità e biologico. Promosso dai regolamenti comunitari n.1234 e n.288, in Italia registra la collaborazione dei ministeri dell’Istruzione, della Salute e delle Politiche agricole. Quest’ultimo attraverso il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia (Crea). E intanto le Regioni si lamentano dei ritardi.

“Frutta nelle scuole” è un programma che prevede una corretta e puntuale informazione rivolta a genitori e insegnanti, la creazione di orti scolastici – tramite laboratori di educazione alimentare tenuti dai ricercatori del Crea – e visite guidate a fattorie didattiche. Il tutto, incentivando il consumo di frutta genuina tra i bambini di età compresa tra i sei e gli undici anni. Per consentire loro di sviluppare la conoscenza di prodotti naturali diversi in varietà e tipologia, per potersi orientare fra le continue pressioni pubblicitarie e sviluppare, al contempo, una capacità di scelta consapevole. In teoria, per realizzare un rapporto più stretto tra produttore locale e consumatore privilegiando prodotti stagionali di qualità certificati – Dop, Igpbiologici – od ottenuti con metodi di produzione integrata e certificata che dovrebbero comprovare la loro origine comunitaria al 100 per cento. Così come del resto riportano le linee guida dello stesso progetto.

Ma la realtà è diversa. E spesso, in Italia, si riesce a rovinare anche una lodevole iniziativa come questa. Tra ritardi ministeriali e poca trasparenza nello svolgimento delle gare, la distribuzione di frutta e ortaggi freschi nelle scuole al posto di merendine e snack ipercalorici, ha solo valenza educativa sulla carta. E nulla più. Il progetto – che era già balzato agli onori della cronaca giudiziaria nel lontano 2012 per una serie di appalti truccati relativi a gare per fornitura della frutta e indette dal ministero delle Politiche agricole – quest’anno si è rivelato deficitario e fallimentare per la presenza, durante la distribuzione in quasi tutto il territorio nazionale, di criticità peraltro già evidenziate nelle due annate precedenti. La stagionalità è stata sostituita dalla presenza di frutta fuori stagione, spesso acerba, troppo matura, di provenienza estera. Addirittura ammuffita o fatta maturare in modo artificiale nelle celle frigorifere con la presenza evidente di conservanti. Uva spagnola a Cecina come due anni fa, agrumi immangiabili a Vicenza, albicocche ammuffite provenienti dalla Spagna in Emilia Romagna – di pessima qualità rispetto al prodotto locale – sino alle ciliegie verdi ammuffite distribuite in una scuola primaria di Casamassima, in provincia di Bari. Comune che fa parte di un territorio dove è presente oltre la metà della produzione cerasicola italiana. Tra la frutta distribuita, nessuna traccia di produzioni di qualità italiane e neanche di una certificazione etica o biologica. Che restano solo sulla carta del progetto o nelle belle parole degli slogan ministeriali.

Sarebbe opportuno che il Governo rivedesse il sistema delle gare di appalto per le forniture, che di regola dovrebbe svolgersi a livello regionale coinvolgendo i produttori locali. Evitando, in tal modo, enormi sprechi di denaro pubblico per un pessimo servizio. E concentrando l’attenzione, così come previsto dallo stesso programma europeo, sui prodotti locali di qualità che possano essere suscettibili di maggiori controlli. Dop e Igp, dunque, meglio ancora se biologici. Tutto questo, nel rispetto della nostra economia, delle nostre biodiversità e, soprattutto, della salute dei nostri bambini.

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