di Emma Barbaro e Pietro Dommarco (Foto: Wikipedia Commons)

Gela profonda. Storie di omissioni e veleni

Gela profonda è un’inchiesta sviluppata nel primo numero del periodico Terre di frontiera. Che, a distanza di sette mesi, vi riproponiamo in un’ampia sintesi.

La nascita del polo petrolchimico nella Piana di Gela, una delle aree più depresse del Paese, da speranza economica è divenuta illusione, tra impatti sanitari, ambientali ed inchieste giudiziarie. L’ultima, a marzo di quest’anno, ha visto 22 richieste di rinvio a giudizio per direttori e tecnici di Enimed e Raffineria di Gela. L’accusa è disastro colposo innominato.

Quando agli inizi degli anni Sessanta Enrico Mattei – vicepresidente di Agip prima, fondatore e presidente di Eni poi – pose le basi per la nascita del polo petrolchimico di Gela, fin da subito sembrò di essere di fronte a una rivoluzione economica e sociale, per una delle aree più depresse italiane. Fu così per lungo tempo. Ma l’eredità che l’industria di Stato ha lasciato ai gelesi ha un sapore amaro. Siamo in provincia di Caltanissetta, sulla costa meridionale della Sicilia, in località Piana del Signore. Anche se a volte si ha l’impressione che qui il Signore non sia mai passato. Su Gela – una città di poco più di 76 mila abitanti – capita di non vedere il sole, nonostante la posizione aperta sul Mediterraneo. Il polo petrolchimico, entrato in funzione nel 1962, e la Raffineria – dal 2003 passata di mano da Agip Petroli a Raffineria di Gela srl, poi divenuta spa – occupano un’area di 5 chilometri quadrati. Una vera e propria città nella città. Nel corso degli anni si è passati da una capacità di lavorazione di 3 milioni di tonnellate all’anno di greggio a 5 milioni. Fino alla quasi totale dismissione degli impianti e al progetto di riconversione in bio-raffineria. Il territorio di Gela – nel 1990 dichiarato ad elevato rischio di crisi ambientale – fa parte dei 57 Siti di Interesse Nazionale (SIN). La perimetrazione ufficiale è avvenuta con decreto del ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000.

La ricostruzione dei fatti, tra indagini e autorizzazioni
Tra il 2000 e il 2014 sono state 20 le Conferenze dei servizi indette dal ministero dell’Ambiente in merito ai progetti di messa in sicurezza di emergenza delle matrici ambientali contaminate (suoli, acque di falda, area marino-costiera) e bonifica. Il 13 novembre del 2000 vengono approvati i piani di caratterizzazione presentati dalle aziende il 30 marzo. Le società Agip Petroli spa, Agricoltura spa, Polimeri Europa spa, Enichem spa, Isaf spa, Eni-Divisione Agip dichiarano che non ritengono di dover partecipare allo stato delle procedure di bonifica avviate dal ministero. La Conferenza dei servizi ritiene che, comunque, resta fermo l’obbligo di provvedere agli interventi di messa in sicurezza per garantire la tutela della salute e dell’ambiente, su poco più di 10 mila ettari inquinati, tra terra e mare, da benzene, composti clorurati cancerogeni, ammoniaca, PCB e metalli pesanti. Che potrebbero aumentare se dovesse essere completato l’ampliamento dell’attuale perimetrazione del SIN. Infatti, tre Conferenze di servizi svoltesi tra il 2007 e il 2008 evidenziarono la necessità di includere nel programma di intervento urgente anche 80 postazioni di estrazione di greggio (appartenenti al campo petrolifero scoperto dall’Agip), i centri di raccolta oli di competenza Enimed, l’ex discarica Cipolla di contrada Marabusca e il Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Gela. Nel 2002 sulle attività della raffineria posa gli occhi la Procura della Repubblica di Gela. E nomina tre periti incaricandoli di accertare “quale sia la qualità delle acque sotterranee presenti nell’area dello stabilimento petrolchimico Agip petroli spa […] e nelle sue adiacenze. Nel caso che risultino contaminate, quale ne sia la causa e quali siano le misure di risanamento e di tutela adottate.” I periti evidenziano la presenza contaminante di oli minerali ed idrocarburi totali. In particolare, stimano che “la massa di olio presente nel sottosuolo in 54 mila metri cubi, e ipotizzando un contenuto di benzene nell’olio di 0,01 per cento […] nel sottosuolo si troverebbero attualmente almeno 5,4 metri cubi di benzene pari a 4.700 chilogrammi equivalenti a 4.741.000 grammi, teoricamente in grado di contaminare 4.741 miliardi di litri di acqua; questo volume d’acqua è maggiore di quello che mediamente il fiume Po scarica nell’Adriatico in un intero mese.” Ed aggiungono che la presenza di queste sostanze sia certamente da attribuire alle attività dell’insediamento petrolchimico, dove vengono preparati e stoccati i derivati dei prodotti petroliferi. Il problema sembra derivare da una quindicina di serbatoi di stoccaggio. Il 3 novembre 2003 il giudice per le indagini preliminari dispone il sequestro dei serbatoi. Il 17 novembre lo stesso gip nomina un Collegio peritale che deve identificare se i serbatoi perdono sostanze che vanno ad inquinare le matrici ambientali. La perdita viene certificata.

Nel 2005 si concludono le prime indagini
C’è un solo rinvio a giudizio. I reati contestati riguardano la violazione di norme ambientali in tema di inquinamento delle acque e dei suoli e possibile smaltimento di rifiuti non autorizzato. Nel 2009 la Procura di Gela nomina un altro perito con il compito di controllare lo stato dei servizi di manutenzione dei serbatoi, che devono essere dotati di doppio fondo. Nel 2010 il processo si conclude con l’assoluzione per prescrizione. Alla fine del 2012, anno in cui la raffineria ottiene la prima Autorizzazione Integrata Ambientale, la Procura entra in scena con nuove indagini. Lo stesso vale per le opere di bonifica finora condotte che – come dichiara Eni – sono parzialmente concluse, per un investimento complessivo di circa 38 milioni di euro sulle aree private di competenza. Sulle aree pubbliche, invece, è intervenuto lo Stato confermando i 20 milioni di euro già impegnati 21 anni fa, di cui solo 5 milioni già spesi. Mentre le attività della raffineria sono quasi ferme – con il petrolchimico di fatto chiuso e lavoratori in cassa integrazione – dovrebbero arrivare a breve le autorizzazioni per attuare la riconversione della raffineria in bio-raffineria, secondo il Protocollo d’intesa del 2014 firmato tra ministero dello Sviluppo economico, enti locali, società e sindacati. Per un rilancio da 2,2 miliardi di euro di investimenti.

Il giorno della verità: 10 marzo 2016
Dopo 11 anni di indagini la Procura della Repubblica ha chiuso gli atti sul petrolchimico. Le richieste di rinvio a giudizio sono 22, tra direttori e tecnici di Enimed e RaGe Raffineria di Gela. Rischiano dai 3 a i 12 anni di reclusione. Una maxi inchiesta che ha riguardato tutti gli impianti, comprese le attività estrattive con una produzione di dati enorme: contaminazioni del suolo, dell’aria e delle falde acquifere. L’accusa è di “disastro colposo innominato”, inserito in un contesto d’indagine molto ampio tra omesse bonifiche, violazione dei codici ambientali, gravi ricadute dell’inquinamento sulle comunità e sulla catena alimentare. L’Eni ha risposto confermando di aver sempre rispettato norme e prescrizioni imposte dagli organi competenti, sottolineando come i risultati delle indagini sulle matrici ambientali “confermano l’assenza di un inquinamento diffuso nell’area e soprattutto di rischi per la popolazione della città di Gela”. Per capire, in parte, l’origine della contaminazione, è sufficiente rileggere alcune dichiarazioni del procuratore di Gela, Lucia Lotti, trasferita a Roma dal Consiglio superiore della Magistratura, al termine delle indagini. Le ha rilasciate alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, in un’audizione avvenuta in Sicilia nell’aprile del 2015. Il procuratore Lotti racconta che “fin dal 2002 fu aperto questo procedimento perché si scoprì che il parco generale serbatoi, dove c’erano tutti questi contenitori in cui affluivano il greggio e le benzine, perdevano, inquinando la falda. […] Si riuscì a far sì che i serbatoi fossero muniti di doppio fondo.” Intervento che consentì il dissequestro. “Il problema è che nel frattempo abbiamo scoperto che altri serbatoi avevano dei problemi. Che cosa abbiamo fatto? Ci siamo chiesti questa falda in che stato fosse, che conseguenze ulteriori avesse prodotto questa situazione di inquinamento storico, se questo inquinamento fosse ancora perdurante e in che stato fossero i serbatoi. […] Che cosa abbiamo rilevato attraverso la stessa analisi dei dati della raffineria? Nonostante queste attività di emungimento, il livello del surnatante (benzine, greggio e materiale riconducibile al prodotto che viene trattato, ndr) rimaneva sempre uguale. Si toglie quello che sta sopra e poi, nel corso del tempo si vede che il livello rimane lo stesso. […] L’ipotesi è che ci sia un problema di inquinamento di fondo, perché i depositi storici degli inquinanti vanno verso il basso, si sedimentano e continuano ad alimentare nel corso del tempo prodotti inquinanti. A meno che non si faccia un’opera di pulizia particolarmente significativa, questi residui generano inquinamento. Non solo, abbiamo anche ipotizzato che ci fossero ulteriori perdite dai serbatoi o che ci fossero ulteriori e attuali perdite dalle tubazioni che portano i prodotti petroliferi all’interno dello stabilimento. […] Quando noi siamo andati a vedere quali serbatoi ulteriori ci fossero rispetto a quelli sequestrati, che avevano visto l’installazione del doppio fondo, quando siamo andati a monitorare gli ulteriori serbatoi, abbiamo preso il cronoprogramma degli interventi che erano stati messi in preventivo e comunicati al ministero. […] Il gestore comunicava al ministero che effettivamente lì c’era un problema. Al ministero si erano accorti che c’era un problema. Benissimo, il gestore comunicava che avrebbe fatto un Piano di interventi e fornito un cronoprogramma. […] Noi abbiamo trovato numerose versioni del cronoprogramma. Il problema è che tutte le volte che si andava a vedere il cronoprogramma successivo, che già avrebbe dovuto dare atto della fine dei lavori che erano stati originariamente programmati, andava ancora più avanti. C’era un cronoprogramma infinito.
In poche parole si parla di inquinamento quasi irreversibile e dilatamento dei tempi di intervento. Con la complicità degli enti di controllo. Le operazioni di bonifica della falda sono state approvate nel 2004, ma a distanza di dodici anni non si vede ancora la luce. Per sbrogliare una matassa complicata sono intervenuti i magistrati, al fine di indirizzare l’attività industriale nella direzione dell’osservanza delle leggi e delle prescrizioni tecniche relative all’ottenimento delle varie autorizzazioni, in ultima l’Autorizzazione Integrata Ambientale. In sostanza, sembrerebbe che la Procura di Gela abbia assolto compiti non propriamente suoi, sostituendosi agli enti preposti ai controlli.

L’ombra delle malformazioni
Cosa si prova ad essere bambini e a non poter correre? Cosa si prova a svegliarsi ogni mattina col fiato più corto, come se i respiri affannosi cercassero invano di riconquistare l’aria scappata via dai polmoni? Cosa si prova ad essere un caso medico raro? Magari una delle cinque o sei possibilità ogni 10 mila nati. Magari anche meno. Sono vite rubate. Bambini, adolescenti, lavoratori. Tutti a Gela hanno versato un pesante tributo sull’altare del progresso. Tutti hanno sacrificato qualcosa. Tutti hanno sofferto. C’è un angolo del cimitero di Gela nascosto allo sguardo dei curiosi. Non ha un nome. Lì riposano i mai nati, i nati morti, quelli che hanno resistito qualche anno. Sono circondati dai giochi a loro cari. Un parco giochi per bambini tranquilli. Presente solo alla memoria dei genitori, non in quella collettiva. Quando si fa riferimento alle malformazioni congenite e non ereditarie riscontrate a Gela, quando si parla dei lavoratori dell’indotto petrolchimico, delle morti “bianche” tra i reparti del cloro-soda – attivi dal 1971 al 1994 – il pensiero corre alle inchieste della magistratura e ai capi d’accusa per l’imputata eccellente: Eni. Pochi ricordano che al di là della raffineria, tra la spiaggia e la vasta Piana, vive una comunità. Fatta di neo-genitori che festeggiano la prima ecografia, quando hanno la certezza che il loro bambino non presenta segni di malformazioni. Di mogli che piangono mariti che non torneranno. Di figli disillusi, che da piccoli avevano coltivato il sogno di lavorare nel petrolchimico perché quello sì, era un posto di lavoro sicuro, una scappatoia dalla fame. Di bambini che sono cresciuti confrontandosi ogni giorno con la propria diversità. Senza poter correre dietro a un pallone. Uno di loro è un ragazzo nato con una malformazione al cuore. Che a soli 2 mesi di vita viene trasferito nel reparto di cardiologia pediatrica dell’Ospedale “Bambino Gesù” di Roma. Una fragile vita scandita al ritmo di interventi, ricoveri, controlli. Nessuno in famiglia presenta patologie cardiache. La madre non ha bevuto, fumato o assunto farmaci durante la gravidanza. Nemmeno l’acido folico. Si è limitata ad acquistare prodotti alimentari al mercato di Gela, dalla carne e il pesce alla frutta e verdura. E a bere e utilizzare l’acqua del rubinetto di casa. Come sempre. Il padre, da operaio petrolchimico col ruolo di manutentore meccanico, dichiara di essere stato esposto all’amianto. Il loro primogenito nasce con una malformazione congenita al cuore piuttosto rara. Oggi chiedono giustizia. Ma a chi? La verità è che il polo petrolchimico di Gela, nel corso degli anni, è stato composto da un variegato assetto multisocietario che, per larghe linee, ha fatto capo a Eni. Un indotto di ditte specializzate per l’impianto di raffinazione, le strutture chimico-industriali, la centrale termoelettrica. All’interno di esso lavoratori che spesso hanno prestato servizio per 5, 6, 10 società nel corso della propria carriera. Come si può accertare la verità dei fatti? Chi può affermare che quella piana non fosse già contaminata? E se più di cento lavoratori si ammalano, se molti di loro non arrivano all’età della pensione, se le matrici ambientali risultano inquinate al punto da riverberarne gli effetti persino sulla popolazione locale, come si fa a ripartire le responsabilità tra tutte le aziende che a vario titolo hanno contribuito ad accrescere le potenzialità di quel polo petrolchimico?
Ci ha provato la Procura di Gela. Ha ricostruito gli organigrammi di aziende scomparse da più di vent’anni, tentando di restituire verità agli oltre cento lavoratori che si sono ammalati respirando vapori di mercurio e acidi o a contatto con fibre d’amianto. Nel 2011 il cloro-soda dicloroetano viene riconosciuto come concausa della morte di un lavoratore. La Procura avvia un’indagine per ipotesi di omicidio colposo a carico di 17 ex dirigenti Eni e del comparto del cloro-soda. Alcuni di questi procedimenti sono tuttora in fase dibattimentale. Lo stesso vale per l’amianto. I rinviati a giudizio sono 38, tra dirigenti Eni e imprenditori dell’indotto. Poi c’è l’altro filone, quello degli effetti sulla popolazione. Delle malformazioni neonatali. I genitori dei bambini e adolescenti affetti da queste particolari patologie, avviano un procedimento civile facendo richiesta per un accertamento tecnico preventivo. Il tribunale civile dovrebbe accertare, ai fini di un’eventuale conciliazione, la possibile riconducibilità di queste malattie congenite all’inquinamento delle matrici ambientali. La Procura interviene ancora. Sulla base del disposto dell’articolo 70 del codice di procedura civile il pubblico ministero può intervenire nel processo civile qualora ravvisi un interesse di natura pubblica. E il fatto che le matrici ambientali inquinate abbiano potuto attivare una serie di mutageni e teratogeni tali da compromettere lo sviluppo dei feti in fase prenatale, è di interesse pubblico eccome. L’ex presidente del tribunale di Gela, Alberto Leone, nomina un apposito collegio di CTU composto da sei membri. I periti sono chiamati a rispondere a un quesito fondamentale: c’è un nesso di causalità che leghi indissolubilmente le patologie croniche e non ereditarie riscontrate a Gela con le attività svolte, nel corso degli anni, dalla RaGe, Syndial spa (ex Agricoltura spa, ex Enichem) ed Eni spa? Ma la storia del procedimento sulle malformazioni non è unidirezionale. È come un solido fusto su cui hanno iniziato a innestarsi, volta per volta, una serie di lunghe ramificazioni fatte di esami, inchieste, sopralluoghi, perizie e contro perizie. Vengono analizzati gli impianti primari della raffineria come quelli di Coking (1 e 2) e Fluid Catalytic Craking (FCC). I periti raccolgono materiale anche sull’impianto di cloro-soda, sulla centrale termoelettrica, sugli impianti di trattamento delle acque di scarico (TAS) e sul biologico industriale, adibiti alla depurazione delle acque industriali. Il 5 febbraio 2015 uno dei membri del collegio peritale, il professor Francesco Patania, si dimette. Al suo posto entrano in scena due esperti dalle competenze tecnico- scientifiche inoppugnabili: i professori Benedetto De Vivo e Alessandro Bacaloni. Il 10 luglio 2015 la perizia formulata dal Collegio “dei sette” (prof. P. Mastroiacovo, prof. T. Mattina, prof. A. Bacaloni, prof. B. De Vivo, dott. E. Morselli, dr. F. Nardo, ing. A. Cosenza) entra materialmente a far parte degli atti del procedimento. Trentuno le relazioni depositate, dodici i casi di malformazioni riguardanti i bambini, più di 12 mila le pagine su cui verteranno le prossime udienze del processo guidato dal giudice Valentina Balbo. Tale è la portata della relazione di consulenza tecnica depositata che oggi costituisce un asse portante del ricorso cautelativo d’urgenza presentato da oltre 500 cittadini gelesi per danno da inquinamento ambientale. Chiedono il sequestro degli impianti del petrolchimico, un indennizzo per danni morali ed esistenziali, la sospensione di nuove trivellazioni e, soprattutto, le bonifiche. Le grandi assenti di questa storia.
Quel nesso di causalità esiste davvero? Eni sostiene che “tutti gli studi finora eseguiti su tale argomento non hanno fornito evidenze scientifiche apprezzabili […]. Di converso, fin dalla seconda metà degli anni Novanta sono emersi indirizzi concordanti circa il possibile impatto dell’utilizzo di pesticidi nell’agricoltura locale.” C’è chi invece sostiene che le cose non stiano esattamente così. Chi punta su un nesso di causa effetto che, per la dinamica degli eventi, non può essere esclusivo ma solo multifattoriale. Il professor Benedetto De Vivo – ordinario di Geochimica ambientale presso l’Università Federico II di Napoli – da membro del Collegio peritale che fa capo anche all’altro procedimento, quello squisitamente penale sull’inquinamento delle matrici ambientali, sostiene in sostanza che è sbagliato pensare alla RaGe come unica fonte di inquinamento ambientale. “La misurazione di alcuni metalli e metalloidi nei suoli risultava alta già a monte della raffineria: dunque non si può affermare che fosse quella l’unica sorgente di inquinanti. Bisogna considerare che la piana di Gela è un’area circondata da pozzi petroliferi estrattivi. L’alterazione di quelle misurazioni rispetto ai limiti di legge non è imputabile solo alla raffineria, ma anche alla complessità delle attività estrattive che contornano l’area. Se quelle stesse concentrazioni di arsenico – metalloide di sicura provenienza industriale – le trovo invece nell’aria, è chiaro che il soggetto potenzialmente colpevole diventa la RaGe e le sue emissioni”.
De Vivo ritiene che, per la maggior parte, il grosso rischio di contaminazione piova dall’alto ad innaffiare ciò che i gelesi coltivano, mangiano e respirano. A irrorare ciò che vivono, quel che sperano. Tra le strette maglie giudiziarie di una storia che sembra, in buona parte, già scritta. Le ultime notizie che arrivano dalla Piana non sono rassicuranti. Tra lo sconforto delle comunità è in atto lo smantellamento della Procura che si è occupata del caso. Dopo i procuratori D’Antona, Calanducci, Benetti e Lotti, ha lasciato la Sicilia anche il sostituto procuratore Seccacini. Ora i gelesi sono soli.


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