di Pietro Dommarco / twitter @pietrodommarco (Foto: Wikipedia Commons)

Gli sgranati

L’approfondimento del sesto numero di Terre di frontiera è dedicato al grano. Alla guerra del grano, che negli ultimi mesi sta segnando una nuova stagione di speculazioni e proteste.
Siamo partiti da un assunto: la drastica riduzione dei prezzi all’ingrosso del duro (18 centesimi al chilo) e del tenero (16 centesimi al chilo), ovvero le materie prime necessarie alla produzione di pasta e pane: tra i simboli del nostro Paese. Dal grano al pane il ricarico è del 1.450 percento. Sulla pasta, invece, del 400 percento. Valori in aumento, come le importazioni dal Canada e dai paesi dell’Est. Questo giustifica la continua ricerca del profitto industriale.
Tra i prezzi e i flussi di grano dall’estero ci si dimentica della qualità. Cosa arriva sulle nostre tavole?
Con la poca trasparenza e la mancata tracciabilità – anche e soprattutto su prodotti etichettati come made in Italy (che poi made in Italy non sono) – è difficile dirlo.
Ma, in questo gioco al massacro chi ci sta perdendo? Da una parte i piccoli produttori locali che – arrancando (e non poco) nello sviluppo della filiera corta – sono incapaci di fare cartello e fronteggiare il monopolio messo in atto dalle multinazionali del settore e di quelle della chimica. Dall’altra i consumatori che, in sostanza, non hanno le idee molto chiare su cosa mangiano. A queste e ad altre domande abbiamo cercato di dare una risposta. Comprese quelle che interessano chi lavora con il grano. In bilico, secondo le principali confederazioni ed associazioni agricole, ci sarebbe “il destino di oltre trecentomila aziende agricole, di 700 milioni di utili e di un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione”. Soprattutto nel Sud Italia, in cui la cerealicoltura – ai tempi del granaio d’Italia – ha ricoperto un ruolo preminente per l’economia italiana.
Oggi, al contrario, le terre del meridione sono destinate ad altre forme speculative. Principalmente nel settore energetico e dei rifiuti. Ritornano ad essere terre di servitù sporca, e non pulita. Le peculiarità del territorio e l’agricoltura pagano il dazio dei movimenti finanziari, dei contratti derivati, dell’immobilismo del ministero delle Politiche Agricole (che dovrebbe pensare ad un rilancio della Programmazione e della politica per l’agricoltura), delle quotazioni non corrispondenti ai valori reali del mercato ed, infine, del braccio di ferro tra produttori e trasformatori dell’agro-alimentare, in un mercato che si dichiara libero.
È, invece, fortemente condizionato dai capitali finanziari e delle grandi lobbies, a scapito degli interessi dei cittadini.


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