Petrolchimico di Brindisi
Foto: Petrolchimico di Brindisi // Movimento No Carbone Brindisi

Brindisi, l’ultima indagine epidemiologica parla al presente

in Orientamenti/Racconti fossili di

Nei primi giorni di luglio, a Bari, è stata presentata un’indagine epidemiologica, effettuata su sette Comuni della provincia di Brindisi, attesa da anni. Lo studio ha confermato eccessi di decessi e morti attribuibili alle emissioni di centrali e petrolchimico di Brindisi. Mentre la comunicazione istituzionale tenta di relegare al passato gli effetti dannosi senza trarre, fino a questo momento, indirizzi operativi per il presente, emergono invece alcune urgenze operative.

Sebbene negli ultimi venti anni alcuni studi epidemiologici descrittivi avevano evidenziato un eccesso di mortalità dei residenti per alcune forme tumorali e per malattie cardiovascolari e respiratorie, nonché suggerito un’associazione tra esposizione materna in gravidanza ad anidride solforosa e malformazioni congenite, lo studio attuale – che viene chiamato Studio Forastiere, dal nome del direttore del gruppo di ricerca – appare di certo in grado, per metodologia ed ampiezza, di stabilire con più precisione la relazione tra le emissioni di centrali e petrolchimico ed eventi sanitari: mortalità, ricoveri, malformazioni.
Uno studio con persuasività scientifica superiore ai precedenti, svolto sotto il controllo e la gestione di dati e risultati da persone delle istituzioni pubbliche, in linea con le attese dei cultori della scienza “che necessita di certificazione”, purtroppo scettici di fronte alla libera scienza che eleva allo stesso piano serietà, libero confronto e trasparenza.

UNO STUDIO CHE PARLA AL PRESENTE, CONTRARIAMENTE A QUELLO CHE HANNO VOLUTO FAR INTENDERE LE ISTITUZIONI
Le dichiarazioni rilasciate da diversi rappresentanti istituzionali dopo la conferenza dei sindaci tenutasi sull’argomento a Brindisi, il 19 luglio scorso, esprimevano conferme sui danni provocati nel passato, ma una vigorosa rassicurazione sull’inoffensività della situazione emissiva attuale. Quanto alle misure di sanità pubblica si è parlato di attività di prevenzione. Probabilmente, le stesse dirigenze delle agenzie sanitarie ed ambientali hanno necessità – come tutte le organizzazioni sociali e politiche interessate – di metabolizzare, anche attraverso il dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi, uno studio così corposo e complesso. Ma intanto ci sembra di cogliere nella comunicazione istituzionale ascoltata, sia a Bari che a Brindisi, un’inclinazione a considerare lo Studio Forastiere come il racconto di un fatto storicizzato del passato e non, invece, come l’analisi di un grave accadimento che mette in discussione alcuni discutibili approcci di quel passato anche a causa dei suoi perduranti effetti dannosi sul presente. Una lettura dello studio questa che, se dovesse essere confermata dai fatti, risulterebbe oggettivamente fuorviante e soggettivamente indotta da improprie tendenze difensive di ufficio.
Osservando le emissioni dal 1991 al 2014 si rileva, dall’inizio degli anni Duemila, una loro progressiva riduzione dovuta alla chiusura di impianti chimici e della centrale Brindisi Nord e alla riconversione a ciclo combinato di quella dell’Eni. Così come le più recenti riduzioni sono dovute alla crisi economica e ad un diverso modo di produrre energia. Ma nel 2004 le quantità di PM10 emesse dalle centrali sono di poco inferiori a quelle degli anni Novanta, i cui effetti a lungo temine sono ancora in corso. Ciò significa che, molto probabilmente, stiamo diagnosticando più malattie croniche cardiovascolari e respiratorie e tumori rispetto ad aree non così pesantemente industrializzate e che dobbiamo farvi fronte con le cure necessarie, per non sommare ingiustizia (fosse anche solo quella del passato) ad ingiustizia (di una inadeguata risposta terapeutica).
Mentre molto si dovrebbe fare per la diagnosi precoce attraverso lo screening dei soggetti più a rischio di tumore al polmone, malattie cardiovascolari, respiratorie e quelle rinvenute in eccesso.
Anche lo Studio Forastiere sostiene che per ”l’associazione tra emissioni da centrali termoelettriche e ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari e respiratorie […] al diminuire delle esposizioni ambientali […] si è osservata una diminuzione della forza dell’associazione, pur rimanendo presente una relazione statisticamente significativa per il periodo più recente tra le emissioni da centrali elettriche e le malattie cardiovascolari e respiratorie.”
A ben vedere i numeri il periodo più recente in cui si registra la diminuzione dell’eccesso è quello dal 2005 al 2013, e per le malattie dell’apparato respiratorio. Il rischio relativo aumenta, sia pure di poco, nel 2010-2013 rispetto al quinquennio precedente. I ricercatori forniscono una possibile spiegazione della permanenza dell’effetto, negli anni più recenti, rinviando le responsabilità al passato. ”Data la riduzione dei livelli di esposizione ambientale dell’ultimo periodo è presumibile che la persone che vivono nelle stesse aree, che hanno avuto esposizione più alta nel passato, continuino a manifestare effetti sanitari in rapporto ad esposizioni pregresse.”
Una spiegazione che ci pare debole e che potrebbe, invece, valere anche per gli aumenti di rischio registrati nel 2005-2009 i quali, però, risultano sostanzialmente uguali per intensità a quelli dell’ultimo periodo (2010-2013), pur avendo alle spalle esposizioni molto più intense.
La questione è forse più complessa e vale la pena notare che, in questi casi, alcune sottovalutazioni possono fare male alla salute pubblica. Emerge chiara la necessità, non solo di curare al meglio l’eccesso di malattie cardiovascolari, ma di prevenirle, con ”l’adozione delle migliori tecniche disponibili per il contenimento delle emissioni industriali”. Una misura suggerita anche dallo stesso Studio Forastiere, ma che risulterebbe già disattesa nella recente revisione dell’Autorizzazione integrata ambientale di Cerano, dove si sarebbero potute – e si dovrebbe ancora – abbassare le emissioni alle Bat: concentrazione nei fumi media giornaliera di 20, 90 e 5 mg/Nm3 rispettivamente per SO2, NOx e polveri. Così come adottare interventi di educazione sanitaria sulla popolazione per la salute cardio-respiratoria.

ALCUNE CARENZA INFORMATIVE DA COLMARE
Risulta molto singolare l’assenza nel rapporto delle gravidanze con esito abortivo, mentre si confermano gli eccessi già registrati in passato di malformazioni neonatali. Un’assenza che lascia perplessi sia perché lo studio combinato delle due espressioni della salute riproduttiva è una consuetudine negli studi scientifici più rilevanti, sia perché gli stessi ricercatori le avevano riportate nello studio gemello concluso qualche mese fa su Taranto. Una lacuna che speriamo sia presto colmata, ma che pone il problema della salute materno-infantile che qui deve fare i conti con un forte indebolimento della rete consultoriale. Così come ci saremmo aspettati che, oltre al rischio di morte o di ricovero, si riportasse il numero di morti e di malattie in più all’anno attribuibili alle emissioni delle centrali termoelettriche e del petrolchimico. In particolare si dovrebbe chiedere agli autori dello studio il calcolo dei morti/malati/anni-di-buona-salute-persi provocati dal 1999 a oggi, quelli evitati con la diminuzione delle emissioni, quelli evitabili in futuro con provvedimenti ulteriori.

PIÙ POVERI, PIÙ MALATI
Lo Studio Forastiere fa emergere, inoltre, con molta chiarezza, la forza della posizione socio-economica quale determinante di salute. Un aspetto sul quale la comunicazione istituzionale ha sorvolato, come se il compito principale della politica non sia quello di ridurre le disuguaglianze. Rischi elevati di morte per varie cause sono più frequenti nelle persone con posizione socio-economica medio-bassa e bassa, mentre la mortalità generale – e per alcune cause – risulta significativamente in eccesso nei quartieri più popolari. Un dato che la ricerca “libera” aveva evidenziato già qualche anno fa, elaborando dati dell’anagrafe comunale, ma che aveva ricevuto la medesima disattenzione politica riservata alla ben più quotata evidenza odierna. La riduzione delle risorse per lo stato sociale, se non invertita, non potrà che peggiorare questa situazione.

IL PASSATO NON SI PUÒ LIQUIDARE CON UN COLPO DI SPUGNA
Certamente si parla anche del passato, nel quale le emissioni industriali studiate hanno esposto molta più gente ad un rischio di malattia e di morte. E chissà cosa è successo prima del 1991, anno di cui sono disponibili solo i dati analizzati. Ma questa evidenza non è priva di conseguenze sul presente. Un’evidenza che mette in risalto quelle che ci sembrano disattenzioni e lacune nelle attività di vigilanza e controllo verso pratiche inquinanti e che conferma i danni all’ambiente e alla salute (tumori, malattie, ricoveri, malformazioni) di lavoratori e cittadini i quali, costantemente denunciati negli anni, non sempre hanno trovato un’adeguata risposta sanzionatoria e risarcitoria. Un esito di indagine che inoltre spiega la sofferenza che si è prodotta ed ancora si produce nelle famiglie e nella società a seguito di quelle malattie e delle morti premature. Si tratta di ferite ancora aperte che non sono un problema del passato ma una questione attuale. Le mappe di distribuzione della povertà, poi, mostrano come proprio le aree ed i Comuni più vicini all’area industriale siano le più povere e a rischio criminalità. E questo la dice lunga sugli effetti diseguali di quello sviluppo economico.
La riduzione delle emissioni, nell’ultimo decennio, non è un merito della politica, ma la conseguenza delle chiusure stabilite dalle convenienze delle grandi imprese, e di qualche intervento della magistratura. Mentre i danni prodotti all’ambiente restano ancora in attesa di essere bonificati. Non ci conforta troppo “stare meglio di Taranto”. Né ci conforta avere il 38 per cento di popolazione nella posizione sociale medio-bassa e bassa, contro il 53 per cento di Taranto.
I danni, come i benefici, non sono stati uguali per tutti.

GLI STUDI SONO NECESSARI, MA SONO DEVONO DIVENTARE UN ALIBI PER RITARDARE LE DECISIONI
Lo Studio Forastiere presenta un pregio particolare rispetto alle ricerche fin qui condotte. L’iniziale fatica di costituire la coorte di oltre 200 mila cittadini, consente di aggiornarla nei prossimi anni per osservare la scomparsa, si spera, degli effetti rilevati. Si auspica, perciò, che si prolunghi l’osservazione per almeno altri 15 anni in modo da avere dati su un periodo sufficientemente lungo come avvenne a Seveso dal 1976 in poi.
Quelle riportate sono solo alcune delle possibili indicazioni operative che emergono dallo Studio Forastiere. Il dibattito dei prossimi mesi sicuramente ne farà emergere di ulteriori. Di certo non si può accettare un’interpretazione che releghi i risultati di questa ricerca, al di là delle intenzioni degli autori, nel novero dei reperti archeologici.
Sono passati 5 anni dalla petizione popolare per l’esecuzione di uno studio epidemiologico su Brindisi, e la presentazione dei suoi risultati. Un tempo forse anche congruo. Ma non può certo sfuggire che la sostanza di quanto a suo tempo denunciato, è stata puntualmente confermata dallo studio epidemiologico. C’è allora da chiedersi, e da chiedere, come mai le competenti istituzioni e la politica che le esprime non hanno colto, operando di conseguenza i necessari interventi, quella pericolosità per la salute pubblica che era stata percepita in tutta la sua gravità, adeguatamente dimostrata e rappresentata da diverse associazioni di cittadinanza attiva e dal quel vasto movimento di opinione che ne aveva condiviso e sostenuto le scelte. E c’è da chiedersi anche per quale insondabile mistero quella stella polare della prevenzione dei danni ambientali e sanitari che è il Principio di precauzione – per il quale <> – non ha trovato concreta applicazione in un caso, come quello in discussione, che richiedeva rimedi sorretti da esigenze di urgenza e di cautela.
Gli studi epidemiologici sono strumenti assai utili specialmente se eseguiti per tempo e se offrono un quadro della situazione completo e articolato nelle sue diverse sfaccettature. Ma essi non possono mai sostituire la responsabile e doverosa decisione politica che deve essere assunta sia col doveroso “senno di prima”, in ottemperanza al citato Principio di precauzione e sia quanto meno, come nel caso che ci occupa, con l’altrettanto doveroso “senno di poi”, per riparare il riparabile, risarcire il risarcibile, e impedire ulteriori nocumenti provocati da precedenti dissennatezze.

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