Claudio Fava, Giornale di Sicilia
Foto: Claudio Fava // Giornale di Sicilia

Il baratto malato

in L'intervista/Rifiuti connection di

Intervista al vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Claudio Fava. Si è parlato di Oilgate, del ruolo di Eni, di traffico di rifiuti, di bonifiche e di profitto, che spesso domina sulla salute.

“Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si definisce questo equivoco di fondo, non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico ed importante e rischia di portare al decadimento culturale definitivo l’Italia (…)”. Questa fu l’ultima intervista di Giuseppe Fava, rilasciata a Enzo Biagi nel corso della trasmissione Filmstory. Era il dicembre 1983. Pochi giorni dopo il giornalista siciliano sarebbe stato ammazzato nella sua Renault 5 con cinque proiettili calibro 7.65 alla nuca. La mafia era un fenomeno che già allora sfuggiva al controllo dello Stato, finendo in alcuni casi per confondersi con lo Stato stesso. Oggi, che cos’è la mafia? Claudio Fava, attuale vicepresidente della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali”, ha da tempo raccolto la sfida che fu di suo padre. Quando si tratta di ambiente, rifiuti, energie, bonifiche, non ha remore a parlare di business. Le organizzazioni di stampo mafioso non sono monadi. E l’utilizzo del vincolo associativo nell’ottica di innescare un meccanismo di subalternità, di perenne sudditanza, non appartiene solo alle mafie. È di chi fonda il consenso sul ricatto psicologico del posto di lavoro, sulla coercizione morale, sul baratto tra salute e benessere economico. L’intervista all’onorevole Fava nasce nell’ottica di ripristinare quel filo conduttore che, sulle emergenze e sui reati ambientali lega indissolubilmente le nostre regioni, da Nord a Sud e viceversa.
La maxi inchiesta coordinata dalla Procura di Potenza, come quella attualmente conclusasi con il rinvio a giudizio a Gela, non rappresentano casi isolati. Così come non sono isolati il traffico illecito dei rifiuti, il loro sversamento, le bonifiche. È il sistema-Italia. Talmente affezionato all’idea del mafioso nella villa bunker da riuscire di rado ad ammettere che oggi la mafia è il subappalto compiacente nell’eolico, nell’edilizia, nei trasporti, nel commercio, nel turismo. E l’ambiente, in parte, ne rappresenta il core business.

Vicepresidente, partiamo dalla maxi inchiesta della Procura di Potenza. Il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, ha definito il sistema Basilicata come “un’organizzazione territoriale di stampo mafioso”. Si parla di codici CER modificati, rifiuti sversati illecitamente, emissioni fuori controllo. Lei che idea si è fatto?
Che si tratta di un’organizzazione di tipo mafioso esattamente come dice Roberti. Per rientrare a pieno titolo in questa fattispecie non è affatto necessario immaginare conventi-cole siciliane o calabresi: è sufficiente pensare a un’organizzazione che usa il vincolo associativo per condizionare, per creare subalternità, per costruire un reticolo di aree di interesse utili ai profitti illeciti. Ed è il caso, se verranno confermate le accuse mosse dalla Procura, di ciò che sta accadendo in Basilicata. Anche il lobbysmo esasperato, quando si accompagna ad ogni sorta di frequentazione, quando sceglie di creare ostacoli, quando ha elementi intimidatori nel modo in cui viene proposta o sollecitata una scelta, fa parte della cultura mafiosa e può essere considerato una fattispecie criminale di tipo mafioso.

Ammetterà tuttavia che tanto nel caso della Val d’Agri, quanto in quello di Cela, con accuse piuttosto pesanti che dovranno essere confermate nei vari gradi di giudizio, sulla graticola c’è una delle più grandi multinazionali italiane: Eni. E se il sistema è quello che Roberti descrive e lei conferma, fatto cioè di amicizie, clientele, lobbysmo esasperato, complicità con i poteri forti, anche quelli della politica, la domanda viene spontanea: Eni è uno Stato nello Stato?
Per me bisogna distinguere le responsabilità penali dal ruolo complessivo che ha sempre esercitato Eni. La sua storia più che descriverla come ‘Stato nello Stato’ ci dice che Eni è una società con struttura pubblica che ha avuto una sua capacità di politica estera che spesso si sovrapponeva, anticipava o prescindeva quella italiana. Questo accadeva ai tempi di Mattei e ancora oggi, se pensiamo alla Libia, dobbiamo immaginare che la diplomazia dell’Eni è molto più avanti di quella italiana sia sul piano operativo che in quello dei contatti territoriali e politici. Un dato storico che all’inizio credo sia stato anche interessante, utile, importante. Basti pensare al modo in cui Mattei ha ritenuto di dover rilanciare una politica propria, di tipo industriale, divenuta poi una politica estera a sostegno dei Paesi non allineati spesso sfruttati dalle multinazionali del petrolio. Una politica che in ogni caso ha lasciato un segno positivo, forse troppo positivo vista la sorte di Mattei. Eni ha sempre avuto una significativa autonomia, profili d’impresa, interessi e una proiezione sul territorio estero che spesso si è sovrapposta alle scelte della politica italiana. È accaduto in passato che la politica estera nazionale poi abbia seguito quella dell’Eni accodandosi e ribadendone le scelte.

Forse questo non è accaduto solo all’estero. È un fatto che, in molte parti del Paese, le multinazionali, e non solo, spesso si siano sostituite al vuoto di programmazione di una certa politica, di una certa classe dirigente. Ancora oggi, specie al Sud, sopravvive la mentalità secondo cui “è meglio morire di tumore che morire di fame”. Il posto fisso, il miraggio di un futuro pieno di aspettative, la possibilità di poter accedere in maniera facilitata a certi beni di consumo: ma è giusto tramandare alle future generazioni il principio secondo cui è necessario barattare la propria salute in cambio di un posto di lavoro?
Questa è una vecchia bugia. Risale ai tempi in cui nel polo petrolchimico di Priolo persino una certa cultura sindacale giustificava condizioni di degrado ambientale, con impianti obsoleti che venivano smontati da porto Marghera e rimontati in Sicilia, nell’ottica di sottolineare l’opportunità di un lavoro alternativo a vent’anni di vita sotto terra nelle miniere di zolfo. I minatori che dopo anni tornavano alla luce, proprio di questo erano convinti. Però che questo luogo comune, che era già abbastanza violento sul piano culturale cinquant’anni fa, possa essere riproposto oggi in un Paese che si è affacciato al terzo millennio e dovrebbe aver introdotto non soltanto elementi di modernità ma anche di dignità nel lavoro, è inaccettabile. È inaccettabile il ricatto salute contro lavoro. Se qualcuno l’accetta, lo sollecita o l’accompagna va combattuto. Sono quei principi attraverso i quali noi istituzionalizziamo la rassegnazione, o meglio, il diritto alla rassegnazione nei confronti delle devastazioni ambientali che minacciano la nostra salute e delle devastazioni morali che riguardano la nostra società. Pensiamo al modo in cui ci si è acconciati ed abituati alla presenza dei poteri mafiosi sui nostri territori, il principio è lo stesso: rinuncio alla mia dignità, accetto di essere suddito di uno Stato parallelo mafioso, in cambio ottengo qualche licenza edilizia in più, qualche concessione, qualche favore in più. È un baratto malato.

Un baratto in nome del profitto. Come quello del traffico di rifiuti. Pensiamo alle recenti indagini di Potenza e di Gela, che parlano di rifiuti che viaggiano fino al Molise, all’Abruzzo, all’Emilia Romagna. Pensiamo alla Terra dei Fuochi, in Campania, e alle rivelazioni di qualche anno fa del pentito Carmine Schiavone. Può aiutarci a delineare una sorta di ‘geografia della munnezza’? Può dirci se le Istituzioni sono riuscite a ricostruire qualche tassello in più dai tempi dell’audizione di Schiavone?
L’immondizia paradossalmente non ha odore. Segue i cammini che sono funzionali ai traffici e alle organizzazioni criminali. Se è più facile trovare depositi in cui sversare al Nord piuttosto che al Sud, non c’è né ideologia geografica né odore che tenga. Ovunque ci sia la complicità di un territorio disposto ad ospitare quegli sversamenti, ovunque tutto questo possa rappresentare un titolo di profitto. Non ci sono posti sicuri. Questo è accaduto e accade anche in zone del Paese che vengono definite “civilissime”. È stato scoperto che persino le fondamenta di alcuni edifici sono state in passato oggetto di sversamenti di rifiuti. E pensare che quella immondizia concima la base dei condomini. Oggi forse c’è una consapevolezza diversa da quella che c’era nel passato. Ci sono anche strumenti giudiziari e processuali che prima non avevamo. Però credo che siamo ancora abbastanza indietro. Al momento abbiamo solo la capacità di tamponare una estrema versatilità delle organizzazioni maliose di camuffarsi sul territorio, di frantumarsi in mille rivoli uno ad uno, difficili da intercettare. Penso al movimento a terra, che è uno dei passaggi funzionali al traffico dei rifiuti, e al fatto che è un dato investigativo ormai acquisito da molti decenni che esso sia coacervo di subappalti garantiti a poteri mafiosi o a poteri collegati alla mafia. Al punto da arrivare a sostenere che in alcune province della Sicilia o della Campania è difficile immaginare l’apertura di un cantiere senza che vi sia, nella fornitura del calcestruzzo piuttosto che nel movimento a terra o nei contratti di guardiania, una presenza naturale e fisiologica di organizzazioni legate alla mafia.
Questo riguarda anche il modo in cui i rifiuti sono divenuti un business naturale e centrale nel bilancio delle mafie. Su questo siamo nettamente in ritardo. Le organizzazioni mafiose si sono adeguate ai nostri strumenti, hanno trovato contromisure che le rendono un po’ meno evidenti e un po’ più invisibili alla capacità che noi abbiamo di rintracciarne i movimenti. Siamo ancora alla ricerca dei mafiosi che fanno investimenti nei terreni, nei frutteti, negli immobili, e nel frattempo le aziende collegate alle mafie si sono prese l’eolico, la sanità, la grande distribuzione, il turismo.
Una esplicitazione sul mercato segno di un capitalismo d’avanguardia. Abbiamo a che fare con persone che sanno perfettamente come e dove investire i propri soldi.

Sono stati presi anche i porti. Se è difficile avere tracciabilità dei rifiuti sul movimento a terra possiamo solo immaginare cosa significhi in mare, lì dove si concentra la maggior parte dei business commerciali mondiali. Il più grande porto container del Mediterraneo, quello di Gioia Tauro, è stato in passato oggetto dei traffici di clan e cosche calabresi di rilievo, dai Piromalli ai Pesce. Si parlava del passaggio di rifiuti, armi, stupefacenti. Anche su questi controlli siamo abbastanza indietro?
Gioia Tauro rappresenta un core business per la ‘ndrangheta, è il più grande porto container del Mediterraneo. Ed è meno complicato che altrove, attraverso i container, far arrivare quantitativi sufficienti di stupefacenti. Quelli che vengono sequestrati, per le indicazioni che ci arrivano dalla DNA rappresentano circa il 10 percento del passaggio reale, nonostante sistemi di controllo sempre più evoluti, efficaci e penetranti. Ma è anche complicato immaginare un controllo che possa intercettare droga su un traffico di questa portata ogni giorno. Mi ricordo vent’anni fa la villa di Piromalli sulla collina che domina il porto di Gioia Tauro come fosse una torretta di avvistamento e
una rivendicazione del proprio potere su quel territorio. E ricordo quel cartello, sul cancello. Non c’era scritto, come si può immaginare, “Attenti al cane”. C’era disegnata una 44 magnum, come a dire “Attenti a noi”. Il tutto fatto anche con un goliardico senso di impunità, in un ‘area sita a circa 50 metri di distanza dal porto. L ’importanza di quel porto sulle rotte del narcotraffico e non solo, è naturale.

Al di là del narcotraffico, concentriamoci sui rifiuti. Spesso i comuni cittadini hanno dubitato anche della capacità dello Stato, considerato nella sua funzione politica, di riuscire ad interpretare certe emergenze. Viene da pensare alla famosa audizione del pentito Schiavone, secretata dal 1997 al 2013, dall’allora Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti Massimo Scalia (Verdi). Perché tacere verità scomode per tanti anni? Perché lasciare i cittadini all’oscuro di quel che il Parlamento già sapeva anni fa? Come si regola, sul punto, la Commissione Antimafia?
Non posso rispondere al posto di Scalia, è evidente. Ma posso dire che noi dell’Antimafia secretiamo quando c’è richiesta da parte dell’audito e naturalmente ci riserviamo anche di decidere di considerare la ricevibilità di questa eventuale richiesta. Generalmente quando ci sono inchieste in corso, quando si entra nel dettaglio e si fanno nomi, è più che opportuno e indispensabile secretare. Sulla riservatezza di talune informazioni che disegnano scenari, ecco, su quello la valutazione è rimessa a ciascuno di noi. lo sono per rendere pubblico tutto ciò che non ostacola l’inchiesta giudiziaria perché ritengo che sia fondamentale che l’opinione pubblica venga informata anche utilizzando, leggendo, interrogando e interpretando gli atti del nostro lavoro, non soltanto ascoltando le conclusioni a cui siamo arrivati.

Abbiamo assodato che ambiente, rifiuti e bonifiche rappresentano un business. La domanda vien da sé: è la legislazione sui rifiuti, sulle ecomafìe, sugli ecoreati a non essere stringente o c’è a monte una mancanza di controlli? Perché si sa, qualche volta in Italia accade che vi sia una certa commistione tra controllore e controllato, non garantendo così alcuna terzietà. Questo, allora, è un Paese fatto di regole o di amicizie?
È un Paese fatto di regole, ma anche di eccezioni. È un Paese in cui spesso ad ogni regola si trova una degna contromisura. È un Paese in cui le cosche mafiose hanno anche costruito le carceri perché hanno vinto gli appalti per andarle a costruire. Dobbiamo fare un salto di qualità e immaginare le organizzazioni criminali come perfettamente capaci di creare un business che può essere anche quello della bonifica e non solo quello dell’interramento dei rifiuti. Al di là del significato simbolico che ciò assume per noi, cerchiamo di comprendere il significato che ciò assume per loro. La bonifica è un modo per garantirsi margini di profitto e, contestualmente, essere in grado di controllare il territorio rispetto a una difficoltà palese. È l’appalto sicuro che consente di ricostruire ciò che essi stessi hanno devastato. Su questo dovremmo essere un po’ meno rigidi e più capaci di prevenire i ragionamenti della controparte. Anche su questo spesso siamo in ritardo.

Il ritardo culturale di un Paese spaccato e, in parte, ancora troppo tollerante…
È vero, c’è un pezzo di Paese che tollera e una parte che si oppone a queste soglie così basse di tolleranza. Bisogna fare in modo che a prevalere sia chi si oppone. C’è uno stretto legame di convenienze e reciprocità tra organizzazioni mafiose e territorio. E con questo, siamo chiari, occorre misurarsi non soltanto ricorrendo al codice penale e ai processi, ma più opportuno anche costruendo sedimenti civili che facciano comprendere da che parte conviene stare. Dobbiamo giocare sul loro stesso livello, quello della convenienza. È complicato, ma inevitabile. Il consenso di cui godono non è legato solo ad omertà e paura ma anche a condizioni di reciprocità. Ad elargizioni che dispensano sul territorio. Su questo lo Stato deve essere in grado di rispondere ad armi pari utilizzando stesso linguaggio, non soltanto evocando paradiso e inferno.

Sul piano della convenienza gioca pure larga parte della classe dirigente, che poi persino si scaglia contro quegli stessi organi dello Stato preposti a combattere le mafie e ad innescare, complessivamente, quel cambiamento culturale a cui lei fa riferimento. Come si può rispondere, sul piano culturale, a chi ha affermato e afferma nelle altee sfere che “certa Antimafia andrebbe eliminata”?
Certe frasi, messe in bocca ad un signore (l’imprenditore Gemelli) che raccatta emendamenti dalla propria fidanzata (l’ex ministra allo Sviluppo economico Federica Guidi) per costruire il suo quartierino d’affari, alla Alberto Sordi cinquant’anni dopo, suona quasi come un complimento. Non preoccupa né indigna. Merita il gesto dell’ombrello, come si usava nella commedia italiana degli anni cinquanta. O meglio, una pernacchia, con più semplicità.

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