di Alessio Di Florio / twitter @diflorioalessio

LasciateCIEntrare accusa il CAS di Ascoli Piceno

Ha destato scalpore il recente dossier Hotspot di Amnesty International. E la campagna LasciateCIEntrare ne conferma i contenuti. Come accade da tantissimi anni.

Il recente rapporto di Amnesty International “Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti” ha destato stupore, polemiche, persino insulti all’organizzazione. La denuncia che l’approccio hotspot ha compromesso il riconoscimento del diritto all’asilo – e le strutture sono state teatro di violenze e abusi – è stato bollato da esponenti politici e istituzionali come “cretinaggini e falsità”. Eppure, in realtà, c’è poco da stupirsi o da cadere dalle nuvole: le denunce dell’associazione sono solo tra le ultime di una lunghissima serie. Già quattordici anni fa il regista Rai, Stefano Mencherini, documentò con “Mare Nostrum” quel che accadeva nel CPT “Regina Pacis” in Puglia. Alcune immagini del film, oggi disponibile online gratuitamente grazie ad Arcoiris TV – hanno permesso alla magistratura di istruire un processo contro i gestori del Centro, chiuso definitivamente nel 2006. In alcuni processi è arrivata l’assoluzione. In altri condanne per “sequestro di persona”, “minacce”, “truffa aggravata ai danni dello Stato” e “simulazione di reato”.

In ordine di tempo le ultime denunce sono arrivate dalla campagna LasciateCIEntrare, che ha visitato il CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) di Ascoli Piceno, nelle Marche, definito dagli attivisti un “CAS all’olio di ricino”. La definizione è legata all’intervista ad un operatore nella quale si legge che l’olio di ricino sarebbe stato utilizzato come “placebo” perché “essendo disgustoso fa passare la voglia agli ospiti di chiedere altre medicine” (alla gestione dei medicinali viene dedicato ampio spazio nel rapporto). “Persone forzate a vivere in gabbia” – sempre secondo lo stesso operatore della struttura – sarebbe il termine da utilizzare perché chiamarli ospiti “è una intollerabile ipocrisia”. Allo stesso CAS vengono rivolte altre accuse: in un’intervista ad un migrante leggiamo “tutto l’insieme che ci fa pensare di essere trattati da bestie”. In un’altra che non ci sarebbe adeguata assistenza legale. Il gestore del CAS, la Giocamondo, ha respinto tutte le accuse di LasciateCIEntrare, smentendo la ricostruzione effettuata nel rapporto. “Si intende precisare che la descrizione della situazione come riferita nell’articolo non corrisponde affatto alla realtà della gestione del Centro – si legge in un comunicato stampa del 12 novembre – la quale avviene nella massima correttezza, nel rispetto delle norme, dei diritti dei singoli e nel rispetto del capitolato di gara della Prefettura di Ascoli Piceno. A conferma della qualità del nostro operato si fa presente che è stata recentemente portata a termine un’ispezione da parte dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) il quale ha rilevato la più completa idoneità della gestione del Centro”.

Nel dicembre del 2015, sugli hotspot, è stato redatto un rapporto di Oxfam, Asgi e A Buon Diritto, il quale denunciava “gravi violazioni dei diritti umani” tra cui “interviste sommarie a persone ancora sotto shock” e “nessuna informazione circa la possibilità di richiedere protezione internazionale”. Un rapporto del 2011 dell’associazione tedesca Pro Asyl, invece, affermò che in Italia i richiedenti asilo vivono in pessime condizioni, picchiati e violentati. Nello stesso periodo analoghe accuse arrivarono dall’associazione svizzera La Schweizerische Fluechtlingshilfe e da un rapporto di Thomas Hammerberg, responsabile dei diritti umani del Consiglio d’Europa. Lo stesso Stefano Mencherini nel 2011 è tornato sul tema con “Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento”. Il documentario denuncia l’enorme spreco di denaro pubblico e le tantissime violazioni dei diritti umani dei migranti durante l’emergenza Nord Africa di cinque anni fa. Il racconto è di un migrante che ha vissuto i fatti in prima persona. Fuggito dalle squadre della morte in Costa d’Avorio, ridotto in schiavitù e vittima di violenza da parte di un proprietario terriero in Libia, nei mesi che precedono il crollo di Gheddafi il testimone del film parte per l’Italia, dove vede concludersi la sua odissea nei campi di angurie in Puglia, non prima di aver conosciuto gli alberghi di Napoli utilizzati dal governo italiano come “centri di accoglienza”. Luoghi dove i pasti sono stati serviti con cibo avariato, i migranti venivano sfruttati per lavori non pagati o coinvolti in giri di prostituzione e sfruttamento del lavoro.


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