ARTICOLO di Alessio Di Florio / Foto: Studio Inail

Migranti, lavoro e diritto alla sicurezza

A metà febbraio l’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail) ha pubblicato online il volume “Salute e sicurezza in agricoltura. Un’indagine conoscitiva su lavoratori immigrati”. I dati sulla percezione della sicurezza sul posto di lavoro – e dell’esistenza di una specifica normativa a tutela – appaiono a dir poco clamorosi: i lavoratori migranti, di fatto, non conoscono l’esistenza di un diritto – tutelato – alla sicurezza.

Lo studio dell’Inail ha interessato 402 lavoratori stranieri, occupati in 23 aziende agricole nelle province di Cremona e Mantova. La compilazione del questionario ha coinvolto cittadini di un ampio spettro di Stati: 59,2 per cento indiani, 15,4 per cento marocchini, 15,2 per cento bengalesi, 4,2 per cento rumeni, 6,0 per cento tra albanesi, boliviani, cambogiani, ivoriani, egiziani, kossovari, macedoni, moldavi, serbi, ucraini e mauriziani. Solo l’1 per cento degli intervistati considera ottima la propria conoscenza dell’italiano, il 75,5 per cento dichiara di non aver mai avuto la possibilità di frequentare corsi di lingua italiana. Il 61,2 per cento dei lavoratori proviene da aziende di medie dimensioni (da 50 a 249 addetti), il 35,1 per cento da aziende di piccole dimensioni (da 10 a 49 addetti) e il 3,7 per cento da micro aziende (da 1 a 9 addetti). Il 94,8 per cento del campione è uomo e il 5,2 per cento donna, il 41,3 per cento ha un’età compresa tra 25 e 34 anni, il 31,6 per cento tra 35 e 44 anni, il 16,7 per cento tra 45 e 54 anni, il 9,0 per cento tra 16 e 24 anni e l’1,5 per cento tra 55 e 64 anni. Il 55 per cento degli intervistati è in possesso della licenza media e solo il 18 per cento un diploma.

Un focus del progetto – nato nel 2014 – si è interessato dei lavoratori agricoli stranieri coinvolgendo Inail e Medicina del Lavoro della Asl di Cremona, richiamando quanto stabilito nel decreto legislativo 81/2008 (il Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro) che chiede una specifica attenzione ai “lavoratori provenienti da altri Paesi”, considerati maggiormente vulnerabili. Una particolare vulnerabilità, sottolinea il volume dell’Inail, “dovuta principalmente al fatto che essi occupano una posizione precaria nel mercato del lavoro, assai spesso adibiti a lavori gravosi e rischiosi ed impiegati in nicchie di domanda di bassa qualificazione con condizioni di lavoro ad elevata nocività per la salute e pericolosità per la sicurezza, con orari e turni di lavoro sfavorevoli.

Lo stesso Testo Unico, all’articolo 3, prevede che “ai lavoratori provenienti da altri paesi deve essere garantita la comprensione della lingua utilizzata nei documenti relativi alla informazione e formazione”. Se, come già riportato, secondo lo studio oltre tre quarti non ha mai frequentato corsi di lingua italiana, questo diritto non appare particolarmente tutelato. Ma non è l’unico. Le risposte sulla sicurezza del posto di lavoro portano alla conclusione che, molto probabilmente, tra i lavoratori migranti coinvolti non vi è conoscenza dell’esistenza di un diritto alla sicurezza, così come di una specifica normativa che lo tutela. L’84 per cento degli intervistati ha dichiarato di non sapere dell’esistenza del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro. Tra i 64 lavoratori che hanno invece risposto di conoscerlo, il 46,9 per cento afferma che la normativa è abbastanza applicata, il 29,7 per cento molto applicata, il 17,2 per cento totalmente applicata, meno del 5 per cento ritiene che la normativa sia applicata poco o per niente. Il 67.2 per cento dichiara che non esiste nessun Servizio di protezione e prevenzione, il 15.9 per cento il contrario, solo il 46 per cento conosce le procedure per la prevenzione degli incendi e la gestione delle emergenze nel luogo di lavoro. Davanti a questo quadro non stupisce che la stragrande maggioranza dei lavoratori non percepisce rischi ed è convinto di lavorare in una situazione idilliaca. Secondo il 73.3 per cento, infatti, non ci sono (o sono pochissimi) rischi per la salute e la sicurezza, l’80,1 per cento è convinto di non esserne esposto (o di esserlo pochissimo), il 72,7 per cento è convinto di non rischiare (o comunque pochissimo) infortuni, addirittura il 92.3 per cento dichiara di non aver paura di infortuni e il 93,9 per cento di ammalarsi a causa del proprio lavoro. Relativamente a rischio biologico, rischio chimico, il rischio di stress correlato al lavoro coloro che non si sentono esposti sono rispettivamente 93,8 per cento, 96,4 per cento e 97,3 per cento, per il rischio bio-meccanico il 73,4 per cento e per i rischi fisici il 52,1 per cento.

Eppure, riporta l’Inail, “la letteratura scientifica rileva, relativamente agli infortuni sul lavoro in lavoratori immigrati, un rischio da 2 a 5 volte superiore rispetto agli autoctoni di incorrere in eventi mortali; invece, per quelli non mortali è possibile riscontrare un rischio significativamente maggiore o minore rispetto agli autoctoni, a seconda del settore e del lavoro svolto. Viene altresì evidenziato un rischio infortunistico significativamente elevato in immigrati occupati in alcuni specifici settori – ad esempio agricoltura, industria estrattiva, edilizia, industria metallurgica e metalmeccanica e chimica e del legno. Relativamente alla tipologia di infortuni che hanno colpito lavoratori immigrati, prevalgono quelli di natura traumatica (distorsioni/lussazioni e fratture), a carico di arti e rachide, in soggetti caduti o colpiti da macchinari/utensili.” Un altro dato importante è la percentuale di coloro che percepiscono prepotenze e discriminazioni sul luogo di lavoro: tra i migranti africani e asiatici sono rispettivamente il 13,4 per cento e l’11,2 per cento, mentre tra gli italiani il 3,7 per cento.

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