di Fronte Sannita per la Difesa della Montagna (Foto: Pellegrino Tarantino)

Eolico, il Sannio ostaggio delle lobbies

Dopo la pubblicazione dell’elenco dei “siti non idonei” – “grosso favore alle società eoliche” – il Fronte Sannita per la Difesa della Montagna ha da subito mosso dure critiche alla Regione Campania, opponendosi alle delibere di giunta n.532 e n.533 del 4 ottobre 2016.

Con le delibere di giunta n.532 e n.533 del 4 ottobre 2016, in applicazione dell’articolo 15 della legge n.5 del 6 aprile 2016, la Regione Campania ha permesso la costruzione di impianti eolici in aree individuate come “non idonee”, ovvero Siti di interesse comunitario (Sic), Zone speciali di conservazione (Zsc), Zone di protezione speciale (Zps), Habitat prioritari di Rete Natura 2000, boschi e pascoli permanenti compresi quelli gravati da usi civici. Tutto previsto per impianti già autorizzati e che solo a fine “ciclo produttivo”, cioè dopo 25 anni, quelle aree si rendevano vietate all’eolico.

In pratica un lasciapassare all’eolico selvaggio e devastatore di risorse naturali del suolo e del sottosuolo, di biodiversità animale e vegetale, oltre che alla trasformazione radicale delle condizioni atmosferiche dell’area.
Questo, chiaramente, in palese contrasto con le leggi e regolamenti della Comunità europea che, attraverso l’istituzione di Zps, Zsc, Sic ed Habitat prioritari ha cercato di regolamentare una protezione di territori pregiati ma che l’azione truffaldina della politica – ripiegata sugli interessi speculativi dei grandi capitali – permette di compiere anche utilizzando “strane alchimie amministrative.

Ma alle lobby dell’eolico questo lasciapassare di 25 anni non è bastato, in quanto diversi progetto erano ancora in attesa delle autorizzazioni. Così nel silenzio ovattato di una Regione in mano ai poteri e potentati economici, riesce a rimettere in gioco tutti gli impianti accantonati, anche ricadenti in aree protette. Lo ha fatto attraverso l’integrazione dell’articolo 15 della legge regionale n.6/2016 con i comma 1bis ed 1ter. Dal 2006 ad oggi, solo nella provincia di Benevento, sono stati autorizzati 42 impianti eolici industriali per una potenza complessiva di 760 MW, che si traducono in circa 330 pale eoliche. Attraverso l’introduzione dei comma 1bis ed 1ter si rimettono in gioco altri 20 impianti eolici per una potenza nominale pari a 450 MW per altre 180 pale eoliche. Tutto questo senza contare il mini-eolico che è totalmente deregolamentato e che può essere installato ovunque ed autorizzato dai comuni.

Complessivamente avremo – in aggiunta alla massa di impianti eolici già installati in provincia di Benevento (circa 800 pale eoliche nella Valle del Fortore) – altre 510 pale eoliche di 150 metri di altezza con fondazioni di cemento armato di 30 metri che svilupperanno una potenza nominale di 1.210 MW. Andremo incontro a consumo di suolo pregiato di boschi e pascoli d’altura per circa mille ettari. Terreni estirpati ai contadini, agli allevatori, alla fauna ed alla flora, ad esclusivo vantaggio degli speculatori dell’eolico.

Ricordiamo che stiamo parlando di “speculazione eolica” perché le circa 10 mila pale eoliche installate in Italia producono meno del 2 per cento dell’energia nazionale consumata ed i produttori di eolico incassano, per incentivi statali, circa 5 miliardi di euro all’anno, oltre all’abnorme prezzo di acquisto di 1 MW/h che è tra i più alti d’Europa. Infatti, l’Italia per 1 MW/h di energia rinnovabile paga circa 64 euro (prezzi medi mensili del Gse anno 2017). Da qui la grande speculazione. La Regione Campania cede immensi territori, pubblici e privati, solo per garantire immensi guadagni a società e multinazionali che si appropriano delle nostre terre. A questo punto non ci meraviglia nemmeno il nervosismo di alcuni sindaci della Valle del Fortore che è l’area più devastata dall’eolico e, contemporaneamente, la più depressa d’Italia dal punto di vista economico. Sindaci che non si sono ribellati alla riduzione di circa il 70 per cento dell’Imu che gli stessi Comuni incassavano dalle pale eoliche. Questo è possibile solo perché la politica in Campania è strettamente collegata agli interessi delle lobby che dettano leggi, tempi e condizioni a loro esclusivo favore. Siamo di fronte ad un’amministrazione regionale che attraverso il potere politico si arroga un diritto di stampo medievale di una gestione privata della cosa pubblica.


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