ARTICOLO di Pietro Dommarco

Made in Basilicata. Nelle paludi del petrolio

Che cosa sta accadendo in Val d’Agri, sopra e sotto quella terra incognita che ospita il più grande giacimento di greggio in terraferma d’Europa?
La domanda non è rivolta alle istituzioni locali perché hanno perso, ormai da tempo, il loro autocontrollo. Anzi, il polso della situazione – probabilmente – non lo hanno mai avuto. La domanda non è rivolta alle compagnie minerarie, perché portano avanti un interesse privato in antitesi con il territorio e la salute delle comunità locali. Questo è incontestabile, e a nulla servono le missive di scuse, a pagamento, propinate sulla stampa locale ad ogni emergenza. Che sia l’ennesima fiammata, l’inchiesta della magistratura o il blocco degli impianti, come in questo caso.
La domanda è rivolta ai tanti giornalisti di stampa e tivvù, nonché ai nuovi eroi dei due mondi nelle valli del petrolio lucano: quello delle poltrone da rincorrere e quello dell’ambientalismo di professione. Sì, la domanda è rivolta a chi ha varcato il confine lucano – e a chi vi ristagna – quando dalle inchieste sull’affaire petrolio – da Viggiano a Corleto Perticara, dal Centro olio della Val d’Agri a quello della Val Camastra – sono venuti fuori i nomi di faccendieri e di ministri. Quale ghiotta occasione per intestarsi battaglie e presunti scoop – senza la benché minima idea dei fatti – per poi sparire quando si materializza il fulcro della questione, ovvero il problema ambientale? Un bubbone che sembra non essere mai esistito, in una sorta di ritrovata paxoil.
In verità le valli lucane, nel tempo, sono state trasformate in paludi petrolifere, in cui affondano e spariscono evidenze sotto gli occhi di tutti.
In questi mesi, al Centro olio di Viggiano – già fermo nel 2016 a seguito dell’inchiesta Oilgate – sta accadendo di tutto. Ma, soprattutto, riemergono e si materializzano dalle paludi petrolifere le sintesi impietose degli ultimi venti anni della storia resiliente delle compagnie petrolifere in Basilicata.
Per favore, qui – per una volta – l’orgoglio ed il riscatto non c’entrano nulla. Mettiamoli da parte. Qui – per una volta – non c’entrano le colonie e i colonizzatori. Qui, nell’estremo Mezzogiorno d’Italia, non c’entrano le occasioni di sviluppo. C’entra il sottosviluppo. Declinato in varie forme: sottosviluppo economico, sottosviluppo politico, sottosviluppo culturale.
Raccontare quello che sta accadendo oggi, in poche righe, non è possibile. Si sta ripercorrendo – questa è l’impressione – la stessa sceneggiatura del mistero buffo del Pertusillo.
Nei cui sedimenti la mattina si trovano tracce di idrocarburi che la sera scompaiono, ricomparendo qualche giorno dopo sotto le mentite spoglie di alghe assassine. A Viggiano la contaminazione scoperta a fine gennaio, che ha oltrepassato il perimetro del Centro olio di Viggiano (il famoso Cova) è imputabile alle stesse compagnie che lo estraggono e lo lavorano, come da loro dichiarato a metà febbraio. La contaminazione ha origine da serbatoi senza doppiofondo dedicati allo stoccaggio del greggio stabilizzato.
Accade che ad essere minacciato è il fiume Agri e di conseguenza il Pertusillo e la vicina Puglia.
Accade che la Regione Basilicata il 28 febbraio, il 14 e il 22 marzo 2017 diffida le compagnie petrolifere, imponendo alle stesse di utilizzare un solo serbatoio. Eni ricorre al Tar. Il 24 marzo il presidente del Tar Basilicata dà ragione alla compagnia ed annulla le diffide ritenendo i provvedimenti regionali non compatibili con sicurezza e funzionalità delle operazioni. In sostanza il Centro olio deve continuare a macinare. Posizione rafforzata agli inizi di aprile, sempre dallo stesso Tar, sentenziando la decadenza delle diffide per difetto di motivazioni da parte di Regione e Arpa regionale. Un copione già visto sul caso dell’inceneritore Fenice di San Nicola di Melfi. È la Basilicata, bellezza.
Accade che la contaminazione continua a migrare ed impaludare territori e coscienze.
Accade che la giunta regionale, la vigilia della Santa Pasqua, annuncia una delibera di sospensione delle attività del Centro olio, scritta e pubblicata tre giorni dopo.
Accade che nella conferenza stampa di annuncio, sempre dopo la paxoil, non viene spiegato nulla.
Si apprende, però, che dopo una settimana le compagnie petrolifere avviano autonomamente le procedure di sospensione delle attività, ma facendo ricorso al Tar Lazio e chiedendo al ministero dell’Ambiente un tavolo per risolvere la faccenda, mentre l’inquinamento avanza.
Accade che il sindaco di Grumento Nova vieta l’uso di suolo ed acqua per attività agricole, di pascolo ed irrigazione in un terreno di località Campestrini. L’ordinanza fa seguito al rinvenimento di idrocarburi nelle acque di scolo della rete drenante dell’area industriale di Viggiano. È bene ricordare che nel 2013, le associazioni WWF, Laboratorio per Viggiano ed Onda Rosa segnalarono già in località Campestrini, a valle del Centro olio e di un pozzo, la presenza di acqua color marrone. In quel caso l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente accertò la presenza di metalli pesanti probabilmente provenienti proprio dall’area di Viggiano, situata a monte. Sugli esposti e le segnalazioni calò il silenzio.
Accade che anche il Tar Lazio dà ragione ad Eni, con la sola differenza che le sentenze del Tar Lazio rispetto a quelle del Tar Basilicata sono ope legis.
Accade che nel 2011, nei pressi del Cova, l’Arpa regionale rileva la presenza di benzene, toulene, manganese e solfati nelle acque, oltre i limiti consentiti dalla legge. Anche su questo caso ripiombarono nuovamente il silenzio ed i silenziatori, veri ed inesorabili dominatori nelle paludi delle valli lucane del petrolio, che sprofondano in un sottosuolo, da sempre, geologicamente instabile.
Accade che semplici cittadini debbano finanziare le analisi degli invasi.
Accade che si sta tentando di far entrare dalla finestra la lavatrice delle acque reflue industriali troppo ingombrante per passare dalla porta.
Accade che le compagnie petrolifere rilanciano i loro progetti di trivellazione a colpi di bonus idrocarburi, card sociali e card bebè (come ha fatto di recente il sindaco di Marsico Nuovo con le royalties del petrolio) nei confronti di comunità silenti e consenzienti.

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