Foto: Aleppo // Pbs news

Non tornare

in Terre di migranti di

Asma, un medico oltre la frontiera
Asma è una giovane medico siriana.
Il suo obiettivo, nella vita, è sempre stato quello di curare gli altri e di essere da esempio per 
le donne di Aleppo, la sua città.
“Ma ormai è tutto finito. Tutto finito”, dice sommessamente, quasi in lacrime.
Il suo presente è secco, lontano dalle sue ambizioni.
“Il viaggio mi ha 
alleggerito. Non ho più una missione, ma soltanto rimorsi e rimpianti.”
“Perché?”, le domando 
mentre passeggiamo per le strade assolate di un comune ligure. Asma è arrivata in Italia con la famiglia. O meglio, con quel che Assad ha lasciato in vita della sua famiglia. Gli altri sono sotto 
le macerie di Aleppo, con le mani artigliate ai calcinacci delle loro case crollate.
“Perché l’Italia è tanto strana. Sembra che nessuno mi voglia far fare il medico. Eppure non mi pare che la vostra sanità stia messa bene.” Annuisco.
Questa giovane donna musulmana, con tanto di velo e timidezza 
mediorientale, ha imparato a sue spese quali sono le contraddizioni di questo Paese. Avere a disposizione una risorsa già formata e rifiutarne l’aiuto.
“Non si fa cosi. Il destino non può consentire tutto questo spreco!”, esclama.
“Non parlare di destino agli italiani”, la correggo. 

“Noi ce l’abbiamo dentro il dna di non riconoscere quello che è ovvio. Ci dobbiamo sempre 
reinventare, ma per farlo dobbiamo aver toccato il fondo.” Mi guarda, poi prende un 
quadernetto che porta sempre con sé e comincia e leggermi in arabo il giuramento di Ippocrate.
“Sai perché te l’ho letto nella mia lingua? Cosi capisci che la medicina è universale, è come la fede. 
A me sembra che l’Italia ha smesso di curarsi, perché non ha fede nella medicina.”
“Ha smesso di prendersi cura di sé, questo vuoi dire.” Mi fa di sì con la testa.
Di donne come lei, avremmo 
bisogno negli ospedali per vincere la diffidenza tra italiani e stranieri, in ogni direzione. Perché Asma potrebbe parlare nella sua lingua a tanti pazienti. Perché cosi facendo restituirebbe agli ammalati l’immagine di una sanità che accoglie. Non di un apparato che raccoglie ammalati come rifiuti per rovesciarli in corsie discarica di ospedale.
“Dovrò andarmene, per fare il medico. Ma non voglio, perché qui si può vivere bene. Voi non sapete come si sta dove c’è la guerra…” La fermo, dicendole che la generazione di mio nonno sa cos’è la guerra.
Ha conosciuto la dittatura 
quando aveva più o meno la sua età.
“Fammelo conoscere!”, esclama festosa. 
Quasi mi commuove, con quel suo innato senso della vita.
“Ci proverò. Dovrai scendere in Puglia.” E lei mi risponde che non è un problema.
“Vi vedo a parlare insieme…” E mi fermo a riflettere.
Forse anche questo, un racconto reciproco di quel che accadde e che sta accadendo, può essere un altro metodo per far sentire gli italiani meno lontani da tutte le Asma del mondo. Raccontarsi le tragedie per superarle. Perché in fondo è nella tragedia che l’umanità si è sempre riconosciuta.
“Mio nonno è molto malato”, dico, e lei professionalmente mi domanda cos’ha e quanti anni ha.
“Tuo nonno deve aver lavorato molto, se sta così male.”
È così, infatti. Ha lavorato come un ciuccio. Ha sudato per mettere su una famiglia, quando al sudore corrispondeva un futuro, una prospettiva di certezza.
“Lavorerò anch’io come tuo nonno. Invecchierò e mi ammalerò, ma sarò soddisfatta perché avrò salvato tante vite”, chiude molto sicura di sé. Sicura quanto mio nonno quando era ancora in piena salute.
“Ma non torneresti in Siria per fare il medico?”
“Lo farei anche adesso, ma finché c’è Assad nessuno di noi tornerà. Lui promette amnistie e perdoni. Ma io cosa devo farmi perdonare, me lo spieghi? La mia sola colpa è stata di nascere in Siria, di avere un cervello e di studiare medicina”, afferma con rabbia, stringendo i pugni.
Annuisco comprensivo.
Il suo è un pensiero che la accomuna a tanti italiani. Anche a tanti medici italiani.

Maria, specializzanda in Francia
“Ho scelto di specializzarmi in Francia perché pensavo che lì fosse diverso. Invece me ne pento.”
“Prenderesti la specializzazione in Italia?”
“Mai e poi mai. Lo farei in Canada. Lì sì che sanno come trattare gli specializzandi!”
Maria, giovane laureata in medicina, se n’è andata con l’intenzione di non tornare. Terminerà gli studi oltralpe…
“Dopo, si vedrà…”, dice.
Maria ha iniziato una specializzazione in anestesia infantile. Per farla in Italia avrebbe dovuto superare il filtro del numero chiuso e aspettare un numero imprecisato di anni. Ma soprattutto avrebbe dovuto sottostare al ricatto baronale dell’apparato medico universitario di Bari.
“Mi avrebbero fatto fare cose insensate, lo voglio fare il medico. Se volevo imparare a produrre scartoffie, facevo scienze politiche!” E non ha torto.
Quindi ha deciso di provare all’estero e, appena ricevuta una proposta dalla Francia, l’ha accettata.
“La Francia è un po’ più chiusa di come me l’aspettavo, ma mi ci adeguo. Non mi devo lamentare, perché ce la devo fare. Il solo modo per farcela è stringere i denti e andare avanti.”
“Anche in Italia”, provo a replicare. Sorride.
“In Italia? Hai capito che in Italia stanno smantellando la sanità pubblica? E chi ci andrà a lavorare nel privato? Amanti e figli, incapaci. Poveri italiani, che destino che li aspetta. Pagherete un sacco di soldi per una sanità privata che non funzionerà per niente.”
Le parole di Maria sono la copia fotostatica di un pezzo del dibattito pubblico nazionale. La tendenza a privatizzare la sanità è in atto, ma non si trova ancora una direzione che ponga equilibrio nel sistema. La sanità è tenuta sotto ricatto dal sistema universitario e da quello politico delle Regioni. Un assurdo connubio che devasta le risorse finanziare ed umane. È un gioco perverso che spinge i giovani aspiranti medici a scappare, a trasferirsi all’estero o, addirittura, a cambiare mestiere.
“Un mio amico, gastroenterologo molto bravo, ha mollato il Gemelli per andare a lavorare da una multinazionale. Gestisce le vendite dei farmaci. Che roba è questa? Come si può tollerare?”
Non si può, infatti. Non lo si può accettare. Ma chi è a conoscenza di questo disinvestimento nella sanità pubblica? Pochi italiani hanno capito a cosa stiamo andando incontro, mentre gli apparati medici e quelli finanziari cominciano a fregarsi le mani di fronte alla tendenza all’assicurazione privata.
“C’è una cosa che funziona sempre, in Francia. Le regole. Loro hanno delle regole e le rispettano. E chi sbaglia, paga. In Italia hai i baroni che non entrano in corsia, le caposala che si sentono medici, i portantini che toccano materiale organico. Siamo a rischio infettivo ogni giorno. In Francia queste cose non accadono. Perché sono più bravi, c’è poco da fare. Sono più civili. E più sensibili alla malattia…”
“Ma dalla Francia tu te ne vuoi andare.”
“Perché in Canada c’è una medicina sperimentale che mi affascina. E per fortuna posso ancora scegliere dove andare e cosa fare.”
E dove non tornare: in Italia.

Scrittore e sociologo. Presiede la cooperativa editoriale Radici Future Produzioni. Ha pubblicato Ghetto Italia (Fandango Libri, 2015) e Mafia Caporale (Fandango Libri, 2017).

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