Normativa Via libera. Ruspe in un'area ripariale carsica del Friuli Venezia Giulia
Foto: Ruspe in un’area ripariale carsica del Friuli Venezia Giulia // Archivio Lipu

Via libera. Come manomettere una normativa

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La Valutazione d’impatto ambientale – strumento cardine per prevenire i “guasti” ambientali nell’uso del territorio – umiliata dalla deregolamentazione all’italiana. Una brutta storia, questa della normativa Via, dalle pessime conseguenze, ma favorita da una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea che stenta a concretizzarsi sulla cattiva applicazione della Valutazione d’incidenza.

La Valutazione d’incidenza ambientale (Vinca) – procedimento distinto dalla più nota Valutazione d’impatto ambientale (normativa Via) – è una procedura specifica per valutare gli effetti di interventi, diretti o indiretti, sulla Rete Natura 2000, al fine di garantire il mantenimento della biodiversità per la quale i siti che la compongono sono stati individuati dallo Stato membro e, quindi, adottati in sede comunitaria. La Rete Natura 2000 è una rete ecologica diffusa su tutto il territorio europeo, istituita ai sensi della direttiva 92/43/CEE “Habitat” e costituita da Siti di interesse comunitario (Sic), Zone speciali di conservazione (Zsc) e Zone di protezione speciale (Zps).
L’Italia ha recepito le direttive comunitarie in materia legiferando con il decreto del Presidente della Repubblica 357/97, per assicurare l’applicazione di questa valutazione preventiva, in gran parte per il tramite delle Regioni che, a loro volta, hanno emanato normative per disciplinare detto procedimento.
Seguendo il cliché italiano, nel corso degli anni, i governi nazionali e regionali hanno trasformato troppo spesso questa importante procedura autorizzativa in una compilazione vuota di relazioni da parte del proponente, il cui vaglio delle autorità competenti si è caratterizzato per disattenzione, incapacità e superficialità. Con debite eccezioni di uffici virtuosi, ma a rischio sopravvivenza.
Le conseguenze sugli ambienti naturali e seminaturali sono state più volte stigmatizzate dagli ambientalisti, tanto che nel 2013 Lipu e WWF hanno prodotto un dossier sulla mancata o cattiva applicazione della Vinca, con tanto di immagini sugli effetti ex post, in palese contraddizione con gli obbiettivi comunitari volti ad arrestare la perdita di biodiversità e di servizi ecosistemici utili all’uomo. Il dossier faceva seguito a circostanziate e numerose denunce presentate, appunto, in sede comunitaria.

IL SISTEMA ITALIA E LA PROCEDURA D’INFRAZIONE
L’Unione europea ha preso atto dei molteplici casi di evidente violazione delle disposizioni previste dalla direttiva “Habitat”, tanto da lasciare chiaramente presumere un problema sistematico nella gestione di tale procedura. È per tale ragione che veniva aperta la cosiddetta procedura “Eu Pilot” (6730/14/ENVI): una sorta di anticamera della più temibile procedura di infrazione, finalizzata a chiarire i fatti denunciati, adottare interventi concreti per prevenire una cattiva attuazione della Valutazione d’incidenza e arginarne le conseguenze. Venivano in proposito individuate una serie di criticità che spaziavano dalla mancanza di trasparenza e di evidenza pubblica allo scarso livello di studio delle relazioni a corredo della procedura, dal conflitto di interessi del progettista incaricato rispetto al committente alla solita scappatoia di deroghe, al livello di competenza degli uffici o alla carenza sconcertante del sistema di controllo e sanzionatorio.
In questo scenario sembrerebbero esserci tutti i tipici ingredienti del sistema Italia e l’ineludibile necessità di imporre un diverso approccio, pena la procedura d’infrazione. Ma, ai giorni nostri, malgrado le tergiversazioni dello Stato e, soprattutto, la nascita di nuovi casi di degrado ambientale legato alla cattiva applicazione della Vinca, la procedura “Ue Pilot” non sembra maturare in procedura d’infrazione.
Appare più di un sospetto che la Ue – politicamente indebolita da atteggiamenti centrifughi degli Stati membri – proceda con maggiore cautela nei confronti di quei Paesi colpevoli di non applicare correttamente le direttive. Una visione miope, però, che rischia di tradursi in un boomerang da parte di chi crede in quelle cose “buone” derivate dall’adesione all’Unione europea, come appunto le attenzioni in campo ambientale. Non è un caso che proprio una recente ipotesi di revisione – strumentale – delle direttive europee “Habitat” e “Uccelli” (gli strumenti più importanti per la tutela della natura in Europa: biodiversità e Rete Natura 2000) abbia determinato una reazione ambientalista che, nel volgere di qualche mese, ha coinvolto oltre 500 mila europei, firmatari a sostegno delle direttive sopraccitate e contro il loro indebolimento. Un risultato straordinario.

IL PRESSAPOCHISMO PER LE QUESTIONI AMBIENTALI
In Italia, il rischio è che la perdurante mancanza di una concreta reazione comunitaria sulla questione Vinca possa minare l’effetto deterrente di una procedura d’infrazione che rimane ipotetica. Peraltro in un Paese dove il livello di disinteresse per il bene pubblico e le risorse collettive è noto. Tale constatazione ha tristemente fatto il paio proprio con la Valutazione d’mpatto ambientale, la cui tradizione di scarsa attenzione, carente trasparenza e coinvolgimento da parte delle istituzioni preposte ha destato proteste da parte di comitati e associazioni e che, ad opere compiute ed effetti palesi, ha rivelato tutto l’italico atteggiamento di pressapochismo per le questioni ambientali. Eppure lungo tutta la Penisola, dominata da incurie, disastri annunciati e incidenti ambientali, la normativa Via – e poi la Vinca – avrebbero potuto determinare un momento di svolta. Tuttora rappresentano il discrimine per prevenire e mitigare effetti ambientali di progetti e opere, altrimenti destinate a presentare il conto negli anni a venire.

LA MANOMISSIONE DELLA NORMATIVA VIA
È nel contesto di tardiva reazione della Ue sulla questione Vinca che va ad ascriversi la recente manomissione della normativa Via da parte del governo guidato da Paolo Gentiloni. Ovviamente in chiave deregolamentare.
In Italia la Valutazione d’impatto ambientale si è caratterizzata da sempre per modalità discutibili di applicazione, con criticità che trovano facile parallelismo proprio con quelle identificate nelle procedure di Vinca.
Ad esempio, in base a una griglia di criteri tipologici e dimensionali, sottoporre molti progetti alla più blanda verifica di assoggettabilità a Via – il cosiddetto screening ambientale – ha determinato per molti anni la totale esclusione dalle procedure di evidenza pubblica, causando le ire delle comunità che conoscevano tali progetti sono nelle fasi di realizzazione. Fino a quando tale lacuna è stata faticosamente colmata. Basti ricordare, inoltre, come per molti anni l’accessibilità ai progetti medesimi sia stata gravemente interdetta, malgrado la teorica garanzia di estrarne copia tramite internet come predicato dalla normativa.
Nel recente passato la tecnica di aggiramento delle procedure di Valutazione in campo ambientale è sempre stata abbastanza sottile e raffinata. Da una parte con il mancato coinvolgimento delle popolazioni locali nelle procedure dettate dalla normativa Via e dall’altra con l’indebolimento degli uffici preposti (sostituendo dirigenti) o delegando uffici “rachitici” (dalle Regioni alle Province), così da conseguire strutture prive di personale sufficiente ad assolvere le istanze di progetti o incapaci di gestire procedure complesse e importanti.
Molte volte anche i pareri Via negativi sono stati rilasciati scarni di istruttoria e motivazioni, quasi ad invogliare i ricorsi al Tar, destinati ad essere vinti e ribaltare la decisione dell’ente coinvolto.
Si consideri, ora, il valore esponenziale delle opere legate ai progetti che ogni anno un ufficio Via è preposto a valutare, atteso anche il profitto che, nel tempo, deriverebbe dalla realizzazione di tali opere per il soggetto proponente, spesso in contrasto con gli interessi della collettività.
Tale considerazione è ancor più evidente per l’ufficio Via del ministero dell’Ambiente, in cui convergono le istanze per progetti di portata nazionale e, quindi, con valori in gioco ancora più elevati e condizionanti. Sarà più chiara quale sia la pressione della lobby che bussa alle porte di tali uffici – e della politica preposta a normare il settore – e quanto importante e nevralgico sia questo snodo delle strutture istituzionali che andrebbero irrobustite e qualificate per rispondere seriamente a compiti molto delicati.
La Valutazione d’impatto ambientale dovrebbe essere una cosa maledettamente seria, da cui dipende l’armonia e l’equilibrio nell’insediamento di opere, attività, interventi antropici. Ma se prima era consuetudine che la politica ricorresse a opinabili stratagemmi per incrinare la rigorosità e le garanzie di tutela, a vantaggio del progetto di turno, ora quella stessa politica sembra aver gettato la maschera ricorrendo direttamente a una penosa deregolamentazione che umilia i caratteri fondanti della normativa Via: proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita, provvedere al mantenimento delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell’ecosistema in quanto risorsa essenziale per la vita.

DEGRADO E MIMETISMO DELLE PROCEDURE
Malgrado le contestazioni di numerosi sodalizi ambientalisti, il governo ha emanato il decreto legislativo n.104 del 16 giugno 2017, peggiorando gravemente il quadro normativo di riferimento, con la scusa di adeguarlo ai sopraggiunti aggiornamenti comunitari in materia (direttiva 2014/52/UE).
La sintesi di tali modifiche sembra tagliata appositamente, in ossequio a decenni di speculazioni in campo edilizio, di inquinamento, degrado di habitat e “mimetismo” delle procedure.
Le predette norme, in vigore dal 21 luglio scorso, riducono gli spazi di partecipazione della collettività (impedendo di intervenire in caso di modifica del progetto rispetto a quello presentato), semplificano le regole per il proponente favorendo una sorta di contrattazione tra quest’ultimo e l’autorità competente (aumentando le maglie di progettualità che può scendere a un livello di mera fattibilità), favoriscono il controllo della politica sulle strutture tecnicamente preposte, come ad esempio aumentando l’agibilità del ministro nella scelta dei componenti della Commissione Via.
Alcune non meglio precisate opere eccezionali sono esentate dalla normativa Via.

RITORNO AL PASSATO
La Verifica di assoggettabilità a Via si caratterizza per un ritorno al passato, vanificando decenni di lotte per pretendere trasparenza e partecipazione che, ora, sono sostanzialmente preclusi.
L’azione sanzionatoria è indebolita, corredata da maglie così larghe da demolire qualsivoglia effetto deterrente per il rispetto della stessa legge o delle relative prescrizioni contenute nei pareri rilasciati. Viene introdotta la possibilità di attivare un procedimento dopo l’avvio di lavori che, quindi, sarebbero illegali, rafforzando il senso di impunità e favorendo effetti criminogeni, ancor più pericolosi in un Paese con aree ad alto tasso di criminalità organizzata.
Una simile normativa – poco selettiva sulla qualità dei progetti – contribuisce a penalizzare eventuali imprese serie che volessero applicare analisi preventive puntuali e qualitativamente superiori. A parità di proposta di un’opera sul medesimo territorio, il progetto più semplificato avrebbe la meglio in termini di rapidità scalzando gli altri.

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