Testo e foto di Pellegrino Tarantino

Dopotutto basta un maglione in più

“Come l’Arcobaleno. Sette storie del Mezzogiorno operaio” di Michele Cetta racconta storie di diritti negati, in Italia, non nel Terzo mondo. Le ha raccolte dal 2000 ai nostri giorni.

Maggio 1966. Dopo aver origliato una conversazione dell’alta borghesia romana, Paolo Pietrangeli scrive Contessa, canzone che accompagnerà lotte e manifestazioni di piazza, diventando un vero e proprio inno del Sessantotto italiano. Sono passati cinquanta anni da quei giorni d’occupazioni, picchetti, lotte studentesche ed operaie. Si lottava al grido di nessuno più al mondo deve essere sfruttato. Cinquanta anni. Mezzo secolo. Eppure sembra di essere ritornati a quei giorni – giorni di sfruttamento – in cui ci si doveva battere per i propri diritti. Giorni di padroni e di schiavi.

Settembre 2016. Giorno 15. Piacenza, sede della Gls, multinazionale dei trasporti. L’Unione sindacale di base picchetta l’azienda che si rifiuta di rispettare alcuni accordi sul reintegro di alcuni operai, nonché la stabilizzazione di diversi precari. Ma non importa, i camion devono assolutamente partire, bisogna far capire chi comanda. Chi c’era, racconta di un dirigente che incita il camion ad andare, a forzare il picchetto, del resto li aveva avvertiti “se vi mettete davanti al camion vi asfalto come un ferro da stiro”. L’autista, sotto minaccia di licenziamento, ubbidisce, preme a fondo il pedale, parte e investe un operaio, lo trascina per diversi metri, lo schiaccia sotto le ruote.

È questa la storia di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, 53 anni, padre di cinque figli. Non era tra gli operai precari o tra quelli da reintegrare. Era lì a protestare per i suoi compagni di lavoro, a lottare per un ideale, per un diritto. La Procura afferma che si è trattato di un incidente stradale, che non vi era nessun picchetto o manifestazione davanti ai cancelli della Gls. Che è stato l’operaio ad andare verso il camion. Ma i compagni di Abd Elsalam smentiscono la Procura mostrando foto e video che ritraggono il picchetto. Parlano di “assassinio padronale”, ed urlano “Adesso uccideteci tutti”. E ci si ritrova sbalzati indietro nel tempo, ai giorni di quella canzone, all’ industria di Aldo sporcata del sangue dei manifestanti, con i padroni che si chiedono chissà quanto tempo ci vorrà per pulire.

Eppure il caso di Abd Elsalam non è per nulla un’eccezione anacronistica. Pensiamo ai morti avvelenati dell’Ilva e ai lavoratori delle industrie dell’amianto. E a tanti altri ancora. Non sono forse anche questi “assassinii padronali”? Morti in nome del profitto e dell’interesse privato. Oggi in Italia il lavoro – da diritto – è diventato un privilegio. Non puoi fare tante storie se riesci a trovarlo un lavoro. Non importa se sei senza diritti, sfruttato, schiavo. Non puoi rifiutare. Anche se dovresti, proprio per affermare un diritto.

É vero, nel capannone non c’è riscaldamento, ma dopotutto basta un maglione in più, che vuoi che sia, e poi lavorando di buona lena il freddo non si sente mica. E se ti chiedono di lavorare in nero? Oppure di domenica, gratis, non ti sembra il minimo? Vorresti per caso lamentarti degli assegni sempre in ritardo? É già tanto che ti pagano, poco conta se ogni tre o sei mesi. Del resto c’è la crisi. E se le buste paga che firmi sono sempre d’importo superiore a quanto ti viene pagato, ed i contributi previdenziali versati sono sempre inferiori ai giorni effettivi di lavoro, non vorrai di certo creare problemi? Ricorda che chi si lamenta, protesta, sciopera, va dal sindacato, viene subito licenziato e non lavorerà mai più. Terzo mondo? No, è l’Italia. Questa Italia raccontata da stralci d’interviste raccolte in “Come l’Arcobaleno. Sette storie del Mezzogiorno operaio” di Michele Cetta. Le ha raccolte dal 2000 ai nostri giorni.

Ma se questo è il prezzo l’abbiamo pagato, nessuno più al mondo deve essere sfruttato, cantavano. Era il 1968. Eppure qualcosa in cinquanta anni è cambiato, allora. A battersi contro le ingiustizie, erano molti di più. E se la lotta di classe è ormai fuori moda, per fortuna, rimane sempre qualcuno che, stonato e a squarciagola, canta Contessa.


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