ARTICOLO di Medicina democratica

Nuova Via, se non è partecipata che valutazione è?

La procedura di Valutazione di impatto ambientale – preliminare sulle autorizzazioni di opere e progetti, come definita dalle direttive europee – da 30 anni costituisce una importante tutela ambientale non tanto sotto il contenuto tecnico (obbligo di esame dei diversi impatti correlabili con un’opera) ma in quanto si caratterizza (si dovrebbe caratterizzare) dalla promozione della partecipazione popolare.

È da questa partecipazione – peraltro finora quasi esclusivamente limitata alla possibilità di presentare osservazioni – che possono emergere tutte le criticità, ambientali ma anche sociali, connesse ad un progetto (criticità spesso negate o occultate negli studi di impatto ambientale finanziati dai committenti l’opera) e può davvero – se utilizzata fino in fondo – costringere a prendere in considerazione anche le alternative del progetto inclusa l’opzione zero (la non realizzazione dell’opera).
Le norme italiane hanno, negli anni, pesantemente ridotto la valenza della procedura di Via a partire dalle opere che ne avevano più bisogno: le “grandi opere” per le quali vige una norma “semplificata” che comprime, se non elimina, la possibilità da parte delle popolazioni di dire la propria e contare sui “tavoli decisionali” (la Tav in Val Susa è l’esempio più noto, in questi giorni la Tap del Salento è un’altra conferma).
Davanti a questo quadro la necessità è quella di imprimere alla Via una “nuova vita” allargando i momenti di intervento e il peso della partecipazione popolare, resa comunque sempre difficile da un “handicap” di partenza, trovarsi di fronte a imprese che possono investire in “cervelli” che producono studi acquiescenti ai loro obiettivi.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre il gap tra reali diritti delle popolazioni e la forza dei proponenti in nome di un bilanciamento degli interessi (pubblici da un lato, privati dall’altro) nell’ambito decisionale.
Il governo italiano invece va nella direzione opposta: dovendo recepire l’ultima versione europea della Via (la direttiva 2014/52), in nome della compressione dei tempi della procedura, sacrifica parte di quel poco di partecipazione che viene garantita dalla norma e accentra le decisioni su alcune tipologie di impianti.

Gli aspetti negativi salienti dallo schema legislativo proposto sono:
Livello di progettazione dell’opera soggetta a VIA, da progetto definitivo (oggi) a progetto di “fattibilità”, quindi su un progetto con minore dettaglio e quindi con possibilità di maggiori “sorprese” nella successiva o contestuale fase autorizzativa;
Eliminazione della possibilità di osservazioni nelle fasi di verifica di assoggettabilità dei progetti (ricordiamo che l’Italia è stata recentemente condannata per la inadeguata attuazione di questo aspetto delle norme europee);
Conferma della esclusione dei progetti per la “difesa nazionale” e legati alla protezione civile (qualcuno ricorda ancora la gestione Bertolaso?);
Una commissione Via statale “aperta” ai professionisti, di nomina diretta del Ministro, senza concorsi, e senza alcuna garanzia atta ad evitare conflitti di interesse;
Il mantenimento del “segreto industriale” su aspetti del progetto a libera scelta del proponente;
Viene inserito l’obbligo di Valutazione di impatto sanitario ma solo per le centrali termoelettriche oltre i 300 MW;
L’obbligo di tenere in conto delle osservazioni del pubblico viene ancora una volta “diluito” in generiche indicazioni sul contenuto dell’atto di Via;
Un generale sforzo di compressione dei tempi che, nel caso dei progetti di competenza statale, diventa un “provvedimento unico” che include Via e autorizzazione alla realizzazione e alla gestione dell’impianto (Aia). La Via non è più “preventiva” ma “contestuale” alla procedura autorizzativa. Questa condizione, soprattutto se senza idonei bilanciamenti di garanzia per l’informazione e la concreta possibilità di conoscere, elaborare e presentare osservazioni, significherà solo una limitazione della concreta possibilità di pesare sulle decisioni;
La ricollocazione di diverse tipologie di progetti dalla competenza regionale a quella statale (impianti termici oltre i 150 MW, la ricerca di idrocarburi, gli impianti geotermici, lo stoccaggio di sostanze pericolose e gas, superficiali e sotterranee, strade extraurbane “principali”, porti turistici), l’introduzione di progetti soggetti a verifica di assoggettabilità di competenza statale (attualmente la competenza è solo regionale) contribuiscono ad uno spostamento e centralizzazione delle decisioni che non favorisce di sicuro la partecipazione delle popolazioni interessate. In quest’ultimo caso è facile prevedere che gran parte di progetti del genere verranno esclusi da obblighi di VIA esautorando regioni (e popolazioni) dalla possibilità di far sentire il proprio parere in fase preventiva.

Medicina Democratica appoggia l’iniziativa collegiale dei movimenti e dei comitati per evitare che la trasposizione delle modifiche europee sulla Via anziché migliorare non peggiorino la legislazione nazionale.

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