ARTICOLO di Alessio Di Florio / Foto: Wikipedia Commons

Colleferro, riparte il processo per l’inceneritore

“Il Tribunale di Roma faccia giustizia” dopo che “se ne erano perse le tracce”. Questo, in sintesi, quanto espresso dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco. Il processo in questione è relativo alla gestione degli impianti di incenerimento di Colleferro, fermo dal marzo 2015, quando il Tribunale di Velletri ha dichiarato la propria incompetenza territoriale in favore del Tribunale di Roma.

La stessa Rete ed il Comitato Residenti Colleferro, denunciando uno “smarrimento” del processo “nei meandri dei Palazzi di giustizia romani”, hanno precedentemente ricostruito la vicenda riportando che “nel 2009 diversi dirigenti e funzionari del gruppo Gaia spa furono rinviati a giudizio per aver permesso l’incenerimento di rifiuti di ogni tipo, dalle gomme di camion ai materassi; quando proveniva da determinate aziende, il combustibile derivato da rifiuto non subiva i controlli dovuti e, per nascondere i problemi, si provvedeva a manomettere i sistemi di controllo informatici e ad alterare i dati sulle emissioni ai camini. A completare il quadro criminoso le intimidazioni e le rappresaglie verso quei dipendenti che non si mostravano collaborativi con la dirigenza”. Dopo il sequestro degli impianti, riportano gli attivisti, si è giunti “all’arresto di 13 persone, con il coinvolgimento di complessive 26”.

Il procedimento giudiziario è stato riattivato dal Tribunale di Roma, “con gli avvisi a comparire per imputati e parti offese all’udienza preliminare” fissata per il prossimo 12 ottobre. La Direzione Distrettuale Antimafia ha contestato reati a “dirigenti e legali rappresentanti legali del 2008 delle due società di gestione degli inceneritori, Mobilservice ed EP Sistemi società dell’ex Consorzio GAIA”, a “legali rappresentanti di alcune società di certificazione analisi dei rifiuti, di controllo delle emissioni da remoto, di intermediazione”, all’allora “procuratore di AMA” e al “responsabile della raccolta multimateriale presso l’impianto AMA di Rocca Cencia”. “Rileggendo le intercettazioni allegate al procedimento – commentano gli attivisti della Rete – c’è da rabbrividire, non sono passibili di interpretazioni le frasi di alcuni degli imputati, ne delineano ruoli e responsabilità nella gestione criminale degli impianti” e auspicando che “il Tribunale di Roma recuperi” i 5 anni in cui il procedimento è rimasto a Velletri, facendo “giungere a conclusione il processo, prima delle eventuali prescrizioni di rito, per restituire giustizia agli abitanti di un territorio fortemente compromesso dal punto di vista ambientale e sanitario”.

La Valle del Sacco è compresa nell’elenco dei Siti d’interesse nazionale (Sin), così individuati per la gravissima situazione di inquinamento e degrado ambientale dopo una sentenza del Tar Lazio del 2014. Il Governo Monti, nel 2013, aveva declassato 18 Sin, compreso Valle del Sacco. Contro questo declassamento avevano promosso ricorso al Tar la Regione Lazio e il Comune di Ceccano, a cui “ad adiuvandum” si è aggiunta la Rete per la Tutela della Valle del Sacco, pienamente accolto. I giudici scrissero nella sentenza che “il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” e che “la norma applicata sembra anzi ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale.”.

La Valle del Sacco, nel cui territorio si trova il Comune di Colleferro, è tra i luoghi maggiormente devastanti dall’inquinamento d’Italia. All’origine del disastro la produzione del Ddt da parte della Caffaro. I fusti contenenti i residui della lavorazione sono stati interrati fino agli anni Ottanta non distante dagli inceneritori della città (fatti ripartire dopo l’inchiesta del 2009 per “interesse pubblico”). Ci fu una condanna a pochi mesi nel 1992 per alcuni dirigenti dell’azienda. Ma neanche si ipotizzò l’avvio di una bonifica. E il beta-esaclorocicloesano ha avvelenato la catena alimentare, la popolazione che vive entro un chilometro dal fiume Sacco ogni due anni effettua controlli medici. Alla fine del 2004 fu accertata la contaminazione del latte prodotto. Nel 2010 viene così avviato un nuovo processo che negli anni ha subìto varie interruzioni, che vede imputati ex dirigenti dello stabilimento della Caffaro, della Centrale del Latte di Roma e del Consorzio che gestiva lo scarico delle acque della zona industriale di Colleferro. L’accusa è di disastro ambientale. Nel mirino la vendita di latte inquinato a caseifici, anche della Capitale.

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