ARTICOLO di Pietro Dommarco

Parcheggiati nei parchi

L’attuale governo – in linea con quelli precedenti – e la tutela dell’ambiente e la valorizzazione dei parchi nazionali viaggiano su due linee parallele. Senza incontrarsi mai. Abbiamo così la sensazione di viaggiare su un nuovo binario morto, costruito – anno dopo anno – sulle ceneri dei parchi picconati dai governi di centrosinistra, da quelli di centrodestra e, infine, dall’attuale configurazione di destra e sinistra insieme. Un declino che coincide con quello dell’intero Paese.
Paradossalmente il tutto inizia con il partito dei Verdi al dicastero dell’Ambiente, incapace di tracciare una svolta per l’ambientalismo italiano. E poi lo spoils system dei governi di Silvio Berlusconi le cui scelte in materia hanno estromesso dai parchi competenze e capacità. Definitivamente. Per far posto alle botteghe dei partiti.
Ed ecco, infine, il parto della riforma della legge quadro sulle aree protette (la n.394/1991). La promessa è di cancellare l’ultimo simulacro dell’ambientalismo degli anni Novanta, opponendo il roboante modernismo riformista del governo Renzi.
Le nuove norme approvate in Commissione ambiente lo scorso 20 ottobre e ratificate in Senato la scorsa settimana non entusiasmano, anzi offrono alcuni spunti di riflessione critica. A partire dal recente commento a margine dell’attuale ministro all’Ambiente Gian Luca Galletti che, con poche parole sul futuro dei parchi (“tutela dell’ambiente e della biodiversità, ma anche uno strumento economico”) ne ha disegnato sinteticamente il loro destino. O la loro fine.
Alla legge quadro sulle aree protette, prossima all’approvazione definitiva alla Camera dei deputati, un cartello di diciassette associazioni ambientaliste ha tentato di assestare alcuni colpi. Uno dei quali sul ruolo. “Non volendo cogliere il senso costituzionale che vede la tutela della natura in capo allo Stato, la riforma non valorizza il ruolo delle aree protette come strumento efficace per la difesa della biodiversità e non chiarisce il ruolo che devono svolgere la Comunità del Parco.
Le modifiche alla legge n.394/91 sembrano cucite su misura per interessi di parte, che vanno ben oltre la difesa del paesaggio e del suo sfruttamento pulito. I parchi sono concepiti come risorsa capace di incentivare risorse private, sovrapponendo in maniera pericolosa i portatori di interessi privati con quelli preposti alla tutela. E non come risorsa da valorizzare al servizio della collettività, insomma.
Un vero e proprio pastrocchio che non determinerà scelte sensate per quanto concerne la governance. Protetta, in questo caso sì, dalla solita selezione politica, non naturale. Presidenti e direttori senza alcuna competenza in tema di conservazione della natura, ma semplicemente parcheggiati dalla politica o dagli interessi privati con la comunità del parco abbandonata all’oblio.
C’è poi da capire il senso del binomio tutela-strumento economico. Un’antitesi se consideriamo i parchi strumento economico per altri fini. A nascondere questa contraddizione l’introduzione di una sorta di condono – dietro corrispettivo economico – per “i gestori di impianti idroelettrici di potenza superiore a 220 Kw, attività estrattive, impianti a biomasse, coltivazioni di idrocarburi, oleodotti, metanodotti, elettrodotti non interrati e pontili di ormeggio per imbarcazioni” e chi più ne ha più ne metta. Interessi – è bene ricordare – già presenti e attivi all’interno dei parchi al momento dell’entrata in vigore della nuova legge.
Tutti questi portatori di interesse verseranno royalties destinate, in buona parte, ad un fondo istituito dal ministero competente per finanziare i parchi. Un modo per sanare situazioni già esistenti. Si pensi alla Basilicata e alla Calabria che, tra il Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese ed il Parco nazionale del Pollino (proprio oggi il Tar di Catanzaro ha respinto i ricorsi contro la Centrale Enel del Mercure che rimarrà quindi aperta), con trivelle e biomassa hanno ornato un paesaggio protetto solo sulla carta.
In sostanza, infrastrutture ad alto impatto già esistenti, e chi le gestisce, vedranno rafforzato il proprio status con la possibilità di ricattare gli Enti parco su eventuali nuove autorizzazioni da rilasciare proprio grazie alle compensazioni. Come del resto accade già.
I parchi italiani hanno poche risorse, che negli anni sono state ridotte ulteriormente. Attraverso incarichi politici si è prima svuotata la loro funzione, riducendoli a poltronifici e partitifici. La riforma attuale legittima il ruolo dei privati chiamati a finanziare, in cambio di una autorizzazione, gli stessi partiti e chi li sostiene.
La solita merce di scambio, barattata sulla testa di tutti, che renderà più forte il doppio fine di pochi a scapito delle comunità e dell’ambiente.

Un pensiero riguardo “Parcheggiati nei parchi

  • 10 marzo 2017 in 15:55
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    Ma noi di Sessa Aurunca e di Roccamonfina, con il Parco regionale “Roccamonfina-Foce del Garigliano, non stiamo messi meglio. Istituito nel 1993, con legge regionale 1º settembre 1993 n. 33, non ha mai avuto finanziamenti che permettessero al Parco di sopravvivere, non ha creato nuovi posti di lavoro, non ha tutelato la natura, ha, spesso, ostacolato iniziative private perché i giusti vincoli imposti hanno ingessato il territorio, senza offrire opportunità di promozione e di sviluppo. Eppure si tratta di un territorio bellissimo, ricco di verde e di biodiversità che andrebbero tutelate. I sentieri, di cui Legambiente si è occupata, tranne un unico intervento, sono invasi da piante che non permettono di condurre escursioni per rispondere alla domanda di numerosi amanti della natura e del trekking, tranne quello che conduce alle mura megalitiche dell’Orto della Regina e l’altro che permette di visitare le famose “Ciampate del Diavolo”, impronte umane fossili, che, secondo il prof. Mietto, docente di stratigrafia all’università di Padova, appartengono all’”homo heidelbergensis, ominide vissuto circa 350mila anni fa. Una giusta e precisa divulgazione, documentata dalle numerosissime testimonianze storico-archeologiche, dalla varietà, bontà e ricchezza enogastronomica, dalla bellezza naturalistica con panorami mozzafiato, avrebbero creato un circuito turistico importante e una nuova spinta a una economia non certo ricca. Ma questa è una storia del Sud, agganciato per secoli a una politica clientelare che mortificava la dignità e dalla quale solo oggi si vede qualche tentativo di liberarsi e di mettere in gioco le proprie capacità imprenditoriali.

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