Il rischio sismico degli stoccaggi gas della Pianura padana
Foto: Manifestazione contro gli stoccaggi di gas in Pianura padana // Pietro Dommarco

Gli stoccaggi di gas tra sismicità indotta e sismicità innescata

in Alla canna del gas/Inchieste di

Il 7 aprile 2017 i ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali hanno emanato il decreto di sovrappressione per lo stoccaggio sotterraneo di gas di Ripalta Cremasca, nel cremonese. Interessanti le prescrizioni imposte dai ministri Galletti e Franceschini, in particolare quella relativa al monitoraggio della sismicità indotta. Non è il primo caso e non sarà l’ultimo, considerando anche il relativo dibattito pubblico iniziato nel post terremoto dell’Emilia Romagna, nel 2012, e continuano nel post terremoto del Centro-Italia.

A Ripalta Cremasca viene prescritta la necessità di una rete microsismica e di una serie di accorgimenti. Infatti, nel relativo decreto sulla sovrappressione, si legge che “qualora la microsismicità riconducibile alle attività di esercizio dello stoccaggio eguagli o superi la magnitudo Locale di 2.2, dovranno essere adottati dal soggetto gestore responsabile tutti gli accorgimenti opportuni atti a riportare la magnitudo locale massima dei sismi a valori inferiori a tale valore.
In sostanza, i ministeri ammettono la possibilità che le attività antropiche possano determinare e causare terremoti indotti e che – con monitoraggio e operazioni correttive – sia possibile mantenere la sismicità entro un certo limite. Questa è una prescrizione strana, e lascia il forte dubbio che con il semplice monitoraggio sia possibile controllare la sismicità indotta da attività antropiche.
La stessa prescrizione è stata applicata per i progetti in sovrappressione dei campi di stoccaggio “Fiume Treste” in Abruzzo e “Minerbio” in Emilia Romagna, regione in cui – a seguito del sisma del 2012 – sono scoppiati forti dibattiti e polemiche proprio sulla sismicità indotta. Spesso in un clima di grande confusione mediatica, che non ha favorito i comitati ambientalisti che hanno sempre denunciato i pericoli della sismicità antropica. Con il sisma che nel 2016 ha colpito Amatrice la situazione è peggiorata. In numerosi articoli sono state erroneamente attribuite al terremoto cause umane. Per queste ragioni è necessario fare chiarezza partendo dalla storia “dibattimentale” sulla sismicità indotta in corso anche nel mondo scientifico.

LA QUESTIONE DELLA SISMICITÀ INDOTTA NON È POI COSÌ RECENTE
Pietro Caloi, ex presidente dell’Istituzione nazionale di geofisica, collegò il terremoto del 1951 di Lodi alle estrazioni di gas dal giacimento di Caviaga, nel lodigiano, denunciando una possibile sismicità indotta. Sempre Caloi, in una serie di articoli, attribuiva ad attività antropiche la sismicità registrata alla diga del Vajont prima della frana, la subsidenza del delta del Po anche in questo caso per le attività di estrazione di gas, i terremoti nelle aree minerarie di Cave del Predil, a Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia.
Mentre a livello mondiale si moltiplicavano gli studi e le ricerche sulla sismicità indotta, in Italia la questione rimaneva tabù.
Nel 2012, a Mosca, nel corso dell’ultima Conferenza europea di sismologia sono stati presentati 14 lavori sulla sismicità indotta legata alla realizzazione e sfruttamento di dighe, miniere, idrocarburi ed altre attività antropiche. L’Associazione sismologica internazionale ha un suo gruppo di lavoro dedicato solo alla sismicità indotta. Nel 2014, a Vienna, nel corso dell’Assemblea generale dell’Unione europea di geoscienze sono stati presentati 60 lavori in merito.
In Italia, invece, in 48 anni sono stati solo 8 gli articoli pubblicati, nonostante l’esistenza di alcuni documenti ufficiali nei quali veniva citata la correlazione tra eventi antropico e terremoti.
È il caso del Protocollo d’intesa sottoscritto nel 2010, precisamente il 22 febbraio, tra il ministero dello Sviluppo economico e la Regione Lombardia. Con l’articolo 2 del Protocollo (“Linee d’azione per lo stoccaggio di gas naturale nel sottosuolo”) viene richiesto di “promuovere iniziative comuni per il controllo e valutazione sperimentale in tema ambientale e di sicurezza degli stoccaggi e in particolare per quanto riguarda:
il monitoraggio degli effetti sismici indotti dall’esercizio degli impianti di stoccaggio

Del resto possibilità di sismi indotti viene censita anche nei documenti prodotti dalla Stogit, la società di Snam attiva nello stoccaggio del gas naturale in Italia. Infatti, sempre nel 2010, negli incartamenti relativi all’istanza di Valutazione d’impatto ambientale per il campo di stoccaggio di Sergnano, in provincia di Cremona, si legge che “[…] la metodologia di monitoraggio si basa sulla rilevazione di eventuali modifiche allo stato di stress causate dalla diminuzione (attività di erogazione) o dall’aumento (attività di iniezione) della pressione dei pori. Lo studio e il monitoraggio di una eventuale microsismicità associata all’esercizio dell’attività di stoccaggio può inoltre contribuire ad una migliore caratterizzazione del comportamento meccanico del reservoir.
L’8 febbraio 2010 – quasi contemporaneamente al Protocollo stipulato tra il ministero dello Sviluppo economico e la Regione Lombardia – la Regione Emilia Romagna emanava un decreto di Giunta il cui contenuto sposava, di fatto, il parere tecnico di un pool di esperti, in merito alla pronuncia di compatibilità ambientale sul progetto di stoccaggio “Rivara”. Nell’allegato tecnico della delibera, si evidenziava che “per sismicità indotta si intende solitamente la sismicità minore causata direttamente o indirettamente da varie attività antropiche, quali scavi minerari o tunnel, grandi laghi artificiali, estrazione di idrocarburi, o, infine, di campi idrotermali. Si può parlare in questi casi di sismicità realmente indotta e cioè di terremoti sostanzialmente di origine antropica, in quanto le tensioni crostali che generano i sismi è in gran parte attribuibile a cause non naturali (Eagar, 2006). Si tratta peraltro di terremoti piccoli, solitamente registrati solo dagli strumenti, i cui valori di magnitudo Richter variano da -2 a 3, per cui questa sismicità non è in grado di provocare danni alle costruzioni, anche se, con gli eventi più grandi, può arrecare disturbo alla vita dei residenti. Esiste però un altro tipo di sismicità indotta, dagli effetti molto più gravi, che è corretto chiamare sismicità attivata. In questo caso si tratta di sismi grandi e distruttivi, causati da stress tettonici accumulatisi in centinaia di anni, ai quali le attività antropiche danno l’ultima e
decisiva spinta, scatenando la rottura catastrofica delle rocce crostali. Questi sono sismi che avverrebbero ineluttabilmente prima o poi, ma che, verificandosi in concomitanza temporale e spaziale con un’attività umana ben definita, sono ad essa direttamente riconducibili. Utilizzando un concetto storiografico, è possibile in questo caso parlare dell’attività tettonica naturale come causa remota del terremoto e dell’intervento antropico come causa prossima […] La sismicità attivata è l’espressione più pericolosa della sismicità indotta. Poiché essa si
verifica a causa dell’attivazione di strutture tettoniche in cui la concentrazione di tensioni è già indipendentemente alta, essa può essere evitata solo escludendo ogni attività antropica potenzialmente sismogenica attorno ad esse […] Dal punto di vista degli interventi antropici che possono potenzialmente attivare la sismicità naturale, questo obbliga cautelativamente a mantenersi ad una distanza dalle strutture attive tale da potere escludere ogni interazione. In pratica, nel caso più comune al mondo e tipico di tutto il territorio italiano, in cui le strutture sismogeniche sono sepolte e non sono note con precisione, ogni perturbazione antropica allo stato di tensioni crostali che vada al di là dell’intervallo naturale di variazione o che comunque non faccia parte della storia pregressa del sistema ed abbia una ragionevole certezza di non sismogenicità, va valutata con estrema cautela.

Dopo una seria analisi sul comportamento del sito di Rivara, oggetto di studio, il pool nelle conclusioni scrive che “a fronte delle numerose e rilevanti incertezze appena descritte è indispensabile inoltre registrare il determinante grado di consapevolezza che emerge dalle elaborazioni progressivamente compiute per quanto riguarda le condizioni di criticità derivanti dalla presenza, nell’area interessata dal progetto, di strutture sismotettoniche attive, con le potenziali aggravanti conseguenze che ciò può comportare in termini di sismicità indotta.” Il progetto ottenne parere negativo.

GLI STUDI SULLA SISMICITÀ INDOTTA IN ITALIA
Già dal 2010 si conosceva uno studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia sulla sismicità indotta in Val d’Agri, la valle del petrolio lucana. Lo studio, datato 2009, indagava gli eventi causati in Basilicata dalla reiniezione delle acque reflue di produzione petrolifera. Veniva, inoltre, affrontato il caso dell’Olanda, dove su quasi tutto il territorio nazionale la maggiore pericolosità sismica è data da eventi indotti e non tettonici derivanti dai campi di giacimento on-shore (a terra) di Groninbergh. Il governo olandese ha condannato le multinazionali Shell ed Exxon a pagare ai cittadini un risarcimento pari a 1,2 miliardi di euro per i danni provocati ad oltre 30 mila case.
È solo con il terremoto del 2012 in Emilia Romagna che la questione della sismicità indotta è divenuta di dominio pubblico. Dopo molti dubbi, accentuati dalle proteste delle popolazioni locali, il governo Monti nominò una Commissione di esperti internazionali denominata Ichese (International commission on hydrocarbon exploration and seismicity in the Emilia Region), per far luce sulle possibili cause del terremoto emiliano e il possibile collegamento con le attività antropiche. La commissione Ichese avrebbe dovuto rispondere, sostanzialmente, a due quesiti: 1) è possibile che la crisi emiliana sia stata innescata dalle ricerche nel sito di Rivara, effettuate in tempi recenti, in particolare nel caso siano state effettuate delle indagini conoscitive invasive, quali perforazioni profonde, immissioni di fluidi […]?; 2) è possibile che la crisi emiliana sia stata innescata da attività di sfruttamento o di utilizzo di reservoir, in tempi recenti e nelle immediate vicinanze della sequenza sismica del 2012?
La storia della commissione Ichese – e della pubblicazione del rapporto – è alquanto grottesca, a causa di presunti conflitti di interesse e, soprattutto, per il fatto che le conclusioni sono state tenute nascoste al pubblico, fino a quando il giornalista della rivista internazionale Science, Edwin Cartlidg, nell’aprile del 2014, pubblicò il rapporto la cui stesura era terminata due mesi prima. Edwin Cartlidg dichiarò di aver ricevuto pressioni per non pubblicare l’articolo. Lo stesso giornalista dichiarò di aver ricevuto pressioni per non pubblicare l’articolo.
La commissione Ichese ritiene “altamente improbabile che le attività di sfruttamento di idrocarburi a Mirandola e di fluidi geotermici a Casaglia possano aver prodotto una variazione di sforzo sufficiente a generare un evento sismico “indotto”. L’attuale stato delle conoscenze e l’interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare, la possibilità che le azioni inerenti lo sfruttamento di idrocarburi nella concessione di Mirandola possano aver contribuito a “innescare” l’attività sismica del 2012 in Emilia.
Proprio nel “non permettono di escludere, ma neanche di provare” che sorge il più grande dilemma scientifico, dove si è innescato lo scontro tra compagnie petrolifere, tecnici, ambientalisti, comitati e comunità locali. È in questa fase che nasce la distinzione tra sismicità indotta e sismicità innescata (“Un terremoto innescato è un particolare tipo di terremoto tettonico, nel quale piccoli effetti prodotti da attività umane hanno anticipato il momento in cui il terremoto sarebbe avvenuto e pertanto è ancora più difficile da trattare. Più semplice è il caso della sismicità indotta, in quanto le azioni umane hanno una influenza significativa; pertanto possono essere studiate variazioni nelle metodologie operative utilizzabili per abbassare significativamente la probabilità di questi eventi.”) e l’apertura ad una serie di suggerimenti operativi, come i “sistemi di monitoraggio con livelli crescenti di allarme (i cosiddetti sistemi a semaforo) sono in effetti stati sviluppati e applicati solo per casi di sismicità indotta.”; “La sismicità indotta e innescata dalle attività umane è un campo di studio in rapido sviluppo, ma lo stato attuale delle conoscenze, e in particolare la mancanza di esperienza in Italia, non premette la elaborazione di protocolli di azione che possano essere di uso immediato per la gestione del rischio sismico. Ha quindi carattere prioritario lo sviluppo delle conoscenze attraverso l’acquisizione di dati dettagliati, alcuni dei quali devono essere forniti dagli operatori, e attraverso una ricerca che possa migliorare la conoscenza delle relazioni tra operazioni tecnologiche e sismicità innescata. Potrebbero essere studiati casi di sismicità nelle immediate vicinanze di campi di sfruttamento di idrocarburi, quali ad esempio quello di Caviaga (1951) e di Correggio (1987-2000) e probabilmente anche altri, eventualmente utilizzando le metodologie applicate in questo rapporto dalla Commissione. Sarebbe necessario analizzare in dettaglio sia la sismicità che i parametri di produzione, ed è essenziale avere informazioni su più di un caso per poter sviluppare strumenti utili alla gestione del rischio, quale ad esempio i sistemi a semaforo.
Nel suggerire il sistema a semaforo la commissione Ichese indirizza anche sul modello di analisi del monitoraggio. Infatti, viene specificato che “le attività di sfruttamento di idrocarburi e dell’energia geotermica, sia in atto che di nuova programmazione, devono essere accompagnate da reti di monitoraggio ad alta tecnologia finalizzate a seguire l’evoluzione nel tempo dei tre aspetti fondamentali: l’attività microsismica, le deformazioni del suolo e la pressione di poro.

LO SCONTRO NEL MONDO SCIENTIFICO
Le conclusione a cui giunse la commissione Ichese non furono validate dall’Ingv. L’Istituto, massimo ente di ricerca italiano in materia validò solo il modello, ma non i risultati finali. Su questo punto e sulla composizione della commissione formata da esperti internazionali pagati dall’Eni nacque lo scontro anche tra personalità di spicco del mondo scientifico, tra cui il sismologo Enzo Boschi – ex presidente, per 22 anni, dell’Ingv ed ex membro della Commissione ministeriale Grandi Rischi – che affermò che “ci trovavamo insomma nella classica situazione italiana di controllati che si controllano da soli per star sul sicuro”, aggiungendo anche che ”non dimentichiamo mai che a causa dei terremoti del 2012 ci fu un considerevole numero di vittime. E che la successiva creazione della commissione Ichese, con tutto quello che ne seguì, servì soprattutto a distrarre l’attenzione da responsabilità politiche e scientifiche del tutto evidenti.
Già subito dopo il terremoto emiliano, ancora in assenza della commissione Ichese, il ministero dell’Ambiente si adoperò per trovare soluzioni alla questione assai complessa della sismicità indotta e delle attività antropiche.
Il 27 luglio 2012, appena due mesi dopo il sisma, la commissione ministeriale nazionale per la Valutazione d’impatto ambientale emanò parere per la concessione dello stoccaggio di Sergnano, in provincia di Cremona, per un aumento in sovrappressione al 105 per cento rispetto alla pressione statica di fondo del giacimento. In questo parere la commissione emanò la seguente prescrizione: “qualora la sismicità indotta superi magnitudo 3,0 – considerando l’epicentro all’interno di un’area definita di raggio uguale a dieci chilometri attorno alla tesa del pozzo, la pressione di esercizio massima e la frequenza del ciclo di iniezione e di estrazione dovranno essere ridefinite in modo da riportare le magnitudo al di sotto di tale valore.
La prescrizione divenne parte integrante del decreto ministeriale del 15 ottobre 2012; decreto impugnato da comitati davanti al Tribunale amministrativo nel nome del Principio di precauzione. Anche la Regione Lombardia, il 19 dicembre 2014, emanò un decreto di Giunta contro l’ampliamento della capacità di stoccaggio di Sergnano: “il diniego all’incremento della capacità di stoccaggio della concessione Sergnano è stato deciso in applicazione del principio generale di precauzione, considerate le elevate capacità di stoccaggio oggi presenti in Lombardia e, in particolare, nella provincia di Cremona, di assoluta rilevanza e tali da richiedere una particolare attenzione ai fini della valutazione degli effetti dell’attività nell’ambiente circostante relativamente alla sismicità indotta/innescata” e, inoltre, “in base agli esiti dello studio condotto dalla commissione Ichese […] i terremoti si possono distinguere in indotti, nei quali uno sforzo esterno, prodotto da attività antropiche, è sufficientemente grande da produrre un evento sismico in una regione che non era necessariamente sottoposta a un campo di sforzi tale da poter generare un terremoto in un futuro ragionevolmente prossimo (in senso geologico) e terremoti innescati, per i quali una piccola perturbazione generata dall’attività umana è sufficiente a spostare il sistema tettonico da uno stato quasi-critico ad uno stato instabile. La condizione necessaria perché questo meccanismo si attivi è la presenza di una faglia già carica per uno sforzo tettonico, vicina a un sito dove avvengono azioni antropiche, dove vicina può significare anche decine di chilometri di distanza, a seconda della durata e della natura dell’azione perturbante.
Questa delibera regionale è stata un bel colpo all’intero sistema degli stoccaggi e una grande vittoria, seppur momentanea, per i comitati ambientalisti. Prescrizioni simili a quelle di Sergnano vennero applicate in tutti i decreti successivi per gli stoccaggi italiani, tra cui Bordolano in provincia di Cremona.
Anche l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra), nel giugno del 2014, ha redatto il “Rapporto sullo stato delle conoscenze riguardo alle possibili relazioni tra attività antropiche e sismicità indotta/innescata in Italia”, scaturito dal tavolo di lavoro composto – con la stessa Ispra – da dipartimento di Protezione civile, ministero dello Sviluppo economico, Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste (Ogs), istituito su suggerimento della commissione Ichese, con decreto del ministero dello Sviluppo economico, datato 27 febbraio 2014.

SISMICITÀ PROVOCATA DA ESTRAZIONE DI IDROCARBURI, ATTIVITÀ DI DIGHE, REINIEZIONI DI ACQUE REFLUE IN UNITÀ PROFONDE E GEOTERMIA
Alcuni studi su episodi di sismicità indotta e sismicità innescata sono stati condotti in Italia, in passato,
anche da ricercatori di enti pubblici o privati non partecipanti al tavolo di lavoro che ha redatto il Rapporto dell’Ispra. Un aspetto interessante emerso è l’accento posto sul ruolo del monitoraggio e delle banche dati disponibili. Viene infatti enunciato che “a fronte della disponibilità di dati, informazioni prodotte e infrastrutture di monitoraggio e ricerca tecnologicamente avanzate, precedentemente elencati, resta irrisolto in Italia il problema della difficoltà di accesso ad alcune tipologie di informazioni legate alle attività di esercizio (volumi e pressioni di iniezione di fluidi, livelli di invaso) e del relativo monitoraggio effettuato con reti gestite dalle società. Talvolta tali dati sono addirittura impossibili da reperire in quanto dispersi o non preservati. Tali informazioni, fondamentali per consentire lo sviluppo di ricerche indipendenti sul tema della sismicità indotta e sismicità innescata da attività antropica, sono talvolta rese disponibili dai gestori solo nell’ambito di specifici progetti di monitoraggio e/o ricerca. Appaiono quindi estremamente opportune azioni, incluse quelle di tipo normativo, volte a raccogliere, organizzare, preservare e rendere disponibili tali dati, come quelle previste nelle linee guida in via di definizione da parte del gruppo di lavoro per la definizione di indirizzi e linee guida per il monitoraggio della microsismicità, delle deforazioni del suolo e della pressione di poro nell’ambito delle attività antropiche istituito dal Ministero dello sviluppo economico.
Il 24 novembre 2014 il gruppo di lavoro costituito nell’ambito della Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie ha consegnato un documento contenente indirizzi e linee guida per il monitoraggio della microsismicità, delle deformazioni del suolo e della pressione di poro nell’ambito delle attività antropiche, predisposte in base ai più alti livelli di sviluppo e conoscenza attualmente disponibili. Le linee guida, sviluppate per il monitoraggio delle attività di coltivazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo di gas naturale, potranno essere applicate, attraverso opportuni adattamenti, anche a tutte le attività antropiche che interessano grandi bacini artificiali, attività geotermiche, stoccaggio sotterraneo di CO2, estrazioni minerarie e più in generale attività di sottosuolo. Queste linee guida sono diventate parte integrante e strumento scientificamente provato con indirizzo direttorio del decreto-legge “Sblocca Italia”, nel marzo 2015.

L’INDIRIZZO DELLE LINEE GUIDA
Le linee guida “hanno l’obiettivo di definire gli standard iniziali di osservazione degli effetti delle attività antropiche a seguito di operazioni di reiniezione di fluidi nel sottosuolo (acque di strato) e di estrazione-stoccaggio di idrocarburi e, in particolare, di stabilire le procedure e i protocolli di monitoraggio, includendo tra questi le modalità di analisi dell’evoluzione spazio-temporale di alcuni parametri descrittivi della sismicità, della deformazione del suolo e della pressione di poro. Tali standard dovranno essere aggiornati e perfezionati mediante una fase sperimentale su casi pilota rappresentativi di diverse casistiche, prima di una loro applicazione generalizzata.
Per quanto riguarda le finalità, invece, si evince che “mediante il monitoraggio sismico si intende individuare e localizzare la sismicità in un volume circostante il luogo delle attività antropiche, con l’obiettivo di distinguere la sismicità naturale da quella eventualmente causata da tali attività. Il monitoraggio deve consentire di seguire l’evoluzione spazio-tempo-magnitudo della sismicità al fine, ove occorra, di rimodulare o, nei casi previsti, di sospendere le attività stesse. Mediante il monitoraggio delle deformazioni del suolo si intende identificare eventuali fenomeni di deformazione superficiale legati alle attività in esame, per misurarne e analizzarne le variazioni spazio-temporali rispetto alle condizioni di fondo. Con il monitoraggio delle pressioni di poro (o di giacimento) si intende misurare la pressione a fondo pozzo ed effettuare eventuali prove di interferenza con pozzi limitrofi, allo scopo di verificare il modello fluidodinamico del sottosuolo interessato dalle attività antropiche e valutare l’evoluzione nello spazio e nel tempo delle pressioni.
Le linee guida sono state elaborate per attività antropiche onshore, come lo stoccaggio sotterraneo di gas, la reiniezione di fluidi e la coltivazione di idrocarburi, ma, come specifica il documento stesso, possono essere applicate anche per geotermia, invasi idrici, stoccaggio di CO2, scavi di tunnel ed estrazioni minerarie. Il monitoraggio viene diviso, invece, tra sismicità indotta e sismicità innescata e vengono creati dei domini di rilevazione della sismicità indotta. Un dominio interno di rilevazione per le attività di stoccaggio da misurare in un raggio di 2-3 chilometri attorno al giacimento, che diventano di 3 chilometri per le estrazioni e di 8 chilometri per la reiniezione di fluidi. Dopodiché c’è un dominio esteso di rilevazione per la sismicità innescata, dove per tutte le attività si chiede il monitoraggio di un ulteriore raggio dai 5 ai 10 chilometri. Questa definizione di domini discende da dati di letteratura scientifica: la maggior parte della sismicità indotta avviene attorno ai giacimenti.
Importante per queste linee guida sono la caratterizzazione geologica, strutturale e sismotettonica dell’area di monitoraggio, dove devono essere previste sismiche 3D del sottosuolo, modelli stratigrafici 3D con profondità di almeno 3 volte i pozzi di produzione e iniezione, l’individuazione di eventuali faglie attive entro 3 chilometri o prossime entro 15 chilometri al giacimento, più molte altre prescrizioni geologiche.
Le reti di monitoraggio previste devono avere una sensibilità elevata in grado di percepire sismi di magnitudo da 0 a 1 e con incertezza di localizzazione di ipocentro di alcune centinaia di metri. In base all’elaborazione di dati tra magnitudo registrate e parametri di iniezione e produzione, oltre ad altri dati geologici sulla deformazione del suolo e sulla pressione di poro, deve essere predisposto il famoso – e prescritto – “sistema a semaforo”, dove si passa dal livello 0 “ordinarietà” al livello 1 “attenzione”, al livello 2 “riduzione delle attività”, al livello 3 “sospensione delle attività”.
Ed è proprio il sistema decisionale del tipo a semaforo che prevede procedure volte a intraprendere delle azioni associate a diversi livelli di attivazione definiti sulla base di valori di soglia dei parametri monitorati. Ovviamente, cosa non del tutto chiara in termini di trasparenza dati e possibili conflitti di interesse, deve essere prevista una struttura preposta al monitoraggio che supporti il ministero dello Sviluppo economico nella gestione, nell’analisi e nell’utilizzo dei dati di monitoraggio. Non è del tutto chiaro il rapporto che debba instaurarsi tra la struttura preposta al monitoraggio e il gestore concessionario. Il sistema a semaforo prevede anche casi importanti da analizzare in termini di rischi e competenze pubbliche. Infatti, nel caso in cui dovesse verificarsi un livello 2 del semaforo e questo – attraverso la riduzione delle attività – non dovesse determinare una variazione dei livelli dei parametri compatibile con il livello inferiore, oltre alla sospensione delle attività, verrebbe attivata la fase 3, ovvero la gestione straordinaria di variazioni nei parametri monitorati. In tal caso l’operatore dovrebbe tempestivamente avvisare l’Unmig e la Regione. Il ministero dello Sviluppo economico, ricevuta immediata comunicazione dall’Unmig dovrebbe informare il dipartimento della Protezione civile nazionale, che attiva i propri organismi scientifici e operativi per i seguiti di competenza ai sensi della legge n.225/1992. Tale caso rientra in quanto previsto dall’articolo 5.
A tutti gli effetti viene prevista la possibilità di far scattare poteri di emergenza e di ordinanza di protezione civile a causa di attività antropiche che possono indurre o innescare terremoti. Questo sistema economico, con lo sfruttamento delle fonti fossili, preferisce il profitto con rischi inestimabili piuttosto che la precauzione e la ridiscussione di un modello di sviluppo economico ed energetico differente. Vale veramente la pena giocare con le forze della natura pur di stoccare gas per fare il famigerato hub e corridoio energetico sud europeo?

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