Sos Lucania è una storica associazione fondata in Val d’Agri, a Calvello, nel 2001. Dal 2004, anno in cui ha formalmente cessato le proprie attività, la Ola (Organizzazione lucana ambientalista) è divenuta depositaria di tutto il suo archivio storico: documenti, analisi e comunicati stampa. Un patrimonio “inestimabile” da tutelare e rendere fruibile, al fine di conservarne la memoria ed offrire agli interessati utili materiali di ricerca e di conoscenza. Per queste ragioni ringraziamo gli attivisti di Sos Lucania per la fiducia riposta e per la concessione – a titolo gratuito – del loro archivio. Un ringraziamento particolare al suo fondatore, l’avvocato Alfonso Fragomeni, per aver voluto in questo modo consentire la ricostruzione storica della presenza delle ricerche petrolifere, e non solo, in terra di Basilicata.

Il sito di Sos Lucania si apre con una sorta di monito: “Siamo i Lucani, quelli che hanno sconfitto i romani, quelli che, Briganti e Passannante, hanno fatto tremare l’Italia” ed una lunga promessa, non premessa: “Noi al bivio non ci siamo distratti. Non ci hanno distratto i fondi stanziati con la legge n.219 del 1981, che ha ricostruito i paesi distruggendone l’identità storia ed architettonica, inducendo la gente a vendersi agli amministratori per un buon contributo. Non ci ha distratto la Fiat di Melfi, grande regalo fatto ad una illustre famiglia torinese anche con i nostri soldi; che ha spinto i giovani ad elemosinare il posto di lavoro dai soliti potenti, ripagandoli con viaggi massacranti, con salari e turni di lavoro che al Nord nessuno accetterebbe, e un futuro sempre più incerto. Non ci ha distratto l’Eni che, con le sue promesse royalties, sta corrompendo il tessuto economico, politico e morale della regione. Non abbiamo illusioni. Sappiamo che se qualcuno compra è perché c’è qualcuno che vende o si vende. Noi non ci vendiamo, né vendiamo la nostra terra a nessuno.

NOI CHE FACCIAMO?
Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamano
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c’è l’abisso, l’ì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.
Rocco Scotellaro, 1949