di Daniela Spera / twitter @Spera_Daniela

La spada di Damocle dell’oro nero

Si chiama Tempa Rossa ed è il nuovo affare oil&gas che coinvolge – sull’asse Basilicata-Puglia – le maggiori società petrolifere internazionali: Total, Mitsui, Shell. Nell’inchiesta della Procura di Potenza, che abbiamo chiamato Oilgate, spunta un emendamento alla legge di Stabilità inserito per sbloccare il progetto.

Tempa Rossa è un giacimento petrolifero situato nella valle del Sauro, in Basilicata, che coinvolge prevalentemente il territorio dei Comuni di Corleto Perticara, in provincia di Potenza, e Gorgoglione, in provincia di Matera. Quattrocentoventi milioni i barili di greggio che la Total, non appena ottenute tutte le autorizzazioni, comincerà ad estrarre da otto pozzi. Presumibilmente entro la fine del 2017. Il petrolio di Tempa Rossa è destinato alla raffineria Eni di Taranto dove verrà stoccato e successivamente destinato all’export. Via mare. Per la sua movimentazione è previsto il prolungamento del pontile Eni-Petroli di circa 350 metri, che attraversa un tratto del Mar Grande, nel Golfo di Taranto. Il pontile sarà funzionale all’attracco delle nuove petroliere che arriveranno nel porto, portando ad un incremento del traffico marittimo di almeno novanta unità in più all’anno. Sulla terraferma, invece, il progetto prevede due nuovi serbatoi di stoccaggio di capacità complessiva pari a 180 mila metri cubi; due aree di pompaggio per la spedizione al nuovo pontile del greggio di Tempa Rossa e della concessione di coltivazione Val d’Agri, lo storico giacimento lucano gestito da Eni; una nuova linea di trasferimento del greggio di Tempa Rossa dai nuovi serbatoi al pontile; una linea di trasferimento del greggio della concessione di coltivazione Val d’Agri dai serbatoi esistenti al nuovo pontile; un impianto di pre-raffreddamento del greggio di Tempa Rossa; due impianti di recupero vapori a integrazione dell’esistente.

Il progetto Tempa Rossa – fortemente sostenuto dal governo Renzi – con delibera Cipe n.121 del 21 dicembre 2001 fu definito opera strategica a livello nazionale durante il governo Berlusconi. Total è l’operatore per lo sviluppo del giacimento, titolare del 50 per cento della concessione di coltivazione Gorgoglione insieme a Shell (25 per cento) e Mitsui (25 per cento).

Il diktat dell’approvvigionamento energetico
Secondo quanto si legge nella Sintesi non tecnica dello Studio di impatto ambientale presentato da Eni, il greggio di Tempa Rossa “contribuirà ad aumentare in maniera significativa la produzione nazionale di petrolio, contribuendo così alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese”. Nell’ambito di una politica energetica basata sul fossile, l’approvvigionamento energetico diventa senza dubbio un problema prioritario per quei Paesi che non dispongono di tale fonte nel proprio territorio, perché questo determina dipendenza energetica da altri Paesi senza alcuna garanzia di sicurezza dei rifornimenti a prezzi contenuti. Ed è questa la prima nota dolente di un progetto che in realtà sembra avere altri scopi. La raffinazione del petrolio di Tempa Rossa – ben 2,7 milioni di tonnellate prodotti ogni anno – non avverrà a Taranto, ma raggiungerà altre raffinerie dotate di sistemi di trattamento di greggio troppo ricco di molibdeno. Ma quali raffinerie lo riceveranno? In realtà l’acquirente finale non viene mai specificato. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di raffinerie estere. L’intero progetto ha costi complessivi pari a 1,6 miliardi di euro di provenienza privata. Di questi, 300 milioni sono previsti per la realizzazione delle infrastrutture gestite dalla raffineria Eni. A fronte di un bilancio complessivo negativo in termini di ricadute occupazionali – quasi nulle a lungo termine – ed ambientali.

Il nodo della sicurezza degli impianti
Il progetto Tempa Rossa presenta criticità non trascurabili legate alla sicurezza degli impianti. Aspetti in contrasto con quanto previsto dalla direttiva 2012/18/UE (Seveso III), recepita dall’Italia con decreto legislativo n.105 del 26 giugno 2015. Quindi, a chi giova? La sensazione è che si tratti di un’operazione concordata tra le joint-venture del petrolio, con il sostegno dello Stato, per fare rapidamente cassa. Ma il maggiore guadagno è destinato alle compagnie petrolifere. Prima fra tutte la Total. La più agguerrita in questa vicenda. Nei territori cerca il dialogo, vuole entrare nel tessuto sociale con il preciso obiettivo di farsi accettare dalla comunità locale. Lo fa attraverso campagne informative sui quotidiani locali o patrocinando eventi popolari. Intenzione confermata in più occasioni dai comitati locali che sul territorio tarantino – attraverso la presentazione di osservazioni agli enti competenti ed il coinvolgimento di cittadini sensibili – si battono ormai da tempo. Come il comitato Legamjonici ed il Movimento Stop Tempa Rossa. Che non a caso Total scelse di invitare in uno specifico convegno tenutosi il 16 ottobre 2014, organizzato nel tentativo di aprire un dialogo con le comunità. Un invito con lo scopo di porre fine ad uno scontro che stava incidendo sulle scelte della politica locale, mettendo a rischio l’intero progetto.

Il ministro Guidi, il compagno e l’emendamento alla legge di Stabilità
A confermare tali intenzioni sono le recenti intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il ministro allo Sviluppo economico Federica Guidi e il suo compagno Gianluca Gemelli, imprenditore e commissario di Confindustria. Dalle intercettazioni emerge la volontà di assecondare le esigenze della multinazionale francese che necessitava di una corsia preferenziale. Nel dicembre del 2014, infatti, spunta un emendamento ad hoc alla legge di Stabilità 2015 (legge n.190 del 23 dicembre 2014, ndr) che in sostanza sblocca anche tutti i progetti che riguardano le infrastrutture energetiche, dunque stoccaggio, trasporto e opere connesse alle attività petrolifere. Il riferimento al progetto Tempa Rossa è chiaro. Uno scandalo che il 31 marzo 2016 ha portato il ministro Guidi alle immediate dimissioni.

Il cerchio si stringe intorno all’Accordo Quadro Il copione è sempre lo stesso e ricalca quello già collaudato in Basilicata. Ma in terra lucana la Total si è spinta oltre. Con l’Accordo Quadro siglato con la Regione Basilicata si è impegnata a conferire – oltre al pagamento delle royalties previsto dalla legge – anche ad un “ulteriore contributo di 50 centesimi di euro per barile, a cedere gratuitamente tutto il gas metano alla Regione Basilicata, a contribuire a programmi in materia di sviluppo sostenibile – gestiti dalla Regione – per un valore progressivo che parte da 500 mila euro fino a 2 milioni e mezzo di euro all’anno a seconda del livello di produzione raggiunto, cui si aggiungono sponsorizzazioni e campagne di promozione dell’immagine della Basilicata per circa 250 mila euro l’anno”. Vero o no, questo è quanto si legge nella brochure di presentazione del progetto Tempa Rossa, confezionata dalla multinazionale francese.

Dire no alle royalties
A Taranto, però, è arrivato il no alle royalties e ad ogni forma di dialogo con la Total da parte della comunità locale. Tanto da influenzare le recenti prese di posizione dell’amministrazione comunale. La strategia messa in campo dai francesi è di fatto fallita, nonostante l’apertura della categoria degli ingegneri tarantini. Infatti, lo scorso 4 marzo Total ha accettato l’invito da parte del presidente dell’Ordine degli ingegneri, Antonio Curri, a rendersi disponibile per presentare il progetto Tempa Rossa ed il settore oil&gas a tutti gli iscritti. Lo stesso presidente Curri ha dichiarato: “Grazie agli elementi raccolti ognuno può finalmente costruirsi una corretta opinione su un progetto così importante. […] Nell’ottica di favorire la massima trasparenza sulle attività svolte – con particolare riguardo agli elevati livelli tecnologici, alla sicurezza ed alla protezione ambientale della propria industria – Total E&P Italia ha da subito confermato la propria disponibilità.” Presenti all’incontro Roberto Pasolini, direttore esecutivo affari istituzionali e relazioni esterne, diversi ingegneri e il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. Nella relazione conclusiva fornita dall’Ordine degli ingegneri si legge che “i lavori si sono svolti in un clima di interesse e con la partecipazione attiva di un centinaio di ingegneri a riprova del fatto che il dialogo e la condivisione di informazioni sono sempre la via maestra per superare le contrapposizioni ideologiche.” Si tratta davvero di semplici contrapposizioni ideologiche? È davvero un progetto sicuro sotto il profilo ambientale e della sicurezza? A questi interrogativi cercheremo di dare risposta, fornendo anche un quadro ben preciso sul ruolo spesso contraddittorio svolto dalla politica locale. Spiegheremo anche nel dettaglio come la politica nazionale è intervenuta per favorire il progetto Tempa Rossa, anche alla luce del recente scandalo esploso in seguito alle intercettazioni telefoniche.


Tratto dal numero 2 anno 1 / aprile 2016 / Pagina 11



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