di Francesco Panié / twitter @francesco_panie (Foto: Wikipedia Commons)

TTIP e Ogm

Negli ultimi venti anni le coltivazioni di OGM sono cresciute di 100 volte a livello globale. Ma per la prima volta dal 1996, nel 2015 la superficie seminata è diminuita. Lo certifica un rapporto dell’International service for the acquisition of agri-biotech applications (Isaaa), nel quale si legge che, l’anno scorso, 179,7 milioni di ettari su tutto il pianeta sono stati coltivati con OGM. Nel 2014 erano 181,5.

A livello europeo, il calo è ancora più sensibile, un vero e proprio crollo verticale del 18 per cento anno su anno. La superficie totale dedicata al biotech nell’Unione è di 116.870 ettari, secondo i calcoli dell’Isaaa,
e trova posto in 5 Paesi su 28: Spagna (con il 92 per cento del totale), Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca. L’Italia ha notificato alla Commissione europea, lo scorso anno, la richiesta di vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio. La stessa procedura è stata seguita da altri 18 Stati membri. Ma potrebbe essere tutto inutile
se la Commissione europea decidesse di escludere le piante ingegnerizzate con metodi di recente sviluppo dalla regolamentazione comunitaria.
Le moderne tecniche di gene-editing sono più precise di quelle utilizzate no a qualche anno fa, in base alle quali era stata messa a punto la direttiva 2001/18/CE che regola gli OGM. Queste New Breeding Techniques (NBT), permettono la modifica diretta del materiale genetico delle piante in specifici punti del genoma. Il processo utilizza le nucleasi, enzimi soprannominati “forbici molecolari”. Come ha spiegato Greenpeace, questi enzimi sono in grado di “recidere il Dna in punti specifici e di innescare meccanismi di riparazione della pianta stessa, che comportano l’incorporazione nel genoma dei tratti desiderati”. Tecniche che prevedono l’impiego di queste forbici molecolari includono la zinc nger nucleases (ZFNs), la transcription activator-like e ector nucleases (TALENs), le meganucleasi (MN) e il sistema clustered regularly interspaced short palindromic repeat (CRI- SPR/Cas). Gli organismi che ne derivano, secondo le associazioni dell’industria, non possono essere distinti dai loro omologhi coltivati con tecniche convenzionali, dunque dovrebbero essere esentati dalla legislazione europea. I produttori spingono per la deregolamentazione al fine di aggirare il blocco comunitario alla coltivazione, e con esso i costi di etichettatura, tracciabilità e controllo.

Entro l’inizio dell’anno ci si attendeva una opinione legale della Commissione europea, che avrebbe dovuto decretare se le NBT dovessero ricadere nel perimetro della direttiva. Tuttavia, nonostante fosse ormai completo, Bruxelles ha letteralmente insabbiato il documento dopo forti pressioni americane. Il veicolo per introdurre i nuovi OGM in Europa senza etichette né controlli potrebbe essere il TTIP, l’accordo sul commercio e gli investimenti che Unione europea e Stati Uniti stanno negoziando dal 2013. Le grandi imprese dei semi e dei pesticidi puntano molto sul trattato per aprire nuovi canali di business. Il 2 maggio scorso, Greenpeace Olanda ha ottenuto e di uso 248 pagine segrete del TTIP, da cui l’opinione pubblica internazionale ha potuto scoprire il tentativo dei negoziatori statunitensi di spalancare le porte del vecchio continente agli OGM. Washington chiede infatti di “sviluppare un approccio o una serie di approcci per gestire la presenza di basso livello” di colture geneticamente modificate, “così da ridurre le interruzioni non necessarie del commercio”. La presenza di basso livello indica una quantità di piante o prodotti OGM approvata in un Paese, ma non nel Paese importatore. Per smussare queste differenze, gli Stati Uniti propongono che il TTIP istituisca un gruppo di lavoro sul commercio di prodotti bio- tech, presieduto da rappresentanti delle agenzie commerciali USA e Ue. Il team lavorerà per “risolvere le relative preoccupazioni” e facilitare lo scambio di informazioni in materia di leggi, regolamenti o politiche. Inoltre, gli Stati Uniti chiedono all’Unione di aderire alla Global Low Presence Initiative, un’iniziativa volta ad ottenere l’accettazione in tutto il mondo delle esportazioni agricole contenenti tracce di organismi geneticamente modificati. Gli USA vogliono anche la certezza che l’Ue “metta sul mercato e utilizzi nell’intero territorio” i prodotti senza ulteriori autorizzazioni. In questo modo, a nulla varrebbero i divieti a livello degli Stati membri previsti dalla normativa europea.


Tratto dal numero 4 anno 1 / giugno 2016 / Pagina 42



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