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Accoglienza Capitale

in Fotoreportage di

In una Roma scenario di aggressioni razziste e minacce di «bagni di sangue» alla Guardia di finanza, c’è una realtà dove è stato abolito il razzismo, le frontiere, le differenze: il Baobab, soprannominato «campo informale», a pochi passi dalla stazione Tiburtina.

Dal 2015 ad oggi per il Baobab Experience sono passate più di 70 mila persone. Sono transitati migranti intenzionati a raggiungere altri paesi europei alla ricerca di un lavoro o per ricongiungersi alle proprie famiglie. Ma anche richiedenti asilo, intrappolati nel limbo della burocrazia italiana, in attesa della protezione internazionale e italiani colpiti dalla crisi. Nel campo Baobab queste persone trovano un’alternativa al dormire all’addiaccio o consegnarsi alla malavita in cambio di pochi soldi per poter sopravvivere. I volontari forniscono assistenza legale, cure sanitarie, sostegno psicologico, distribuzione pasti, vestiario, una tenda dove dormire.
Quando entro nel campo la situazione non è delle migliori. Da giorni si parla della minaccia concreta di uno sgombero. In occasione dell’ultimo sgombero la Polizia è arrivata alle cinque del mattino, ancora al buio, puntando fari e sirene in faccia ai rifugiati.
Intanto attorno al Baobab hanno costruito una recinzione, una rete più alta di tre metri. «Ci stanno chiudendo in gabbia, qualcosa a metà tra un campo di concentramento e una nuova frontiera.» Siamo al limite del terrore psicologico.

BACHIR, OMAR E HASSAN
Oltre alla minaccia di sgombero mi accolgono vento e pioggia che hanno danneggiato diverse tende, rendendole inutilizzabili. Tre ragazzi, da lontano, mi fanno cenno di avvicinarmi e ripararmi. Li chiameremo Bachir, Omar e Hassan. «Io vengo dal Sud Sudan», spiega Bachir. «Adesso c’è Nord Sudan e Sud Sudan», dice sorridendo Omar, ma viene subito corretto. Bachir spiega che non c’è un Nord Sudan, ma che la divisione è in Sudan e Sud Sudan. Il suo è un paese nuovo, che ha raggiunto l’indipendenza appena sette anni fa. «Da noi c’è sempre stata la guerra, e tutti pensavamo che una volta raggiunta l’indipendenza sarebbe finita. Invece, sempre guerra e ancora guerra. Per questo vengo in Europa, per trovare pace, lavoro, futuro.»
Ma l’unico posto che Bachir ha trovato in Italia è al ghetto di Borgo Mezzanone, a Foggia, e l’unico lavoro sotto un caporale a Lesina. Ha raccolto pomodori grandi per 3,50 euro a cassa e pomodori piccoli per 7 euro a cassa. «Anche se noi avevamo il contratto. Ma il padrone non lo rispettava. Per contratto erano 52 euro per 8 ore di lavoro. Ma era meglio così, alcuni in dodici ore riuscivano a fare anche 40 casse, io 20, a volte 30.» Ogni mattina Bachir pagava il capò per entrare ammassato in un furgoncino fino al campo di pomodori: 5 euro andata e ritorno. Uno di quegli stessi furgoncini dove in un incidente il 6 agosto 2018 hanno perso la vita dodici migranti. Ma Bachir, non conosceva nessuno di loro, «ma quando è successo…»
Oggi Bachir è alla ricerca di un lavoro e di una casa vera. «Qui è meglio del ghetto. Ma l’Italia è complicata, pazza. Da noi se un uomo prende un pezzo di terra incolto, lo cura e lo coltiva, va bene. I frutti sono suoi. In Italia, invece, hai bisogno di documenti. Io vorrei raggiungere mio fratello in Francia. Sono andato da lui a trovarlo una sola volta, senza la possibilità di restare. Dicono che il ricongiungimento familiare si può fare solo con moglie e figli. In Francia i migranti stanno bene. Ti aiutano con casa e soldi finché non trovi lavoro. Ma per i documenti è difficile se ti hanno preso le impronte in Italia.»
Omar è arrivato nel nostro Paese dall’Algeria. Gira con le stampelle per via di una gamba e un braccio semi paralizzati. In Italia non riesce a trovare aiuto, una sistemazione. Allora ha provato con la Germania. Ma alla frontiera lo bloccano. Ha cercato di spiegare la sua situazione ma viene rispedito in Italia.
Hassan invece parla poco, non si racconta. Ogni tanto lo ritrovo con gli occhi sbarrati e lo sguardo perso nel vuoto di chi ha vissuto l’inferno e nei giorni successivi mi spiegherà il perché.

Dal campo informale Baobab Experience di Roma Tiburtina

IL FUTURO DI ABSIMIL
Mentre parliamo sotto la tenda comune un altro ragazzo mi fa segno: «Tu, tu Italiano? Italiani tutti cani», urla tra la rabbia e il pianto. Mi racconta che si chiama Absimil e viene dalla Somalia. Il vento gli ha spazzato completamente via la tenda con tutte le sue cose. «Adesso vado dai Carabinieri in Stazione e dico che io fotto tutti gli italiani, così almeno mi mettono in prigione e ho un posto dove stare.» Absimil è disperato. Pochi mesi fa era riuscito ad arrivare anche lui in Germania. Ma poco tempo dopo è stato fermato. Da alcuni controlli effettuati dalla polizia tedesca è risultato che Absimil in Italia aveva un lavoro e una casa dati dal governo. È scattata così l’espulsione con un biglietto di sola andata per l’Italia, dove Absimil non ha mai avuto un lavoro e una casa.
Rivedo Absimil in Stazione, preoccupato, ma con me è sorridente: «Ciao Pellegrino, vieni con me, parliamo, sono di corsa. Un mio amico a Firenze mi ospita, sto andando a prendere il treno per andare da lui. Forse trovo anche lavoro. Scusa se prima ho urlato e mi sono arrabbiato.» Ci salutiamo con un sorriso e con l’augurio che finalmente Absimil abbia trovato la sua fortuna.

AURAQ, IL MECCANICO DIVENUTO CUOCO
Il giorno dopo trovo ragazzi e volontari intenti a pulire e cercare di salvare il salvabile. Il cattivo tempo ha fatto altri danni. Un ramo di un albero si è spezzato sopra la tenda di Auraq, un ragazzo pakistano, che per fortuna ha riportato solo qualche livido. «Ora la mia tenda è distrutta. Ho provato a ripararla ma entra acqua. Voglio provare a trovare un altro posto dove stare. Qui è come una famiglia, anche se sono l’unico pakistano. Ma non riesco più a starci. Sono in Italia da cinque anni e sono un meccanico. Un bravo meccanico. Lo faccio da quando ero piccolo, anche nel mio paese. Sono dodici anni. Ma tanti italiani non vogliono darmi lavoro. Dicono che non c’è lavoro, anche quando hanno le officine piene. Per questo ho iniziato a fare il cuoco. Lavoro in un ristorante cinese, faccio sushi e altri piatti di pesce. Cerco di adattarmi a tutto. Sono al campo da diversi mesi. Ma qui è difficile.»
Intanto le voci del probabile sgombero si fanno più insistenti. Alcuni ragazzi del Mali e della Nigeria mi fermano e mi chiedono perché faccio domande. «Sei venuto qui per prendere informazioni. Volete levarci tutto. Ridurci a schiavi. Abbiamo solo questo. Quello che vedi attorno. Ma volete togliercelo. Pensate solo ai soldi. Non sapete che cosa vuol dire essere umani. Dite che l’Italia è un paese di diritto. Dove ci sono i diritti umani. Ti sembra che qui ci siano diritti umani? Ti sembra giusto?» «In Mali ci sono tanti italiani. Vengono in vacanza. Cosa direste se mettessimo loro nelle tende così? Sotto la pioggia, il vento, il caldo torrido o il freddo. In mezzo ai topi. Se facessimo così con gli italiani da noi direste che siamo uno Stato canaglia. Ma voi che lo fate con noi allora va tutto bene. Eppure l’Europa deve tanto all’Africa. Indicami una cosa in questa tenda che non viene dalla cultura africana. Una stoffa, un oggetto, che non abbia avuto origine da noi. L’Africa è la madre del mondo. E la vostra Bibbia non dice di rispettare il padre e la madre? Ci avete tolto tutto. Avete preso il petrolio e inquinato l’acqua. Avete scavato le nostre terre per le vostre miniere. E quando siamo venuti qui alla ricerca di un futuro siamo finiti in questo posto. Questa è Roma. Tutti nel mondo sanno che è la più grande e antica civiltà del mondo. Eppure qui, nel 2018, esiste un posto così. E anche questo ci volete portare via.» Hanno ragione. Provo a spiegare loro perché sono lì. Cosa ci faccio. Ma la loro rabbia è tanta. «Qui i giornalisti vengono solo per il nostro sangue. Fanno foto e video e se ne vanno. Quasi nessuno parla con noi. Da noi in Africa i giornalisti rischiano la vita contro i governi. Urlano contro le ingiustizie. Si battono per i diritti. Qui cosa fate?»
I giorni successivi mi daranno modo di capire. Più la notizia di uno sgombero imminente si fa strada, più il campo si riempie di colleghi.

Dal campo informale Baobab Experience di Roma Tiburtina

YOUSSEF E LE TRE BANDIERE
Un ragazzo del Marocco, Youssef, mi invita da lui. Davanti la sua tenda ha organizzato una piccola cucina all’aperto per lui e i suoi amici. E visto il bel tempo invita persone per mangiare tutti assieme. Due volontarie francesi, Omar e Amir, un giovane timido ragazzo che non parla molto ma che ama farsi fotografare. Insiste per farmi da modello per alcuni scatti e guarda il risultato di ognuno di essi con aria critica cercando la sua espressione e posa migliore. Sulla “parete” della cucina da campo di Youssef spiccano tre bandiere: una argentina, una palestinese e una catalana.
«Quella Argentina è perché ho mio fratello a Buenos Aires. Quella palestinese e catalana perché sono un rivoluzionario. Ma vieni, ti faccio vedere la mia casa. Qui è dove dormo. Vedi? Fai foto. Qui non è come le altre tende. É più bello. Ma è tutto il mio mondo. Vai, fai foto. Non ti preoccupare. Poi ti faccio vedere una cosa», dice prendendo un libricino e portandolo fuori per farlo vedere anche alle volontarie.
«Questo è un libro che sto scrivendo, ma questo non lo puoi fotografare però. Qui ho frasi e appunti di gente di tutto il mondo che ho incontrato. Ognuno mi lascia una cosa, un pensiero. L’ho preso perché mi manca la Francia», dice porgendolo alle volontarie con un sorriso.
Passa un altro giorno e al mattino presto Omar riceve una nuova tenda: «Finalmente. Ora sono sistemato. Sto bene. Questa è una tenda grande, non devo mettermi per terra per entrare, e non è tutta strappata. Non entra pioggia e vento. É proprio una bella tenda.»
«Ora hai tu la tenda più bella del campo. Sono quasi geloso. Non sei contento?», gli dice Youssef.

LA PAURA DI NEZAR
Tutti vengono a vedere la nuova sistemazione di Omar e a fargli i complimenti. Tra di loro anche un anziano signore. L’avevo già visto in giro per il campo dove più volte, con un sorriso gentile, mi aveva offerto della frutta. Purtroppo parla solo arabo. Ma ora Omar e i suoi amici si offrono di farmi da traduttori. Il signore si chiama Nezar Alhamawi (nome reale che lui stesso mi chiede di usare).
«Vengo dalla Siria. Ho 64 anni. Sono nato a Masyaf, una città del nord-est, ma vivevo a Damasco. Lì avevo un palazzo di tre piani, ma con la guerra è stato distrutto e saccheggiato. Sono stato costretto a scappare. Prima in Libia e poi in Italia nel 2017. Ma non volevo fermarmi qui. Volevo andare in Austria, a Vienna. Lì ho una figlia e i miei nipoti.»
Mi mostra una foto. Nello scatto è sorridente, felice, insieme alla sua famiglia. «Alla fine li raggiungo, ma riesco a rimanere poco. La polizia mi prende e mi deporta di nuovo in Italia. Mi lascia per strada.» Nezar ora ha un appuntamento per il riconoscimento della protezione internazionale per il 21 gennaio 2019. Ma fino ad allora non ha altro posto dove stare se non nel campo Baobab. È qui da tre-quattro mesi, ma adesso le intemperie e l’età iniziano a farsi sentire, e con l’inverno alle porte Nezar ha paura. Chiede al governo italiano di fare qualcosa, di trattare lui e i suoi compagni di sventura come esseri umani. I volontari hanno da tempo segnalato la sua storia alle autorità, ma finora non hanno ricevuto risposta. Nezar mi guarda negli occhi. Chiede se posso aiutarlo. Chiede di poter lanciare un appello ai nostri lettori. Cerca aiuto. Il suo sguardo mi ricorda mio nonno.

Dal campo informale Baobab Experience di Roma Tiburtina

IL LUNGO VIAGGIO DI KHALIL
La vita sotto le tende è dura e non fa differenza tra vecchi e giovani. Da qualche giorno è arrivato al campo un ragazzino dell’Algeria, Khalil. Non ha una tenda, non ha nulla, e per questo si è sistemato nella grande tenda comune della mensa su delle panche di alluminio. Khalil dice di avere 25 anni ma ne dimostra molti di meno. «In Algeria lavoravo per una fabbrica. Ma questa per molti mesi non mi ha pagato. Ho fatto debiti e sono dovuto scappare. Sono andato prima in Turchia, poi in Grecia. Qui ho dormito diversi giorni al porto. Quando ho visto un camion con la scritta Italia mi ci sono nascosto sotto e mi sono imbarcato. Arrivati a Bari sono rimasto attaccato al camion fino a Foggia. Sull’autostrada correva un sacco. Avevo paura di cadere. Ho perso una scarpa, mi si è strappata la camicia, il pantalone. Ma non volevo essere scoperto. Quando poi si è fermato a fare benzina sono sceso e ho iniziato a correre. Sono stato da tante parti, in Germania, in Olanda, dove ho trovato lavoro.» «E i documenti?», gli chiedo. «Sempre senza documenti. Sono sempre riuscito a passare in qualche modo. Mi ero sistemato vicino Napoli. Aiutavo il mio padrone che aveva una bancarella, di quelle per le feste. Mi dava 25 euro al giorno per lavorare dalle sette di mattina fino alle due-tre di notte. Poi dite che noi stranieri non siamo buoni perché non spendiamo, che teniamo tutto per mandare i soldi a casa. Cosa posso spendere se prendo 25 euro al giorno? E cosa potrei mandare a casa? Poi il mio padrone era cattivo, per questo me ne sono andato. Una volta mi ha detto che mi regalava le sigarette. Poi però a fine giornata mi ha tolto i soldi dai 25 euro. Diceva che lui le pagava le sigarette e quindi era giusto che mi togliesse i soldi, anche se aveva detto che me le regalava. Poi ha buttato un euro a terra e mi ha detto “vai, prendilo!”, prendendomi la testa e facendomi chinare a terra. Non potevo sopportare di essere trattato così. Sono giovane, ho affrontato tanto, e sono sicuro che farò cose buone, che il mondo girerà anche per me. Anche se, quando sono arrivato qui…».
Khalil si ferma, si guarda intorno, ha lo sguardo sconvolto, si accende una sigaretta mentre gli tremano le mani. «Qui al campo una sigaretta costa 35 centesimi. Me l’ha venduta un africano», dice con un sorriso nervoso. «Sai, non pensavo potesse esistere un posto così. Non qui, in Italia. Ora non posso tornare nel mio paese, ma appena potrò farlo, lo farò. Questa non è vita. Non voglio che mia madre sappia che vivo così, che dormo qui.»

IBRAHIM E LA GEOGRAFIA
Khalil non è l’unico che non vuole far sapere alla famiglia delle condizioni in cui vive. In tanti mi chiedono di non essere fotografati e di non riprenderli in volto. Quasi tutti non mi dicono il loro vero nome. Molte delle loro famiglie hanno fatto grandi sacrifici per poterli far arrivare in Europa, per poter dar loro un futuro migliore. Certamente non per vederli in situazioni peggiori di quando sono partiti. Come nel caso di Ibrahim, un ragazzo del Mali poco più che ventenne. Quando lo incontro è seduto su una panca e stringe tra le braccia un libro di geografia. «Questo libro dice cose che già conosco. Ho chiesto ai volontari se possono portarmene un altro. Di storia se c’è. É la mia materia preferita.»
Vuole studiare Ibrahim, e ci tiene. «Mio padre ha fatto tanto per mandarmi a scuola. All’Università. Molti italiani pensano che gli africani non hanno studiato, invece molti di noi studiano. E la nostra università è molto difficile. Da noi non si studia una sola materia. Devi studiarle tutte. Poi scegli i corsi in cui specializzarti. Ma devi studiare tutto. Anche se vuoi fare il dottore devi studiare la geografia, la storia, almeno tre lingue. Se non superi questi corsi non vai avanti e non puoi fare il dottore. Io purtroppo non ho finito l’università. Avrei dovuto chiedere troppo alla mia famiglia. Ma per noi studiare è molto importante. Vedi la televisione italiana? Quante bugie dice? Soprattutto sull’Africa. Io in Sicilia lavoravo in un bar. Una volta un cliente mi ha chiesto: “Ma se lo Stato italiano ti dà 35 euro al giorno perché lavori?”. Ma quali 35 euro al giorno? Se una persona studia può capire, non farsi ingannare dalle bugie. Ma se tu credi alle bugie come possiamo parlare? Come possiamo capirci? Quando stavo al centro di accoglienza mi davano solo da mangiare e dormire. Quando ho detto che io non volevo quello, ma che volevo lavorare, studiare e che ero venuto qui per crearmi un futuro, si sono offesi. Hanno detto “Ma la televisione dice che voi morite di fame in Africa”. Mi sono arrabbiato tantissimo. Ma chi ve le dice queste cose? Noi abbiamo città come le vostre, ospedali, scuole, università. Sono le situazioni sociali, politiche, le guerre, a non permetterci di avere futuro nei nostri paesi. Ma non la fame. Mio padre non mi ha mai fatto sentire la fame a casa mia. Da allora non ho più nemmeno preso il pocket money. Mi sarei sentito umiliato. Io volevo lavorare. “Ma se non trovano lavoro gli italiani come possiamo aiutare te a trovare lavoro?”, dicevano al centro. Ma non è quello il loro lavoro? Aiutarci a farci una vita qui? Io voglio lavorare e studiare.»
Chiedo a Ibrahim se gli piacerebbe continuare i suoi studi in Italia, se vuole restare. «Qui nessuno vuole rimanere in Italia. Se qualcuno ti ha detto questo dopo esser stato al campo ti ha detto una bugia. Io sono qui a Roma per poco tempo, aspetto i documenti per il passaporto e poi voglio andare via. Quando sono arrivato qui, il primo giorno, e mi sono guardato attorno mi sono chiesto “Cos’è questo? Come si può vivere così?”. Avevo paura ad addormentarmi. Poi ho visto che comunque qui è tranquillo. Purtroppo tutte le esperienze servono. Oggi mi va male, domani un poco bene, dopodomani di nuovo male, e poi molto bene. Ma qui, quando guardo qui, penso sempre a mio padre, a tutti i sacrifici che ha fatto per me.»

Dal campo informale Baobab Experience di Roma Tiburtina

LA CUCINA INDIMENTICABILE DI ADDAE
Ricomincia a piovere. Una voce da una baracca mi chiama invitandomi ad entrare. È Addae, un ragazzo del Ghana. «Vieni vieni, riparati dalla pioggia. Stiamo cucinando. Riso e pomodoro. Vuoi mangiare con noi? Sono un bravo cuoco, dopo che hai mangiato da me non vorrai più mangiare da altre parti.»
Mentre parliamo entrano anche altri ragazzi a proteggersi dal maltempo. Tra loro Hassan, il ragazzo silenzioso che ho incontrato il primo giorno.
«Sei uno chef Addae?» «No no. Mi piace, però, cucinare. Usare un po’ di spezie. Piccante. In Ghana ero un tecnico per i condizionatori. Ma ho lavorato in tante parti dell’Africa. Mai avrei pensato che in Italia sarei stato peggio di lì. In Africa prendevo fino a 1.000 euro al mese. E ora…Scatta foto. Fai vedere l’acqua che entra nella baracca, sul letto. Di’ a tutti che noi i famosi 35 euro al giorno non li abbiamo mai visti. Se li avessimo avuti con un po’ d’ingegno, una casetta decente in un anno l’avremmo costruita.»
Addae chiede a me e ai suoi ospiti da dove veniamo. Hassan sempre timoroso bisbiglia: «Libia». Gli altri ragazzi rispondono qualcosa in arabo. Capisco dai loro gesti che stanno dicendo che è troppo scuro di carnagione per essere libico. «No no, io sono Libico. Io…» Hassan si ferma, si guarda intorno. Gli faccio cenno che se non vuole dirlo fa niente. «No no, ok. Io sono di Tobruch.»
Hassan e i ragazzi mi spiegano che i “neri di Tobruch” sono un popolo di guerrieri nati, che ha difeso Gheddafi fino alla fine. «Con Gheddafi era diverso. Se tu non avevi una casa Gheddafi te la faceva costruire. E faceva tanti investimenti nel paese. Si stava bene con lui. Nessuno ha mai osato vendere un nero come schiavo sotto il governo di Gheddafi. Lui voleva unificare l’Africa. Ma ai potenti del mondo non andava bene. Per questo l’hanno fatto fuori. Hanno ingannato il suo stesso popolo.»
Addae continua: «Loro (i “neri di Tobruch”, ndr) erano buoni con noi, quando c’era casino con i libici bianchi ci facevano sempre segno di scappare, di metterci al riparo. Ma erano anche pazzi, sparavano all’impazzata con i kalashnikov, senza pensare. Hanno la guerra dentro.»
Mentre dice questo Hassan è di nuovo con lo sguardo nel vuoto, tremante, chiuso nel suo personale inferno. Lo chiamo. Si gira, mi guarda. Gli metto una mano sulla spalla. «É passato Hassan. Parliamo di altro, ti va?» Per la prima volta lo vedo cambiare espressione. È più sereno. «Grazie», dice e sorride.

#ArcelorMittal e la nuova era di #Taranto. Intervista ad un operaio #Ilva https://t.co/KEbMYOAzUJ @Spera_Daniela @Legamjonici

Lo sgombero #Baobab e il governo delle ruspe. La testimonianza di Renato Ferrantini, volontario di @BaobabExp

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Photoreporter. Si interessa di ambiente, sociale e folklore. Sempre alla ricerca di una nuova storia da raccontare attraverso i suoi scatti.

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