Dalla depurazione al riuso, dai trattamenti primari a quelli secondari e terziari: l’uso che facciamo dell’acqua è un circolo virtuoso o vizioso? Il nostro approfondimento, a puntate, parte dalla qualità.

Sulla qualità delle acque per i vari impieghi vale la pena di spendere un poco di inchiostro, anche perché mediamente non si ha idea di quali siano i processi che portano ai nostri rubinetti acqua buona, e che cosa le accade quando la scarichiamo dal lavandino e dal water. E iniziamo da questo, visto che è proprio la parte su cui, come cittadini, incidiamo di più.
Infatti la consapevolezza ecologica del cittadino medio indubbiamente sta crescendo, per certi versi anche più di quella di molta politica e di tante istituzioni, ai vari livelli. Si eleva, così, la richiesta collettiva di una qualità ambientale superiore, che garantisca soprattutto benessere e salute, e ciò inizia a influenzare in maniera più significativa sia le scelte del mercato produttivo che, più lentamente, le strategie programmatorie istituzionali, dall’Europa in giù. Dove si registra un progresso più lento e difficile, invece, è nella consapevolezza della rilevanza che assumono scelte e comportamenti individuali quotidiani nell’incidere sull’ambiente e sulla sua qualità.
Tra queste risultano di più semplice percezione le scelte d’acquisto di prodotti, prima di tutto a garanzia di una alimentazione sana e naturale. Segue la scelta di veicoli ed elettrodomestici di più elevata classe ecologica. Meno percepita la necessità di abitudini di consumo e per la mobilità che spostino rispettivamente i carichi sul risparmio e l’autoproduzione energetica, nonché dall’individuale al collettivo ed ecologico per gli spostamenti. Una virtuosità comportamentale si ottiene sotto la corretta pressione informativa, premiale, e alternativamente sanzionatoria, sui sistemi di raccolta rifiuti urbani, dove si registrano di anno in anno crescenti punte di eccellenza nella differenziazione, a macchia di leopardo in tutto il territorio nazionale. Compare però un vuoto molto significativo nella consapevolezza individuale e collettiva relativamente all’acqua, ovvero ai comportamenti che hanno rilevante peso sulla sua gestione e, di ritorno, sulla qualità di quella consumata e sui comparti ambientali del suo ciclo (mare, fiumi, suolo e sottosuolo).
Il motivo è facile da individuare nel fatto che, mentre sulla produzione e conferimento rifiuti si è riavvicinato l’ambito domestico – con l’impegno individuale richiesto – ai destini del ciclo per tariffe e visibilità ambientale, per i comportamenti legati all’acqua l’ambito domestico resta ancora percepito come un black box totalmente isolato: si pretende che l’acqua arrivi in abbondanza e sia buona, e se ne allontani attraverso gli scarichi senza intoppi. Ancora minor consapevolezza di quanto accadeva con il vecchio abbandono dei rifiuti tal quali nel primo cassonetto/discarica incontrato.
Forse stiamo imparando a non sprecarne troppa, soprattutto perché i periodi di penuria e limitazione dell’erogazione che, con i cambiamenti climatici, stanno aumentando, ci allertano in merito.
Ma una volta tirato lo scarico dei sanitari, o tolto il tappo al lavello della cucina, i problemi che seguono scompaiono ai nostri occhi e dai nostri pensieri. Pochissimi sanno dove finisce quell’acqua, e soprattutto come funziona un depuratore, per cui massima deresponsabilizzazione individuale.
Al pari dell’incidenza sulla gestione rifiuti che assume la corretta separazione domestica, se non addirittura di più, quello che lasciamo defluire negli scarichi domestici incide pesantemente sui processi depurativi, e di conseguenza sulla possibilità di riutilizzo dei reflui e sul risparmio delle risorse, o sull’impatto degli scarichi finali sul mare, le falde, le lagune e i fiumi, o ancora sul destino dei sottoprodotti di depurazione, che pure sono un bel problema. Qualche campagna educativa, anche di associazioni ambientaliste, ogni tanto tocca questi argomenti, ma per lo più la collettività, incluso politici e amministratori, resta convinta che il depuratore possa e debba compiere la magia di ricevere tutta la peggiore schifezza di cui ci vogliamo liberare, facendola sparire e facendo sgorgare una sorta di sorgente di alta montagna.
E il bello è che, sul mero piano tecnologico teorico, la cosa sarebbe pure possibile, e qualcuno ci sta provando anche da noi, ma a quali costi energetici, di spazio e, soprattutto, a quali costi ambientali nella gestione dello “sporco” rimosso dall’acqua? Per non parlare delle volte in cui intere collettività, ammorbate da insopportabili miasmi, vorrebbero che lo stesso impianto sparisse, mentre altre non vorrebbero che fosse costruito, almeno a tiro di naso.

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