In Albania c’è un clima molto differente rispetto alle altre regioni balcaniche o europee. Nel 2017 sono stati 309 i migranti richiedenti asilo politico. Polizia e operatori della Caritas collaborano giornalmente mettendo in campo una limpida umanità lontana dalla speculazione politica e dall’odio mediatico.
Come dimostrano le parole di Aida, operatrice della Caritas a Bilisht, frazione del comune di Devoll, situata a 9 chilometri dal confine greco. «Ricordo una famiglia irachena andarsene via con le lacrime agli occhi per l’ospitalità ricevuta. Il figlio più piccolo, di tre mesi soltanto, aveva contratto una brutta polmonite attraversando le montagne di notte. Malgrado la procedura lo vieti ho insistito personalmente per portare il piccolo e la madre all’ospedale di Korce. Fortunatamente è andato tutto bene.»
Stesso impegno per Cristian, 28 anni, operatore Caritas sul versante settentrionale del paese, laddove i migranti in transito tentano di raggiungere il vicino Montenegro. «È impossibile dimenticare le loro storie. A volte basta alzare la testa per vederli camminare lassù, su qualche sentiero polveroso che va verso nord.» Yeda ha gli occhi neri e luminosi, giace esausta sul letto morbido, i piedi gonfi e doloranti. «Sono scappata dal campo profughi di Yarmouk nel 2014 per via delle violenze di Daesh, dirigendomi verso Idlib, Istanbul e poi Grecia. Mio figlio è nato 6 mesi fa nell’ospedale da campo dell’isola di Chios, dove siamo sbarcati dopo che il nostro gommone è affondato con 45 persone a bordo. Ieri, anziché un’ora abbiamo impiegato quindici ore per raggiungere il confine albanese. Ci siamo persi sulle montagne, il GPS non è servito. Due ragazzi che viaggiavano con noi sono stati respinti perché non avevano nessun documento valido. Ho chiesto ai poliziotti di farli passare, ma la procedura non lo permette. Ora prendiamo fiato e pensiamo all’avvenire. Nutro mio figlio con del latte in polvere, ogni volta che lo guardo mi domando che futuro potremo dargli in Europa.»

PASSAGGI. LUNGO I CONFINI D’EUROPA
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