Foto: L’Aquila e le gru // Pellegrino Tarantino
L'Aquila e le gru, post-sisma

Miracoli e paradossi policentrici

Quando nella primavera del 2015 ritorno a L’Aquila, lo skyline che trovo ad accogliermi – già dall’A24 – è quello di un gran crogiuolo di gru appollaiate sulla collinetta del centro storico. È iniziata la ricostruzione ed ecco “il cantiere più grande d’Europa”. Tuttavia, per comprendere cosa sia L’Aquila oggi e le mille voci che di essa narrano e contro-narrano, è necessario fare un passo indietro.
La signora Vanda, maestra in pensione, mi porta a casa sua dove è rientrata da un anno. Mi offre un caffè dicendomi che sono stati fortunati: la zona non aveva subito grossi danni, ma ci saranno una quarantina di famiglie in centro.
Antonio, suo marito, mi spiega:

«Il cambiamento dello spazio della città è dipeso dalla scelta scellerata di creare le cosiddette new towns che hanno sparso sul territorio una popolazione in fin dei conti modesta. Scompaginare una città proiettandola come una raggiera su diciannove punti tra loro non collegati, tra loro sganciati, tra loro non assimilabili. I progetti C.A.S.E. hanno sparigliato la popolazione in zone del territorio che non si è capito con quale criterio siano state scelte dalla politica nazionale. La polverizzazione sul territorio della popolazione, con quale criterio non si capisce. Tutto questo è all’origine.»

Le C.A.S.E.

All’origine – dopo che il terremoto ha spazzato via il centro storico; dopo che un’ordinanza ne ha istituzionalizzato la distruzione decretando il suo spazio inagibile, “zona rossa”; dopo la tabula rasa – ci sono le C.A.S.E.
Quel miracolo aquilano che media e soccorsi, arrivati a braccetto in una coreografia autolegittimante quasi immediatamente dopo la scossa, hanno narrato all’Italia: il governo Berlusconi, la Protezione Civile di Bertolaso, la messa in piedi fulminea di un tetto “antisismico, sostenibile, ecocompatibile” prima che arrivasse il duro inverno; il meglio che potesse esser fatto in alternativa a quei container che nei precedenti terremoti erano durati troppo.
Così, in queste C.A.S.E., la maggior parte degli aquilani tenta di ridefinire il proprio spazio intimo e quello della città, affrontando il paradosso urbanistico che la gestione emergenziale ha creato.
Mi dice Giancarlo, giovane imprenditore nel settore della ristorazione:

«C’è stata un’immensa decentralizzazione. Adesso ci sono tanti piccoli poli satellite attorno alla città che prima era il centro. Era il punto nevralgico. Adesso ci sono i progetti C.A.S.E. Sono tutti piccoli poli completamente staccati l’uno dall’altro. La città si è frammentata e si è frammentata la vita per quel che conoscevamo prima. La città in questo momento è senza centro. I progetti C.A.S.E. non sono stati dotati di un minimo di servizi e attività di base per cui non sono autosufficienti. Sei obbligato a spostarti. Questo non è policentrismo o come vogliono chiamarlo, è un’immensa periferia.»

Marco, un impiegato il cui ufficio è ritornato da poco in centro mi spiega come, anch’esso sia oggi una delle centralità della città e non più il fulcro di vita che era:

«Quello che è cambiato è che prima venire a lavoro era un passaggio, un attraversamento che prima era anche di relazione, mentre oggi si tratta di un attraversamento che è soprattutto individuale. L’incontro è veramente sporadico e comunque con persone che non si conoscono, mentre prima anche solo con lo spostamento dal parcheggio iniziava quella che tu chiami vita, iniziava da lì. Oggi questo non è. Sono microvite e sono diffuse perché tengono conto necessariamente degli spazi che sono disponibili, quindi non sono concentrate ma in qualche misura rispecchiano l’attuale assetto della città che ha punti temporanei di convergenza.»

Alle C.A.S.E. si aggiungono innumerevoli casette di legno, frutto diretto del dispositivo emergenziale dell’autonoma sistemazione; le sostituzioni edilizie, attraverso cui le persone possono comprare casa altrove (in periferia, se non più lontano) per una cifra equivalente al valore di quella danneggiata; gli investimenti privati, grazie ai quali sorgono come funghi centri commerciali che offrono ospitalità alle attività prima in centro.
Ecco il paradosso. Da un assetto urbano improntato a valorizzare il protagonismo del centro storico come spazio vitale, sociale e per questo “urbano”, che si esplicava e ancora si esplica in un orgoglioso centripetismo, si passa a un policentrismo dove di fatto le nuove centralità risultano monofunzionali, puntuali e mal collegate.
È ancora Francesca a spiegarmi come vanno le cose:

«È ancora tutto molto caotico. Ci stiamo provando a crearci un ordine, ma secondo me finché non si ricostruisce il centro un ordine non c’è. Anche visivamente tu guardi il centro e la periferia, ma così che cos’è? Poi, l’essere umano si adatta a tutto. Chiaramente conosco i tragitti che faccio. Se devo comprare qualcosa, più o meno so dove andare. La scelta è minore e un po’ più distante perché devi andare da lì a lì; e se non la trovi lì devi andare lì, magari dall’altro lato de L’Aquila, a una distanza di 20 chilometri. Ogni tanto ti domandi dove è finito un ufficio perché poi ci sono gli spostamenti. Dove si sono collocati nell’immediato del terremoto e poi dove si sono spostati successivamente, chiaro non è. Dove c’era una cosa, ora ce ne un’altra. Ad esempio, dove prima c’era la Standa ora c’è una banca. Alla fine cambi la mappa che hai dentro la testa.»

A costo di una crisi di nervi e di un enorme dispendio di tempo e denaro per la benzina, gli aquilani fanno i conti con la città periferizzata, riadattando pratiche e mappe mentali, ricollocando routine in spazi d’esperienza differenti, improvvisando contro l’incertezza.

Futuri resilienti, presenti resistenti

Mentre gli aquilani reinventano quotidianamente i loro spazi stando dietro ai continui spostamenti che la ricostruzione comporta, c’è chi dalla cattedra nazionale e internazionale la ricostruzione la pianifica invocando “resilienza” per creare dalla distruzione un’opportunità per lo sviluppo futuro. Questa parolina, utilizzata ormai globalmente nel mondo del disaster management, sembra propendere verso un’idea di cambiamento “positivo” senza il quale la crisi non potrebbe essere affrontata e risolta. La ricostruzione delle città, dopo un evento devastante, diviene strumento narrativo di un’interpretazione orientata al futuro e al progresso.
Nel report a firma Ocse, “L’azione delle politiche a seguito dei disastri naturali. Aiutare le regioni a sviluppare resilienza. Il caso dell’Abruzzo post-terremoto”, si legge:

«che un grado sufficientemente elevato di resilienza è essenziale per mantenere o accrescere il benessere di lungo periodo nei luoghi esposti a minacce di calamità naturali, il cui verificarsi può improvvisamente richiedere nuova allocazione delle risorse ed esigere il passaggio a un nuovo modello di sviluppo.»

In una nuova coreografia la resilienza insieme a questo nuovo modello di sviluppo – di volta in volta declinato in “città della conoscenza”, “città della partecipazione”, “città creativa”, “smart city” – invita alla danza quel che è definito “capitalismo dei disastri”: dalla distruzione si creano strategie di crescita che sfruttano la tabula rasa per accelerare trasformazioni dello spazio urbano in senso neoliberale. L’incremento nell’uso del suolo e l’intensificazione del modello espansivo del neo-policentrismo aquilano altro non è che corrispondenza materica di tali retoriche. Ma la resilienza non c’è nella testa degli aquilani; nella testa degli aquilani c’è il paradosso.
C’è il paradosso nei documenti dell’urban planning locale: quando la resilienza si collega alla rigenerazione in opere di rammendo, ma proiettate sul centro. C’è il paradosso nel rapporto schizofrenico che gli Aquilani intrattengono con il centro in ricostruzione: dall’abbandono – quando l’emotività soccombe di fronte a ciò che non c’è più – all’invasione di massa – in quei giorni in cui diventa palcoscenico di un qualche evento e luogo d’incontro. C’è il paradosso nelle posizioni dei politici locali, pure loro cittadini.
Quasi stremato dai modelli di città proposti pubblicamente nell’ambito di un forum organizzato dal GSSI nel dicembre 2015, l’allora sindaco Massimo Cialente esclama: «Ebbene L’Aquila è policentrica e dobbiamo far pace con questa cosa.»
Nella sua stanza a Palazzo Fibbioni, però, afferma:

«Una volta nei centri storici delle città c’era tutto, era la tua vita. Il centro storico sarà quando riporteremo il mercato in piazza, le bancarelle. I vicoli, è quello che va recuperato di una città. I vicoli sono poesia.»

Ma i vicoli del centro sono e sono stati, anche negli anni precedenti, ben più vivi di quanto il sindaco immagini. Davide, 17 anni, mi racconta che «è cresciuto» tra i vicoli e le case, che tutto quello che ha imparato dalla vita lo ha imparato per strada. Ci fermiamo a una fontanella senz’acqua a fumare mentre siamo in giro.
Continua dicendomi:

«Comunque i vicoli sono in qualche modo un posto che ti consola, è l’atmosfera giusta da attribuire al posto in cui stai. A me è sempre sembrato che in qualche modo questa parte della città rispondesse alla mia rabbia. Mi desse una pacca sulla spalla dicendomi: “Sì, lo so, ci sono anche io”.»

Non so che rispondergli e sto zitta. Mi si fanno gli occhi lucidi, se ne accorge. Sorrido. Mi dice ancora:

«Abbiamo iniziato a venire, a uscire in centro con gli amici, quelli con cui siamo cresciuti insieme, perché le alternative erano due per muovere i primi passi. Eravamo piccoli, le prime uscite. O andavi al centro commerciale, L’Aquilone, e prima tutti andavano là, oppure venivi qua in centro. A noi, che non sono mai piaciute le persone che andavano a L’Aquilone, abbiamo detto: “Sai che c’è? Iniziamo ad andare in centro”. Tra il 2011 e il 2012 gli unici centri di aggregazione erano i centri commerciali, ma è come se ti portassero a comprare.»

Così incontro i ragazzi dei vicoli, così loro iniziano a narrarmi la loro storia. Marcello, mi spiegherà meglio:

«Siamo cresciuti nel momento in cui la città non c’era. Comunque un ragazzetto che inizia a uscire dovrebbe iniziare a percorrere il proprio percorso. Noi, invece, abbiamo iniziato a camminare nel nulla. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di costruire un punto di aggregazione e ce lo siamo trovato nei vicoli.»

Marco, 16 anni, quasi folgorandomi per la semplicità con cui vede le cose, afferma:

«In quel perimetro del centro non abita nessuno e quindi è proprio là che ci rechiamo, perché lui sta a Sant’Antonio, chi sta a Sant’Elia. Stiamo tutti sparsi intorno, per questo ci vediamo là.»

Paolo, 18 anni, racconta aggiungendo ulteriori elementi:

«Poi, in fondo, la zona rossa era tutto. Quindi o violavi o stavi a casa… E di stare a casa non è che ci andasse più di tanto, quindi abbiamo optato per l’illegalità. Comunque era entrare nelle case che sono proprietà privata.»

Davide mi svela, infine, l’anima di questo mondo sommerso:

«Questo è stato il fulcro di tutta la nostra esperienza legata all’hip hop. Abbiamo iniziato a fare writing qua, a fare freestyle qua. Perché comunque non ci stava niente a L’Aquila. A Tonzo, i pomeriggi e le sere passate a Tonzo. Era un punto di ritrovo. Facevamo tutto là. Ci passavamo i pomeriggi, ci scrivevamo i pezzi. Ma ci stavamo anche in venti, trenta persone alla volta. In una situazione di disagio puoi anche creare qualcosa, un punto di ritrovo.»

Se dalla distruzione nasce un processo creativo, ciò non deve necessariamente risolversi in politiche incentivanti stili di vita neoliberali rivolti al consumo di spazi e luoghi. Una forma di creatività alternativa può emergere, ci insegnano i più giovani, a resistenza di questi stili di vita che i modelli della ricostruzione stanno imponendo.
L’equiparazione che la zona rossa crea tra spazio pubblico e proprietà privata, insieme al degrado e all’abbandono, trasforma il centro storico in una “terra di nessuno”, dove il mancato controllo delle forze dell’ordine e del vicinato permette ai ragazzi di violare, esplorare, scavalcare, cercando di orientarsi in un groviglio di vicoli. Essi aprono porte, entrano, occupano temporaneamente le case inagibili; improvvisano luoghi in cerca di un spazio proprio, colonizzandole e attribuendo loro un nome. Riempiono il vuoto, la tabula rasa istituzionalizzata, a ritmo di rap e con il tintinnio delle bombolette spray, con le coreografie della break dance sul parquet della palestra di una scuola dissestata.
Per questi ragazzi il paradosso non esiste. Essi si appropriano di quel luogo che nelle narrazioni degli adulti rappresenta l’idea di relazioni urbane che essi stessi ricercano. In una trasmissione intergenerazionale di un’idea centro-centrata della città, reinterpretata attraverso un esplicito dissenso alle modalità di vivere lo spazio urbano tra pari, essi resistono al displacement abitativo, ai centri commerciali, al policentrismo rivendicando ogni giorno, nel presente il diritto alla città.

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