ArcelorMittal Taranto
Foto: Taranto, ArcelorMittal sostituisce la storica insegna Ilva // Daniela Spera

ArcelorMittal e la nuova era di Taranto. Intervista ad un operaio dell’Ilva

in I danneggiati/L'intervista di

Il primo novembre è iniziata ufficialmente l’era di ArcelorMittal Italia a Taranto. Il nuovo colosso industriale, nato dalle ceneri dell’Ilva, punta a far riconquistare all’ex azienda della famiglia Riva il titolo di «fornitore italiano leader dell’acciaio.». Per ArcelorMittal, l’Ilva di Taranto rappresenta il suo «cuore produttivo». Un cuore che per alcuni operai, metaforicamente, non batte più, perché in bilico tra cassa integrazione e licenziamenti. Per comprendere gli umori del momento, conoscere il passato e interpretare il futuro, abbiamo intervistato Aldo Schiedi, uno degli operai a cui dal 31 ottobre non è più consentito entrare in azienda.

Dopo l’accordo sulle assunzioni stipulato lo scorso 6 settembre al ministero dello Sviluppo economico – tra azienda, sindacati e commissari straordinari – a Taranto cominciano ad aleggiare i primi malcontenti. Il destino di 10.786 ex operai dell’Ilva sembrerebbe essere segnato, complice la poca chiarezza sui criteri utilizzati per la scelta dei nuovi assunti.
Il passaggio effettivo ad ArcelorMittal è avvenuto solo per 8.200 operai. Ai restanti 2.586 è stata riservata la Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs), considerata l’anticamera del licenziamento. Molti dei nuovi assunti, tra l’altro, potrebbero rinunciare al posto di lavoro. Una libera scelta che permetterebbe di usufruire della cassa integrazione per cinque anni, al termine dei quali non ci sarebbe alcuna possibilità di rientro.
Per chi è stato collocato direttamente in Cigs (2.586) il futuro è sicuramente più incerto. Tra questi, in tanti hanno richiesto l’incentivo volontario (717 domande di cui 549 ad oggi già firmate), corrispondente a 77 mila euro netti.
Secondo l’ultimo dato aggiornato al 12 novembre, per 1.869 operai la cassa integrazione scadrebbe, se non richiamati in anticipo, nel 2023, con uno stipendio pari al 70 per cento del totale.
Aldo Schiedi è uno degli operai a cui dal 31 ottobre non è più consentito entrare in quella azienda nella quale ha lavorato per diciotto anni, quasi diciannove. Aldo ha 43 anni e a lui è stata destinata la Cigs “a zero ore”.

Aldo Schiedi, operaio Ilva
Aldo Schiedi
Aldo, dopo molti anni di servizio in Ilva, dal primo novembre, il suo cartellino è stato disattivato. Ci racconti la sua esperienza da operaio nell’acciaieria più grande d’Europa.
Sono stato assunto in Ilva nel gennaio del 2000 e ho svolto la mia prima mansione all’età di 24 anni. Ero addetto macchine al reparto batterie 7 e 8. In pratica adoperavo tutte le macchine industriali che servivano al caricamento e allo sfornamento del carbon coke (Sfornatrice-Caricatrice-Guida e Carro). Dopo sette mesi mi trasferirono alla batteria 12. Era di nuova tecnologia. Imparai ad utilizzarla dopo addestramento da parte di una ditta francese. Contemporaneamente lavoravo anche sulla comunicante batteria 11, un impianto vecchio, esattamente come le batterie 7 e 8. Bisognava quindi essere abili nel passare dalla vecchia alla nuova tecnologia nello stesso turno lavorativo. Finiti i miei due anni di contratto di formazione tornai a svolgere fuori dall’Ilva il ruolo che, da circa tre anni, ricoprivo come consigliere della circoscrizione Italia-Montegranaro iniziando così a dividermi tra il lavoro e il mio piccolo ruolo istituzionale. Per farlo chiedevo giorni di ferie o mi assentavo dal mio turno, anche se capitava di rado, dal momento che le commissioni in circoscrizione erano solo dieci al mese. Non volevo far sapere dell’incarico ai miei superiori nei due anni di formazione. Questo per il timore – poi rivelatosi fondato – di non essere confermato a tempo indeterminato.

La richiesta dei primi permessi sul lavoro non è piaciuta al suo capo reparto di allora. Lo stesso che, insieme ad altri, è stato poi chiamato a rispondere per i presunti reati ambientali inerenti il processo Ambiente Svenduto. Iniziarono, così, le sue disavventure in Ilva.
Sì. Cercò, senza riuscirci, di costringermi a lasciare il mio ruolo da consigliere circoscrizionale. Questo perché, a suo dire, l’azienda era costretta a ricoprire il mio turno con 8 ore di straordinario. Non ho ceduto alla sua volontà e da quel giorno la mia vita in Ilva si è trasformata in un vero e proprio inferno. Sono stato trasferito per qualche mese nel reparto punitivo delle pulizie industriali della Cokeria denominato Ser/Coke.

Esisteva un reparto punitivo? Sembra davvero assurdo…
È così. Ho lavorato in posti terribili. Ma ho stretto i denti. Ho iniziato ad alzare la testa facendo notare che non venivano rispettate le norme di sicurezza per determinati lavori. Così mi spedirono a pulire, con scopa e paletta al seguito, il minerale dalle cabine elettriche. Dopo circa un anno e mezzo ho presentato una corposa documentazione medica all’azienda nella quale richiedevo di esentarmi dal lavoro che mi esponeva a fonti di calore e a radiazioni ionizzanti. Cominciavo ad avere seri problemi di salute. All’inizio non fu presa in considerazione. Solo in un secondo momento, con una lettera del mio legale di fiducia, fu accolta la mia richiesta di trasferimento. E dalle pulizie industriali Ser/Coke passai alle pulizie industriali Sottoprodotti. Qui lavoravo su bobcat e autospurgo. Dopo circa due-tre anni cominciarono i cambi di mansione restando sempre nello stesso reparto. Nel giro di qualche anno passai a fare l’addetto separatore, l’addetto refrigerante, l’estrattore, il magazziniere di reparto. Controllavo anche estintori, manichette antincendio e auto respiratori.

In pratica aveva perso ogni specializzazione…
Non facevo più nulla. Nel giro di pochi anni la mia mansione venne spogliata di ogni attività. Nonostante questo mi affiancarono due lavoratori provenienti da altri reparti. Dal mese successivo ci collocarono, a rotazione, tutti e quattro in cassa integrazione.

Dopo il grave infortunio agli occhi di cui è stato vittima, sono stati applicati nei suoi confronti diversi provvedimenti disciplinari. Per quale motivo?
Motivazioni tra le più bizzarre. Sono riuscito, tramite i miei legali, ad annullare i provvedimenti davanti al giudice provinciale del lavoro. Rientrato in azienda sono stato addirittura promosso come addetto antincendio. Cominciai a denunciare agli organi competenti tutto ciò che ritenevo non idoneo al sistema antincendio dell’impianto sottoprodotti. Dopo le mie denunce, però, non mi hanno più permesso di mettere piede nell’area Cokeria.

E poi?
Sono stato trasferito sempre come addetto antincendio al reparto Ome Mua (officina meccanica, ndr). Mi fecero seguire un corso tenuto dalla stessa persona che avevo denunciato per le deficienze di reparto sulle norme antincendio. Più che un corso tenne uno sfogo nei miei confronti. Dopo circa due anni sono stato mandato a casa, nonostante fossi l’unica figura competente in materia nel mio reparto.

La cronaca ha spesso raccontato di gravi infortuni che hanno colpito giovani operai dell’Ilva. Alcuni si sono rivelati mortali. Lei, Aldo, ha vissuto esperienze rischiose sotto l’aspetto della sicurezza?
Ho subito tre infortuni in diciannove anni in Ilva. Due con conseguenze abbastanza gravi. Il mio primo infortunio si è verificato nel corso del contratto di formazione, nel 2000. In seguito ad una perdita da un’enorme tubazione gialla fui travolto da un getto di gas afo, nel reparto batterie 7 e 8. Persi quasi i sensi. Insieme a me c’erano altri due colleghi. Ma la cosa ancora più grave è che, al mattino seguente, altri due colleghi finirono in infermeria per lo stesso motivo, nonostante la nostra segnalazione della notte precedente. Il secondo infortunio grave mi colpì il mese di gennaio 2016. A causa della perdita da una tubazione inalai della soda caustica. Ebbi delle conseguenze agli occhi che mi portarono ad un’assenza dal lavoro di quasi un mese. Ho rischiato di perdere la vista. Il terzo infortunio è stato per fortuna senza conseguenze: stavo effettuando una retromarcia con il bobcat ed inavvertitamente sono salito su un grigliato elettrosaldato che doveva proteggere da un’eventuale caduta in una pozzetta, dove erano presenti due enormi tubi che sprigionavano acqua di mare a fortissima pressione. Queste griglie però si erano ossidate e cedettero. Per fortuna la ruota posteriore del bobcat rimase appoggiata su uno dei telai di acciaio posti di traverso alla griglia di ferro. Dopo la mia segnalazione la zona è stata prima recintata con una catena e subito dopo è stato alzato un muretto di cemento. In fabbrica di incidenti come questi ne accadono tutti i giorni. Più a rischio sono gli impianti dell’area a caldo. Quando vai a lavorare non sai mai se ritornerai a casa sano e salvo.

Ascoltando e leggendo il suo racconto è naturale pensare che lavorare in Ilva sia pericoloso e quindi un lavoro da evitare. Non ritiene sia più opportuno pensare ad un reimpiego degli operai in attività meno pericolose?
Tengo a precisare che ho fatto svariati volantinaggi davanti all’Ilva in cui proponevo la chiusura e la riconversione. Ho partecipato a manifestazioni e dibattiti per la chiusura dello stabilimento con il reimpiego dei lavoratori in maniera programmata. Oggi, invece, è in atto una guerra tra poveri. Ci sono sindacati esterni come i Cub (Confederazione unitaria di base, ndr) che sono contrari al reintegro dei lavoratori in stabilimento e chiedono invece alla Regione Puglia un’integrazione salariale, magari adoperando i lavoratori messi in Cigs in attività socialmente utili. Non sono dello stesso avviso gli Slai Cobas che reputano questa proposta come un’elemosina. In più, questo, sottrarrebbe lavoro alle cooperative sociali. Io vorrei capire in cosa dovrebbero consistere i corsi regionali proposti. Se si tratta di lavori alternativi o di lavori che consentano di far rientrare nel 2023 lavoratori maggiormente qualificati, perché non farli?

A suo avviso, lei è stato messo in Cigs secondo i criteri concordati tra ArcelorMittal e sindacati o pensa di essere stato escluso ingiustamente?
Sono stato messo fuori dallo stabilimento in modo ingiusto e vi spiego perché. La figura di addetto antincendio in tutto lo stabilimento è stata confermata ovunque. Ci sono state ben 81 conferme. Anche nel mio ex reparto, i sottoprodotti, dove in seguito alle mie denunce fu formata una nuova squadra con quattro addetti. Pensate un po’, sono stati tutti riconfermati. I requisiti necessari di scelta del personale erano l’anzianità lavorativa, la professionalità e lo stato di famiglia. Ma ad oggi non si conoscono i criteri adottati. Inoltre la selezione andava effettuata nei reparti dove la stessa mansione veniva ricoperta da più lavoratori, ma nel mio caso, la mia figura di addetto antincendio era unica ed esclusiva. Non si comprende davvero perché io rientri tra gli esuberi e non tra le assunzioni di ArcelorMittal. Mi chiedo: chi si occuperà della sostituzione di estintori e manichette?

Aldo, lei è stato un esempio di resistenza e lotta nella fabbrica, pagandone le conseguenze. Cosa si sente di dire agli operai che oggi restano alle dipendenze di ArcelorMittal?
Mi sento di dire di non soccombere ai terrori psicologici a cui, immagino a breve, saranno sottoposti. Non avranno più all’interno della fabbrica persone che, come me, si esponevano per tutti, magari denunciando la vera realtà dello stabilimento, spesso offuscata anche dalle organizzazioni sindacali. È arrivato il momento di alzare la testa, di mettersi in gioco, se realmente ci tengono alla loro salute e a quella dei propri familiari. Da oggi tocca a loro vigilare su ciò che accade nello stabilimento.

Sostieni Terre di frontiera

Se sei arrivato fin qui è evidente che apprezzi il nostro modo di fare informazione. Ma per proseguire nel percorso intrapreso nel 2016 abbiamo bisogno di un aiuto.
Il tuo sostegno è indispensabile per continuare a realizzare inchieste sul campo, documentare e raccontare. Le nostre inchieste si compongono di testi, immagini e video con costi importanti in tutte le fasi di produzione.
Terre di frontiera è un periodico indipendente prodotto da giornalisti, fotografi, attivisti ed esperti di tematiche ambientali.
Terre di frontiera non riceve finanziamenti pubblici e sopravvive grazie al contributo spontaneo dei suoi ideatori e alle donazioni dei lettori.
L’informazione libera ha bisogno del sostegno di tutti. L’informazione libera assume un ruolo importante e di responsabilità, anche e soprattutto nell’ottica di superare l’emarginazione territoriale e culturale.

Se vuoi puoi sostenere Terre di frontiera cliccando qui. Grazie!

Lascia un commento

Your email address will not be published.