Sole ventiquattrore supplemento n. 6 - 2000 

SCELTE DIFFICILI I DUBBI DELLA VAL D’AGRI

 Texas all’italiana

Cosa succede se in una valle destinata a Parco nazionale viene scoperto un giacimento da 900   milioni di barili al giorno? E' possibile conciliare ambiente e sviluppo?

In Basilicata sono in tanti a chiederselo e CLAUDIO CASTELLAN I è andato ad ascoltarli

 L’ufficio è quello di Vittorio Prinzi, sindaco di Viggiano, tremila anime, insieme con Grumento una delle potenziali capitali petrolifere del Texas lucano. Il telefono squilla: si è rovesciata un’autocisterna che trasportava del greggio dalla Val d’Agri a Taranto. Il contenuto si è sparso ovunque ed è penetrato nel terreno: il danno è di circa un miliardo. L’interlocutore chiede che il Comune anticipi la somma, in attesa dei rimborsi da parte delle assicurazioni. La telefonata è molto lunga, ma il tono del sindaco rimane pacato, la sua risposta netta e chiara: il bilancio comunale è di 12 miliardi, se se ne toglie uno, il Comune chiude i battenti. Tanto più che questo è il secondo incidente del genere che si verifica nello spazio di poco tempo.

Ascoltando la conversazione viene da pensare che mai niente si può dare per scontato. Possibile che un giacimento da 900 milioni di barili (il maggiore dell’Europa continentale) rischi di creare alla comunità locale più problemi di quanti ne risolve a quella nazionale, che invece raddoppierebbe la sua quota di autonomia energetica? Così, quando il sindaco conclude la telefonata, viene spontaneo rivolgergli una domanda un po’ brusca: per voi lucani, tutto questo petrolio è un’opportunità o una disavventura?

Prinzi racconta che alla fine degli anni Ottanta, quando si scoprì che Viggiano e Grumento galleggiavano sull’oro nero, dopo l’iniziale stupore subentrarono alcune perplessità. La principale è legata al paesaggio: una bellissima valle, destinata a ospitare un Parco nazionale, lunga un centinaio di chilometri, popolata da 65mila persone, delimitata da monti alti anche più di 2.000 metri; una terra votata agli sport invernali e al turismo (con circa 250mila presenze all’anno); mele, pecorino e molti altri prodotti agricoli Doc. Ecco dunque il dilemma: ci teniamo paesaggio e ambiente incontaminati, o ci teniamo il petrolio? “Alla fine - racconta Prinzi - ci siamo resi conto che la nostra terra ha sulle spalle troppi anni di sottosviluppo e per uscirne ha bisogno di tutte le risorse a disposizione: l’agricoltura, l’ambiente e il petrolio. Abbiamo anche pensato che, se avessimo cercato di opporci al petrolio, lo Stato avrebbe potuto, in nome dell’interesse nazionale, imporci l’estrazione. E a quel punto tutto sarebbe stato peggio”.

 “L’oro nero? Un’illusione industrialista. Il vero sviluppo di questa valle – dicono Gianfranco De Leo di Legambiente e alcuni sindaci – deve affondare le radici nella realtà e nelle tradizioni locali”.

Ecco. Chi arriva in Val d’Agri convinto che il petrolio sia stato accolto dai lucani come un inaspettato regalo della fortuna, si deve ricredere. Sembra piuttosto, che il petrolio abbia suscitato una istintiva ondata di sospetto. Certo ne parla con sospetto Gianfranco De Leo, responsabile per la Basilicata di Legambiente: “Il petrolio è frutto di un’illusione industrialista. Nasce da uno strano modo di pensare, secondo il quale solo il greggio può far nascere chissà quale tessuto di piccola e media industria, dimenticando che il vero sviluppo deve trovare linfa nella realtà e nelle tradizioni locali”. Ma il sindaco di Grumento, Luigi Rago, rincara la dose: “L’estrazione del petrolio è in conflitto soprattutto con la nostra agricoltura”. Un’opinione che sembra godere di largo credito: prima che i pozzi entrassero in attività, i vignaioli della Val d’Agri erano tra i più corteggiati, ma oggi non è più così. E quando chiediamo a un viticultore se il vino è davvero cambiato, lui si stringe nelle spalle e dice: “Non è più come prima”.

Come se non bastasse, c’è la convinzione che l’estrazione del greggio non porterà occupazione. I numeri, spiega il sindaco di Viggiano, sono modesti: qualche decina di operai addetti alla trivellazione, che dovranno far diventare una cinquantina i quattro pozzi estrattivi ora in funzione. Un migliaio di operai e di tecnici stanno lavorando al raddoppio del Centro Olio di Viggiano (dove il petrolio viene diviso dall’acqua e dal gas); ma tra un paio d’anni, quando l’impianto sarà ultimato, la sua gestione richiederà solo un centinaio di persone. In più c’è l’oleodotto di 136 chilometri che, tra breve, trasporterà direttamente il greggio a Taranto. “E a quel punto - commenta il sindaco - chi avrà il coraggio di dire a 240 padroncini che le loro autocisterne non servono più a nessuno?”.

Il petrolio, in questa parte della Basilicata, viene osservato con disincanto, senza offrire troppo spazio alle mitologie. Che il petrolio sia “oro nero” è una frase buona solo per i titoli dei giornali. Anche se in Val d’Agri i senza lavoro costituiscono il 28% della popolazione. Una situazione così drammatica che De Leo commenta ben diversamente rispetto al passato l’insediamento della Fiat a Melfi. Sei anni fa era praticamente impossibile incontrare un ambientalista che non fosse pronto a giurare che i robot avveniristici messi a punto dagli ingegneri di Mirafiori avrebbero creato all’economia locale più danni che benefici. Oggi De Leo sorride e non ha difficoltà ad ammettere che “Melfi ha significato un grosso contributo a livello occupazionale, un contributo che il petrolio non darà mai”.

Forse tutta questa diffidenza nasce dal fatto che il petrolio quasi non si vede. Siamo ben lungi dagli enormi tralicci immortalati dal Texas di James Dean. La tecnologia li ha ridotti a due pezzi di tubo che fanno capolino da un rettangolo di terra circondato da alberi, che finisce per assomigliare a un parco giochi. E il Centro Olio di Viggiano (dove, attraverso pipeline interrate, confluisce il greggio estratto dai pozzi) è un intrico di tubi dipinti di verde: da lontano sembra un Autogrill. E’ di ben maggiore impatto, quanto a fumo e puzza, una fabbrica di concimi chimici che sorge a fianco del Centro Olio. Del resto l’ingegner Gianfranco Amici, responsabile per l’Eni del progetto Val d’Agri, nemmeno vuol sentir parlare di inquinamento da petrolio. “Fantasie”, sbotta. “Con le moderne tecnologie il petrolio non entra mai a contatto con l’aria ed è ormai una produzione non particolarmente invasiva. Se il Centro Olio o i pozzi di trivellazione disperdono qualcosa nell’aria, questo accade per l’attività dei generatori di corrente, non per la lavorazione o il trasporto del greggio”.

E poi, se è innegabile che il petrolio non è quel che ci vuole per valorizzare un parco naturale, nemmeno il disordine urbanistico dilagato negli ultimi anni aiuta l’ambiente. Il moderno insediamento di Villa d’Agri, per esempio, è un posto che non c’era, e non ci dovrebbe essere neppure adesso, dal momento che l’abusivismo edilizio balza subito all’occhio. In mezzo alla piana di questa bellissima Val d’Agri molti anni fa qualcuno decise di far sorgere le sedi del Consorzio agrario, dell’Inps e qualche scuola. Fu l’inizio di un boom edilizio privo di qualsiasi regolamentazione, un accalcarsi caotico di cemento tra cui si fanno largo enormi concessionarie di automobili. Ogni tanto c’è un vuoto a forma di quadrato: una piazza. Aprono nuovi supermercati e chiudono i piccoli negozi: un fenomeno che aggrava la situazione dei paesini che vivono aggrappati alla montagna e dove, di anno in anno, si allunga la lista delle scuole rurali, degli uffici postali, delle chiese e dei servizi che vengono soppressi contribuendo al loro continuo, progressivo spopolamento.

Boschi, montagne, impianti di risalita e perfino archeologia. Tutti in Val d’Agri ne parlano. Ma la sensazione è che si tratti di un sogno lontano. “Sì, anch’io ho la medesima sensazione”, sospira l’assessore regionale al Turismo Sabino Altobello. “Del resto, questo è il territorio più fragile di tutta la Lucania. Non è mai stato sfiorato da iniziative imprenditoriali serie. Il risultato è che il tessuto locale è molto debole”.

Filippo Bubbico, presidente della Regione Basilicata, conosce perfettamente le perplessità dei sindaci della Val d’Agri. Osserva che vivono una condizione difficile, a stretto contatto con i problemi drammatici posti dalla disoccupazione, dalla mancanza di infrastrutture. “Sono portati a misurare i risultati secondo il metro dell’immediatezza”, commenta.

Facciamo un discorso di prospettiva, allora. Nel giro di vent’anni, il    petrolio potrebbe portare alle casse della Regione dai 1.000 ai 1.500 miliardi. Come si potrebbero impiegare per il decollo economico della Val d’Agri e dell’intera Basilicata? Bubbico tratteggia lo scenario futuro con puntiglio. Anzitutto gli indicatori economici parlano della Basilicata come della regione più dinamica del Sud. E poi l’accordo con l’Eni e con il Governo ha già portato a un’assegnazione straordinaria di 450 miliardi da investire in infrastrutture. Altri 212 miliardi verranno recuperati dai fondi di un precedente progetto di industrializzazione della Val Basento. L’Eni investirà 4 miliardi all’anno per rendere ecologicamente sostenibili le attività produttive già esistenti in Val d’Agri: in pratica sono quattrini destinati allo sviluppo tecnologico. Ancora: presto verrà creata in Val d’Agri una centrale in grado di erogare alle aziende energia a basso costo. A tutto questo bisogna aggiungere un investimento complessivo di 150 miliardi (di cui è già partito un primo “modulo” da 20 miliardi) per la cablatura della Regione. “Con questo quadro di riferimento - dice Bubbico - vogliamo fare una politica di marketing territoriale per demolire l’isolamento di cui la Val d’Agri ha sofferto e selezionare con rigore le nuove attività. Vogliamo creare un tessuto industriale caratterizzato da tecnologie d’avanguardia, efficienza energetica e compatibilità ambientale, affinché le risorse create dal petrolio contribuiscano a fare della Val d’Agri un territorio d’eccellenza”. Aggiunge di comprendere lo scetticismo di chi vive in Basilicata. “Ma il Sud ha una sola grande scommessa da vincere: rinunciare all’assistenzialismo, smetterla di pretendere poco e subito, iniziare a cimentarsi con la fatica di costruire il futuro passo dopo passo”. Difficile dargli torto. La diffidenza in Val d’Agri ha radici profonde. Da secoli, raccontano i sindaci della valle, questa è terra di rapina e speculazione. “Pensiamo per esempio alla grande quantità di acqua di cui disponiamo e che disseta mezza Puglia”, dice il sindaco di Grumento. “Fino a pochi mesi fa non ci portava una lira. Anzi, comportava aggravi di spesa, visto che dovevamo depurarla, prima di farla arrivare in Puglia”. Gli fa eco il sindaco di Viggiano: “Qui, con i fondi per l’industrializzazione del Sud o del dopo terremoto, è arrivato di tutto. Imprese che avevano poco da offrire e molto da ottenere, cioè i finanziamenti”.

Lo scetticismo è così radicato che il petrolio finisce con l'assumere un significato ambivalente e contraddittorio. Da un lato rischia di danneggiare l’agricoltura e il turismo senza dare in cambio occupazione. Dall’altro viene percepito come una grande occasione. La prima occasione storica in cui la Basilicata, come sostiene proprio il sindaco di Grumento, “potrebbe darsi un ruolo forte, da protagonista, per difendere i suoi interessi e impedire ulteriori scippi”. L’allusione è al fatto che le trattative tra Governo, Eni e Regione sono state molto difficili, e la Regione non ha esitato a romperle quando pareva che l’Eni non volesse sottoscrivere tutti i vincoli a tutela dell’ambiente.

Ma l’idea di Bubbico che la Val d’Agri possa diventare un territorio d’eccellenza strappa al sindaco di Grumento solo un amaro sorriso. “Il problema vero - osserva - è non avere industrie slegate dalla realtà locale. Noi qui produciamo fagioli di qualità. Bene, creiamo industrie di trasformazione alimentare. L’informatica? Le tecnologie d’avanguardia? Come è possibile parlare di innovazione tecnologica se siamo ancora all’asinello?”.

Ma il presidente della Regione non si scompone. “In Basilicata - dice Bubbico - esiste ancora una cultura piuttosto arretrata e conformistica, che finisce con l’esprimere atteggiamenti rinunciatari. Così, l’intervento pubblico continua a essere visto come la riproposizione del vecchio assistenzialismo. Ma i tempi sono mutati. E comincia a diffondersi, sia pure cautamente, la consapevolezza delle opportunità offerte dal petrolio”.

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Tratto da “il Mondo” di venerdì 1 dicembre 2000 n.47

 

SPECIALE / MEZZOGIORNO

IN VAL D’AGRI IL GIACIMENTO PETROLIFERO PIÙ GRANDE D’EUROPA

 L’oro nero fa ricca la Basilicata

I diritti d’estrazione pagati dall’Eni porteranno alla regione alcune migliaia di miliardi

 La Val d’Agri come il Texas. In una delle zone più povere d’Italia situata a pochi chilometri a sud di Potenza (65.000 abitanti e il 28% di disoccupati), e con un'atavica carenza di infra­strutture, da qualche mese tutto è cambiato. Questa valle si è infatti scoperta essere sopra il giacimento petrolifero più grande dell’Europa continentale.

  E’ stato l’Eni a scoprire in un primo tempo piccoli giacimenti e poi, con continue perforazioni, tra i comuni di Viggiano, Grumento e Corleto, una straordinaria ricchezza di oro nero. A tremila metri di profondità sono stati trovati due importanti giacimenti petroliferi classificati sulle carte tecniche come «giant», la massima classe di grandezza, con quasi un miliardo di barili di petrolio. E tutto è cambiato.

  Dopo un lungo braccio di ferro tra Eni e Regione Basilicata si è arrivati a un accordo che permetterà alla zona e a tutta la regione di spiccare il volo. L’estrazione del petrolio, tra lavoro diretto e indotto, non occupa più di duemila persone, un numero destinato a diminuire quando saranno completati l’ampliamento del centro oli di Viggiano (dove si separa il petrolio appena estratto da acqua e gas), verranno attivati tutti i pozzi previsti dal programma estrattivo e sarà realizzato l’oleodotto che porterà il greggio da Viggiano a Taranto. Ma i fondi che verranno dalle royalty e dagli impegni che ha sottoscritto la società guidata da Vittorio Mincato porteranno infrastrutture, servizi e risorse capaci di togliere definitivamente dall’isolamento Val d’Agri e Basilicata intera.

  La Regione è riuscita a strappare all’Eni un contratto che prevede il versamento di diritti di estrazione pari al 7% del valore del petrolio. Valore che oggi è calcolato su 20-30 mila barili al giorno ma quando si andrà a regime, entro il 2003, le estrazioni saranno nell’ordine di 200 mila barili al giorno. Al prezzo attuale e a questo ritmo di estrazione, il petrolio di buona qualità ma un gradino inferiore al brent dell’Atlantico verrebbe circa 30 miliardi di dollari, cioè oltre 60 mila miliardi di lire che comporterebbe un’entrata netta nelle casse della Regione Basilicata e dei Comuni della valle di circa 4 mila miliardi di lire.

  Potranno così essere realizzate autostrade, zone industriali, ferrovie. Non basta. La zona che era destinata al parco naturale del Pollino, destinazione in parte bloccata dalla scoperta del petrolio, non dovrebbe subire danni ambientali. Perché all’Eni si sono impegnati a rendere il meno invasiva possibile la loro opera e al rimboschimento là dove si sarà reso necessario. Le moderne tecnologie utilizzate, poi, fanno sì che il petrolio non venga mai a contatto con l’ambiente esterno e che non servano più i giganteschi tralicci che da sempre hanno caratterizzato le zone a vocazione estrattiva. Intorno a un pozzo bastano uno spiazzo di poche centinaia di metri e un paio di tubature esterne e per giunta colorate e nascoste dalla ricca vegetazione.

  Ma gli impegni che sono stati presi non finiscono qui. Pur di ridurre la dipendenza energetica dall'estero e attivare il prima possibile tutti gli impianti del Texas italiano, stato ed Eni si sono impegnati in un intervento straordinario per la creazione di infrastrutture. Serviranno 450 miliardi di lire ai quali ne andranno aggiunti altri 210 dei fondi di un precedente progetto di industrializzazione mai partito. E per finire l’Eni e la Regione costruiranno una centrale elettrica che erogherà energia a basso costo alle aziende della zona e verrà avviato il progetto di cablatura del territorio. Un investimento che comporterà una spesa complessiva di 150 miliardi di lire.

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