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Liberazione martedì 2 novembre 1999

 

IL DIBATTITO

Cristo si è davvero mosso da EBOLI?

 

La Basilicata ha ceduto lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi al consorzio formato da Agip e Enel Sud. Chi ci guadagna? L’accordo produrrà lavoro e ricchezza per la regione?

 

Sulla vicenda che ha portato la Basilicata a cedere lo sfruttamento dei propri giacimenti petroliferi ad un consorzio formato dall’Agip Spa e dall’Eni Sud, si è aperto un acceso dibattito. Molti si sono chiesti se sia vero che la regione si avvantaggerà molto da questo accordo e se, soprattutto, crescerà l’occupazione.

 

Le cifre in gioco

Vale la pena di approfondire questo punto esaminando più da vicino le cifre in questione, in particolare il vantaggio delle due parti.

Il guadagno delle compagnie è presto calcolato: esse si appropriano di giacimenti dei valore attuale di 14.500 miliardi (a prezzi ’98) con una vita utile di 25 anni e dovranno sostenere costi di investimento per 3.000 - 3.100 miliardi nei primi cinque anni. Inoltre, pagheranno 30 miliardi annui a titolo di royalties per tutto l’arco dei 25 anni e, naturalmente, sosterranno le spese di esercizio degli impianti.

In termini molto grossolani, ammettiamo che le spese di esercizio siano in tutto di 2.000 miliardi (100 miliardi annui “poco” attualizzati) e aggiungiamoci 300 - 400 miliardi per interventi di rigenerazione monitoraggio ambientale (l’estrazione di petrolio tende ad avere effetti devastanti sull’ambiente). Al massimo, senza attualizzare le royalties, si arriva ad un costo totale di 6.000 - 6.500 miliardi, con un ricavo netto di circa 8.000 - 8.500 miliardi (14.500 meno 6.000 - 6.500), che è certamente un bel profitto (poco meno del 150 %) per le due compagnie.

Le cifre sopra indicate sono tutte tratte dalla relazione previsionale e programmatica del ministero del Tesoro per il 1999. L’unica eccezione sono le spese di esercizio degli impianti, ma, anche ammettendo ampi margini di errore su questa voce, il boccone rimane sempre assai ghiotto.

Circa i vantaggi della Basilicata lasciamo la parola alle conclusioni del rapporto economico (redatto dagli esperti Eni?) utilizzato nella trattativa: “Il Pil regionale oscilla intorno ai 12.000 miliardi di lire correnti (si riferisce al ’97), pertanto, nei cinque anni previsti, in funzione degli investimenti e dell’attività di estrazione è ipotizzabile un aumento del Pil regionale di oltre 6.100 miliardi di lire correnti”. L’affermazione, nella sua concisione, sembra chiara e può indurre a pensare che, grazie all’intervento Eni, nell’arco di cinque anni il Pil regionale annuo passerà da 12.000 a 18.100 miliardi (a prezzi ’97), con un incremento di circa il 50%.

In realtà essa contiene un’insidia interpretativa derivante dal confronto tra due cifre di fatto inconfrontabili poiché relative a fenomeni qualitativamente diversi: la prima cifra riguarda il Pil annuo, la seconda il Pil quinquennale.

Per evitare fraintendimenti la conclusione sarebbe dovuta essere: nei cinque anni previsti il Pil regionale annuo, oggi di 12.000 miliardi, passerà a circa 13.220 miliardi per poi tornare al livello iniziale (a meno di altri fattori di incremento).

L’incremento del Pil annuo viene dunque drasticamente ridimensionato al 10% una tantum e limitatamente ad un periodo di cinque anni. Si tratta pur sempre di un aumento considerevole, sia pure di gran lunga inferiore a quanto sembra emergere dalle parole degli esperti. Ma la cosa non finisce qui perché anche questa cifra merita di essere esaminata con attenzione.

 

Stime e proiezioni

La stima di un incremento di 6.100 miliardi nel reddito quinquennale regionale è ottenuta nel modo seguente. Dei 3.100 miliardi di investimento quinquennale delle due compagnie si stima che solo 773 verranno spesi nella regione (e già si tratta di una valutazione ottimistica visto che il tessuto industriale locale non sembra in grado di fornire le attrezzature e la manodopera necessarie ad una attività ad alta specializzazione produttiva come quella della perforazione dei pozzi petroliferi). Da questi 773 ai 6.100 totali si arriva attraverso una serie di concatenazioni più o meno miracolose. Innanzi tutto compare il solito indotto, che, a sua volta, assume forme varie.

Primo indotto. Grazie agli effetti a catena che ne derivano, quei 773 miliardi spesi dall’Eni nella regione dovrebbero crescere fino ad una spesa complessiva di 2.211, con un effetto moltiplicativo (leontieviano-keynesiano) quasi pari a tre, dimensione che per aree produttive poco articolate, come la lucana, appare francamente esagerata anche perché è noto che incrementi temporanei di reddito non inducono né i consumatori né gli investitori a incrementi di spesa significativi.

Fin qui siamo ancora nella zona di confine tra solido buon senso economico e fantasia. Quest’ultima tocca vette assai elevate a proposito del secondo indotto. Si tratta di un effetto di ritorno dovuto alla quota dei 3.100 miliardi spesa fuori dalla regione. Quei 2.327 miliardi (3.100 meno 773), a parere degli esperti, provocheranno un effetto di ritorno nella regione di 468 miliardi. L’idea è che regioni e paesi verso i quali si indirizzeranno i 2.327 miliardi, vedendo aumentare il loro reddito, accresceranno i loro acquisti in Lucania in misura pari a circa il 30% della spesa ricevuta. Per rendersi conto della verosimiglianza di questa cifra basta riflettere al fatto che, se veramente le regioni italiane indirizzassero il 20% della loro spesa “autonoma” verso la Lucania, allora questa regione potrebbe contare su una domanda per esportazioni di circa 123.000 miliardi annui (20% della spesa complessiva per investimenti lordi e consumi collettivi nell’intero paese nel ’97). Altro che petrolio!

Terzo effetto. Si tratta delle royalties per il quinquennio (150 miliardi = 30 miliardi per cinque anni) con il solito effetto moltiplicativo dell’indotto che le porta da 150 a 429 miliardi.

 

Numeri poco chiari

Proviamo a fare una prima somma dando per buone le cifre fornite dagli esperti: 2.327+468+429 danno circa 3.200 miliardi nel quinquennio, cifra che corrisponde a quella citata da Bernabè. Ma come arrivano a 6.100 i nostri esperti? Dove sono i circa 3.000 miliardi che mancano ai 6.100? Qui il mistero si fa impenetrabile. Qualcuno potrebbe pensare ad un errore di duplicazione, ma l’unica cosa certa è che non ci sono né, a quanto è dato di capire, possono esserci. Va notato che su questi aspetti la relazione del Tesoro mantiene un cauto silenzio.

Per concludere, facciamo la tara ai 3.200 miliardi che siamo riusciti a individuare. I 773 miliardi che saranno spesi nella regione al massimo potranno raddoppiarsi con l’aiuto dell’indotto: anche a voler essere generosi, per una regione come la Basilicata, un moltiplicatore superiore a 2 appare irragionevole. Siamo dunque a 1.450 miliardi. Il secondo tipo di effetto indotto appare del tutto improbabile. I 150 miliardi di royalties al massimo si tradurranno in 300 miliardi di reddito. In totale, l’aumento presumibile di reddito nel quinquennio sarà di 1.750 miliardi, pari ad un incremento medio di 350 miliardi del reddito annuo della regione, che passerà da 1.750 miliardi, pari ad un incremento medio di 350 miliardi del reddito annuo della regione, che passerà da 12.000 a 12.350 miliardi, con un aumento di circa il 3%, ben diverso, dunque, dal 50% che le parole dei nostri esperti lasciavano intravedere. Questo per i primi cinque anni. Per gli altri 20 anni restano soltanto le royalties di 30 miliardi annui e il loro modesto indotto.

A meno di altri elementi quantitativi, forse qui trascurati, è evidente che c'è una bella differenza tra queste cifre da Enalotto, peraltro in parte incerte, e il sicuro guadagno di migliaia di miliardi delle due compagnie!

Si è giustamente affermato che al Mezzogiorno occorre dare meno contributi e più aiuto per la valorizzazione delle risorse che possiede. E’ questo l’aiuto cui ci si riferiva?

Guido Cella,

Ordinario economia, università degli Studi di Napoli “Federico II”

 

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LIBERAZIONE giovedì 21 settembre 2000

Basilicata: due stagni fangosi di scorie tossiche e cinque incidenti in due settimane

Un lago nero di petrolio

Un’ampia distesa di rifiuti a cielo aperto al cui interno si vedono due piccoli stagni fangosi e puzzolenti: questi contengono le scorie tossiche delle ricerche petrolifere. E’ il benvenuto, in una cornice di montagne, di corsi d’acqua e di boschi per chi arriva a Calvello, oggi capitale della campagna di sfruttamento petrolifero del gruppo Eni e di qualche altra grande società straniera. Gli altri centri della "colonia" dei petrolieri sono Anzi, Laurenzana e Abriola nella Val Camastra, ma ve ne sono anche in altre zone della Val d’Agri e della Val Basento. Siamo in quella parte della provincia di Potenza dove la magistratura sembra rifiutare la giurisdizione, dove il Corpo forestale dello Stato è distratto, dove la legge non si applica. C’era sentore fin dagli anni Trenta che nel sottosuolo della Basilicata potesse esserci del petrolio, ma le ricerche metodiche – e devastanti – sono incominciate solo nel ’99. Il petrolio lo si estrae realmente e dalle analisi sembra essere di qualità molto buona; quanto a estensione delle riserve, "The Economist" le ha valutate in circa la metà di quelle, ricchissime, del Kuwait. Può darsi che sia vero, può darsi anche che siano notizie fatte diffondere ad arte da un accreditato settimanale straniero, per dare alla gente il miraggio della ricchezza e non avere ostacoli nei lavori di ricerca e di sfruttamento. Intanto si procede con le antiche regole della pirateria petrolifera. I tecnici del gruppo Eni sistemano cariche di tritolo a circa 30 metri di profondità e a distanza molto ravvicinata le une dalle altre: nei boschi, sotto il letto dei fiumi, nelle valli e provocano esplosioni. Attraverso le misurazioni che ricavano dalle onde d’urto degli scoppi, localizzano i giacimenti. Intanto abbattono alberi, danneggiano coltivazioni, case e soprattutto compromettono la ricca falda acquifera, che alimenta l’Acquedotto Pugliese (che serve Basilicata, Puglia e parte delle aree limitrofe) e le sorgenti delle acque minerali, tutte di qualità eccellente e di elevato valore ambientale ed economico. Per accedere ai campi e ai giacimenti si servono di mezzi pesanti e talvolta anche di elicotteri con pericolosi carichi sospesi. Hanno violato – senza che le guardie forestali li ostacolassero – anche i parchi di interesse comunitario dell’Abetina di Laurenzana, del Bosco di Rifreddo, della Faggeta di Monte Pierfaraone, della Serra di Calvello, del Monte Volturino e del Pollino. Querele, esposti e denunce alle autorità comunali, regionali e provinciali, ai carabinieri e alla magistratura sono rimasti senza esito. A operare non figura il gruppo Eni, ma alcune società contrattiste, come la Rig di Milano che risulta sconosciuta all’indirizzo della sede sociale, per cui non si riesce a notificarle opposizioni e ricorsi. Il petrolio estratto viene trasportato dalle località di estrazione fino a Taranto, servendosi non di mezzi del gruppo Eni, ma di autocisterne con rimorchio, senza indicazione della di appartenenza, condotte da piccoli padroncini locali che per acquistarle si sono caricati di debiti. Il trasporto avviene senza rispetto di norme di sicurezza e nell’indifferenza degli organi di vigilanza. Finora si sono verificati cinque incidenti gravi: la settimana scorsa ad Anzi, alcuni giorni fa nei pressi di Villa d’Agri, ed ancora a Viggiano, a Calvello e a Sant’Arcangelo. Ci sono stati feriti (uno molto grave ad Anzi), versamento di petrolio nel fiume Camastra (che alimenta l’omonimo acquedotto), dispersione di idrocarburi e infiltrazioni nel terreno.

E l’Eni, per sottrarsi alle sue responsabilità, simula una formale cessione del petrolio ai trasportatori al momento del carico e un riacquisto dai medesimi all’arrivo.

                                                                                                  Carlo Serse

 

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LIBERAZIONE giovedì 21 settembre 2000

Il costo sociale e ambientale dei pozzi Eni

di Nico Perrone

Il discorso sul petrolio è pieno di ambiguità e contraddizioni. Una ricchezza, certamente: ma una ricchezza che dà poco lavoro, e soltanto a tecnici altamente specializzati che vengono da lontano e a una sparuta manovalanza locale, per di più precaria. Una ricchezza che impingua i bilanci delle società estrattrici, e lascia briciole nelle casse delle regioni sfruttate: la Nigeria, uno dei massimi produttori mondiali, ha più della metà della propria popolazione costretta a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno.

Il petrolio fa potenti i paesi che lo estraggono – ma per circa l’80 per cento viene utilizzato a scopi bellici – e depaupera i Paesi che lo producono nel loro sottosuolo: la Nigeria ha perduto la ricchezza delle sue acque. Il petrolio ha fatto grande anche l’Italia: non c’è dubbio che l’ascesa del nostro Paese a quinta o sesta potenza economica mondiale (la posizione varia a seconda degli anni e dei parametri scelti per la rilevazione, ma stando al prodotto interno lordo rilevato dalla Banca Mondiale, dal 1974 è costantemente quinta) sia dovuta in larga misura alle attività internazionali di sfruttamento petrolifero dell’Ente Nazionale Idrocarburi. Ora ce lo troviamo in casa, il petrolio, in Basilicata. Si tratta di giacimenti vasti. E scopriamo subito altre contraddizioni: il petrolio devasta e corrompe, il petrolio lo si estrae con metodi di rapina senza rispettare l’ambiente né il diritto di proprietà, che in questo caso è quello di modestissimi agricoltori e di comunità montane.

L’estrazione lascia sporcizia, devastazione che dura decenni, produce scorie tossiche e inquinanti, è incompatibile con le colture e la pastorizia. Quanto all’ambiente, in Basilicata esso è fatto di acque sorgive pregiate, di pascoli con razze bovine antichissime che nel resto d’Europa sono scomparse, di campi di un grano duro particolarmente pregiato, di scavi archeologici, di paesi turisticamente pregevoli, di condizioni di vita a dimensione umana.

Già, ma per diventare una grande potenza economica internazionale, l’Italia non ha badato a tutti questi problemi nelle estrazioni petrolifere che ha portato avanti nel mondo. Già, ma per viaggiare, per andarcene in giro anche quando non occorre, noi adoperiamo sempre più l’automobile, che cammina con il principale derivato del petrolio. E per far camminare le industrie, per produrre elettricità, per riscaldarci noi impieghiamo derivati del petrolio; e non siamo disposti a perdere i posti di lavoro che l’industria dà, a spegnere le lampadine e gli elettrodomestici, a riscaldarci con le coperte di lana e con i bracieri.

Perciò, contro i prezzi che si impennano non solo per l’avidità dei produttori, per la speculazione dei centri finanziari e per l’embargo americano contro la commercializzazione del petrolio dell’Iraq, ma anche perché questa fonte energetica comincia a scarseggiare nel mondo, si conducono campagne agguerrite.

Tutto vero. Ma la presa di coscienza avviene anche così, nel dispiegarsi e nello svelarsi delle contraddizioni. E così è avvenuto in Basilicata, dove una parte consistente della popolazione non vuole accettare di farsi colonizzare dall’Eni, di assistere alla devastazione del suo ambiente, di vedere la sua classe politica non più espressione del voto popolare ma pronta a farsi eleggere e manovrare dagli interessi dei petrolieri.

Dunque a Calvello, paesino di duemilaquattrocento anime in provincia di Potenza, di persone ne sono andate duecentocinquanta in una manifestazione nella sala del consiglio comunale a dire no all’estrazione petrolifera e a fischiare vigorosamente un incauto deputato del Partito popolare, eletto proprio in quel collegio, che si attardava invece a sostenere i vantaggi dell’estrazione. Considerato poi che le royalties ricavate dal petrolio sono una miseria, che non compensa neppure alla lontana il danno, che le leggi non vengono fatte rispettare, che i politici sono ambigui o filo-petrolieri, la gente si esaspera. Basti dire che la regione Basilicata, che ha un bilancio annuale dell’ordine di 2000 miliardi, per quest’anno prevede introiti dall’estrazione del petrolio per soli 3 miliardi e 140 milioni: un’inezia che offende, confrontata agli utili che le società estrattrici hanno annunciato ai loro azionisti per questa operazione.

Oltre tutto l’Eni, che è la maggiore interessata allo sfruttamento, e che per ottenere la compiacenza di organi istituzionali nell’aggirare norme e divieti si fa passare per società dello Stato anche se è ormai una multinazionale nella quale il ministero del Tesoro italiano conta per il 33,33 per cento del capitale, mentre la maggioranza delle azioni è nelle solide mani della finanza e del big business internazionale del petrolio.

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