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Libero domenica 20 Agosto 2000

Viaggio in una regione dove la ricerca dell’oro nero riduce a palliativi gli investimenti a favore del turismo

Non trasformiamo la Lucania in Texas per ricavare qualche barile di petrolio

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Proteste e polemiche per il grave pericolo di inquinamento e di degrado ambientale. La nuova ricchezza entusiasma ma non risolve i problemi occupazionali. Sono già stati attivati cinque pozzi ma ne sono previsti sessantaquattro.

I mass media locali informano sui problemi ecologici ma non vengono ascoltati.

di Nicola Apollonio

 

Non si sa quante azioni abbiano promosso per difendere l’ambiente in cui vivono. Dicono che il petrolio inquina, che il petrolio distruggerò la Basilicata. Lei si chiama Raffaela Forliano, lui Alfonso Fragomeni. Sono marito e moglie, entrambi avvocati. Hanno lo studio e la casa a Calvello, un paese di 2.400 abitanti in Val Camastra. Proprio lì dove l’Eni sta sconquassando una delle zone boschive più belle del paese. Sembrano due Don Chisciotte che lottano per evitare un disastro ambientale dalle proporzioni impensabili.

Nella piccola piazza del paese, i pochi uomini rimasti passano il tempo a giocare a carte. Gli altri, quelli che non hanno mai creduto nei miracoli dell’oro nero, hanno fatto le valigie e si sono trasferite al Nord, o all’estero. E così, nel giro di una decina d’anni, Calvello si è spopolato, passando da 5.000 a 2.400 abitanti. Anche i giovani hanno fatto fagotto e sono partiti. Proprio mentre l’Eni cominciava a sondare i terreni e i boschi. A mille, mille e trecento metri d’altezza, tra faggi e abeti bianchi.

"Siamo ricchi", dissero subito i più sprovveduti. "Abbiamo il petrolio". Lì per lì, gli abitanti della zona pensarono di poter diventare una specie di sceicchi arabi. Nemmeno immaginavano, invece, che sarebbero rimasti vittime di una vera e propria aggressione coloniale, come la chiama l’avvocatessa Forliano. "Vittime di una pesante occupazione del territorio da parte delle multinazionali petrolifere che nel nome di quello che loro chiamano progresso ma che in realtà è soltanto il loro profitto, saccheggiano indisturbati le nostre montagne, avvelenano l’aria, l’acqua e il bestiame". In effetti, lassù in montagna l’Eni ha scavato migliaia di pozzetti senza che ci fosse una qualunque valutazione ambientale. Si infilano cariche di gelatina in tubi di 10-20 centimetri che vengono collocati a 25-30 metri di profondità e si fanno esplodere, per testare nel modo più economico il terreno prima di decidere dove "bucare" per arrivare al petrolio. Ma le esplosioni provocano lesioni alle case che si trovano accanto. E rischiano di compromettere definitivamente un terreno che è già idrogeologicamente instabile, anche per effetto del terremoto del 1980; e contaminano le sorgenti più vicine.

 

Gli interventi dell’Eni

 

Per carità, le carte sono a posto. La Regione ha rilasciato tutte le autorizzazioni possibili, finanche per la zona di Fossa Cupa, dove comincia la canalizzazione delle acque dell’Acquedotto pugliese, che serve la Basilicata, la Puglia e parte della Campania. Ma nessuno ha mosso un dito per far spostare i pozzetti che l’Eni ha scavato proprio nell’alveo dei fiumi. Anzi, il sottosegretario Ppi Coviello si è dato un gran daffare per sostenere i progetti dell’Eni; che nei prossimi dieci anni dovrebbe estrarre tanti barili di greggio da fargli incassare qualcosa come cinquemila miliardi.

E’ chiaro a tutti che, nonostante i cinquant’anni di strapotere politico dell’ex presidente del Consiglio Emilio Colombo, in Basilicata lo sviluppo non ha mai avuto concretezza. Per cui è stato praticamente impossibile cancellare anni e anni di tribolazioni, interi decenni di miseria. La vecchia classe politica democristiana non ha mai fatto nulla per rompere un isolamento secolare; o per aprire frontiere nuove in campo economico che altre zone del Sud hanno invece conosciuto sin dagli anni ’70. Per conservare il grande serbatoio di voti su cui il centro-sinistra può ancora contare, bisognava procedere a piccoli passi.

Per questo, dopo le elezioni, è stata avviata una complessa campagna di ricorsi, querele e denuncie su cui la magistratura non si è ancora pronunciata del tutto. Si lamenta chi dice di conoscere a fondo l’effettivo programma dell’Eni. Altri chiedono la tutela dell’acqua e degli allevamenti. Altri ancora, invece, si sono rivolti al giudice per il risarcimento dei danni provocati alle colture e ai terreni dagli uomini dell’Eni. Gli stessi che, prima di minare i boschi, hanno fatto irruzione nei territori privati senza autorizzazione. "Questo è il segno tangibile della prevaricazione che lo Stato continua ad avere nei confronti dei cittadini più deboli" dicono da queste parti.

Secondo le associazioni ambientaliste, che sono la vera spina nel fianco della Regione accusata di aver svenduto il territorio, l’Eni non si limiterebbe a "cercare l’oro". Ma farebbe anche credere che tutto è assolutamente necessario e che il prezzo da pagare è contenuto e accettabile. Invece, Antonio Bavusi, responsabile del WWF per la Basilicata, sostiene che si tratta di "un’azione assolutamente insensata", che esiste "il grandissimo rischio che le aree, a forte vocazione naturalistica, vengano pregiudicate". E aggiunge: "Si è rinviata l’istituzione del Parco naturale per favorire le compagnie petrolifere multinazionali. Noi stiamo avviando le procedure per denunciare il Governo italiano alla Corte europea di giustizia".

Chi si mostra possibilista è il capogruppo dello Sdi alla regione Antonio Pisani che non trascura certamente il rispetto per l’ambiente, però si affanna a dire che "dal petrolio, bisogna ricavare qualcosa. E’ vero che il Parco sarebbe un riflettore per il turismo, ma la Basilicata non può fare a meno dei soldi che arrivano dal petrolio".

 

I suoli dell’ex sindaco

 

Quali soldi? Secondo Vincenzo Laurita, presidente provinciale di Alleanza Nazionale, "qui si va ancora avanti con la cultura dell’accattonaggio imposta in cinquant’anni di assistenzialismo. La gente si aspetta che arrivi tutto dall’alto". "Ma molti già cominciano a rendersi conto che il petrolio sotto casa è stato un danno, perché non porterà nessun beneficio economico" continua lui "Invece, è servito per deturpare il territorio e l’ambiente, per creare nuove situazioni di disagio ad una popolazione che la politica di centro-sinistra e i nuovi colonizzatori dell’Eni stanno trattando come gli indiani d’America".

Oggi sono già cinque i pozzi attivi sui 64 previsti. Lo scempio della Val Camastra e dell’Abetina si compie a ritmo lento. Ogni notte, 30-40 autocisterne attraversano la valle del Basento per trasportare il greggio da testare nelle raffinerie dell’Agip a Taranto. Dicono che l’aria è diventata irrespirabile; che i sindacati si sono dati alla macchia; che gli animali sono ammalati non si sa perché. L’associazione "Camastra Nova", ogni giorno fa nuove accuse, porta nuovi documenti e prove per dimostrare i danni ambientali che il programma (non chiaro) dell’Eni sta provocando in una zona boschiva tra le più belle del Paese. Nicola Pagliuca, coordinatore regionale di Forza Italia è arrabbiato: "Bisogna rivedere l’intero accordo di programma. La Regione si sta dimostrando incapace di gestire un’operazione che sta distruggendo la montagna. Non si può andare avanti con i "contentini" da campagna elettorale. Qui manca tutto quello che possa generare sviluppo, economia, e non sarà certamente il petrolio a risolvere i problemi atavici della nostra terra".

Lì, a due passi dal pozzo "Cerro Falcone 3", a 1.300 metri d’altezza, c’è l’area di sperimentazione vegetale dell’Università. Poco più giù, c’è il "Cerro Falcone 1", vicinissimo a una sorgente di acqua sulfurea, dov’era stato previsto un impianto termale. Proseguendo verso Calvello, il paese che più di altri si svuota inesorabilmente per la mancanza di lavoro, c’è Lpt (Long production test), una vasta area con vasche piene di greggio. Sorge a pochi metri dal fiume "La terra", affluente della diga "Camastra" che serve gli acquedotti di Potenza e dintorni. Quei suoli sono di proprietà della famiglia dell’ex sindaco Ppi Michele Di Trana. Che, pare, li abbia affittati per otto milioni all’anno.

 

Decine di inutili denunce

 

Ciò che non si capisce è come sia stato possibile far costruire un’opera così imponente come quella della Lpt con una semplice autorizzazione. Si è parlato di carattere "provvisorio", ma le opere per l’impianto di raccolta del greggio sono state realizzate utilizzando in gran quantità il calcestruzzo e impiegando materiali fissi. "Nonostante la zona sia sovraccarica di vincoli forestali e paesaggistici", dice Raffaela Forliano, "all’Agip è bastata una semplice autorizzazione del Comune di Calvello. Preceduta, naturalmente, dal nulla osta della sovrintendenza ai beni ambientali, della Regione e del coordinamento forestale".

Nessun sindaco, prima d’ora, aveva avuto il coraggio di protestare per quella specie d’invasione del piccolo esercito di uomini delle società "Rig - Shumberger" che, su incarico dell’Eni, stanno eseguendo i lavori di prospezione geofisica con il sistema sismico a riflessione (fanno brillare delle cariche di esplosivo di 20 chili nel sottosuolo). Nessuno, prima di Rocco Martoccia, sindaco di Laurenzana eletto con una lista civica, si era spinto fino al punto di firmare un’ordinanza per bloccare le indagini previste dal programma di sfruttamento delle risorse petrolifere nell’Abetina. "L’ordinanza resta dov’è", dice il sindaco, "nessuno mi convincerà a rimuoverla. Proprio in queste ore, il Ministero dell’Ambiente si prepara a chiedere alla Regione Basilicata e alla Provincia di Potenza di revocare le autorizzazioni date. Se non lo faranno, l’Unione europea (che ha riconosciuto questi siti di interesse comunitario) interverrà".

Ma c’è un altro aspetto della questione. Il Prefetto di Potenza, il 23 agosto ’99, aveva autorizzato l’Eni "a introdursi negli immobili di proprietà pubblica e privata" a condizione che "dell’ingresso dei tecnici dovrà essere dato tempestivo avviso ai proprietari"; e fermo restando che "la società è obbligata a risarcire i proprietari, dei danni che eventualmente fossero arrecati". Ma specificando che "se non verranno rispettate queste condizioni, se si verificheranno pericoli e inconvenienti l’autorizzazione sarà revocata". Perché, allora, dinanzi ai mille esposti, alle denunce fatte anche attraverso i media e alle tante richieste di risarcimento, il Prefetto non ha invalidato il suo precedente decreto? "Forse perché costretto dalle coperture politiche" spiega Alfonso Fragomeni.

Comunque, in tutta questa vicenda qualcosa non va. La Procura della Repubblica di Potenza è invasa dalle denunce di molti cittadini e di "Camastra Nova". Lamentano continue violazioni della legge da parte degli addetti alle indagini geofisiche, e i continui voli degli elicotteri con carichi sospesi sui centri abitati. Difficile non definire "colpevoli" i silenzi; è sospetta l’indifferenza delle amministrazioni locali.

 

L’allarme del Wwf

 

Sembra che lo stesso Edo Ronchi da ministro verde, abbia ignorato i fatti. Eppure, le foto delle torri d’acciaio in mezzo ai boschi sono state pubblicate da tutti i giornali.

Il Wwf ritiene che sussistano "fondati motivi che le valenze ambientali possano essere compromesse dalle attività petrolifere". Si teme molto per la sopravvivenza delle aree individuate e perimetrate dalla Regione e dal ministero dell’Ambiente, caratterizzate dalla presenza di ecosistemi e specie di interesse comunitario: come il bosco di Rifreddo, la serra di Calvello, o il lago del Pertusillo. Anche Legambiente, di solito poco critica con l’operato delle amministrazioni di centro-sinistra, mette in guardia dai pericoli che possono derivare dal centro-olii in Val Camastra, dagli oleodotti di collegamento, dalla discarica di fanghi petroliferi e dai residui di perforazione di Guardia Perticara.

"L’informazione locale ha largamente diffuso i messaggi", dice Legambiente, "ma non ha evidenziato che la Regione Basilicata si è ben guardata dal discutere pubblicamente i documenti tecnico-scientifici commissionati a comitati di esperti".

E che cosa dicono questi documenti? Il rapporto finale mette in luce una serie di problematiche da valutare politicamente, come l’occupazione del suolo (postazioni di estrazione, centro olii, reti di trasporto), il rischio di incidenti (reti, pozzi, oleodotti), il sistema idrogeologico caratterizzato da precarie condizioni di equilibrio e altro.

Certo, in queste condizioni il turismo soffre. Non sono molti quelli disposti a venire fin quassù per assistere all’estrazione del petrolio anziché andare per funghi e castagne. Hanno speso quasi cinque miliardi per le attrezzature turistiche, ma tutto ora si vanifica dalla presenza di quei giganti d’acciaio che svettano tra i faggi. I nuovi colonizzatori spingono le loro autocisterne di petrolio su un ponticello che attraversa il fiume "La terra". La strada è stretta; può accadere che qualche camion finisca nel piccolo fiume, sfiorando il disastro ambientale.

Dalla montagna la sagoma della torre d’acciaio incombe, minacciosa, su questa terra di contadini, emigranti, gente semplice. "Che ce ne facciamo del petrolio? Vogliamo solo respirare l’aria pulita della Lucania, quell’aria che ci ha fatto resistere alle invasioni e alle colonizzazioni". Chi può dar loro torto?

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