Che accade in Lucania? 

Il 29 maggio 2002 è una data che segna il crollo violento e traumatico dell’immagine stereotipata della Lucania come regione tranquilla, sufficientemente operosa (per essere una regione del Sud), famosa nel resto del Paese per essere la regione che sa sfruttare fino in fondo i canali di finanziamento statali e dell’U.E., ma soprattutto più o meno indenne sia dalla criminalità organizzata, tipica delle limitrofe regioni, sia da quei fenomeni che hanno dato origine, proprio dieci anni fa, a quel terremoto politico-mediatico-giudiziario passato alla storia come “tangentopoli” e che ha sconvolto il Paese.

La Basilicata è stata fra le pochissime regioni non direttamente coinvolte nel tracollo della “Prima Repubblica” e, altra peculiarità, nel volgere di qualche anno è riuscita a trasformarsi da regione tra le più bianche d’Italia a regione tra le più rosse (qualcuno dice “rosa”) senza che ci siano stati grandi stravolgimenti nella classe politica lucana.

Ma l’inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza ha “imbrattato” l’immagine sin’ora venduta nel resto d’Italia e che però non coincide con la realtà che quotidianamente tocca con mano chi in Basilicata ci vive. Una realtà dove si paga la tangente per avere l’appalto, dove si prende un salario inferiore a quello riportato in busta paga e si sta zitti se si vuole lavorare, dove si fa commercio con la scheda elettorale, dove si costruiscono e si consolidano carriere politiche e posizioni economiche grazie ai sistemi d’affare con lobbies e multinazionali. Insomma, sta venendo fuori un’immagine della Basilicata non diversa, se non per l’esiguo numero di abitanti, dalla Milano degli anni di tangentopoli.

Tutto nasce dalla denuncia di un operaio che ha moglie e figli e non riesce più ad andare avanti con uno stipendio che non è quello riportato in busta paga e che il datore di lavoro (i fratelli De Sio, potenti imprenditori Lucani molto vicini al Vice Presidente della Giunta Regionale Vito De Filippo) riduce drasticamente per costituire fondi neri destinati a politici e funzionari pubblici.

L’indagine della Procura potentina parte dalla costruzione di una sede campana dell’INAIL, ma le indagini hanno scoperto un altro filone investigativo legato agli appalti dei grandi lavori in Val d’Agri, lavori riguardanti la presenza dell’Eni e dei suoi miliardi.

I giornali di questi giorni dedicano grande spazio alle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Ce n’è veramente per tutti, anche per i compagni che magari in passato hanno buttato qualche monetina a Craxi o che si sono sempre sciacquati la bocca, in un passato un po’ più lontano, con la “questione morale”.

Per molto meno, alcuni anni fa decine e decine di persone, molte delle quali poi risultate innocenti, sono finite in galera.

E’ necessario, però, che gli inquirenti non si limitino alla più semplice e, per le istituzioni, meno imbarazzante inchiesta sull’INAIL. E’ necessario che trovino la libertà ed il coraggio di scavare a fondo nel pozzo nero del petrolio, incrostato di illegalità e malaffare. Insomma, è necessario che la magistratura si svegli dal sonno di tutti questi anni e dia finalmente il segnale che lo Stato in Basilicata sa essere forte anche con i potenti.

E mentre la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati nega alla Procura di Potenza l’autorizzazione a sottoporre agli arresti domiciliari i parlamentari Antonio Luongo (D.S.) e Angelo Sanza (F. I.), il 13 giugno il Tribunale del Riesame di Potenza ha rimesso in libertà il generale Orlando e alcuni imprenditori, mentre ha respinto altri tredici ricorsi, confermando l’ipotesi accusatoria del PM sull’esistenza di una “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione ed alla turbata libertà degli incanti” (Gazzetta Mezzogiorno 14 giugno 2002).

Quanto all’ormai ex Vice Presidente della Giunta Regionale nonché ex assessore con “delega al petrolio”, Vito De Filippo, il Tribunale ha ritenuto non più sussistenti le esigenze cautelari degli arresti domiciliari ma ha disposto la sospensione per due mesi dalla carica di assessore.  

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Nello scorso numero di Due Sicilie (n. 3, maggio-giugno 2002), nell’articolo “Il sacco della Basilicata” scrivevamo: La storia del petrolio in questa regione è una storia sporca, come sporche sono tutte le storie legate allo sfruttamento petrolifero in ogni parte del mondo. Ed è una storia fatta di leggi violate, di istituzioni distratte se non conniventi, di disastri ambientali, di morti, di corruzione e di disprezzo delle regole democratiche, di campagne elettorali finanziate dalla lobby petrolifera…La presenza dell’Eni in Lucania ha convinto i pochi scettici rimasti che la legge non è uguale per tutti e che vi sono “zone franche” in cui i diritti dei cittadini sono sospesi, le garanzie limitate”.

Sono cose che andiamo denunciando da anni perché in Basilicata pure le pietre sanno del ben articolato sistema di tangenti che, con una efficiente struttura piramidale, garantisce impunità e potere ad una classe politica dominante che interagisce perfettamente e quasi sempre in modo illecito con il potere economico, refrattario – qui più che in altre regioni d’Italia - al rispetto delle leggi e delle regole.

Per chi, inascoltato, dice da sempre queste cose, è quasi sorprendente l’enfasi mediatica che accompagna le notizie ancora frammentarie. Basta vivere in uno qualsiasi dei “paesi del petrolio” per sapere, su scala minore ma comunque rappresentativa, come funziona il sistema. Per lavorare ai pozzi bisogna prima passare dal sindaco ed ottenere “l’iscrizione nella sua lista di collocamento”; lo stesso vale per le imprese edili locali che intendono ottenere qualche appalto. Tranne rare eccezioni, lavorano solo coloro che possono mostrare le credenziali dei sindaci o dei loro padrini politici.

Ovviamente, i benefici per gli amministratori non si esauriscono nel “ritorno elettorale” della pratica clientelare. C’è di più, molto di più.

In compenso, i petrolieri ricevono tranquillità sociale, speditezza nell’evasione delle pratiche, grande tolleranza e riservatezza in caso di incidente, ecc. ecc.

Anche la buccia di banana sulla quale è scivolato il “sistema di affari”, un operaio che percepisce uno stipendio inferiore a quello dichiarato in busta paga, e che ha dato il via al terremoto giudiziario, non è affatto, come qualcuno sarebbe portato a credere, un episodio isolato, ma è la regola. E’ una regola cui devi sottostare se vuoi continuare a lavorare perché, comunque, quei quattro soldi sono meglio di niente. Ma perché il sistema funzioni è necessario che venga osservata un’altra regola, quella che in altre zone d’Italia si chiama omertà e che è peculiare della subcultura mafiosa.

Non abbiamo mai gioìto, né lo faremo ora, del tintinnio delle manette e non ci sostituiremo ai giudici nel sentenziare la responsabilità di coloro che sono indagati; ma neppure ci assoceremo alle ipocrite manifestazioni di sorpresa di chi del “sistema”  ha sempre saputo, se addirittura non ne ha fatto parte.

Continueremo, invece, ad esprimere in modo netto e senza riserve la nostra inappellabile condanna politica nei confronti di una classe dirigente che riteniamo responsabile dell’ennesimo tradimento nella storia del popolo lucano.  

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Rassegna stampa del 20 marzo 2002

Rassegna stampa del 29 maggio 2002

Rassegna stampa del 30 maggio 2002

Rassegna stampa del 31 maggio 2002

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Rassegna stampa del 2 giugno 2002

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ANSA 16 settembre 2002

Rassegna stampa del 17 settembre 2002

 

 

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