RADIO ANCH’IO del 28.09.2000

 Le nove e nove minuti, buongiorno da Alessandro Cassieri, la voce che avete sentito è quella inconfondibile di Gianmaria Volonté in un grande film diretto, una trentina di anni fa, da Francesco Rosi ma il piglio era proprio quello di Enrico Mattei, presidente, il protagonista meglio del film, che alla fine degli anni quaranta anziché liquidare l’AGIP, come gli era stato chiesto, scommise sulla sua utilità. Il frammento che abbiamo sentito segue la scoperta in Val Padana di un grosso, enorme diceva Mattei, giacimento di metano. Tale si rivelerà effettivamente; dopo qualche tempo Mattei annuncerà che il sottosuolo della Val Padana era ricco anche di petrolio, non era vero in questo caso ma questo consentì a Mattei di valorizzare la risorsa che aveva effettivamente scovata, il metano appunto. Mezzo secolo dopo, con una emergenza petrolifera esplosa per l’aumento vertiginoso del prezzo del greggio a un’altra valle italiana, stavolta a sud in Basilicata, si guarda per capire se e quanto potrà contribuire ad alleggerire la bolletta petrolifera nazionale nei prossimi anni perché a Viggiano in Val D’Agri, ripeto in Basilicata, da anni si trivella e il petrolio effettivamente stavolta viene pompato con quali prospettive, con che capacità potenziale del giacimento lo domandiamo al nostro inviato in Val D’Agri Stefano Mensurati, primo collegamento di una serie che ci porterà a considerare da vicino tutti gli aspetti della nuova crisi energetica mentre a Caracas sono riuniti i paesi produttori di petrolio. Cercheremo anche di capire quali possono essere le diverse prospettive per una soluzione non soltanto contingente. Cominciamo allora da Mensurati in Basilicata, buongiorno Stefano.

Mensurati: buongiorno Alessandro e buongiorno ai nostri ascoltatori. Se vi parlassi di tralicci che svettano nel cielo e di minacciose ciminiere che vomitano fumo, di aria irrespirabile, di rumori assordanti sareste certamente pronti a credermi; è infatti così che immaginiamo i pozzi di petrolio: una via di mezzo tra quelli texani immortalati da James Dean e quelli arabi che rivediamo ogni tanto nei telegiornali quando ci parlano della crisi petrolifera. Niente di tutto questo, ci troviamo invece nel bel mezzo di una valle dove si alternano boschi, vigneti e frutteti e ai lati di questa vallata che segue il corso del fiume Agri, siamo in provincia di Potenza, le montagne la più alta delle quali il Volturino sfiora i duemila metri. Qui al centro della valle, che in questo punto ha una larghezza di circa cinque chilometri, è sorta una zona industriale per lo più finanziata con i soldi del dopo terremoto e accanto ai capannoni, per la maggior parte abbandonati da una imprenditoria tanto furba ad arraffare i quattrini quanto rapida a svignarsela, dal ’96 sorge il Centro Olio dell’ENI, dove affluisce il greggio dai sei pozzi attualmente in funzione.

Cassieri: perché, lo confermiamo, dunque Mensurati, effettivamente in Val D’Agri, dopo essere stato tanto cercato, il petrolio viene anche pompato ormai da qualche tempo.

Mensurati: esatto. In questo momento mi trovo nel bel mezzo di un groviglio di tubazioni di diversa grandezza, tubi che corrono su diversi livelli all’interno di una struttura alta sedici metri, una specie di grande meccano. L’intero campo, quattro maxi serbatoi da 20.000 metri cubi ciascuno, uffici e parcheggi, occupa una superficie di circa 15 ettari. Dicevamo dei rumori, quelli che sentite in sottofondo però non hanno nulla a che vedere però con l’estrazione del greggio come ci spiega il responsabile della costruzione del Centro Olio Val D’Agri, Carlo Femiani, che ho qui accanto a me.

Cassieri: buongiorno. Femiani allora questi rumori a che cosa li dobbiamo attribuire se non sono quelli delle trivelle?

Femiani: buongiorno a voi. Sono esclusivamente i rumori determinati dalle macchine utensili e dai mezzi che contribuiscono alla realizzazione del Centro Oli Val D’Agri.

Cassieri: quindi del cantiere, perché si sta allargando il cantiere…

Femiani: esattamente. Noi stiamo realizzando il centro di trattamento del petrolio, che raccoglierà il petrolio proveniente dai pozzi ubicati nella Val D’Agri.

Cassieri: bene, i lavori proseguiranno fino a quando? da un lato dobbiamo augurarci che molto durino perché questo vorrebbe dire che molto petrolio poi sarà possibile estrarre.

Femiani: noi avremo diverse fasi e comunque la capacità finale di trattamento sarà completata per la Val D’Agri a giugno 2002 con una capacità di 104.000 barili di produzione al giorno.

Cassieri: 104.000 barili ce lo appuntiamo questo numero, tornerà utile nel corso della mattinata; intanto ringrazio il responsabile, il direttore dei lavori in Val D’Agri Carlo Femiani. Ci spostiamo dalla piccola Basilicata alla immensa Caracas, siamo in Venezuela perché con Alberto Negri inviato speciale del Sole 24 ore nel cuore della notte sudamericana, latino americana …..intanto buongiorno, buona notte Negri. Facciamo un attimo il punto su questa due giorni di riunione dei paesi produttori di petrolio all’insegna di una battuta, che vedo rimbalzare già da qualche manciata di minuti in Europa, attribuita al presidente venezuelano Ugo Chaves che è un po’ non soltanto il padrone di casa ma anche il coordinatore di questa nuova fase di attivismo dell’OPEC, che cosa sta succedendo diciamo così in queste ore lì a Caracas tra i paesi produttori?

Negri: diciamo che questa volta il vertice dell’OPEC che è il secondo nella sua storia quarantennale dei capi di stato e di governo dovrebbe arrivare a una svolta quasi storica perché probabilmente ci sarà l’annuncio dell’avvio di questo dialogo tra paesi produttori e consumatori che appunto da quarant’anni è la chimera dell’occidente e dei paesi produttori tanto se n’è parlato, tanto se n’è detto, mai è stato fatto. Forse questa volta questa crisi petrolifera lo avvierà finalmente e vedremo, fra qualche settimana ,se effettivamente produttori e consumatori riusciranno a sedersi a un tavolo per vedere come stabilizzare i mercati.

Cassieri: ecco c’è stata una telefonata nel corso della serata di ieri tra il primo ministro francese Jospain e proprio il presidente venezuelano Chaves nel segno di un tentativo di tenere quanto più serrato il dialogo a questo punto tra i paesi che producono il petrolio e i paesi che consumano il petrolio e che danno vita, diciamo così, a quel circuito chiamiamolo economicamente virtuoso di produzione, consumo, crescita.

Negri: si c’è senz’altro. Diciamo che a occidente, a oriente e anche qui a Caracas in fondo sono rimbalzate le parole che ,qualche giorno fa, ha detto quello che è stato un grande protagonista degli anni delle crisi petrolifere ,lo sceicco Iaman, saudita; forse se lo ricorderanno in molti che ha detto una di quelle piccole frasi ma molto significative: l’età della pietra non finì perché finirono le pietre e quella del petrolio finirà non perché mancherà o si esaurirà il petrolio. Un avvertimento per tutti, soprattutto per i paesi produttori, che devono trovare altri mezzi per controllare e per difendere il mercato del petrolio e sfruttare al meglio questa risorsa che oggi diciamolo pure l’OPEC controlla soltanto al 40% perché l’OPEC controlla solo appunto il 40% di quello che viene prodotto.

Cassieri: è lo zoccolo duro della produzione di greggio al mondo, certo che le parole di Chaves il quale ha detto ieri appunto, introducendo i lavori del vertice, che in fondo un barile di Coca cola o di crema solare o di schampo alla fine costerebbero ben di più del barile del nostro greggio; questo ha dato, come dire, soddisfazione all’uditorio o è anche una linea guida di ciò che potranno decidere gli undici paesi produttori di petrolio dell’Opec, uniti sotto il cartello dell’Opec?

Negri: Ugo Chaves, che ricordiamo è un ex colonnello dei paracadutisti, salito alla presidenza nel ’98 con un passato nella sinistra rivoluzionaria, il suo ministro del petrolio Ari Rodriguez era un guerrigliero chevarista, ha detto in modo molto colorito quella che è una realtà economica del mondo del petrolio ovvero cioè il fatto che il petrolio apparentemente costa poco ma in realtà tirarlo fuori può costare anche molto.

Penso, per esempio, al petrolio della Val D’Agri: quello che mi incuriosisce è sapere quanto effettivamente costa tirarlo fuori perché a venti dollari il barile per esempio può essere ancora conveniente magari a quindici dollari non più, a trenta dollari può essere un grande affare questa è un po’ in sintesi quella che oggi è l’economia del petrolio: il petrolio c’è ma bisogna vedere appunto quanto costa tirarlo fuori e portarlo sui mercati.

Cassieri: Negri, con la solita competenza, ha messo un po’ come dire il dito nella piaga: non è soltanto una questione di risorsa effettiva, di giacimenti ma anche di costi di produzione, di costi di estrazione e sappiamo quanto, negli ultimi trent’anni, questo elemento ha giocato nel far lievitare proprio il costo alla pompa e del carburante e del gasolio e di tutte le altre fonti di energia. Se Negri avrà la volontà di alimentare la sua insonnia per questa notte ancora per qualche minuto ci ricollegheremo con lui tra una decina di minuti al massimo. Nel frattempo vorrei sentire da un economista come il professor Roncaglia che mi auguro sia collegato con noi……, professor Alessandro Roncaglia buongiorno. Intanto ricavando dalle notizie fresche di nottata di Negri da Caracas circa gli aspetti che entrano in gioco ogni qual volta si parla di petrolio, di risorse energetiche e di costi se l’economia del petrolio, tanto per mutuare il titolo di un suo lavoro recente, è effettivamente legata a delle variabili che sfuggono all’utente comune che si trova di fronte al rialzo apparentemente improvviso di un prodotto come la benzina che è di più largo consumo.

Roncaglia: è legata a tante variabili ed è difficile averle presenti tutte contemporaneamente. Diciamo che il prezzo dipende da come si comportano quattro gruppi di operatori: i paesi produttori e quindi l’Opec che rappresenta una quota notevole dei paesi produttori ma anche i paesi consumatori con la politica delle tasse sulla benzina per esempio o comunque sui prodotti petroliferi, poi ci sono, e sono molto importanti, le grandi compagnie petrolifere perché il settore petrolifero diciamo è un mercato oligopolistico dove ci sono tanti piccoli ma anche molti grossi che hanno un’influenza importante e poi negli ultimi anni sono diventati molto importanti gli operatori finanziari che operano sui mercati di Londra e New York, il Brent e il West Texas Intermediate, dove appunto si fissano i prezzi di questi due greggi ai quali poi sono indicizzati molti contratti petroliferi. E quindi quello che succede nel mercato dipende da cosa fanno questi quattro gruppi e sono gruppi non sono quattro signori.

Cassieri: li vogliamo chiamare quattro lobby professor Roncaglia?

Roncaglia: quattro lobby ma, ognuna delle quali ha una sua dinamica interna perché lo vediamo anche all’interno dell’Opec ci sono dentro l’Opec almeno tre strategie diverse; c’è una strategia dei falchi che vogliono il prezzo più alto possibile subito, c’è una strategia delle colombe che vogliono un prezzo basso perché senza un prezzo basso il petrolio viene sostituito come fonte di energia più rapidamente e poi abbiamo quelli che stanno in mezzo, che son contenti di guadagnare abbastanza ma sono preoccupati delle oscillazioni di prezzo. Ecco, il problema principale che hanno di fronte i paesi produttori oggi, è la sostenibilità del prezzo nel medio lungo periodo perché gli investimenti che fanno i produttori sono investimenti che richiedono qualche anno di tempo per essere effettuati e che poi danno produzione per molti anni, quindi se io oggi decido, per esempio in Venezuela, di investire nello sfruttamento delle enormi quantità di petrolio della Petrolium Belta che però è un petrolio di cattivissima qualità, devo fare degli investimenti enormi e se il prezzo tra due anni scende dai trenta dollari attuali ai dieci dollari invece di fare dei guadagni faccio delle perdite.

Cassieri: ricordiamo che la quota dieci dollari è stata più volte come dire toccata nel corso degli ultimissimi anni, fino a un paio di anni fa si aggirava il costo del barile intorno agli undici dollari, in qualche caso addirittura è sceso sotto quella fatidica quota dieci dollari. Cominciamo ad ascoltare il primo di coloro che ci ha chiamato questa mattina: Gabriele da Milano con il suo quesito, buongiorno.

Gabriele: buongiorno a tutti. Il mio quesito è semplicissimo :io sento sulla mia pelle il gasolio perché lo utilizzo tutti i giorni per il mio lavoro. Ho assistito a un’escalation nell’ultimo mese di prezzo dove ogni giorno ci mettevano una caramellina da cinque, dieci lire, tutti i giorni del mese. Adesso viene l’ultima settimana, il prezzo è tornato giù a trenta dollari, trentuno dipende dai momenti, non hanno abbassato il gasolio neanche di cinque lire. Io vorrei capire che gioco c’è dietro perché aumentando fanno prestissimo, sempre con una velocità impressionante, a calarlo meno…

Cassieri: quello che lei produce, grazie Gabriele, è una curiosità tutto sommato che condivido al cento per cento in questi termini e la rivolgo in termini di domanda al professor Roncaglia: le dinamiche che fanno salire o muovere i prezzi del gasolio rispetto a quelli della benzina a quali indicatori corrispondono, in linea di massima, perché effettivamente la benzina a volte rimane stabile e il gasolio aumenta e viceversa.

Roncaglia: primo, c’è il problema del prezzo del greggio che influisce su tutte e due le cose però influisce con un certo ritardo quindi quello che meraviglia è che ci sia questa rapidità nell’aumentare e una lentezza nel diminuire del prezzo ma che le cose succedano con un po’ di ritardo sarebbe normale. Secondo, dipende dal cambio tra l’euro e il dollaro, perché le quotazioni del greggi sono in dollari anche questo influisce sia sul gasolio sia sulla benzina, in modo diverso possono influire le tasse; l’Italia ha cambiato, ha dato un bonus fiscale sulla benzina bisogna vedere come il bonus fiscale viene ripartito tra i diversi prodotti petroliferi. L’ultimo elemento sono le decisioni delle compagnie sui differenziali di prezzo tra i vari tipi di prodotti petroliferi cioè la compagnia prende del greggio, lo raffina e produce benzina e gasolio. Deve rientrare nei costi vendendo questi due prodotti e poi si fa i suoi profitti e allora la compagnia può decidere di variare il prezzo di un bene piuttosto che di un altro a seconda della domanda, di come tira la domanda e la domanda di gasolio è più stabile di quella della benzina meno sensibile alle variazioni del prezzo; poi c’è da aggiungere l’ultima cosa ,cioè parlavo di potere di mercato delle grandi compagnie, è a causa di questo potere di mercato che appunto il prezzo si muove più rapidamente in salita e più lentamente in discesa e qui il problema è un problema di antitrust. Se questa cosa resta entro certi limiti l’antitrust non interviene, se va oltre dei limiti si tratta di un problema su cui l’antitrust italiano, europeo, dovrebbe intervenire.

Cassieri: il professor Roncaglia ha risposto non soltanto a me e all’ascoltatore Gabriele ma anche a una pletora di altri ascoltatori che su questo argomento avevano espresso le loro riserve, le loro curiosità . Intanto saluto niente meno che il professor Carlo Rubia, presidente dell’Enea, ricordiamolo premio Nobel per la Fisica del 1984.

Perché professor Rubia, nel suo ruolo di presidente dell’Enea oltre che di grande ricercatore,  perché i costi del petrolio, i limiti dei giacimenti internazionali di oli è tale che da molti anni si pensa e si punta a delle risorse alternative. Affronteremo tra pochissimo questo elemento dopo essere tornati a Caracas con Alberto Negri perché il discorso delle dotazioni di tipo strutturale cioè la forza del pianeta in quanto produttore di petrolio è stata più volte ritarata nel corso degli anni, ricordiamo negli anni ’60-’70 si prefigurava la fine di qualsiasi giacimento per l’anno 2000 poi invece nel corso degli anni ’80 e nei primi anni ’90 c’è stata la moltiplicazione delle possibilità, delle chance dei nuovi siti all’interno dei quali pareva, e tuttora pare possibile ,ritrovare grandi quantità di petrolio. C’è una partita di carattere geo politico con fortissimi connotati economici che è entrata nel vivo proprio negli ultimi anni, Negri. Nei limiti della complessità di questo argomento e nei limiti anche diciamo così della difficoltà di rappresentarla in poche battute, vogliamo dire quali sono le grandi aree politiche, le grandi aree geografiche che sono in movimento in questa fase? Insomma dal Caspio al Mar Nero per intenderci.

Negri: non c’è dubbio quando tu citi il Mar Nero, il Caspio come una delle nuove grandi frontiere del petrolio questo è senz’altro vero, una nuova grande frontiera che comunque ci riporta alle origini dell’industria petrolifera perché fu proprio lì, agli inizi del Novecento, che le grandi compagnie cominciarono a trivellare e addirittura furono innovati alcuni dei più importanti segmenti dell’industria petrolifera. Oggi si è ritornati da quelle parti proprio perché si spera di sfruttare questi giacimenti, certo recentemente sono stato a Bacu e mi sono reso conto, parlando con le grandi compagnie, che effettivamente con un prezzo del petrolio per esempio a venti dollari è ancora poco conveniente;  tirarlo fuori costa otto, nove, dieci dollari e i giacimenti off-shore della Zerbegen, i quantitativi non sono ancora eccezionali e portarlo addirittura con l’oleodotto, come pensava l’amministrazione Clinton, da Bacu fino ai terminali turchi di Cheian sono altri miliardi di dollari, tutti investimenti e bisogna vedere appunto se il prezzo si stabilizza..

Cassieri: ecco ricordiamo Negri che questo oleodotto che tu citavi Bacu-Cheian, quindi azerbaigiano-turco, che è stata la carta nei primi anni ’90 dagli Stati Uniti contro l’altro grande oleodotto russo è diventato un’alternativa meno appetibile sempre agli occhi degli americani rispetto alla nuova paitline che dovrebbe in qualche misura lasciar perdere baipassare la Turchia, nel senso eliminare dal tragitto la Turchia e puntare direttamente, attraverso la Bulgaria, all’Albania per approdare sull’Adriatico. Questa è un po’ la partita, l’ultima mano di questa partita in corso. 

Negri: si, quella è la famosa partita che dovrebbe attraversare i Balcani, quello che viene chiamato il famoso ottavo corridoio cioè il collegamento fra Est e Ovest ma è interessante notare che, proprio quando alla fine del ‘98 il petrolio era intorno ai dieci dollari, il via in fondo ai tagli è venuto da un accordo tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, il Venezuela e il Messico, che tra l’altro non è un paese Opec, e che è servito a dare il via a questi aumenti, come diceva prima il professore Roncaglia; poi gli attori sul mercato sono molti, quegli aumenti facevano comodo sia agli americani sia ai sauditi sia alle compagnie petrolifere poi è intervenuto il quarto attore cioè i mercati e quei barili di carta, rappresentati come dice Lutman, il segretario generale dell’Opec, dai contratti a termine dei futures, che poi hanno fatto sfuggire la situazione dal controllo di quelli che sono i produttori e i grandi attori della raffinazione e di questo mercato.

Cassieri: Negri, è vero che ogni volta che il petrolio è molto conveniente per i consumatori allo stato diciamo così individuale, ricordiamo sempre questa immagine di tutti noi che ci rechiamo alla pompa di benzina, c’è qualcuno che provvede a farlo artificialmente lievitare, il prezzo del greggio?

Negri: diciamo che ci sono dei momenti in cui la situazione si presta a un’operazione di questo genere. Il petrolio, evidentemente, ancora oggi è la materia prima più importante nel settore energetico perché in testa ai consumi in tutto il mondo e ogni volta che si trova il petrolio come dire si diffonde una certa euforia come è successo in Val D’Agri ma proprio mentre si stava trovando in Val D’Agri è stato per esempio trovato anche in Marocco, l’annuncio di re Mohammed VI qualche settimana fa ha provocato appunto una euforia diffusa in Marocco, ma bisognerà vedere quanto petrolio ci sarà dentro e quanto costerà tirarlo fuori. Insomma, questo dialogo produttori-consumatori dovrebbe servire ad arrivare a far fluttuare il prezzo attraverso una forchetta per renderlo poi economicamente disponibile anche sui mercati.

Cassieri: Alberto un’ultima domanda per due nomi soltanto: chi sono in questa fase, tu che li hai visti ieri sera uno a fianco all’altro, il falco della situazione e la colomba della situazione, insomma noi qui in Italia, in occidente su chi dobbiamo puntare per spuntare un prezzo ribassato del greggio nelle prossime settimane, nei prossimi mesi tra gli undici produttori di petrolio che si riuniscono sotto il cartello dell’Opec?     

Negri: la divisione falchi e colombe persiste e ci sono paesi come l’Iran, l’Algeria, l’Iraq che vorrebbero evidentemente avere un petrolio più vicino ai trenta dollari che non ai venti, i sauditi che si accontenterebbero dei venticinque, a Chaves andrebbe bene anche tra i ventidue e i venticinque dollari. Quello che è interessante notare è che c’è stata l’emergenza in questi mesi di questo personaggio nuovo, il presidente venezuelano Ugo Chaves che in qualche modo ha rivitalizzato l’Opec; Opec che era stato fondato negli anni ’70 proprio da un altro venezuelano Alfonso Perez insieme ai sauditi, cioè si vede anche all’interno dell’Opec che c’è stata come dire un intensificarsi dell’azione diplomatica in questi mesi per arrivare a questo famoso dialogo tra chi produce e chi consuma.

Cassieri: grazie ad Alberto Negri naturalmente buona notte a questo punto lì saranno circa le quattro del mattino. E allora la questione è anche il costo dell’estrazione del petrolio diceva giustamente Negri da Caracas chissà quanto costa, sarebbe interessante capire quanto potrebbe costare un barile di petrolio estratto dalla Val d’Agri. Allora Gianfranco Amici, che è il responsabile ENI del progetto Val D’Agri è collegato con noi: buongiorno ingegnere. Possiamo stimare approssimativamente il costo di un barile di greggio della Basilicata attualmente?

Amici: il costo di produzione è fatto da diversi fattori: ci sono dei costi operativi, che servono a gestire gli impianti una volta che sono in produzione, poi c’è il costo dovuto agli investimenti, che come lei ben sa sono ingenti specialmente nella fase esplorativa per riuscire a identificare il giacimento, poi gli investimenti per lo sviluppo quindi la somma di tutti questi, diciamo, del recupero di capitale e dei costi operativi costituisce il costo di estrazione del petrolio.

Cassieri: allora vogliamo dire a regime, diciamo da qui a un paio d’anni, quale potrebbe essere il costo del greggio della Basilicata?               

Amici: il costo del greggio della Basilicata si può collocare in una forbice di nove, undici dollari.

Cassieri: quindi è molto, molto economico.

Amici: dipende dal riferimento, molto economico rispetto forse al Mar del Nord ma costi di produzione da piattaforme in condizioni estreme però se lo confrontiamo con i costi di produzione dei paesi arabi troviamo lì un dollaro, quindi questo già da un’idea molto chiara di quello che è il differenziale del costo.

Cassieri: certo comunque si colloca in una fascia di relativa ma sostanziale convenienza vogliamo dire cosi?

Amici: sempre che il livello di prezzi si mantenga su questo livello. Ricordo che fino a due anni fa c’è stato un momento di dieci dollari che costituiva un azzeramento della convenienza.

Cassieri: teoricamente come italiani, essendo diventati in proporzione proprio molecolare produttori di petrolio al momento, dovremmo di qui a qualche anno augurarci che il prezzo del greggio non scenda oltre una certa soglia per poter favorire come dire la qualificazione del greggio della Basilicata ?

Amici: è evidente che se il prezzo del petrolio scendesse sotto la soglia non sarebbe conveniente, la produzione, però, ogni volta che il prezzo diminuisce genera poi un impulso da parte dei paesi produttori a diminuire la produzione per sostenere la quotazione, quindi diciamo assistiamo a delle fluttuazioni che portano a valori alti e bassi a secondo insomma…. E questo è un po’ la caratteristica del prezzo che ha una grande volatilità.

Cassieri: grazie all’ingegner Amici e professor Rubia, ricordo ancora presidente da un anno e mezzo circa dell’Enea che è l’ente preposto alla ricerca dell’energia alternativa, allora abbiamo sentito, abbiamo fatto appositamente questa carrellata per renderci conto di quanto sia volatile il prezzo del greggio e di quanto sia anche incerta l’avventura di andare a cercare nuovi giacimenti perché non sempre, anche là dove essi vengano rinvenuti, possano risultare convenienti di fronte a una caduta del costo. Invece c’è una costante che è quella dell’aspettativa maturata ormai da alcuni decenni nei confronti di risorse energetiche davvero alternative. Vogliamo fare un po’ il punto della ricerca alla data odierna?

Rubia: se mi permette vorrei fare, innanzi tutto, un breve commento sul costo del petrolio. Il costo del petrolio oggi sta salendo per motivi che sono ben diversi da quello che abbiamo visto nel passato. Nel passato c’era la guerra del Golfo, problemi di carattere politico; risolto il problema politico, il prezzo del petrolio scendeva a un livello molto basso. Oggi ci troviamo di fronte a un fatto che la domanda, soprattutto dei paesi in via di sviluppo, i paesi emergenti e di petrolio sta crescendo e quindi c’è un gioco non più politico diciamo ma è un gioco di mercato e quindi come tale questo gioco di mercato è più persistente se vogliamo, è più serio di quanto si possa considerare un incidente dovuto a un’instabilità di qualche genere. Quindi ci troviamo di fronte ad un vero e proprio problema di domanda e offerta, i paesi in via di sviluppo chiedono energia, quest’energia per loro è soprattutto petrolio perché è la cosa più semplice che si può utilizzare e questo crea la crisi del mercato. Quindi è ovvio ed evidente che noi non sappiamo quanto costerà un barile di petrolio tra cinque anni. Tra dieci anni, però, è chiaro che dobbiamo, come paese, prepararci a risolvere due problemi: primo, quello che cosa dovremmo fare se il prezzo del petrolio arrivasse a dei valori eccessivamente elevati e la seconda domanda è come possiamo liberarci in qualche maniera della dipendenza energetica del nostro paese verso il mondo esterno che è straordinariamente grande. Noi siamo uno dei paesi che dipende di più da quello che fanno gli altri per quanto riguarda il prezzo del petrolio anche se abbiamo trovato un po’ di petrolio in casa saremo sempre dipendenti dal petrolio esterno. In questo quadro l’Eni, che ha uno scopo di ricerca e sviluppo, sta guardando a medio e lungo termine quello che si può fare, quello che si deve fare e non c’è dubbio che la sola cosa che noi abbiamo a disposizione oggi sono le energie rinnovabili; energie rinnovabili che, a mio parere, si concentrano esattamente sul solare, esistono sul solare delle possibilità straordinarie che non sono del tutto sviluppate ma che potrebbero permettere al solare di mantenere un peso importante per quanto riguarda la disponibilità energetica del paese. Il Sud del nostro paese è una delle regioni più esposte al sole, ci sono molti terreni nel sud che sono essenzialmente desertici e quindi in queste zone sono convinto che si può fare qualche cosa.


Cassieri: i pannelli solari?

Rubia: l’energia solare si fa in due maniere si fa con i pannelli solari fotovoltaico che è una nicchia di mercato abbastanza limitato; quello che si sta sviluppando oggi è il solare termico cioè la vecchia idea di Archimede di fare uno specchio solare in cui si concentra la luce del sole su un oggetto che si riscalda, si arriva a temperature dell’ordine di 700-800 gradi, quindi temperature estremamente elevate analoghe a quelle che lei ottiene bruciando in un bruciatore il carbone o il petrolio o il gas naturale salvo che questa volta è il sole che lo fa e, quindi, questo tipo di tecnologia solare e termica come si chiama, secondo me, è la strada che va portata avanti. E’ una strada che a mio parere è estremamente promettente e che permette anche grandi potenze, cioè permette di costruire centrali che possono essere confrontabili alle grosse centrali ordinarie quindi io credo che la strada giusta sia il solare e sia il solare termico.

Cassieri: sentiamo Carlo da Treviso, un nostro ascoltatore che cosa ha da dire a riguardo, buongiorno.

 Carlo: io avevo già spiegato alla sua collaboratrice che finché saremo schiavi praticamente e dipendenti esclusivamente dal petrolio alla fin fine non potremo mai avere, come paesi consumatori e come cittadini, la capacità di trattare e di essere condizionanti nei confronti della formulazione del prezzo. La legge del mercato finché saremo in queste condizioni non va… la volontà politica da parte di aziende costruttrici di automobili o di altri sistemi per la generazione dell’energia, del riscaldamento e la volontà politica dei paesi che sono consumatori, di conseguenza dipendenti anche economicamente nei confronti di tutta la valuta che gira, non c’è mai stata finora… Siamo partiti nel ’74 con la fobia di essere dipendenti dal petrolio, ci siamo muniti di pannelli per la produzione dell’acqua calda e tutte altre diavolerie, domeniche a piedi e via dicendo, ma questo, da un punto di vista della soluzione del problema energetico, non serve a niente. Se poi diciamo che durante la domenica è bello andare a passeggio o a cavallo e respiriamo un’aria più pulita e ci godiamo le città questo è un altro discorso. Dal punto di vista, invece, dell’energia nessuno ha mai affrontato l’alternativa al petrolio.

Cassieri: allora l’alternativa al petrolio per Carlo non è stata affrontata, abbiamo sentito appena adesso il professor Rubia presidente dell’Enea che ci dice qualcosa a riguardo che invece è più confortante. Luciano da Roma, buongiorno. Rapidamente però.. ..

Luciano: per il professor Rubia una domanda in particolare, specifica: a che punto sono le ricerche a proposito dell’utilizzo dell’idrogeno come fonte alternativa di energia e se, seconda domanda telegrafica, se possiamo considerare fantaeconomia o fantapolitica economica pensare che qualcuno abbia interesse a non far progredire questo tipo di ricerca alternativa. Ultimo flash, sull’eolico che se ne dice?

Cassieri: buona domanda anche questa. Professor Rubia in sintesi….

Rubia: la prima risposta è la seguente: diciamo è chiaro ed evidente che per trovare altre energie alternative bisogna assolutamente lanciarsi su un programma di ricerca e sviluppo, ricerca e sviluppo vuole dire investimenti. Io guardo con molta preoccupazione oggi il fatto che, ad esempio, nella Finanziaria la proposta del piano nazionale della ricerca sia naturalmente tagliato e ridotto in termini aleatori. Noi dobbiamo investire, non abbiamo petrolio ma abbiamo le idee come diceva giustamente il generale De Gaulle e quindi in questo tipo di cose dobbiamo investire sull’innovazione, quest’investimento. Sull’innovazione deve essere una chiara linea del governo se vogliamo…. per adesso non ci sono segni che si voglia investire in maniera massiva sulla ricerca e sviluppo di sorgenti alternative. Non c’è dubbio che noi dobbiamo creare una sorgente di energia indigena, non possiamo continuare a dipendere al 90%, all’80% dall’estero. L’ultima osservazione sull’eolico, l’eolico è una bella cosa e ormai è arrivata a maturità, di vento ce n’è abbastanza ma non sufficientemente per far girare un paese, noi dobbiamo concentrarci su quella che è la sorgente primaria dell’energia che volare gli aerei, che scalda le case, che fa funzionare Milano: queste cose non si possono fare soltanto utilizzando il vento bisogna trovare un’altra alternativa che si aggiunge a questo.

Cassieri: professor Rubia, possiamo contare sulla natura più per il sole che per il vento mi pare di capire.

Rubia: direi che il vento va bene però non basta. Ora volevo dire che sarebbe possibile arrivare a fare un impatto sostanziale dell’energia solare qualora il nostro paese fosse disposto a investire in maniera massiva su questo punto. Bisogna prima investire sul punto della ricerca e sviluppo. L’Enea è pronta a farlo però ha bisogno del segnale di partenza che per adesso non abbiamo ancora ricevuto e il segnale di partenza adesso è un segnale di carattere politico e anche finanziario perché per fare queste cose ci vogliono i soldi. L’ultimo problema parlava dell’idrogeno. L’idrogeno dunque è importante….. per quale motivo è importante? perché l’idrogeno ha due impatti fondamentali :uno sulla efficienza energetica, noi possiamo oggi pensare a combustibili che hanno una efficienza che è circa il doppio di quella utilizzata dai sistemi classici; questo vuol dire che noi possiamo fare la stessa energia con metà di consumo di combustibile quindi il costo dei combustibili raddoppia ma noi raddoppiamo l’efficienza e ce la facciamo con metà combustibile; il secondo vantaggio è il vantaggio ambientale non solo si brucia meno combustibile quindi si brucia meno ebollizione ma l’idrogeno è un sistema assolutamente pulito per quanto riguarda la combustione perché la combustione dell’idrogeno è luce e acqua, e acqua siamo noi non è una forma di combustione, quindi io credo che la linea idrogeno sia fondamentale soprattutto per migliorare l’efficienza energetica e la pulizia soprattutto delle nostre città.

Cassieri: la domanda corrisponde a un numero soltanto da parte sua: per che anno l’idrogeno diventerà utilizzabile?

Rubia: e di nuovo non è una questione soltanto tecnica è una questione di volontà politica. Credo che dal punto di vista scientifico noi potremmo immaginare che nei prossimi quattro o cinque anni, per esempio, i trasporti pubblici nelle città non andrebbero più a gasolio, non andrebbero più a benzina ma andrebbero a idrogeno.

Cassieri: grazie al professor Rubia presidente dell’Enea oltre che, ricordiamolo, grande premio Nobel per la Fisica nel 1984. Una domanda per il professor Roncaglia viene da Sergio che chiama da Genova, buongiorno. Sostanzialmente però la introduco io perché ha lasciato come dire il suo messaggio in una bottiglia. Il messaggio è scritto ed è questo: perché professor Roncaglia non viene, in questa fase critica, recuperato il petrolio, tanto, dell’Iraq che è sotto embargo ormai da dieci anni? Quella è una decisione politica ovviamente ma in che misura potrebbe agevolare la situazione dal punto di vista delle risorse l’immissione del greggio iracheno sul mercato?

Roncaglia: vede se il problema è la sostenibilità del prezzo nel tempo, la stabilità del prezzo, dare spazio a un produttore come l’Iraq che è terribilmente inreliable, come dicono gli inglesi, cioè poco affidabile è maledettamente insicuro. Si può avere un minimo vantaggio nel breve periodo e un guaio più grosso nel lungo periodo, è molto più sicuro, dal momento che il prezzo elevato di adesso è un prezzo essenzialmente speculativo, quello di contrastare la speculazione con dei segnali come quello che ha dato Clinton qualche giorno fa dicendo utilizziamo, anche se in minima parte, le riserve americane. Tra l’altro vendere un pochino di riserve quando il prezzo è alto significa ricomprarle poi magari quando il prezzo è basso e ci si può fare pure un buon affare quindi è un modo di stabilizzazione che può funzionare meglio che non quello di far crescere la quota di greggio iracheno.

Cassieri: anche se prima o poi questa quota entrerà evidentemente sul mercato.

Roncaglia: se posso aggiungere una cosa, diciamo il professor Rubia parlava del prezzo come un prezzo del petrolio che crescerà nel lungo periodo per via di questa nuova domanda dei paesi in via di sviluppo, ora questo non è assolutamente detto perché di petrolio ce n’è tantissimo e i costi del petrolio in paesi arabi eccetera non sono alti. Se il petrolio della Val D’Agri costa sui nove, undici dollari a barile quello della penisola arabica costa un dollaro o anche meno, quello del Venezuela costa cinque, sei dollari, può arrivare a quindici dollari quello di cattiva qualità quindi diciamo non c’è alcun motivo per avere dei prezzi più elevati di venti dollari a barile insomma nel medio lungo periodo. Anche se la domanda cresce può crescere la produzione, anzi un aumento della domanda della produzione, un allargamento dei mercati in genere nei mercati oligopolistici permette di ridurre il prezzo perché riduce il potere di mercato dei grossi operatori.

Cassieri: bene, io ringrazio il professor Roncaglia, la sua economia del petrolio ci ha aiutato a comprendere meglio alcune dinamiche e a questo punto, se è collegato, io, prima di affrontare anche la questione ambientale rapidamente con il presidente di Lega Ambiente Ermete Realacci che intanto saluto, se ci fa la cortesia di rimanere altri trenta secondi in ascolto perché con lei il discorso diventa in qualche misura conclusivo qui ci sono delle parabole anche logiche al di là della tempistica per agevolare il discorso e la comprensione. Allora il presidente invece della Regione Basilicata Filippo Bubbico, chissà se anche lui era in viaggio tra l’altro ci ascolta, ci ha ascoltato alla radio, Presidente buongiorno anche a lei. Siamo quasi in conclusione e sono ancora due gli argomenti che dobbiamo affrontare la domanda è questa: le è stata attribuita qualche giorno fa una battuta brillantissima ma che è stata anche criticata vale a dire quella che la Basilicata, in una logica spinta di federalismo voluto dal Nord, potrebbe rivendicare come proprio il petrolio che è stata rinvenuto nella sua Val D’Agri e paradossalmente iscriversi al club dell’Opec, ce la vuole spiegare questa battuta?

Bubbico: mi verrebbe da rispondere con un’altra battuta: ca’ nessuno è fesso, si dice a Napoli grosso modo. Noi non la pensiamo così, noi pensiamo che il federalismo debba essere solidale e che l’unità del paese sia un valore indiscutibile; se altri la pensano diversamente devono anche immaginare quali possano essere le conseguenze. Ovviamente noi siamo impegnati a scongiurare quella ipotesi, tra l’altro, il Parlamento proprio in questi giorni ha approvato in prima lettura un disegno di legge di modifica della Costituzione che realizza un federalismo equilibrato, solidale, in un contesto di unitarietà del paese. Parlando di petrolio, mi consenta proprio una piccola annotazione. Ho sentito dire che per la ricerca non ci sono fondi. Ora non so quali siano le notizie che il presidente dell’Enea ha a disposizione, mi risulta che sono disponibili ingenti risorse per la ricerca nelle regioni dell’Obiettivo 1, oltre 6.000 miliardi per i prossimi cinque anni, e che le dotazioni finanziarie, annunciate in finanziaria, sono cresciute significativamente. Mi consta che l’Enea non utilizza con la celerità necessaria le risorse finanziarie già attribuite dall’Europa nel periodo 94-99. Questo lo dico conoscendo la situazione di Trisaia che è in Basilicata.

Cassieri: io ringrazio per due cose il presidente della Regione Basilicata Bubbico: primo perché è stato ad ascoltarci se pure in viaggio per tanti minuti anche lui e ha precisato che non farà proprio soltanto della Basilicata il greggio della Basilicata e secondo per questa notizia di carattere economico che vedremo, se avremo tempo, di verificare con il professor Rubia che forse è ancora in collegamento. Ma dobbiamo andare sicuramente sulla vicenda ambientale perchè è stata introdotta dallo stesso presidente dell’Enea. Quando si parla di greggio, quando si parla di estrazioni petrolifere quando si parla di emissioni, si parla di una questione ambientale, dell’impatto ambientale anche dei pozzi petroliferi e qui che volevo che Ermete Realacci, presidente di Legambiente, ci dicesse se come cittadini, utenti, consumatori ma anche respiratori del nostro territorio dobbiamo augurarci di essere meno dipendenti perché abbiamo più petrolio in Italia oppure che cosa?

Realacci: il problema principale non è quello dell’impatto dei pozzi ovviamente.

Il problema principale è che, consumando petrolio, inquiniamo le nostre città, inquiniamo i nostri mari e produciamo morti e danni ambientali di tutti i tipi e la risposta sappiamo benissimo che non è quella di cercare un prezzo del petrolio più basso. Noi dovremmo diminuire il consumo del petrolio per motivi ambientali, lo sceicco saudita Iamani, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, ha detto tempo fa una frase che si può sottoscrivere: l’età della pietra non è finita per l’esaurimento delle pietre l’età del petrolio non finirà per l’esaurimento dei pozzi ma per la tecnologia che è il vero nemico dell’Opec. Noi dobbiamo scommettere sulle fonti rinnovabili e sulla tecnologia per affrancarci dal petrolio. Per quanto riguarda la Basilicata il problema è che quella regione ha altre possibilità. E’chiaro che, in futuro, se fossimo in condizioni disperate potrebbe essere anche necessario tirar fuori il petrolio dalla Basilicata; intanto tirar fuori il petrolio in una zona in cui abbiamo un parco nazionale in formazione, prodotti tipici, agricoltura biologica, archeologia non è economicamente la scelta più intelligente e credo che se ognuno di noi potesse scegliere dove vivere preferirebbe vivere a Siena o a Matera piuttosto che in Nigeria oppure a Kuwait City.

Cassieri: anche se poi non si rinuncia, pur stando in una piacevole città, all’uso dell’automobile.

Realacci: lo diceva anche un ascoltatore, è chiaro che le domeniche senz’auto una volta sola non sono sufficienti, ma riducendo la motorizzazione privata e potenziando il trasporto pubblico riduciamo anche la dipendenza dal petrolio.

Cassieri: Realacci, la forbice che presentava il professor Rubia: è molto più produttivo il sole del vento dal punto di vista ambientalista. Vi trova d’accordo?

Realacci: si, a seconda delle condizioni in cui si opera anche il vento ha forti potenzialità. Io voglio ricordare che noi siamo un paese che attualmente installa, dal punto di vista dei pannelli solari termici, un trentesimo dei pannelli solari della Germania ed è complicato sostenere che la Germania abbia più sole dell’Italia.

Cassieri: io ti ringrazio anche per l’attesa, ci hai riproposto quella battuta del ministro saudita Iamani che era stata già in qualche misura avanzata una mezz’ora fa da Negri da Caracas. Concluderei il giro con il sindaco di Viggiano, Vittorio Prinzi, che è il paese proprio nel quale si stanno operando questi allargamenti del cantiere per capire intanto se questa realtà industriale così forte, che si va a inserire nella Val D’Agri, ha soltanto indicazioni positive per lui come amministratore o se c’è qualche contraccolpo.

Prinzi: certamente le indicazioni positive ci sono in quanto noi aspettiamo, ormai possiamo dire da decenni, uno sviluppo che possa far venir meno l’emigrazione, far venir meno soprattutto quel tasso di disoccupazione che è così alto.

Cassieri i cantieri dell’Agip, i cantieri dell’Eni stanno dragando la migrazione di giovani dalla Basilicata?

Prizzi: certamente i cantieri dell’Eni per ora offrono soltanto una occupazione molto precaria. Noi dalla presenza del petrolio ci aspettiamo molto di più, nel senso che consideriamo il petrolio un’opportunità per il nostro sviluppo, per l’occupazione di tanti giovani in cerca di lavoro pertanto non è solo la questione del cantiere.

Vediamo il petrolio come risorsa, una delle risorse del nostro territorio perché, come veniva detto poc’anzi, ci sono altre risorse sul nostro territorio ma in questo momento noi amministratori riteniamo che dobbiamo mettere insieme tutte le risorse compatibilmente ovviamente e soprattutto tendendo ad uno sviluppo sostenibile per far uscire quest’area da una situazione di sviluppo ritardato che certamente non è piacevole, che soprattutto consenta a tanti giovani di trovare il lavoro.

Cassieri: ecco siamo un minuto e mezzo oltre i termini, sono costretto a chiudere ma soltanto una battuta professor Rubia se è ancora in linea ….Quei 6.000 miliardi ci sono effettivamente per la ricerca o no? rimane in sospeso un bell’interrogativo, darà luogo a un’altra puntata relativa ai prezzi del greggio, delle energie alternative e della ricerca in Italia.      

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