LA VAL D’AGRI TRA

PARCO E PETROLIO

Osservazioni e valutazioni sulle attività

di ricerca ed estrazione petrolifera nell’area

del Parco Nazionale della Val d’Agri

Dicembre 2000

Il presente lavoro è stato realizzato sulla base di una ricerca del Dr. Mario Ferruzzi, e si è avvalso dei contributi del Dr. Luigi Agresti, del Dr. Giampiero d’Ecclesiis e del dr. Antonio Boccia.

 

Indice:

1 Un’inquieta vicenda pg.3

2 I nuovi orientamenti di sviluppo pg.4

3 L’area del Parco e del petrolio nel contesto regionale pg.8

3.1 L’orientamento dello sviluppo regionale pg.8

3.2 La Val d’Agri pg.10

4 L’affare petrolio in Basilicata pg.14

4.1 L’intesa tra ENI e Regione Basilicata pg.15

4.2 L’intesa tra Governo e Regione Basilicata pg.17

5 L’impatto sistemico pg.18

5.1. L’impatto ambientale pg.18

  1. L’inquinamento atmosfericopg.19
  2. L’inquinamento delle falde idriche pg.20
  3. Problemi relativi al dissesto idrogeologico e alla sismicitàpg.26
  4. L’inquinamento del suolopg.27
  5. Ulteriori problematiche relative allo smaltimento
  6. dei rifiuti prodotti dalle attività petrolifere pr.30

  7. I ripristini ambientalipg.31
  8. L’impatto sulla flora e la fauna pg.32
  9. Il caso di Trecate nel Parco del Ticinopg.34

6 Le ricadute socio economiche pg.36

6.1 Uno sguardo al passato pg.36

6.2 Primi effetti delle attività petrolifere in Val d’Agri pg.38

6.3 Le reazioni dei soggetti sociali pg.40

7 Il Parco della Val d’Agri- Lagonegrese: un’alternativa

per uno sviluppo sostenibile pg.43

7.1 Finalità e potenzialità di un parco nazionale pg.43

7.2 Il Parco Nazionale della Val d’Agri – Lagonegrese pg.46

7.3 Potenzialità socio economiche del Parco Nazionale della Val d’Agri - Lagonegrese pg.48

7.4 Gli strumenti finanziari pg.51

8 Conclusioni. pg.54

Appendice: scheda sintetica delle iniziative del WWF per la promozione del Parco Nazionale della Val d’Agri 

Lagonegrese e nei confronti delle attività petrolifere pg.59

 

LA VAL D’AGRI TRA PARCO E PETROLIO

 

  1. UN’INQUIETA VICENDA

 

Da oltre un quinquennio la Basilicata si interroga, spesso con un acceso dibattito riportato diffusamente dalla stampa locale e nazionale, sulla compatibilità dello sfruttamento petrolifero di parte del suo territorio con la presenza del Parco Nazionale della Val d’Agri- Lagonegrese; fino ad oggi, tuttavia, non sono ancora chiari i termini e le dimensioni di tutta la vicenda che risulta peraltro strategica e di vitale importanza per le future scelte di sviluppo regionale.

Formalmente il Parco Nazionale è stato istituito con la L. 426 del 9/12/98 (venti giorni dopo l'accordo di programma tra ENI e Regione Basilicata ), ma è ancora privo della perimetrazione che avrebbe dovuto essere definita con apposito decreto entro Giugno 99.

Tale inadempienza ne rende inefficace l’attuazione e finisce per perpetuare una tragi-commedia in cui vengono ridefiniti e ridimensionati continuamente confini e data di attuazione, mentre mutano gli attori sociali con il cambio del Ministro dell’Ambiente, del Presidente della Giunta Regionale, con la fuga di dirigenti compartimentali in evidente imbarazzo di fronte ad una vicenda che vede lo Stato e la Regione incerti e dilatori, tant’è che fino ad oggi nessuno ha affrontato la questione con sufficiente energia ed il Parco risulta tuttora una meteora virtuale e potenziale che aleggia sul destino sociale dell'area sud – occidentale e centrale della Basilicata.

Tutto ciò ha consentito alle compagnie petrolifere di avanzare nei loro programmi e di mortificare l'idea di uno sviluppo sostenibile del territorio, ritenuto prioritario nel recentissimo piano di sviluppo regionale e condizione preliminare agli accordi di programma ENI - Stato – Regione.

Risulta significativo, al fine di evidenziare le contraddizioni e gli interrogativi suscitati dall’intera vicenda, il fatto che le compagnie petrolifere abbiano rinunziato alle attività di ricerca ed estrazione nel confinante territorio del Vallo di Diano, in Campania, a seguito di una forte mobilitazione popolare avallata anche da una relazione del prof. Ortolani, docente di Geologia dell' Università di Napoli, che ha evidenziato l' evidente precarietà sismica e idrogeologica, nonché la vocazione essenzialmente agrituristica dell'area interessata. Un diverso destino è stato riservato alla vicina Brienza, posta sul versante lucano dello stesso territorio, i cui abitanti nonostante una decisa opposizione, hanno visto prevalere la volontà della Texaco di operare trivellazioni nell’area a conferma della tesi che possa essere una semplice linea di confine amministrativo a determinare una diversa decisione e non certo la natura del territorio che nel caso specifico risultava identica.

A rendere ancora più inquietante l’intera vicenda vi è l’amara constatazione che i siti di perforazione dismessi risultano per lo più abbandonati e resi oggetto di discarica per rifiuti di ogni tipo o sono interessati da fantasiosi progetti turistico – sportivi, probabili scappatoie all’obbligo di ripristino ambientale dei luoghi.

Questo lavoro è la sintesi di una ricerca sistemico – esplorativa avviata con lo scopo di far emergere, partendo da un’analisi del territorio che ne evidenzi la sua tipologia, le interazioni tra i diversi aspetti connessi alle ricadute ed agli impatti sia ambientali che socio-economici, con la speranza di offrire un quadro riassuntivo della questione che possa sgombrare il campo da equivoci, confusioni ed incertezze.

 

2) I NUOVI ORIENTAMENTI DI SVILUPPO

L’analisi della trasformazione dei sistemi socio- economici ovviamente trascende le finalità di questo lavoro, tuttavia si ritiene utile evidenziare alcune problematiche salienti che, nella loro essenza, danno conto degli attuali mutamenti.

A partire dagli anni "70, un’ampia letteratura comincia a riflettere criticamente sui limiti dello sviluppo e del suo modello paradigmatico, sostanzialmente incentrato sulla crescita urbana e sul settore manifatturiero, sulla creazione di complessi ed aree industriali di notevole dimensione, localizzate per lo più all’interno o perifericamente alle aree urbane e in territori pianeggianti e vallivi dotati di infrastrutture viarie o comunque meglio vocate a contenere i costi delle cosiddette diseconomie esterne.

Il processo di sviluppo descritto ha segnato la trasformazione del sistema sociale da rurale ad urbano- industriale, provocando effetti contrastanti che da un lato hanno portato alla crescita degli occupati nei settori industriali e alla crescita del tasso di urbanizzazione della popolazione, dall’altro hanno invece comportato l’abbandono delle campagne e lo spopolamento tendenziale dei territori montani e collinari, con nefaste conseguenze relativamente alla cura ed alla salvaguardia del

territorio e dell’ambiente. Tale tendenza ha inoltre provocato un flusso di popolazione e ricchezza dal Sud al Nord, non solo nel territorio nazionale.

Questi mutamenti hanno dunque determinato uno sviluppo squilibrato fra aree territoriali montane e meridionali, ed aree urbane settentrionali, a loro volta fortemente interessate dalla contestazione sociale, espressasi via via attraverso i movimenti operai, studenteschi, pacifisti, femminili ed ambientalisti che hanno evidenziato contraddizioni di carattere economico e sociale.

La crisi che aveva portato con sé una disgregazione ed uno sradicamento sociale e culturale di un sistema "vinto", a sua volta genera disorientamento in nuove prospettive che ancor oggi stentano a trovare forme e dimensioni a sé stanti ed equilibrate.

E’ la crisi dei grossi complessi industriali, l’assottigliarsi degli occupati della componente manifatturiera con le consequenziali perdite di identità, valore sociale e rappresentanza politica dei ceti operai e delle maestranze industriali e contemporaneamente dell’emergere di una nuova domanda sociale, di autorealizzazione, parità, creatività, cooperazione, autonomia, ambiente e solidarietà.

Nei movimenti sociali, la nuova domanda è più consapevolmente orientata e diretta verso un nuovo modello di utilizzazione delle risorse umane, naturali e culturali, oltrechè a sintetizzare una nuova coscienza delle sempre più strette relazioni ed interdipendenze tra aree, popolazioni e culture del pianeta, saldando insieme la questione ambientale e quella sociale.

Resta da dire, con riferimento alla crisi del paradigma industriale, che è forse lo studio del "Club di Roma" sui limiti dello sviluppo a rappresentare per primo la cifra di questa situazione. Infatti, esso evidenzia la tendenziale esauribilità delle risorse naturali, registra lo squilibrio sempre crescente fra esigenze di consumo di una popolazione in incremento e la disponibilità di queste risorse che nell’erosione dei suoli, nell’inquinamento di fiumi e mari, nell’impoverimento dei bacini di pesca, nell’effetto serra e la desertificazione, nell’abbattimento delle foreste, nelle piogge acide, nella salinificazione dei suoli coltivati ed in altri fenomeni che alterano gli equilibri della biosfera, trova le sue manifestazioni più evidenti. Tutti questi fenomeni accentuano il loro potenziale negativo con lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali che non ne consente il ricambio.

Si tratta insomma della critica ad un modello di sviluppo industriale squilibrato. Lo scenario delineato provoca anche nelle istituzioni un nuovo dibattito e dà luogo ad una serie di conferenze internazionali tra le quali possiamo citare la conferenza di Stoccolma, negli anni "70, la conferenza del Cairo, la conferenza di Rio de Janeiro del "92, la conferenza di Kyoto, che cercano di porre rimedio alla insostenibilità di un modello di sviluppo che compromette o quantomeno impoverisce le condizioni di vita.

Da qui ha inizio un processo di elaborazione teorica e di comportamenti pratici di un nuovo paradigma di crescita: è il tema dello sviluppo sostenibile che ha in sé una molteplicità sistemicamente correlate di variabili e dimensioni culturali, ambientali e socio- economiche. Tematica e modellizzazione dello sviluppo che ha l'obiettivo di conservare le risorse naturali, la differenziazione, la diversità biologica e culturale, in un contesto di crescita economica compatibile anche con le esigenze morali e sociali di equità e giustizia sociale.

Tutto ciò al fine di preservare un patrimonio di ricchezza naturale e di diversità che possa essere fruito anche dalle future generazioni.

Di questo modello di sviluppo vi sono diverse versioni e definizioni; qui sotto se ne propone una che orienterà l’analisi dello specifico problema della compatibilità od incompatibilità di gestione, nell’ambito di uno stesso territorio, di un programma di ricerca e coltivazione di idrocarburi con l’istituzione di un Parco Nazionale.

In questa definizione, estratta dal numero di "Attenzione" del novembre 1998, il termine sostenibilità viene diviso in tre componenti, sociale, economica e ecologica.

Sostenibilità sociale: Lo sviluppo sostenibile richiede strutture ed organizzazioni sociali dove le comunità che controllano le risorse naturali sono capaci di gestirle razionalmente. I costi sociali dell'intero ciclo di produzione- consumo devono essere internalizzati. La sostenibilità sociale si fonda su un elevato grado di equità e giustizia sociale, di identità culturale, coesione sociale e di partecipazione alle scelte ed all'assunzione di responsabilità. Lo sviluppo sostenibile deve favorire il mantenimento e la crescita del capitale sociale in termini di morale, coesione delle comunità e vita culturale oltre a fattori già oggi considerati come educazione, salute, formazione professionale.

Sostenibilità economica: tradizionalmente la sostenibilità economica implica mantenimento del capitale. Resta la classica definizione del reddito che indica quanto un soggetto può consumare in un certo periodo di tempo senza ridurre la sua ricchezza (il capitale). Questa è già una definizione di sostenibilità.

Purtroppo però tra capitale artificiale o manufatto (riproducibile, come dicono gli economisti), capitale sociale -umano e capitale naturale, l'economia si è occupata molto del primo, poco del secondo e nulla del terzo. Questa trascuratezza dipende dal fatto che fino agli ultimi decenni il capitale naturale (foreste, suolo fertile, pesce, aria pulita) non era scarso. Inoltre l'economia valuta il capitale in valore monetario ma le funzione ecologiche non hanno prezzi di mercato e il loro costo è difficile da valutare. La sostenibilità economica implica la piena valorizzazione delle tre forme di capitale, internalizzazione di tutti costi, inclusi quelli futuri, la strutturazione di un mercato concorrenziale che possa svilupparsi senza dipendere dalla crescita materiale.

Sostenibilità ecologica: Lo sviluppo sostenibile implica il mantenersi entro la capacità di carico dei sistemi ecologici, ovvero regolando l'input di risorse naturali nel sistema economico (inclusa la trasformazione diretta e indiretta degli ecosistemi) e l’output di rifiuti in modo da mantenere la produttività alla funzionalità dei sistemi ecologici. In pratica questo significa mantenere i processi

ecologici (cicli biogeochimici, biodiversità, stabilità degli ecosistemi, evoluzione delle specie) e usare le risorse in modo sostenibile. Ciò richiede di: 1) Usare le risorse naturali rinnovabili su livelli che ne consentano la rigenerazione naturale, mantenendo la funzionalità degli ecosistemi e non solo la produttività della singola risorsa; 2) Usare le risorse non rinnovabili in modo tale da consentire di sviluppare alternative rinnovabili; 3) Regolare le emissioni di rifiuti nell'ambiente su livelli che ne consentano il completo assorbimento nei cicli naturali.

 

3) L’AREA DEL PARCO E DEL PETROLIO NEL CONTESTO REGIONALE

Orientata la problematica della ricerca nel quadro dei mutamenti del sistema socio economico e definito un concetto guida di sviluppo sostenibile, si analizza il contesto specifico nel quale si situa la problematica di ricerca, per evidenziare le caratteristiche, le vocazioni, le tematiche di sviluppo dell’area interessata e passare poi a valutare le soluzioni proposte alla luce della sostenibilità dei processi di sviluppo attuali e programmati.

La Regione Basilicata, al cui interno si situano i territori interessati dal programma di sfruttamento petrolifero e dalla istituzione del parco nazionale, è una regione tra le più piccole d’Italia (9992 Kmq), poco popolata (607.000 abitanti), con una densità di 60,08 ab./Kmq; ha un territorio prevalentemente montuoso (47%) e collinare ( 45%), scarsamente pianeggiante (8%); ha 131 comuni, due province, Matera (31 comuni) e Potenza (100 comuni). E’ dotata di uno schema viario in via di completamento, che costituisce una specie di ossessione per la regione ed i suoi amministratori storicamente preoccupati per l’isolamento geografico e socio economico.

 

3.1 L’orientamento dello sviluppo regionale

La programmazione regionale da tempo nei piani di sviluppo privilegia scelte a favore della valorizzazione delle risorse naturali-culturali, storico- architettoniche e delle tradizionali attività produttive, essenzialmente correlate al comparto agro-silvo-pastorale ed alle piccole e medie aziende, prevalentemente di carattere artigianale.

Il Parco Nazionale del Pollino, i Sassi di Matera, l'area archeologica del metapontino i castelli federiciani nel Vulture –Melfese, l'area archeologica di Grumento, l’ area costiera tirrenica e quella ionica sono i temi della Basilicata verde, dello sviluppo autopropulsivo e sostenibile contenuti nei recenti piani di sviluppo regionali.

Nei fatti però la programmazione "subisce" le scelte della grande industria che tendono a modificare l'identità regionale. Ciò è avvenuto già negli anni 60, con l’industrializzazione della Val Basento e si è ripetuto con la recente localizzazione della Fiat nell'area industriale di Melfi, che è una delle 8 aree industriali create a seguito del doloroso sisma degli anni '80, con la legge nazionale 219/81 di ricostruzione e sviluppo delle aree terremotate.

Tra queste aree industriali vi è quella di Viggiano nel potentino, attuale sede del Centro Olii, cuore del programma di sfruttamento petrolifero di seguito esaminato nella sua globalità e complessità.

Sono queste allo stato odierno aree di crisi, ad esclusione di Melfi che risente notevolmente dell'insediamento FIAT, ma che era precedentemente già interessata da un'agricoltura interessante, una buona tradizione artigianale nonché un notevole patrimonio storico ed architettonico.

La crisi (circa 130.000 disoccupati, su una popolazione attiva di 242.000 unità, nel 1998) simbolicamente passa dalle "cattedrali nel deserto" (i poli industriali della valle del Basento, la Liquichimica, i Pozzi di Ferrandina e ANIC di Pisticci) alle aziende "fantasma", cioè alla speculazione di cui sono stati oggetto gli interventi di sviluppo concessi dalla L. 219/8; legge, questa, che ha artificiosamente tenuto su l'economia regionale per circa un decennio tramite l'affluenza di migliaia di miliardi (molti di più rispetto alle ricadute previste nell'accordo di programma ENI-Regione).

Il disegno dell'economia regionale è inoltre tutto quanto spostato verso il perimetro della regione e l'area che si affaccia sul mare privilegiando i seguenti territori:

Il metapontino, che con la sua agricoltura irrigua ed il turismo ha indicatori socio economici in linea e/o superiori alla media nazionale;
il materano, con i famosi Sassi, con il parco Storico della Murgia materna e delle Chiese rupestri e con il polo del salotto;
il Vulture – Melfese con la FIAT, la Parmalat, la Ferrero e le tradizionali risorse agricole e vinicole locali;
l’area di Maratea con il turismo ed il suo patrimonio naturale;
il potentino con il settore terziario- amministrativo.

E tutto intorno, " Il deserto", il complesso delle aree interne: la Val Sarmento, parte del lagonegrese, il senisese, l’area del Sauro- Camastra, la collina materana.

Tutte aree, queste, povere ed in tendenziale abbandono, con indicatori demo- economici via via più regressivi. Territori montuosi e collinari caratterizzati dal dissesto territoriale e da un'economia stentata. Nelle colline troviamo un'agricoltura estensiva, lì dove estesi boschi, negli ultimi 140 anni hanno man mano ceduto il passo ai campi di grano, per lo più in mano ad un nuovo latifondo di origini pugliesi e agli eredi dei fattori delle vecchie masserie e del ceto nobiliare assenteista, decaduto al tempo della riforma fondiaria.

Nella provincia di Matera, quella dal paesaggio lunare, descritto da Carlo Levi, nel suo "Cristo si è fermato ad Eboli", la riforma fondiaria è stata gradualmente riassorbita nel nuovo latifondo, tant’è che qui si ha la maggiore concentrazione di

aziende superiori ai 100 ha, con un’economia assistita dagli storici premi del grano e dalle più recenti sovvenzioni comunitarie, la cui cifra è il "set aside" chiara riedizione della storica rendita fondiaria.

Questo ceto parassitario, incapace di organizzarsi, se non per fruire delle sovvenzioni, è lo stesso ceto responsabile dell'abbandono dell'economia rurale che aveva dato luogo e forza ad aziende trasformatrici quali frantoi, mulini e pastifici, che attualmente i progetti Leader stanno tentando di rivitalizzare, assieme alle attività artigianali, alle produzioni zootecniche ed ai centri storici disabitati.

 

3.2 La Val d’Agri

In questo contesto, la Val d’Agri assume una collocazione intermedia, sia per quanto riguarda l’economia della valle che per i territori montani, per un diverso ordine di ragioni connesse al suo patrimonio di risorse naturali.

Geograficamente, il sistema urbano-territoriale della Val d’Agri è definito dalla "conca" dove scorre il fiume Agri, circondato dai rilievi montuosi dell’Appennino lucano. È il suggestivo paesaggio che si osserva dalle montagne e ne lascia intendere l'origine lacuale. I rilevi, procedendo da Nord a Sud, vanno da 1400-1500 mt., fino a raggiungere i 1800- 2000 metri. Sul lato sud-occidentale, in fondo alla valle, spiccano le montagne del Sirino e il monte Raparo, entrambe aree Bioitaly, che nascondono i comuni di S. Martino d’Agri e S. Chirico Raparo, e che ne segnano il confine sud-occidentale con il Lagonegrese ed il Parco del Pollino più a sud. Tra i suoi punti di forza troviamo la straordinaria ricchezza di aree boscate per un totale di ha 42.595, con un indice medio di boscosità dei rispettivi territori comunali che si aggira intorno al 35%.

In virtù delle sue valenze ambientali, l’area è interessata da tre Piani Territoriali-Paesistici di area vasta approvati con L.r. n.30/90 (Sellata-Volturino-Madonna di Viggiano, Sirino e Maratea-Trecchina- Rivello), che ne tutelano le emergenze paesistiche ed ecologiche.

L'infrastrutturazione recente le permette di collegarsi a sud con la fiorente agricoltura e la buona industria turistica del metapontino e a nord con la regione Campania, in particolare con il Vallo di Diano, grazie alla ss. 598 "agrina", che rappresenta uno degli assi principali di attraversamento della Regione

Il territorio si presenta differenziato internamente, con indicatori socio- economici diversi fra i comuni della valle, quali Sarconi, Paterno, Marsico Vetere, Villa d’Agri che è la "capitale" della valle, sede della comunità montana Alto Agri, e quelli situati più a monte, nell’entroterra: Viggiano, Grumento Nova, Moliterno, Spinoso, Montemurro S.Martino d’Agri, S. Chirico Raparo.

Differente appare dunque l'identità economica della Val d’Agri, a seconda degli accorpamenti che si fanno; infatti osservata con il Lagonegrese, in uno studio dell’INEA, presenta un indicatore demografico positivo dell'1%; accorpata, come accade nel PRS, con il territorio della comunità montana Sauro-Camastra, fa risultare, nel complesso, uno scambio demografico negativo del 3,9% secondo solo a quello della collina materana con il suo –5,8%. In sostanza, se la Val d’Agri si rivolge ad occidente verso il mare Tirreno, e Maratea in particolare, i suoi indici demografici e socio-economici crescono, se invece si addentra ad oriente salendo le pendici dei monti Arioso, Vulturino, Montagna Grande di Viggiano per discendere tra gli estesi boschi – laddove sostanzialmente, si addensa l’attività petrolifera - verso le aree dell'alto Sauro e della Camastra, i suoi indici regrediscono, associandosi a quelli dell’omonima comunità montana il cui indicatore demografico medio è del – 6,5%. La popolazione nello studio dell’INEA che l’accorpa al lagonegrese risulta di 65.651 ab. nel 1995, con una densità di 58 ab/kmq, accorpata al Sauro Camastra ed al Medio Agri risulta invece meno di 60.000 ab., e subisce una perdita di quasi 2.500 unità rispetto al 1991.

Tuttavia, comunque lo si associ, il territorio della Val d’Agri si compatta in indicatori tali da sostanziarne l’immagine di un’area sì intermedia nel contesto regionale ma comunque sottosviluppata rispetto alla media nazionale e regionale, tant’è che il tasso di disoccupazione è pari al 26%, di 8 punti superiore alla media

regionale, che a sua volta è superiore dai 7 agli 8 punti percentuali alla media nazionale: è quindi un’area di crisi e di disoccupazione, dove al momento nemmeno i processi di industrializzazione simboleggiati dall’area industriale di Viggiano hanno consentito il superamento del gap.

L’area è inserita totalmente nella programmazione regionale come area Leader, che nella rivitalizzazione rurale trova il suo orientamento di sviluppo. In essa infatti attualmente è attivo il progetto Leader Acta, così come nel Lagonegrese è in corso di attuazione il progetto del GAL Alba. Nell’area inoltre al momento è stato candidato un patto territoriale fondato sullo sviluppo rurale poggiato su un’agricoltura eco compatibile e su un turismo connesso alle caratteristiche rurali dell’area.

L'economia della valle risente dell'opera di infrastrutturazione viaria ed irrigua e ciò fa sì che l’area tenda a configurarsi come centro di scambi commerciali e di servizi nonché di aggregazione sociale ed economica.

La comunità della Val d’Agri crea la sua economia sulla innovazione e qualificazione di una struttura essenzialmente agro- silvo- pastorale. Si è specializzata con un'agricoltura di qualità che ha nel consorzio del fagiolo di Sarconi (700 ettari, tra Sarconi, Grumento e Paterno) , riconosciuto con il marchio D.O.P, e nel famoso formaggio canestrato di Moliterno, contraddistinto dal marchio I.G.P., i suoi simboli più eloquenti.

Un dato che testimonia questa transizione dell’agricoltura verso processi innovativi è la maggiore presenza di giovani agricoltori (14-29 anni) con il 20%, a fronte di una media regionale del 17%. Ciò, assieme all’adeguamento della rete irrigua, ha portato ad esempio un incremento della superficie agricola destinata all’ortofrutta del 76% (meleti, pereti, colture dello zucchino e dell’asparago).

Anche le attività zootecniche sono piuttosto sviluppate: oltre la metà delle aziende agricole ha allevamenti al suo interno; un 80% dei capi è rappresentato dagli ovicaprini, mentre i bovini rappresentano il 15% dell’intero patrimonio ovino regionale. L’allevamento di questi ultimi assume caratteristiche più estensivizzate nelle aree montane, che si caratterizzano per un allevamento per lo più destinato alla produzione di carne con una dominanza della razza podalica, che meglio si adatta alle più dure condizioni ambientali; nel fondovalle dell’Agri e nei pressi di Lagonegro, si rinviene una specializzazione produttiva orientata verso le vacche da latte. I prodotti caseari sono di ottima qualità e sempre molto ricercati. Il latte prodotto viene trasformato nell’area, dove operano 8 caseifici, con una capacità complessiva di lavorazione di 135 quintali di latte al giorno.

Altra importante tipologia di allevamento è quella ovicaprina, che interessa prevalentemente la fascia di media altitudine e la cui consistenza ammonta a circa 40.500 capi (28.810 ovini e 11.681 caprini), divisi in 2250 aziende; la produzione annua di latte ammonta a circa 4000t e dà luogo a molte produzioni locali tipiche, tra cui l’ormai noto "Canestrato di Moliterno".

L’allevamento suino sta segnando anch’esso una crescita in termini di dimensioni degli allevamenti, dando luogo ad aziende di buon livello e con redditi elevati, in virtù della tipicità dei prodotti, salsicce, soppressate, capicolli e non ultimo il prosciutto di Marsicovetere.

Da non dimenticare sono, infine, le imprese boschive che nell’area sono circa 80 (45,2% della regione), con 368 addetti. La capacità lavorativa media delle imprese è di 1.500 mq di legname utilizzato all’anno, con una produzione complessiva di 115.884 mq. Questa produzione viene quasi completamente lavorata nelle 15 segherie dell’area che contano 80 addetti. Questo settore ha un trend negativo poiché le imprese sono scarsamente modernizzate, con rapporti di lavoro poco durevoli ed uno scarso ricambio. Sempre nell’ambito della foresta vi è la ormai consolidata produzione del tartufo (400 q.li annui) e di funghi pregiati.

Tutto ciò a testimonianza di una filiera agro- silvo- pastorale complessivamente impegnata in una crescita basata sulla innovazione e valorizzazione qualitativa delle proprie produzioni.

A seguire uno schema che illustra brevemente la dimensione della filiera agro- pastorale:

 

ZOOTECNIA PRODUZIONE VENDIBILE (Mld)

Bovini 8.000 capi 13,7

Ovicaprini 33.710 capi 6,0

Suini 8.000 capi 3,1

FRUTTICULTURA 260ha 3,0

ORTICULTURA 700ha 8,0

OLIVO 470ha 1,5

VITE 750ha 6,0

SEMINATIVI ED ERBAI 12.000ha 9,0

TOTALE: 50,3Mld DI P.V.

35Mld di reddito lordo

480.000 giornate di lavoro equivalente a 1700 addetti a tempo pieno.

I dati su riportati, a fronte invece di una scarsa dotazione di strutture e di addetti alle attività industriali (circa 1000, per le sei aziende attive sulle dieci presenti nell’area industriale di Viggiano, fortemente condizionata dalla presenza del centro olii), danno conto di una vocazione essenzialmente agro- silvo- pastorale dell’area a cui si associano una buona vocazione turistica sostenuta da pregevoli strutture turistiche che registrano 250.000 presenze annue solo relativamente alla Val d’Agri Lagonegrese.

Se si considera poi che nell’area sono presenti tre stazioni sciistiche (Sellata Vulturino, Montagna di Viggiano e Sirino), 40 aziende biologiche, 31 aziende agrituristiche con 160 posti letto, 13 punti ristoro, 2 agricampeggi, processi di aggregazione ed associazione degli operatori del comparto nonché imprese agricole nel settore biologico (es. il CO.VAL.TUR, il C.O.A.B, ME.TA. BO.) e che sono in piena attuazione processi e progetti di sviluppo legati ai Leader ed ai Patti Territoriali citati, si può affermare senza timore di smentita, che l’identità e i processi di sviluppo perseguiti nel territorio sono pienamente sinergici con le finalità di un Parco Nazionale, che tra l’altro, connetterebbe quest’area ai fenomeni di crescita, di organizzazione ed aggregazione delle aree protette nazionali ed europee (vedi progetto APE e Rete Ecologica Europea).

 

4) L’AFFARE PETROLIO IN BASILICATA

Le attività di ricerca ed estrazione petrolifera interessano in Basilicata un territorio ben più vasto della Val d’Agri, come si evince chiaramente dal fatto che le concessioni governative e regionali, riguardano nel complesso circa il 70 % del territorio regionale, investendo le Valli del Camastra e del Sauro, per inoltrarsi nel territorio del Parco Regionale Gallipoli Cognato, giungendo sino a Garaguso e ridiscendendo lungo la valle del Basento, già dagli anni ’60 sede di ricerca e coltivazione di idrocarburi, fino a coinvolgere la piana del metapontino. Tuttavia ai fini del presente studio si prendono in considerazione i progetti riguardanti la Val d’Agri e la Val Camastra, i cui territori sono interessati all’istituzione del Parco nazionale.

Il progetto di sviluppo dei giacimenti della Val d’Agri è stato approntato dopo anni di lunghi studi, ricerche ed approfondimenti. Già nel lontano 1934 l’ENI aveva iniziato in località Tramutola una serie di rilievi, i cui frutti divennero evidenti nel periodo compreso tra il 1936 ed 1943 con una produzione pari a 360.000 mc di gas e di 3500 barili di olio all’anno. Furono perforati 47 pozzi, dei quali 26 operativi, ma la produzione, piuttosto modesta, fu sospesa nel 1953.

Lo studio della Val d’Agri è stato ripreso dopo oltre 30 anni nel 1984 dalla Petrex (società interamente controllata dall’AGIP), dopo essersi assicurato il permesso di ricerca Monte Alpi. Con il passare del tempo l’interesse delle compagnie petrolifere nei confronti dell’area della Val d’Agri è gradualmente aumentato, tanto da far moltiplicare le richieste di prospezione e di concessioni per la coltivazione. Agli inizi degli anni ’90 il c.d. Libro Bianco del Governo Dini per il rilancio dell’economia italiana, destinò alla Regione Basilicata 1531,7 miliardi di lire di cui oltre un terzo per esplorazione di idrocarburi

In sintesi oggi si distinguono due aree di produzione ad olio nella zona:

a) Val d’Agri (ad olio leggero - progetto denominato Trend 1);

b) Tempa Rossa (ad olio pesante- progetto denominato Trend 2).

a) Il giacimento Val d’Agri è soggetto a coltivazione di tre titoli minerari:

  1. Volturino (concessione AGIP 45%, Enterprise oil 55% );
  2. Caldarosa (operatore unico Agip);
  3. Grumento Nova (Agip 60%, Enterprise Oil 40%).

Le riserve complessive sono valutate in 483 milioni di barili (Mboe). La produzione attuale dichiarata è di 7500 barili al giorno; si prevede di raggiungere la capacità massima intorno al 2003-2004 pari a circa 104.000 bbl/g. I 7500 bbl/g sono estratti da 4 pozzi già in produzione e collegati con il centro di Viggiano; si tratta dei pozzi Monte Alpi 1, Monte Alpi 2, Monte Alpi 3 e Monte Alpi 4. La rete di raccolta che convoglia il greggio fino al centro di prima lavorazione dovrà essere ampliata entro il 2002 con un tracciato di 135 Km di linee interrate attraverso le 27 postazioni previste ( 14 già esistenti). La situazione al novembre 1998 vede la presenza di 17 pozzi perforati, di cui 4 in produzione e tredici perforati, ma non collegati e 30 pozzi da perforare o in corso di perforazione.

Il piano di sviluppo previsto da Agip comprende inoltre l’ampliamento del Centro Olii di Viggiano, attualmente in corso, sino ad una capacità di trattamento di circa 104.000 barili al giorno, la costruzione di un oleodotto fino a Taranto lungo circa 136 Km, dal diametro di 20 pollici ed una capacità di trasporto fino a 150.000 bbl/g e l’adeguamento dei serbatoi nel deposito di Taranto.

L’investimento complessivo dell’Eni è stimato nell’ordine di 3200 miliardi mentre il ricavo che la compagnia spera di realizzare sulla base delle stime dei giacimenti e del valore del greggio è dell’ordine di 15.000 miliardi. Le royalties dovute dall’ENI e dalle altre compagnie alla Regione Basilicata sulla base degli accordi ENI- Regione e Governo- Regione e sulle stime di produzione di cui sopra, ammontano complessivamente a 1085 miliardi nell’arco di 26 anni.

 

b) Il progetto Tempa Rossa

Situato a Nord-Est rispetto alla zona del progetto Val d’Agri, il giacimento chiamato Tempa Rossa presenta interessanti prospettive di sviluppo e coltivazione di olio pesante. Il progetto insiste sull’Area di tre concessioni di coltivazione:

  1. Perticara ( ENI operatore unico), in cui sono individuati un pozzo già perforato e non collegato e 4 pozzi da perforare;
  2. Gorgoglione ( joint venture Enterprise Oil Italia- Fina, Mobil)
  3. Tempa d’Emma (Joint venture Enterprise Oil Italia, Fina, Mobil) .

Il giacimento ha riserve stimate di 420 milioni di Boe , più pesante e con maggior contenuto di zolfo rispetto a quello della Val d’Agri, economicamente meno prezioso con un prezzo di mercato inferiore di 5-6 dollari. Anche per Tempa Rossa è prevista la costruzione di un centro olio, in località Corleto Perticara, con capacità di produzione di 50.000 barili al giorno ed inizio dell’attività produttiva a partire dal 2002.

I pozzi che alimenteranno il centro olii saranno 7, di cui 5 sono stati già realizzati; l’olio sarà trasferito tramite un oleodotto da 14 pollici fino al complesso della raffineria di Taranto, posto sullo stesso tracciato di quello da 20 pollici che collegherà la Val d’Agri. L’investimento previsto è nell’ordine di 1000 miliardi.

 

La durata complessiva del ciclo produttivo nelle due aree è stimata intorno ai 20 anni.

Complessivamente l’attività estrattiva in Basilicata potrebbe garantire quasi un miliardo di barili e non è un caso che quasi il 70% del territorio regionale sia oggetto di permessi di ricerca costituendo così l’area italiana più attraente dal punto di vista petrolifero.

4.1 L’intesa tra Eni e Regione Basilicata.

La scoperta di una sacca petrolifera tanto consistente in Val d’Agri ha scatenato enormi interessi e questioni nella gestione di tale risorsa. Dopo lunghi dibattiti, in data 18.11.98, si è giunti ad un’intesa tra Regione Basilicata e Eni, operatore della joint venture tra Eni ed Enterprise oil, contitolari delle concessioni Volturino e Grumento Nova, per la gestione del programma di sviluppo petrolifero dell’area della Val d’Agri denominato Trend 1.

L’accordo ha previsto impegni reciproci delle due parti; L’ENI si è impegnata ed obbligata a stipulare con la regione Basilicata i seguenti accordi:

  1. a contribuire per un importo di 11 miliardi per 10 anni , a partire dal 30.06.99, per la realizzazione di progetti diretti e/o gestiti dalla Regione Basilicata mirati alla compensazione ambientale necessaria a bilanciare le alterazioni riconducibili alle attività petrolifere (interventi di rimboschimento, tutela delle acque, delle aree bioitaly o ad elevata sensibilità ambientale).
  2. A contribuire, per un massimo di 4 miliardi ogni anno, per 10 anni, entro il 31.01 di ogni anno a decorrere dall’avvio del centro olio, ai costi della Regione per la realizzazione di programmi destinati a promuovere lo sviluppo sostenibile.
  3. A realizzare, a spese di ENI per un importo di 10 miliardi, un sistema di monitoraggio ambientale, il cui progetto doveva essere realizzato entro il 31.12.00.
  4. A sostenere i costi per la gestione di tale sistema di monitoraggio ambientale per la cifra di 6 miliardi l’anno per 15 anni entro il 31.01 di ogni anno, nonché a garantire l’aggiornamento tecnologico dello stesso.
  5. A contribuire per due terzi (massimo sino a 50 miliardi) ai costi per la realizzazione del programma regionale di completamento delle reti di distribuzione di metano in Basilicata.
  6. A curare l’avvio e l’organizzazione dell’istituendo osservatorio ambientale della Regione Basilicata, con il compito di tutelare e valorizzare le risorse ambientali, promovendo il concetto di sviluppo sostenibile.
  7. A versare in una o più tranche le somme corrispondenti alle royalties di spettanza della Regione dovute per le quote di produzione eccedenti i 40.000 barili al giorno.
  8. A costituire entro il 31.12.99 una società energetica regionale al fine di fornire energia elettrica a basso costo, per rendere evidenti i benefici connessi alle estrazioni petrolifere agli utenti della zona. La società dovrà utilizzare gas associato del giacimento Val d’Agri, alimentando una centrale di 150 Mwe per 20 anni o centrali alimentate con fonti rinnovabili (biomasse, energia idraulica, fotovoltaico).
  9. A partecipare, nella misura di 10 miliardi, al capitale di una società di sviluppo con attenzione privilegiata alle aree interessate dalle attività petrolifere.
  10. Ad istituire con il patrocinio della Regione Basilicata, borse di studio, di dottorato, di post dottorato e corsi di specializzazione su temi dell’ambiente ed energia, per un importo annuo di 0,5 miliardi per 20 anni a decorrere dall’anno 199/2000.
  11. A istituire d’intesa con la Regione Basilicata una sede della fondazione Enrico Mattei come centro di studi su materie di interesse energetico, ambientale ed economico.
  12. A concordare, d’intesa con il Ministero dell’Ambiente e la Regione Basilicata, un piano per la gestione delle situazioni di emergenza e di salvaguardia del territorio.

L’intesa è stata poi seguita dall’attuazione degli accordi riguardanti i singoli punti siglati con appositi contratti. L’ENI, in base alla l.r.12/99, è inoltre tenuta a fornire una serie di informazioni sull’estrazione petrolifera: è prevista la pubblicazione, con cadenza semestrale, sui quotidiani regionali, dei dati complessivi relativi all’impatto ambientale ( aria, acqua, ecc), al numero degli occupati diretti ed indiretti, al prelievo giornaliero, al totale ed all’ammontare delle royalties sul greggio estratto, a quelle accreditate alla regione Basilicata.

L’ENI infine si è impegnata ad installare schermi informativi presso il centro olio di Viggiano e la sede del Consiglio Regionale di Basilicata a disposizione di tutta la comunità per rendere conto dell’andamento dell’attività di estrazione.

La Regione Basilicata, di contro, si è impegnata a definire e a realizzare nel più breve tempo possibile tutti i provvedimenti, i pareri ed i nulla osta che consentano ad ENI di sviluppare il giacimento della Val d’Agri.

4.2 L’intesa tra Regione Basilicata e Governo

In data 7 ottobre 1998, è stato concluso un accordo tra Regione Basilicata ed il governo in merito alla questione petrolio in Val d’Agri.

L’intesa, considerando l’interesse nazionale alla ricerca ed estrazione di idrocarburi e quello regionale a conseguire uno sviluppo duraturo ed equilibrato delle zone interessata dalle estrazioni petrolifere, salvaguardando anche il patrimonio naturale, ha previsto i seguenti impegni del governo:

  1. completare la realizzazione di diverse infrastrutture quali il sesto lotto della variante della strada statale Tito Brienza, il tratto Corleto Pertica- Strada provinciale Camastra, l’aviosuperficie di Grumento.
  2. Ad accelerare la realizzazione del processo di metanizzazione della Regione Basilicata.
  3. A sostenere l’iniziativa parlamentare diretta a disciplinare l’attribuzione delle royalties di propria competenza (30%) alla regione Basilicata, derogando alla normativa prevista dal DL 25/11/96 per sostenere lo sviluppo e l’ampliamento della base occupazionale della stessa, attraverso l’uso di mezzi quali la programmazione negoziata e l’istituzione dell’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’occupazione.
  4. A completare i programmi di industrializzazione della Val Basento, oggetto di investimento da parte dell’ENI non completati per la scarsa economicità dei progetti.

La Regione Basilicata, invece, si è impegnata a garantire la rapida conclusione delle procedure autorizzative di propria competenza in relazione ai programmi di coltivazione mineraria (D.lg. n. 112/98).

5) L’IMPATTO SISTEMICO

Definito il quadro essenziale delle dimensioni e delle prospettive delle attività di estrazione petrolifere che interessano l’area, si passa a considerare gli impatti di tipo ambientale ed i risvolti economici e sociali generati dalle medesime attività, al fine di valutarne la compatibilità con la realizzazione di un Parco Nazionale e con la possibilità di uno sviluppo sostenibile e duraturo.

5.1. L’ impatto ambientale

L’estrazione petrolifera si svolge attraverso varie fasi: la prima comprende gli studi geologici preliminari, il rilevamento geologico di superficie e l’esame fotogeologico a cui si uniscono le analisi chimico- fisiche e stratigrafiche dei campioni disponibili. Successivamente si procede con i rilievi geofisici per l’individuazione di eventuali giacimenti (le cosiddette trappole), con i metodi a riflessione e a rifrazione. Tale attività si svolge prevalentemente con l’uso di esplosivo fatto detonare in pozzetti perforati nel terreno alla profondità di qualche metro, metodo però che non andrebbe utilizzato in zone che presentano rischi di natura geologica. Oggi è comunque disponibile un ulteriore tecnica che utilizza il Vibroseis, strumento che trasmette al terreno un’oscillazione a carattere ondulatorio di durata variabile tra i 7 ed i 10 secondi.

Individuato il giacimento contenente il greggio si passa all’attività di perforazione che spesso comporta l’attraversamento di acquiferi sotterranei che forniscono acqua per usi potabili o industriali e che potrebbero essere contaminati.

L’attività del cantiere produce inoltre un’elevata mole di rifiuti che viene raccolta in appositi vasconi e bacini di lagunaggio impermeabilizzati. Altro problema concerne il trattamento delle acque di cantiere accumulate, dei detriti e dei fluidi di perforazione usati per garantire il normale corso dell’attività estrattiva. Il volume complessivo di questi rifiuti è valutabile nell’ordine di 6000-7000 metri cubi per pozzi di 4000 metri di profondità.

Una volta estratto il greggio viene separato nella sua componente liquida, raccolta in appositi serbatoi metallici fuori terra e poi trasferita per la raffinazione in apposito centro, e nella componente gassosa sottoposta ad azione di rimozione dell’umidità. L’acqua salata generata dal processo di disidratazione viene provvisoriamente stoccata in serbatoi, prima dello smaltimento che avviene con reiniezione nel sottosuolo o per incenerimento nei forni insieme ad altri gas. I rischi ambientali in questa fase dipendono dalle caratteristiche del territorio, dal collegamento tra i pozzi ed il centro attraverso flow-lines di acciaio che vengono interrate e dai rifiuti della centrale di raccolta. Gli scarichi liquidi sono costituiti da acque di tipo civile provenienti dai servizi della centrale per circa 5 metri cubi al giorno, da acque meteoriche e da acque di strato o formazione.

Le emissioni atmosferiche sono quelle prodotte dalla combustione dei gas non utilizzati e dalle acque di strato incenerite in appositi forni e generanti composti stabili come anidride carbonica e solforosa. Ulteriori emissioni sono prodotte dalla fiaccola, dispositivo di sicurezza posto all’apice dell’impianto estrattivo.

A livello di rumore, quello all’origine è in media intorno ai 110 decibel, valore riducibile per effetto di insonorizzazione a 60-65 decibel.

Poste queste premesse risulta subito evidente che l’attività di estrazione petrolifera è un’attività ad alto impatto ambientale, in particolare per quanto riguarda progetti di coltivazione di idrocarburi di dimensioni quali quelli della Val d’Agri e di Tempa Rossa.

Si cercherà pertanto di analizzare nello specifico i rischi ambientali legati ai due progetti, distinguendo i rischi relativi all’inquinamento atmosferico, i rischi di inquinamento delle falde acquifere, il rischio di dissesti idrogeologici, il rischio sismico, il rischio di inquinamento del suolo, le problematiche relative allo smaltimento dei rifiuti e quelle relativi ai ripristini ambientali e l’impatto sulla flora e sulla fauna.

      1. L’inquinamento atmosferico.

Le principali sostanze inquinanti immesse nell’atmosfera a seguito delle operazioni legate all’estrazione petrolifera sono il biossido di zolfo, le particelle sospese, il metano e gli idrocarburi derivanti dai processi di combustione operati con derivati del petrolio. In modo indiretto, l’attività petrolifera crea ulteriori emissioni per effetto dei derivati del petrolio sotto forma di ossidi di azoto, di biossidi di azoto, ozono e monossido di carbonio. Non va dimenticata la grande immissione in atmosfera di inquinanti dovuta alle operazioni di carico e scarico delle autocisterne impegnate nel trasporto del greggio.

La rete di monitoraggio ambientale della Basilicata consta di 156 centraline di rilevamento dislocate nei punti critici della regione tra cui la zona industriale di Viggiano, sede del centro olii. Una delle prime rilevazioni inerente l’impatto delle attività petrolifere è stata effettuata da una centralina mobile del Presidio Igiene e Prevenzione, su indicazione dell’Asl n.2 di Potenza, che ha analizzato campioni atmosferici a terra, prelevati intorno alla centrale di monte Alpi. Le analisi hanno interessato la rilevazione di biossido di zolfo e di azoto ed hanno dimostrato risultati allarmanti al di sopra dei livelli consentiti dalla normativa in vigore. Rilevazioni più vicine nel tempo, relative alla fine del 1999 ed inizio del 2000 effettuate dall’Ufficio Compatibilità Ambientale, mostrano invece, stranamente, dati completamente diversi e rientranti nei limiti di tollerabilità. Considerando la grande difficoltà nel reperire questi dati e l’impossibilità da parte dei tecnici regionali specializzati ad esprimere qualsiasi giudizio sulle contrastanti rilevazioni, si tralascia ogni commento al riguardo.

E’ da rilevare comunque che attualmente manca una rete fissa di monitoraggio della qualità dell’aria intorno alle zone maggiormente interessate dall’attività estrattiva, come si evince dal rapporto regionale "L’ambiente in Basilicata 1999", in cui le uniche rilevazioni effettuate risultano quelle nell’area Trend1 presso Grumento Nova da una stazione mobile detta PMIP, mentre mancano completamente i dati relativi all’area Trend2 né sono menzionati altri dati sulle emissioni in atmosfera o sulla produzione e smaltimento dei rifiuti. Appare strano inoltre che le misurazioni siano state effettuate nell’area di Grumento Nova e non nei pressi del Centro Olio di Viggiano, situazione questa quanto mai allarmante dal momento che le previsioni relative alle emissioni del Centro olio a regime sono decisamente superiori alle soglie di tollerabilità, come si rileva dalla relazione del Prof. Cuomo "Ambiente e Petrolio"

Si vogliono evidenziare inoltre i rischi sulla salute umana legati alle emissioni di azoto, di idrocarburi e di biossido di zolfo in atmosfera. Il primo riduce la produttività delle culture e crea all’uomo irritazione agli occhi, sintomi alle vie respiratorie e attacchi asmatici nei soggetti più a rischio. Gli idrocarburi invece hanno effetti molto diversificati, vista l’ampia gamma di componenti; tra questi il benzene e gli Ipa sono i più pericolosi, in quanto cancerogeni per l’uomo. Il biossido di zolfo, infine, può provocare serie intossicazioni; basti ricordare che nel Golfo Persico, nei primi decenni degli anni ’60, morirono quasi 3000 persone intossicate a causa di inquinamento di biossido di zolfo, generato dall’esplosione di una piattaforma.

Ricerche inglesi ed americane hanno scientificamente dimostrato che nell’uomo esiste uno stretto rapporto tra le concentrazioni di SOx e di particolati nell’atmosfera, causa anche del fenomeno delle piogge acide, e l’insorgenza della bronchite cronica e dell’enfisema polmonare, con il raddoppio dell’indice di mortalità per malattie respiratorie; altre ricerche hanno evidenziato un nesso tra le concentrazioni dei prodotti di combustione dell’olio e del carbone degli impianti fissi e l’incidenza delle infezioni delle vie respiratorie.

La recente sentenza di rinvio a giudizio dei dirigenti del polo petrolchimico di Ravenna (27/6/2000), per il fondato sospetto di aver incrementato i tumori e le leucemie ai lavoratori della zona, può aiutare a mettere in guardia sui rischi connessi ad uno sfruttamento non controllato nel campo petrolchimico. A questa sentenza fa eco uno studio condotto da Hanis sulla mortalità per tumore in un’industria petrolchimica americana. I risultati dello studio condotto su oltre 15000 lavoratori, tra il 1964 ed il 1973, hanno evidenziato un forte aumento della mortalità per cancro in generale ed un eccesso di morti per cancro all’esofago, allo stomaco ed ai polmoni tra i lavoratori più esposti. Numerosi altri autori evidenziano come sia rilevante il numero di morti per cancro e leucemie per certe mansioni ( lube-oil, manutenzione, lavori di fatica), rispetto ad altre nel settore petrolchimico.

 

5.1.2 L’inquinamento delle falde idriche

Il Rischio di inquinamento delle acque sotterranee rappresenta (Foster S.S.D., 1987;Gabbani et A'., 1990) un parametro che viene derivato dai seguenti fattori primari:

Vulnerabilità dell'acquifero;

carico inquinante antropico applicato in superficie;

magnitudo dell'evento inquinante;

valore della risorsa idrica.

La vulnerabilità rappresenta " la suscettività specifica dei sistemi acquiferi nelle loro diverse parti componenti e nelle diverse configurazioni geometriche e idrodinamiche, ad ingerire e diffondere, anche mitigandone gli effetti, un inquinante fluido o idroveicolato tale da produrre impatto sulla qualità delle acque nello spazio e nel tempo "(Civita, 1987).

Il significato degli altri parametri è facilmente comprensibile, una volta spiegato che con magnitudo si intende l'ampiezza dell'evento inquinante.

Assodate queste definizioni ne viene fuori immediatamente l'elevato rischio che ha l’ attività di estrazione petrolifera in un area come l'Alta Valle del F. Agri che ospita al suo interno alcune delle sorgenti più rilevanti dell’intero territorio regiona1e, nonché invasi dai quali dipende l'approvvigionamento idrico non solo di buona parte della Basilicata, ma anche della vicina Puglia, per un totale di circa 4,5 milioni di persone e di grosse aree coltivate come la piana del metapontino.

Il greggio infatti è una sostanza caratterizzata da proprietà tipiche particolarmente inquinanti avendo una elevata persistenza, una bassa volatilità, elevata viscosità che lo rendono, in caso di rilascio in falda, difficilmente bonificabile e accertabile solo con misure continuate e sistematiche delle caratteristiche chimico - fisiche delle acque.

La distribuzione delle installazioni petrolifere, del Centro Olii e del tracciato dell'oleodotto che dovrebbe conferire il greggio alle raffinerie del polo tarantino interessa in maniera diretta le principali risorse idriche pregiate dell'area.

Il pozzo Cerro Falcone, ad esempio, è collocato nel bel mezzo della struttura idrogeologica della Serra di Calvelluzzo e deve necessariamente attraversare l'intera successione lagonegrese presente andando ad intersecare l'acquifero che alimenta le principali sorgenti dell'acquedotto del Fiume Agri.

Solo facendo riferimento a tale installazione, sempre riferendosi all'equazione del rischio, vale la pena evidenziare che un possibile incidente con rilascio di inquinante o, ad esempio, una sempre possibile non perfetta cementazione delle installazioni del pozzo, potrebbero determinare una lenta risalita di acque connate o di fluidi con caratteri chimico - fisici non compatibili con l'uso potabile ponendo in crisi l'importantissima lifeline rappresentata dall'acquedotto. Attualmente l'acquedotto dell'Agri serve una popolazione di 31.000 abitanti, 14 paesi e 3 frazioni ed una eventuale interruzione dell'approvvigionamento idrico comporterebbe dei costi elevatissimi. E’ gravissimo quindi che a tutt'oggi non esista una rete di monitoraggio della qualità delle acque delle sorgenti utilizzate.

Altre numerose installazioni petrolifere e il Centro Olii di Viggiano giacciono sull'acquifero alluvionale del fondovalle Agri. Uno sversamento anche episodico di idrocarburi potrebbe facilmente raggiungere il sistema delle acque mediante i diversi corsi d'acqua che attraversano la valle in sinistra del fiume. Agri andando direttamente a raggiungere l'invaso del Pertusillo.

.In ogni caso attualmente non ancora è stata realizzata una rete di monitoraggio delle caratteristiche chimico - fisiche delle acque sotterranee mediante l'esecuzione di pozzi spia, di campagne di prelievi delle acque con analisi di dettaglio delle componenti chimiche presenti, né sono note le soluzioni predisposte.

La supposizione che l'evento inquinante sia di per sé palese è intrinsecamente errata in quanto non sempre e non necessariamente devono verificarsi incidenti affinché si produca inquinamento.

Un rilascio piccolo ma continuo di idrocarburi in un area ad elevata vulnerabilità, o una perturbazione dei circuiti idrici sotterranei a seguito della perforazione dei pozzi o, semplicemente a seguito dei numerosi scoppi che vengono eseguiti in foro durante la fase di studio per le prospezioni sismiche, possono condizionare e/o modificare permanentemente i circuiti di flusso delle acque sotterranee determinando l'impoverimento o il cambiamento delle caratteristiche dei punti di emergenza delle acque di falda.

L'attività di ricerca e di sfruttamento petrolifera quindi costituisce una attività mineraria ad elevato impatto sull'ambiente; le fasi attraverso la quale questa si estrinseca sono tutte caratterizzate da un margine di rischio ambientale non trascurabile.

Fase di ricerca

Come si è detto, questa fase serve per la individuazione e caratterizzazione dei giacimenti mediante lo scoppio di alcune cariche all'interno di fori appositamente eseguiti nel sottosuolo al fine di rilevare la velocità di propagazione delle onde sismiche nel sottosuolo e poterne derivare un modello di costituzione.

In aree caratterizzate da acquiferi carbonatici, permeabili per fessurazione e quindi soggetti ad una circolazione idrica sotterranea non diffusa, come accade ad esempio nei corpi alluvionali, ma concentrata lungo discontinuità quali giunti di stratificazione delle rocce o fasce di fratturazione e fessure, è noto l'effetto che talora hanno le sollecitazioni sismiche sulla circolazione delle acque.

La sorgente Capo Sele, a valle del terremoto del 1980, subì delle notevolissime modificazioni della sua portata con un incremento e successivo decremento elevato delle portate legato allo svuotamento dell'acquifero determinato dallo shock sismico.

Sorgenti pregiate come quelle presenti nell'area del monte Vulturino - Calvelluzzo e le sorgenti di Viggiano sono caratterizzate da un delicato equilibrio dal punto di vista della qualità delle acque. Una serie di attività che portino sollecitazioni sismiche a seguito di scoppi in profondità sono potenzialmente pericolose dal punto di vista della qualità in quanto possono portare al rilascio di particelle nelle acque che potrebbero emergere con una maggiore torbidità (leggi incompatibilità anche solo temporanea con l'uso potabile) e dal punto di vista della quantità poiché, specie per le sorgenti minori, esiste un concreto rischio di perdita per deviazione dl flusso della scaturigine naturale.

La sorveglianza su tali aspetti sarebbe dovuta partire ben prima dell'inizio delle attività sia di prospezione che di coltivazione in modo da poter verificare eventuali variazioni e poter tempestivamente capire i rapporti di causa - effetto ed apporne i rimedi. In un area che invece dinamicamente è in trasformazione per l'installazione sempre maggiore di nuove attrezzature e per l'esecuzione di nuove prove, senza peraltro che tale attività sia sistematicamente iniziata, qualsivoglia modificazione passa inosservata.

Durante la fase di studio vengono altresì perforati i cosiddetti pozzi di prova che sono volti alla effettiva individuazione dei giacimenti e alla verifica delle potenzialità degli stessi.

Anche tale fase non è affatto priva di rischi in quanto le perforazioni vengono condotte, per comprensibili motivi di riservatezza dei dati ottenuti, senza un controllo continuo da parte di un ente in grado di verificare, mediante propri specifici tecnici con competenza acclarata, le manovre e le operazioni condotte in

foro. Tali operazioni portano per forza di cose ad interessare con una perforazione di grosso diametro tutti gli strati rocciosi fino alla profondità del giacimento, attraversando rocce acquifere e potendo, potenzialmente, connettere fra loro acquiferi diversi per caratteristiche chimiche e fisiche. Nella sola località Galaino,

presso Villa D'Agri si individuano sorgenti, copiose, con caratteri chimici del tutto diversi (Sorg. Galaino, Sorg. Zolfata) che evidentemente denunciano la presenza di acque con circuiti differenziati.

La sorveglianza sulle possibili modificazioni indotte da attività esplicatesi senza il necessario grado di conoscenza idrogeologica del territorio e, soprattutto, senza una rete di controllo sistematico è di fatto pressoché nulla.

Fase di coltivazione

Ugualmente rischiosa appare l'attività di coltivazione dei giacimenti sia in connessione alla possibilità che si verifichino incidenti sui pozzi sia (e soprattutto) per la possibilità che si verifichino incidenti nel corso dell'adduzione del greggio verso le raffinerie. I numerosi incidenti già finora verificatisi, di cui si dirà più diffusamente in seguito, testimoniano la possibilità e la gravità di tali eventi .

Ugualmente non rassicurante risulta la soluzione della pipeline che attraversa alcune delle aree più sismiche della regione, versanti franosi, e corre al lato della preziosissima risorsa idrica del lago del Pertusillo. In questo caso il valore del bene sottoposto a rischio è di gran lunga più elevato del valore delle rimesse ricavate dalla Regione.

Problematiche di impatto e tipologie di rifiuti derivanti dalle attività estrattive

Le operazioni di coltivazione mineraria sia in superficie che in sotterraneo alterano le condizioni di flusso idrogeologico e causano la degradazione della qualità delle acque sotterranee sia durante che dopo le operazioni.

Attività

Codice

istat

Coefficiente

A/E addetto

Tipi di rifiuti/Cause di impatto

Carboni e torbe

10

20

Acque e fanghi con metalli pesanti e sali;

eduzione acida, pozzi di connessione,

dilavamento di cumuli e discariche

Petrolio e gas naturali

11

30

Idrocarburi, salamoie, vie di penetrazione di inquinanti (pozzi non condizionati, abbandonati, pozzi di iniezioni di salamoie.

Combustibili nucleari

12

0.6

Radionuclidi e metalli nell’eduzione: dilavamento di scorie e sterili, reflui di raffinazione e dei bacini di decantazione.

Minerali metalliferi

13

5

Solfati, solfuri, ossidi metallici, acidi nell’eduzione nei reflui (bacini laverie, impianti di preparazione) e nelle acque dilavanti e di lisciviazione di discariche.

Minerali non metalliferi e prodotti di cava

14

30

Salamoie di eduzione e di raffinazione, acque di lavaggio e di lisciviazione: eliminazione del suolo e dell’insaturo.

 

La tabella estratta da "Le carte della vulnerabilità degli acquiferi all'inquinamento: teoria e pratica (Civita, 1994), illustra sommariamente le tipologie di rifiuti e le cause impattanti di alcune attività estrattive, tra cui quella petrolifera.

Nello stesso testo, l'eminente idrogeologo, a proposito dell'estrazione di petrolio e gas sostiene che:" l'estrazione di petrolio e gas rappresenta un serio rischio per le acque sotterranee a causa delle tecniche stesse di ricerca e sviluppo e delle notevoli quantità di sostanze ad alto potenziale inquinante che vengono movimentate.

Tali sostanze includono oltre agli idrocarburi movimentati, le acque salate connesse ai giacimenti, i fanghi di perforazione, le acque immesse in profondità a scopo di migliorare il recupero del petrolio e/o di contrastare la subsidenza indotta per decompressione dei giacimenti.

Quantità rilevanti di petrolio fuoriescono dai pozzi e si spargono sul terreno durante le fasi di impegno dei giacimenti e sistemazione dei boccafori. Quantità considerevoli di acque salate (2 Gmc/anno negli USA -Jaffe e Dinovo, 1987), estratte come sottoprodotto e accumulate in apposite vasche e lagunaggi, mentre una grossa quantità viene reimmessa in profondità attraverso i pozzi di iniezione. Sempre negli USA, nei campi petroliferi si immette acqua per 90Mmc/anno per un

totale di ca 170,000 pozzi di iniezione In certe aree i Pozzi abbandonati (al termine dello sfruttamento) hanno causato seri inquinamenti delle acque sotterranee (Aller, 1984). Essi, in genere attraversano più acquiferi e terminano nello strato utile del giacimento e, in caso di rivestimento insufficiente, o mal fatto o deteriorato, si trasformano in connettori."

Queste considerazioni per quanto generali danno una idea del rischio enorme cui è esposto l'ambiente della Val d'Agri e le popolazioni servite dalle reti di distribuzione di acqua potabile connesse all'acquedotto dell'Agri.

La tabella successiva illustra la produzione media dei rifiuti prodotti da una piattaforma di perforazione da 4000 metri di profondità in fase di perforazione (Spilotro, 1998).

 

RSU FANGHI DETRITI DI ACQUE RIFIUTI LIQUAMI

ESAUSTI PERFORAZIONE REFLUE SPECIALI CIVILI

t mc t mq lavati mc mc

43 10,00 7,500 8,000 14,00 2

Si tenga conto a questo proposito che alcuni dei pozzi già perforati, (ad esempio il Cerro Falcone) hanno interessato strutture idrogeologiche di importanza regionale interconnesse con impianti di distribuzione delle acque potabili di importanza strategica (Acquedotto dell’Agri) e sono stati ubicati in aree ad alta vulnerabilità intrinseca degli acquiferi, come risulta dalla carta della Vulnerabilità intrinseca dei Monti Volturino e Calvelluzzo, prodotta dal Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche. Cosa abbia finora provocato la realizzazione del pozzo sugli equilibri idrogeologici dell' area non è possibile accertarlo anche perché, come già evidenziato, a tutt'oggi manca del tutto una rete di monitoraggio delle caratteristiche delle acque delle innumerevoli sorgenti presenti nell'area.

Inutile dire quanto potrebbe essere grave uno sversamento di idrocarburi nell'area che funge da volano idrogeologico per tutto il sistema idrogeologico dei Monti Volturino e Calvelluzzo.Con riferimento alla parte in sinistra del fiume. Agri sono presenti decine di sorgenti con portate rilevantissime; le sole sorgenti del M. Volturino -Calvelluzzo drenano una portata media annua di oltre 530 1/sec, con acque dai delicati equilibri idrochimici e strette da interscambi idrici sotterranei tra gruppi montuosi adiacenti che rendono ancor più delicato il sistema idrogeologico consentendo ad un effetto inquinante di propagarsi nel tempo in diverse strutture. Solo per avere una idea della ricchezza di acque sotterranee del territorio la tabella seguente riporta alcune delle sorgenti presenti nell'area con una indicazione del valore di portata:

 

DENOMINAZIONE COMUNE PORTATA (1/sec)

Occhio Marsico Nuovo 40

Monaco Santino Marsico Nuovo 300

Peschiera Santino Marsico Nuovo 80

Aggia Paterno 200

S. Maria di Corba Paterno 10

La Peschiera Marsico Vetere 200

S. Stefano Grumento Nova 200

Fontana dei Salici Grumento Nova 100

Sorgitoia Grumento Nova 30

Carpineta Grumento Nova 50

PORTATA TOTALE 1210

Solo questo elenco, peraltro molto sommario delle scaturigini principali raggiunge un valore di portata complessivo di circa 1200 l/s che sommati a quelli valutati per le strutture del M. Volturino e Calvelluzzo raggiungono quasi i 2000 litri al secondo di acque pregiate e solo in parte utilizzate.

Vale la pena evidenziare che il bene acqua rappresenta una risorsa completamente rinnovabile e il cui costo sale costantemente anno per anno e che, in mancanza di una severa regolamentazione e un puntuale e continuo controllo delle attività produttive altamente inquinanti come l'attività petrolifera, corre fortemente il rischio di una perdita quantitativa e qualitativa.

 

5.1.3 Problemi relativi al dissesto idrogeologico e alla sismicità

Un ulteriore problematica connessa allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi riguarda il possibile verificarsi di fenomeni di subsidenza a seguito dell'estrazione di fluidi in profondità.

La subsidenza è un fenomeno di abbassamento del suolo ampiamente diffuso su scala regionale, essendo legato alla naturale e lenta evoluzione geologica della crosta terrestri ed alla conseguente formazione dei rilievi montuosi e dei bacini sedimentari.

La subsidenza può avere anche cause antropiche, quando l’uomo altera le condizioni naturali del sottosuolo e del suolo, con sovraccarichi, perforazioni di fluidi, disseccazioni dei terreni ed altri interventi. Tra queste cause rientrano sicuramente le attività relative allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

La coltivazione dei giacimenti infatti può determinare il verificarsi di fenomeni di decompressione a seguito della riduzione della pressione dei fluidi nella roccia causati dall'estrazione dal sottosuolo del petrolio e delle acque che spesso ad esso sono associate. La riduzione di spessore degli strati può ripercuotersi verso l’alto e manifestarsi in superficie con un locale cedimento del suolo.

Tali fenomenologie che si esplicano in scale temporali decennali costituiscono un grave rischio idrogeologico per l'area che necessita al più presto dell'avvio di una campagna sistematica di monitoraggi geodetici e topografici.

Altro rischio da valutare è quello legato alla sismicità dell’area. La Val d’Agri è tra le aree appenniniche più attive sia sotto il profilo della frequenza degli eventi, sia sotto quello delle magnitudo. La valle del fiume Agri infatti è interessata da una serie di importanti lineazioni tettoniche attive con caratteri di trascorrenza che potrebbero essere interessate da attività sismica e che conferiscono una particolare delicatezza al territorio nel suo complesso. Il sisma del 1857, che vide la morte di 9591 persone, quello disastroso del 1980, nonché la nuova crisi sismica verificatasi per un anno a partire dal 5 maggio 1990 , hanno fatto chiarezza sui grandi rischi presenti nella zona, tanto che l’Istituto Nazionale di Geofisica ha identificato la Val d’Agri come area a massimo rischio sismico. Se si considera che l’ultimo terremoto con epicentro localizzato in quell’area risale al 1857 e l’attendibilità del tempo di ritorno massimo di un evento sismico di notevole intensità è di 500 anni, a distanza di 143 anni le prospettive per i comuni dell’area non lasciano assolutamente tranquilli. Ci si chiede pertanto se sono stati valutati gli effetti di un siffatto sisma su tutte le strutture petrolifere.

L’immissione o l’estrazione di fluidi nel sottosuolo legata alle attività petrolifere inoltre produce variazioni della microsismicità locale; pertanto è possibile che le attività estrattive possano provocare un aumento del numero di tali eventi di modesta intensità. Risulta infatti che queste manifestazioni sismiche hanno già comportato danni ad alcune strutture abitative, ma soprattutto non si è certi, e quindi non può escludersi, che il protrarsi di questi eventi possa innescare fenomeni capaci di produrre terremoti di notevole violenza.

 

5.1.4 L’inquinamento del suolo

L’impatto delle attività petrolifere sul suolo è anch’esso rilevante.

Innanzitutto si evidenzia come la realizzazione degli impianti petroliferi comporti sottrazione del territorio connesso alla creazione delle piattaforme ed alla perforazione dei pozzi, alla realizzazione del centro olio, nonché dell’area destinata alla creazione o adattamento delle strade ed alla posa degli oleodotti. A titolo di esempio, la posa dell’oleodotto Viggiano Taranto sottrarrà circa 450 ha, mentre le postazioni (40) altri 100 ha ; la rete di condotte per il centro olio di Viggiano (circa 130 km) contribuirà per altri circa 400 ha. Parte di queste superfici, tra l’altro, ricadrebbero nell’area di maggiore valenza ambientale dell’istituendo Parco.

I rischi di contaminazione del suolo derivano da varie fonti; per iniziare si consideri gli effetti dell’inquinamento atmosferico analizzati al paragrafo 5.1.1 che comportano l’acidificazione del terreno, causata dalle precipitazioni acide, che a sua volta produce l’impoverimento di ampie superfici forestali e dei biotopi della zona per l’invecchiamento precoce delle specie vegetali.

Esiste inoltre una stretta relazione tra inquinamento atmosferico e diminuzione della resa agricola, come dimostrato dalla ricerca coordinata dal Soriani. Le culture agricole infatti sono esposte per via diretta all’effetto della cenere volatile prodotta dalla combustione degli olii e per via indiretta al danno causato, per mancata impollinazione, dalla distruzione degli alveari. Utilizzando la metodologia O.T.C- (open top chamber), si è evidenziato come i maggiori cali produttivi sono legati proprio alle concentrazioni di ossido di carbonio, di azoto e di ozono.

I rischi maggiori di contaminazione del suolo possono derivare da incidenti legati all’attività petrolifere, in particolare:

dall’ingresso di fluidi di strato nel pozzo con la conseguente eruzione incontrollata dello stesso (blow-out),
alla perdita di circolazione,
a incendi ed esplosioni dei serbatoi,
a incidenti nel trasporto o alla rottura di condotte e oleodotti.

Il blow-out rappresenta il tipo di incidente più temibile sia dal punto di vista della sicurezza che della difesa dell’ambiente. Un evento di questo tipo si è verificato in Italia il 28 febbraio 1994, con il blow-out del pozzo Trecate 24, di cui si dirà più estesamente di seguito.

Altri incidenti, verificatesi in Basilicata, hanno riguardato il pozzo Policoro 1 , dove si è verificato un Blow out nel 1991 che ne causò la chiusura mineraria, ed il pozzo Monte Foi 1 dove si sono verificati più incidenti di perforazione dall’anno 1996, al cui seguito il pozzo fu chiuso e fu imposto l’obbligo di presentazione del piano di sistemazione dell’area di cantiere a termini e modalità di leggi vigenti , come risulta dalla lettera di risposta inviata al WWF dal Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, sede di Napoli, in data 25.10.00.

La perdita di circolazione consiste nell’immissione di fanghi negli strati impermeabili del terreno che può avvenire quando la pressione dei fanghi è superiore a quella dello strato in zone permeabili non ancora interessate alla perforazione; ciò, come abbiamo visto, può causare l’inquinamento delle falde acquifere.

Il rischio di incidenti nel trasporto del greggio è un dato che non può non tenersi in considerazione dal momento che la cronaca degli ultimi anni ha già registrato purtroppo diversi episodi le cui conseguenze non sono ad oggi ancora del tutto note.

La cronaca degli eventi nefasti inizia nel 1997, allorquando un’autobotte contenente 27.000 litri di greggio precipita da un viadotto del raccordo autostradale Sicignano- Potenza, causando l’esplosione del mezzo e la successiva chiusura del tratto per i lavori necessari a garantirne il ripristino. I disagi per la collettività sono stati notevoli, se si pensa che per oltre un anno la circolazione è stata deviata su strade secondarie.

Il 22.01.2000 a Viggiano un autobotte, dopo uno scontro nel quale è morto l’autista, ha perso il suo carico di greggio, tra i 30.000 ed i 40.000 litri, che si è riversato in una scarpata adiacente alla strada.

Il 25.01.2000 un’autocisterna, a causa di una guarnizione difettosa, ha perso 100 litri di petrolio alla periferia di Calvello: il quantitativo di greggio si è riversato sul terreno a pochi metri dal fiume La Terra che confluisce nel lago della Camastra da cui dipende l’approviggionamento idrico della città di Potenza e di altre decine di comuni della Provincia. Sull’esito dell’incidente le versioni sono divergenti. Per le autorità non si è verificata alcuna contaminazione del fiume mentre le associazioni ambientaliste sostengono la tesi opposta; l’ARPAB nell’analisi compiuta il 26.02 ha dichiarato di non aver rilevato alcuna traccia di inquinamento nel fiume la Terra in un raggio di 250 Mt. dal luogo dell’evento, ma successivamente , smentendo la sua tesi, ha ammesso che è stata rilevata una lieve percentuale di sostanze inquinanti in un’analisi effettuata a distanza di 20 gg. dall’incidente. A tutt’ora non è dato di sapere con esattezza l’entità dell’inquinamento rilevato.

Il 28.02.2000, nel pressi di Sant’Arcangelo si è verificato il ribaltamento di un’autocisterna con 22.000 litri di greggio riversatisi interamente sul manto stradale della Fondovalle dell’Agri, provocando la chiusura del tratto per una settimana.

Questa situazione appare estremamente grave se si valutano le dimensioni del traffico delle cisterne e la qualità delle strade che sono costrette a percorrere. Il trasporto su gomma dalle aree L.P.T. ( Long production time ) di Cerro Falcone, del Monte Enoc, di Tempa Rossa e di Pisticci e dal centro Olii di Viggiano è svolto da due consorzi di autotrasportatori e circa 200 autobotti della capienza media oscillante tra i 30.000 ed i 40.000 litri ed ha una frequenza media di circa 115 viaggi giornalieri. Il tutto si svolge su strade impervie di montagna a volte innevate spesso sterrate, strette, tortuose e piene di buche in aree boscate ed a margine di fiumi, dighe, torrenti e sorgenti.

Tutto ciò non fa che presagire purtroppo nuovi possibili incidenti.

Né il futuro oleodotto Taranto Viggiano potrà eliminare ogni fattore di rischio. Anche l’oleodotto ed il sistema di condotte di circa 130 km che collegherà il centro olio con i pozzi, non sono esenti da possibili incidenti. Episodi di simili rotture con conseguenti fuoriuscite di greggio si sono infatti verificati nonostante tutte le precauzioni tecniche in varie parti del mondo, di recente in Brasile ed in Nigeria con conseguenze disastrose, ed anche in Italia in località Borgo Franco di Ivrea e Vigevano. In Val d’Agri il rischio più elevato è rappresentato dalla vicinanza delle condotte ai fiumi ed agli invasi.

Si evidenzia che la contaminazione del suolo causata da errato stoccaggio o trattamento dei fanghi di perforazione (altamente tossici), incidenti o perdite nel trasporto dei medesimi o del greggio, rappresenta un elevato fattore di rischio per l’entrata nella catena alimentare di sostanze tossiche e/o cancerogene.

5.1.5 Ulteriori problematiche relative allo smaltimento dei rifiuti prodotti dalle attività estrattive.

Il trattamento e la reiniezione delle acque di processo in unità geologiche profonde, e più in generale le problematiche di smaltimento dei rifiuti prodotti dalle attività estrattive richiedono per la loro delicatezza un ulteriore approfondimento.

Attualmente in Val d’Agri la rete di smaltimento non è realizzata e tale attività avviene mediante recapito ad un centro di trattamento; a pieno regime il quantitativo di reflui prodotti sarà di 4200 metri cubi al giorno. Al riguardo vanno segnalate le osservazioni già fatte dal WWF circa la valutazione di impatto ambientale dell’AGIP relativa all’ampliamento del centro olii di Viggiano. Secondo l’AGIP " in mancanza della rete di reiniezione ed in tutti i casi di indisponibilità degli impianti consortili e di specifiche autorizzazioni, lo smaltimento avviene tramite autobotti con recapito ad un centro di trattamento autorizzato." Nelle note del WWF si evidenziava che , considerata l’inesistenza di un centro di trattamento delle acque di processo e di quelle semioleose nelle vicinanze, rimane da valutare l’ ipotesi del trasporto delle scorie prodotte con autobotti. Ebbene, dal momento che un autobotte può trasportare dai 10 ai 20 metri cubi, occorrerebbero dai 220 ai 400 viaggi al giorno per trasportare presso centri autorizzati i 4200 metri cubi, con una spesa non credibile dal punto di vista economico , senza considerare gli enormi rischi di versamenti in superficie sul terreno e/o in corpi idrici derivanti da possibili incidenti stradali. L’unica reale alternativa praticabile risulta allora quella della reiniezione delle acque di processo e lo smaltimento presso gli impianti di depurazione consortili per le acque semioleose.

In merito alla reiniezione, di cui si sono già valutati i rischi, la procedura ancora risulta priva di autorizzazioni regionali, mentre per le acque semioleose, lo studio Agip, pur dando per scontato l’utilizzo degli impianti consortili, ne mette poi in dubbio un loro effettivo utilizzo, prevedendo ipotesi alternative (non specificate) in caso di loro indisponibilità.

Ad acuire ulteriormente le preoccupazioni in merito è giunta di recente un’ ordinanza della Procura della Repubblica di Matera che ha disposto il sequestro dei pozzi Grottole 11, Pisticci 9 e 14 appartenenti all’ENI, con il fondato timore che possano aver raccolto rifiuti e scorie provenienti dai giacimenti petroliferi della Val d’Agri e delle Regioni limitrofe ed ha disposto, per lo stesso motivo, il rinvio a giudizio di 5 dirigenti Agip. A ciò si aggiunge il sequestro di un pozzo ENI a Ferrandina e le indagini in corso sul Pozzo Costa Molina 2 per il sospetto di smaltimento irregolare delle acque di produzione derivanti dall’estrazione petrolifera.

Tali avvenimenti fanno nascere il timore che questi pozzi, ormai dimessi da anni, siano diventati discariche abusiva ove riciclare rifiuti anche di altre attività industriali. Considerando che l’area del pozzo Grottole 11 in territorio di Salandra si estende per oltre 5000 metri quadrati e che gran parte della vegetazione si è essiccata nei mesi successivi alla fuoriuscita di sostanze tossiche dal pozzo, diventa indispensabile vigilare anche in Val d’Agri sui pozzi dimessi, come quello di Brienza, abbandonato da tempo dalla Texaco, non sottoposto ancora ad alcuna opera di ripristino ed oggetto di un’inutile discussione tra il Comune e la compagnia petrolifera sull’utilizzo futuro. Per non parlare del ritrovamento a Calvello, in un pozzo recintato, di fusti di olii altamente tossici .

In questo senso va letta anche la recente vicenda che ha interessato gli stabilimenti Enichem in Val Basento, dove non solo la lavorazione del Pvc ha provocato morti e malattie invalidanti per gli operai addetti , ma ha anche disseminato il territorio di discariche abusive di rifiuti tossici e nocivi, i cui danni sull’ambiente e sulla salute non sono ancora del tutto emersi.

Queste valutazioni trovano conferme nel rapporto conclusivo dell’anno 1999 dell’osservatorio Ambiente e Legalità della Regione Basilicata che ha segnalato 13 episodi di illegalità presunta collegati all’attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi con particolare riferimento allo smaltimento dei rifiuti, registrati tra il 1997 ed il 1999. Di questi 13 eventi, due sono oggetto di istruttoria, 9 in fase di verifica, uno ha avuto esito negativo e l’ultimo ha avuto dei riscontri positivi con il sequestro di un pozzo ad opera del Corpo Forestale dello Stato.

Anche la relazione finale della Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, in merito alla situazione riscontrata in Basilicata, così si esprime: " Non essendoci una determinazione su ciò che entra ed esce dai pozzi Agip, è evidente che essi rappresentano una potenzialità molto interessante per chi voglia inserire rifiuti liquidi nocivi disfacendosene in modo illecito"

In definitiva la mancanza di trasparenza relativa allo smaltimento dei rifiuti prodotti dalle attività estrattive e la mancanza di un severo controllo da parte delle autorità preposte preoccupa non poco soprattutto in considerazione del potenziale inquinante dei medesimi rifiuti e dall’elevato numero di pozzi realizzati in Basilicata dal 1939 (circa 400), di cui allo stato attuale molti non in produzione.

Il WWF, al riguardo, ha sollecitato le prefetture di Potenza e Matera, l’ARPAB ed i Comuni interessati ad un monitoraggio continuo delle aree e dei pozzi dimessi, ottenendo alcune risposte circa la vigilanza e la situazione dei medesimi.

5.1.6 I ripristini ambientali

Il problema dei pozzi abbandonati rimanda ad un’ulteriore valutazione in merito alla questione dei ripristini ambientali. I pozzi non produttivi , perché perforati e poi dismessi o comunque alla fine del loro ciclo produttivo devono essere sigillati minerariamente; le aree su cui sorgono devono essere bonificate e riportate alla situazione precedente l’inizio delle operazioni, con la ricostituzione del manto erboso e la piantagione della vegetazione arborea precedentemente asportata. Non sempre però i ripristini ambientali sono stati effettuati con la dovuta perizia dalle compagnie petrolifere: la Basilicata ne offre un esempio concreto.

All’interno del costituendo Parco Regionale del Vulture, Santa Croce- Bosco Grande si trova una grande superficie a 1200 mt. di altezza, di notevole valenza ambientale e paesaggistica, che è stata oggetto di una concessione della società Texaco. Oltre a non aver estratto petrolio, la Texaco ha anche abbandonato l’area senza effettuare alcun ripristino. La zona, oggi, è una discarica abusiva di rifiuti con pozzi incustoditi di notevole profondità e vasche ricolme d’acqua prive di protezione per animali e persone.

Situazioni analoghe riguardano il Pozzo situato sul Monte Li Foj della Enterprise Oil, il pozzo di Monte Pierno in Comune di San Fele della Soc. Texaco,il pozzo Montegrosso della Soc. British Gas Rimi in Comune di Brindisi di Montagna ed il pozzo già considerato sul monte Gargaruso in Comune di Brienza.

D’altro canto è vero che l’ENI ha effettuato il ripristino ambientale della postazione Monte Alpi Ovest 1- Enoc 4, localizzata nel comune di Viggiano, sito posto ad un’altitudine di 643 metri, che presenta le caratteristiche tipiche della fascia mediterranea e sub mediterranea dell’Appennino lucano, con una fauna di elevato pregio.

Rimane da vedere poi cosa accadrà intorno al 2020 quando, a fine attività, dovrà iniziare l’opera di ripristino ambientale dell’intera area. In Italia purtroppo ad oggi le esperienze di recupero e bonifica non hanno avuto per lo più esiti convincenti; basti pensare al caso Bagnoli, dove il progetto di riqualificazione ambientale di una delle aree un tempo considerate tra le più belle dell’intera nazione, partito con grandi aspettative, ha accumulato notevoli ritardi e si è sviluppato tra contraddizioni e difficoltà , non raggiungendo gli obiettivi sperati.

Il caso di Bagnoli è un esempio emblematico di programmazione sbagliata nel campo dei progetti di recupero ambientale e l’ovvia speranza e che ciò non si ripeta in Val d’Agri ed in Val Camastra, dove l’entità delle opere infrastrutturali realizzate, i circa 100 pozzi, i 132 km di condotte, l’oleodotto Viggiano Taranto, i due centri olii, costituiscono senz’altro un’insieme di interventi di grandissimo impatto il cui recupero porrà problematiche dalla non semplice soluzione.

5.1.7 L’impatto sulla flora e la fauna.

L’impatto delle attività di ricerca ed estrazione petrolifera sulla flora e la fauna è altro elemento da considerare con attenzione, data la straordinaria valenza naturalistica dell’area che si analizzerà dettagliatamente nel capitolo dedicato al Parco. Ciò nonostante nessuno studio serio ha sino ad oggi valutato gli effetti di tale impatto, ad iniziare dalle valutazioni di impatto ambientale dell’ENI relative alla concessione Grumento Nova ed ai lavori di ampliamento del centro Olii di Viggiano.

Sicuramente l’attività di ricerca ed estrazione crea un notevole disturbo sugli habitat delle numerose specie animali che popolano la zona,molte rare e protette, tra cui ricordiamo il lupo, la lontra, il gatto selvatico, le numerose specie di rapaci, disturbo che può portare a danni rilevanti sulle varie popolazioni dovute all’incidenza sulle componenti dell’habitat ( aria, acque e suolo) e sull’aumento complessivo del carico antropico derivante dalla attività in un’area sino ad oggi a bassa densità. Si ricorda che, nella sola fase delle prospezioni, sono state fatte brillare migliaia di cariche esplosive su tutto il territorio interessato, senza alcun riguardo per aree boschive o comunque delicate quanto a possibili presenze faunistiche.

Anche in merito all’equilibrio vegetazionale, si registrano già alterazioni dei ritmi circadiani e della temperatura locale che provocano ad esempio maturazioni precoci delle culture e altre modificazioni sulla flora dell’area anche a causa dell’acidificazione delle piogge. A ciò si aggiunge il danno causato dai tagli diretti di piante dovuti alle numerose opere infrastrutturali .

L’impatto delle attività petrolifere non ha risparmiato nemmeno le aree Bioitaly, cioè i Siti di Importanza Comunitaria e le Zone di Protezione Speciale che nel loro insieme formano la Rete Natura 2000 , ovverosia l’insieme delle aree considerate dalla Comunità Europea strategiche per la conservazione della biodiversità in Europa ed oggi tutelate grazie al D.M. 3.4.2000.

Ebbene, secondo una mappatura effettuata mediante la sovrapposizione della mappa dei siti bioitaly con quella dei pozzi , nonostante la vulnerabilità di tali siti, risulta che 4 postazioni con sei pozzi sono collocati all’interno delle aree bioitaly, più una quinta postazione con altri 3 pozzi posta al margine dell’area Bioitaly del Volturino. I pozzi in questione sono: CF2, CF4 , CF9, CF7 E AGRI 1 (questi ultimi due da perforare) nell’area Bioitaliy di Serra di Calvello (IT9210240), sul cui confine sono collocati inoltre i pozzi CF1 e CF3; il pozzo Sant’Elia nell’area Bioitaly del Monte Volturino (IT9210205), nelle cui immediate vicinanze sono previsti anche i pozzi CF5, CF8 e CF10. Altri 5 pozzi sono previsti in prossimità dell’area Bioitaly del Lago del Pertusillo.

Altri 32 pozzi ricadono nell’ambito di aree ad alta valenza naturalistica e quindi incluse nella proposta di perimetrazione del Parco della Val d’Agri avanzata dal WWF e nelle prime proposte di perimetrazione del Ministero dell’Ambiente.

Un episodio che giova anche ricordare in merito all’impatto delle attività sulle aree Bioitaly ha riguardato l’area SIC nonché riserva Regionale dell’Abetina di Laurenzana. Qui le compagnie petrolifere per conto dell’ENI avevano già iniziato il proprio programma di ricerche, non valutando in alcun modo le leggi ed i vincoli di tutela esistenti. In questo caso, per fortuna, grazie alla tenace opposizione del Sindaco di Laurenzana ed all’azione del WWF, la compagnia ha dovuto sospendere l’attività e la Regione ha avviato la procedura per la valutazione di incidenza richiesta dal DPR 357 del 1997.

Altri episodi analoghi riguardano le ricerche in località Fossa Cupa, nei pressi delle sorgenti del Monte Arioso, bloccate grazie all’intervento dell’ Acquedotto Pugliese e del WWF preoccupati per i pericoli di inquinamento della falda acquifera, e la richiesta di permesso in località Caldarosa, che non ha avuto il parere positivo del VIA per le medesime ragioni.

Tutto ciò a dimostrazione di come l’intervento dell’ENI non sia stato sino ad oggi rispettoso delle valenze ambientali della zona

 

5.1.8 . Il caso di Trecate nel Parco del Ticino

Per la migliore comprensione degli impatti ambientali delle estrazioni petrolifere, in particolare in casi di incidente, può essere utile riportare alcuni dati della vicenda che interessò il territorio di Trecate dove, il 28 febbraio 1994, si verificò un guasto in un pozzo petrolifero gestito dall'AGIP, dovuto fondamentalmente ad un errore umano, che comportò la fuoriuscita secondo le prime stime di 2.500-3.000 m3 di greggio, 210.000-300.000 m3 di gas e 2.000-3.000 m3 di acqua ( ma già verso la fine di marzo l'AGIP ammetteva di aver recuperato dal terreno oltre 7.000 m3 di greggio). La fuoriuscita di greggio durò 35 ore e 45 minuti, fino alle ore 3.00 del 2/3/94.

L'area dell'incidente é compresa fra gli abitati di Trecate, Romentino e Cerano ed il limite del Parco del Ticino, lungo la sponda del fiume. Si trova al margine orientale dell'alta pianura piemontese, in prossimità della sponda destra del fiume Ticino, particolarmente ricca di qualità naturalistiche ed assai fertile, la cui vocazione tradizionale è la coltivazione del riso.

Dall'analisi dei campioni di terreno prelevati il 10/3/94 risultò che l'inquinamento aveva interessato presumibilmente un'area di circa 100 kmq con una situazione di distribuzione al suolo di idrocarburi piuttosto irregolare ed articolata. Nell'area sussiste un rischio concreto di inquinamento della falda freatica, in particolare nella fascia riparia del fiume Ticino, fra Torre Mandelli e C.na Garganella, dove la falda affiora a profondità inferiore al metro. Il rischio investe ovviamente anche le acque del Ticino. L'area fortemente contaminata fa parte del Parco Naturale del Ticino. Risultano investite dall'inquinamento una vasta "area di conservazione dell'agricoltura" ed un'"area boscata di salvaguardia ambientale e riserva naturale" situata a NORD della C.na Lualdi, oltre alla "riserva naturale speciale" fra Torre Mandelli ed il Ticino.

In direzione del vento prevalente durante lo svolgersi dell'incidente, verso SUD/OVEST, si notarono delle aree discontinue molto inquinate che facevano pensare a greggio nebulizzato verso l'alto, trasportato dal vento e precipitato al suolo a distanza variabile con le dimensioni delle goccioline e l'andamento delle condizioni metereologiche durante l'emissione. I centri abitati compresi in quest'area furono totalmente ricoperti da un sottile velo nero di idrocarburi. Le aree extra-urbane, come anche in zone limitrofe a contaminazione inferiore, erano prevalentemente utilizzate a seminativo inframmezzate da pioppeti e bosco misto.

Alla luce dei dati analitici forniti dal Laboratorio di Sanità Pubblica, riguardanti la determinazione degli idrocarburi totali (TPH) in campioni prelevati il 10 marzo e fra il 7 ed il 14 aprile u.s., è stato possibile ricostruire la situazione di inquinamento dei terreni dell'area interessata. Ciò premesso è risultato che l`area genericamente interessata dall`evento fu di circa 100 km2. In essa fu possibile evidenziarne una di circa 40 km2 all'interno della quale furono riscontrati valori significativi dei TPH, ma comunque inferiori ai 100 mg/kg. All`interno di essa un`area di circa 4,5 km2 risultò fortemente contaminata, con diversi livelli di concentrazione di TPH, superiori ai 100 mg/kg ed inferiore a 3.000 (ZONA 2A).

A seguito dell'incidente le azioni intraprese dall'AGIP e la successiva predisposizione dei piani di monitoraggio e di bonifica si sono rivelate né tempestive , né adeguate ed hanno solo marginalmente limitato gli enormi danni arrecati dall'incidente all'area ed in particolare alle produzioni agricole. A seguito dei dati raccolti sul campo infatti, si escluse l'effettuazione di qualsiasi coltivazione nell'area maggiormente inquinata.

L'incidente suggerì già allora al WWF le seguenti considerazioni, che a ben vedere valgono in ugual modo per l'analoga situazione della Val d'Agri:

"Quanto accaduto a Trecate è una ulteriore dimostrazione che la segretezza e la mancanza di trasparenza, il clima di omertà da parte dei responsabili tecnici, che consideravamo prerogative tipiche dell'industria nucleare, sono purtroppo il modus vivendi di tutte le industrie pericolose. Esse nei periodi normali si premurano di attivare i loro uffici di pubbliche relazioni per tranquillizzare le popolazioni, ma in caso di incidente la ventilata trasparenza diviene buio pesto, ed è praticamente impossibile ricostruire la realtà dell'accaduto; non ci restano che le versioni ufficiali e le congetture personali riportate sopra.

Ciò avviene purtroppo di solito con una certa connivenza o scarsa presenza delle autorità locali, che da una parte cercano di mostrarsi come difensori degli interessi e della salute dei cittadini, ma dall'altra non spingono troppo la loro ricerca di verità e giustizia in quanto l'interesse per la sicurezza e la salute è sempre condizionato dal ricatto occupazionale da parte delle industrie: "morire di fame o morire avvelenati?". Mai che si abbia il coraggio di contrapporre fino in fondo la sacrosanta richiesta del rispetto del diritto, fondamento della nostra Carta Costituzionale, contemporaneo ed inalienabile, al lavoro, alla salute ed all'ambiente. Da qui nasce un interrogativo: perché questa industria? perché proprio qui?

È lecito chiedersi se sia opportuno sfruttare giacimenti petroliferi in condizioni tecnicamente tanto difficili, a causa della enorme profondità, in aree ecologicamente tanto vulnerabili, mettendo a repentaglio le preziose qualità agricole ed ecologiche per un contributo tanto modesto ai fabbisogni energetici nazionali: ci si chiede se non sarebbe stato meglio lasciare questi giacimenti come riserva strategica.

Emerge quindi da questi fatti la necessità di sottomettere la localizzazione di attività a rischio ad una analisi comparativa con tutte le possibili alternative di land-use tenendo nella dovuta considerazione anche la valutazione economica delle qualità naturali dell'area, sia in funzione agricola sia in chiave scientifica, turistica e ricreativa.

È stato forse valutata in termini economici la minaccia che l'estrazione di idrocarburi comportava per l'agricoltura e per il Parco del Ticino? Certamente non è stato valutato il valore economico netto della conservazione della natura e le perdite di tale valore a causa dello sfruttamento del giacimento.

Se fossero state analizzate seriamente le possibili alternative allo sfruttamento di quel giacimento per ottenere un identico contributo al bilancio energetico nazionale, in confronto alla insostituibilità ed irriproducibilità delle valenze naturalistiche di quell'area, oggi non staremmo qui a scrivere di una nera palude maleodorante ma di bionde risaie ai margini di un bosco lungo un fiume."

6. LE RICADUTE SOCIO- ECONOMICHE

6.1. Uno sguardo al passato

L’ingente investimento dell’ENI (3200 miliardi l’investimento iniziale, 1085 miliardi le royalties da corrispondere alla Regione, 310 miliardi di ulteriori impegni di cui all’accordo ENI- Regione), nonché gli effetti di moltiplicazione degli stessi sul PIL regionale, che gli esperti della Regione quantificano in migliaia di miliardi, sembrerebbero porre le condizioni per una eccezionale stagione di sviluppo dell’area e dell’intera Basilicata.

In questo capitolo si analizzeranno i complessi aspetti delle ricadute socio economiche dell’intervento dell’ENI per valutare se effettivamente vi siano tutte le premesse per una siffatta crescita economica e sociale dell’area.

Il punto di partenza di questa breve analisi è la valutazione delle esperienze che hanno investito il Mezzogiorno e la Basilicata nel recente passato.

Insediamenti ENI si sono concentrati in Sicilia in tre differenti poli petrolchimici: Augusta, Milazzo e Gela, costituendo tre diversi esempi di interventi poco riusciti.

La situazione di Gela è stata a più riprese definita un esempio di industrializzazione senza sviluppo, di come le forme economiche e sociali non solo non rispettano, ma addirittura stravolgono le condizioni naturali esistenti creando un gran disordine territoriale. Gli effetti dell’insediamento ANIC a Gela sono stati rappresentati da 4211 addetti (censimento dell’81), 1599 addetti distribuiti in 324 piccole aziende, e contemporaneamente da un calo netto dell’attività agricola, tradizionale risorsa dell’area; il maggior flusso di reddito, pur permettendo l’aumento dei consumi, ha creato uno sviluppo caotico della piccola e media attività edilizia, il dilagare del fenomeno dell’abusivismo edilizio, l’inquinamento della baia marina, causato dalla mancanza di depuratori urbani e una diminuzione della fertilità dei terreni causata dalle emissioni di anidride solforosa.

A Gela quindi l’industria Petrolchimica non è stata compatibile con uno sviluppo equilibrato delle risorse territoriali. La brillante analisi svolta da Giuseppe Amata sul caso Gela infatti rileva che: "Giudicando la ricchezza di una società sui beni che produce per soddisfare bisogni sociali e sul risparmio energetico che realizza nei processi produttivi, il giudizio di convenienza economica risulta a favore dell’agricoltura e non dell’industria petrolchimica." A sfavore della seconda pesano dati di fatto piuttosto significativi:

  1. L’elevato consumo di acqua pari al 15% di tutte le risorse idriche disponibili in loco, in una situazione di massimo idrico;
  2. la ridotta produttività energetica nell’agricoltura scesa da un valore di 1,43 del 1961 a 0.96 del 1982. In parole semplici la produttività energetica inferiore a 1 significa che l’attività economica è in perdita in quanto si ottiene un prodotto energetico inferiore all’unità;
  3. La scomparsa di turisti per il divieto di balneazione lungo le coste di Gela.
  4. L’abbandono della pesca nella zona antistante agli stabilimenti chimici.

In definitiva il polo petrolchimico non ha rappresentato un’occasione di decollo economico per Gela facendo perdere rilevanza al territorio inteso come strumento di produzione in senso stretto, e ciò anche a causa del governo locale e centrale che si è dimostrato incapace di creare strumenti di supporto ed opere indispensabili alla crescita sociale e civile della zona.

Analogo discorso può essere effettuato per il polo di Augusta e di Milazzo, ma anche di Taranto, Bagnoli e Crotone i cui casi sono emblematici del fallimento della politica economica tipica degli anni ’60 basata su grandi poli dei settori tradizionali e del petrolchimico in particolare.

La presenza dell’ENI in Basilicata, del resto, è stata già fonte di controversie irrisolte. Si pensi all’accordo di programma tra Regione Basilicata ed ENI concernente le attività dell’ENI in Val Basento. L’ENI, più volte finanziata dallo Stato, risulta inadempiente in merito alla reindustrializzazione dell’area e alle ricadute occupazionali. Nella Val Basento infatti il ciclo economico connesso al comparto liquichimico è durato diciannove anni e poi ha cominciato a produrre la lunga schiera di licenziamenti, casse integrazioni e mobilità provocando quel forte disagio di cui si parlava e una perenne e sempre irrisolta conflittualità sociale e crisi occupazionale.

Con questi esempi si vuol rilevare gli effetti estranianti e i disagi ambientali e sociali provocati da industrializzazioni massive e calate dall’alto , spesso improvvise, non fondate sulle tradizionali attività economiche territoriali, con il loro patrimonio di conoscenze tecniche e professionali; questo tipo di intervento sino ad oggi non ha mai fatto crescere le capacità autonome degli attori sociali residenti rispetto alla gestione dei processi socio-economici attivati e alle risorse naturali e locali utilizzate.

Gli esempi regionali della Val Basento, la sua esperienza connessa alla presenza degli stessi attori economici dominanti, i casi di Gela, Bagnoli, Crotone e Taranto, i cosiddetti poli di industrializzazione, costituiscono esempi eloquenti e sicuramente significativi di un’industrializzazione che ha il corpo, le strutture e gli impianti, da una parte e la testa, la direzione tecnica ed amministrativa, altrove, nel caso specifico ad Ortona.

Gli investimenti industriali in Basilicata hanno poi l’effetto di diffondere l’immagine di una economia che cresce in PIL ed esportazioni , ma scarsamente incidono sui livelli occupazionali e sull’accrescimento degli standard di qualità della vita sociale e sull’armonizzazione dello sviluppo del territorio, dove invece si aggravano le differenze e gli squilibri.

Si rischia quindi di attivare una "crescita drogata", e di breve periodo essenzialmente fondata sugli indicatori economici quantitativi, che nel nostro caso tra l’altro non risultano soddisfacenti, e non sull’autonomia tecnico-progettuale e socio-politica.

6.2. Primi effetti delle attività petrolifere in Val d’Agri

Al momento della chiusura di questo lavoro, dicembre 2000, risulta che sulla base dall’accordo di programma sono stati versati dalla compagnie petrolifere 15 miliardi di lire, secondo bandi pubblici che contemplavano sei linee programmatiche e interessavano 29 comuni della ex legge regionale n. 40, poi integrata da nuovi provvedimenti emanati allo scopo di includere altri comuni i cui territori erano interessati all’espansione delle attività petrolifere. Si è determinata così una sorta di rincorsa alle royalties, per la verità non sempre onorevole, da parte di amministratori locali "pressati" da emergenze occupazionali ma forse preoccupati principalmente di consolidare il proprio potere.

Le linee programmatiche citate riguardano:

  1. La creazione di imprese
  2. L’ammodernamento e la riqualificazione aziendale
  3. La formazione professionale
  4. La ristrutturazione dei centri storici
  5. La salvaguardia ed il ripristino ambientale
  6. Il contributo per gli immigrati lucani in America Latina, desiderosi di visitare i luoghi di origine.

Il versamento delle royalties relative al successivo sfruttamento petrolifero, dovrà garantire invece il sostegno alle imprese di grandi dimensioni.

Degli altri proventi dall’accordo di programma ENI- Regione, 21 mld sono rubricati in cassa nel bilancio regionale ed altrettanti sono attesi in competenza, secondo il seguente quadro:

cassa competenza

Realizzazione del Sistema di monitoraggioambientale    10 mdl

Attività di rimboschimento                                                      11 mdl

Ciò vuol dire che attualmente non sono state avviate né la costruzione del sistema di monitoraggio , né l’opera di rimboschimento, almeno per quanto riguarda gli investimenti regionali.

Tutto ciò a fronte di una produzione oscillante dai 7.500 ai 25. 000 barili al giorno, il cui valore annuo è di 127, 5 mld, sotto stimato di almeno la metà stando a valutazioni che fanno riferimento al numero di autobotti circolanti e secondo i dati pubblicati sulla stampa, uno per tutti G. Fasanella su Panorama dove si legge di trenta pozzi perforati per una produzione di 15. 000 barili al giorno.

L’'indotto sino ad oggi sviluppato riguarda prevalentemente il settore edile ed i servizi connessi alle estrazioni, quali gli impianti idraulici, elettrici, la fornitura di acqua e lo smaltimento della stessa e dei fanghi, oltre che i servizi destinati alla ospitalità dei lavoratori non residenti nell'area.

Queste attività coinvolgono principalmente le imprese edili locali, ed alcune imprese della Val Basento per la fornitura di acqua e l'impiantistica, oltre che alcune imprese locali della carpenteria metallica.

Quanto alle ricadute occupazionali, secondo la più recente pubblicazione dei dati che l’ENI è obbligata ad eseguire semestralmente (in base alla L.r. 12 del ’99) risultano essere 51 le persone occupate direttamente all’interno degli stabilimenti e 1024 le unità occupate in via indiretta , come contrattisti, ma nulla di più si aggiunge sulla composizione degli impiegati, sulla provenienza e sulle modalità di assunzione.

Questi dati contraddicono le stesse stime dell’ENI secondo cui il progetto, complessivamente avrebbe dovuto produrre occupazione diretta di circa 90 unità, di cui la metà già tecnici AGIP di provenienza extraregionale, oltre i 1000 posti di lavoro dell’indotto.

Considerati gli oltre 3200 miliardi investiti da ENI nel progetto Val d’Agri, si creerebbe un posto di lavoro per ogni 27 miliardi spesi, nel caso dell’occupazione diretta ed uno per ogni due miliardi investiti se si considera l’occupazione indiretta. Queste cifre non sono certo espressione di un ritorno occupazionale importante; dati forniti dalla Shell e dalla BP mostrano che l’industria solare produce, a parità di investimento, un numero di occupati maggiore di sei volte rispetto all’industria petrolifera. Secondo la Shell, un investimento di 2,4 miliardi di dollari nella frontiera atlantica produrrebbe circa 2000 posti di lavoro permanenti ad un costo di 1,2 milioni di dollaro per ogni posto di lavoro creato. Uno studio della BP mostra invece che un investimento di 560 milioni di dollari in una grande industria solare produrrebbe circa 3000 posti di lavoro, ad un costo di circa 190 mila dollari per ogni posto di lavoro creato. Lo stesso studio evidenzia come tale investimento ridurrebbe i costi del fotovoltaico dell’80% generando a livello mondiale un mercato di 100 miliardi di dollari.

Appare evidente che con investimenti decisamente inferiori rispetto a quelli delle attività petrolifere, si potrebbero creare , a livello regionale, molti più posti di lavoro, incentivando attività energetiche alternative allo sfruttamento del petrolio.

Premessa la difficoltà di reperire dati sull’occupazione generata in Val d’Agri dal progetto di estrazione petrolifere, dai dati forniti dall’Ufficio di Collocamento di Villa d’Agri emerge comunque una tendenza generale alla riduzione del numero di disoccupati di sesso maschile.

Tale dato però non è solo dovuto all’effetto petrolio, ma probabilmente anche agli effetti postumi della L. 488/1992 che ha finanziato nuove attività industriali e grazie alla quale sono sorte nell’area di Viggiano 11 aziende che impegnano complessivamente 313 impiegati di cui però solo 29 sono stati assunti a tempo determinato.

In verità la maggior parte dei lavoratori ora impiegati non sarà più necessaria una volta raggiunta la quota di produzione a regime, in pratica quando saranno terminate le opere strutturali necessarie allo sfruttamento petrolifero e dunque le strade, le postazioni. le piattaforme, il centro oli in Val Camastra, la rete di condotte, l’oleodotto, le altre infrastrutture (potenziamento del centro oli, rete stradale di base). Alla fine di questi lavori , prevista entro pochi anni dallo stesso Accordo di Programma, non sarà più necessario il trasporto su gomma del greggio, né l’impiego della gran parte dei lavoratori che si stanno occupando del completamento infrastrutturale.

Inoltre le qualifiche lavorative attualmente richieste presso la popolazione locale sono di basso profilo (essenzialmente nel campo edile) e la maggior parte dei contratti è a breve termine, con un reddito medio di un milione e mezzo di lire mensili ed una durata media dell’impiego di tre mesi, né al momento vi è segno d’interesse verso la formazione di personale qualificato. La stessa formazione di personale specializzato del resto porterebbe, al termine del ciclo estrattivo, la "emigrazione forzata" della maggior parte di questo, visto il grado di specificità richiesto.

6.3 Le reazioni dei soggetti sociali

Questo quadro relativo alla situazione determinatasi dopo i primi anni di sfruttamento petrolifero nella valle ha provocato le prime reazioni da parte dei soggetti sociali coinvolti che in un modo o nell’altro iniziano ad esprimere il proprio disagio e la propria delusione in merito alle ricadute socio- economiche.

La prima manifestazione di rilievo in cui si iniziò ad avvertire il malcontento serpeggiante a livello locale fu organizzata nel luglio 96 presso il centro olii di Viggiano dove si svolse un sit in durato più giorni ad opera di un coordinamento di sindaci e di amministratori locali , preoccupati soprattutto per le mancate ricadute occupazionali ed economiche.

A lamentarsi, da notizie raccolte sulla stampa regionale, sono stati poi Presidenti delle Comunità Montane Alto Agri e Sauro Camastra; il primo segnalò uno scarso coinvolgimento nei processi decisionali che riguardano l’area; il secondo la mancata assunzione di giovani formati con un piano P.O.M., orientato ad inserire nuove professionalità nei processi produttivi correlati alle attività petrolifere, le cui aspettative di inserimento erano fortemente positive.

Il Sindaco di Missanello, a sua volta, si lamentò per la mancanza di assunzione dei suoi cittadini con lettera inviata al Prefetto e alle autorità regionali e governative, nonché per i licenziamenti di due giovani di Missanello dal centro olii e minacciò un accordo con i comuni di Armento e Guardia P. per revocare i permessi necessari per il passaggio dell’oleodotto nei territori dei comuni.

Il sindaco di Castelsaraceno ha denunciato una discriminazione dei suoi concittadini nelle assunzioni ed una mancanza di trasparenza delle stesse.

Ambienti vicini al Comitato Regionale per l’Impiego lamentano inadempienze e mancanza di chiara informazione e fanno pressione perché venga rispettata la L.R. 12/99, sulla trasparenza delle attività minerarie nell’area, vale a dire sul monitoraggio sistemico degli impatti ambientali e sulle ricadute economico- occupazionali, in particolare sul valore della produzione del greggio estratto e sul conseguente valore delle royalities.

Il senatore Coviello, Presidente della Commissione Parlamentare al Bilancio, ed eletto nel collegio di Corleto P., ha indicato l’ENI come "latitante" rispetto ai contenuti dell’accordo di programma, di cui si può considerare l’ispiratore, anche nel tentativo di risolvere quella che lui stesso definisce "una problematica compatibilità" tra le attività estrattive e l’istituzione del Parco Nazionale. della Val d’Agri Lagonegrese, e ha sottolineato il pericolo che l’attività petrolifera si svolga secondo una "logica di rapina", per aree definite tributarie di risorse umane e naturali, riferendosi così all’emigrazione, alla risorsa idrica ed alla deforestazione passata. Giova ricordare che il Sen. Coviello è stato tra i parlamentari lucani proponenti il disegno di legge 1088 del 6/5/1988, per la tutela e lo sviluppo delle aree naturali del Mezzogiorno, nel cui ambito già si prevedeva l’istituzione del Parco dell’Appennino Lucano.

.Sempre sul piano dell’insoddisfazione sociale e delle osservazioni critiche, anche la C.G.I.L. di zona ha evidenziato le scarse ricadute occupazionali connesse alle attività petrolifere.

In più luoghi inoltre l’attività petrolifera ha provocato l’indignazione popolare e la creazione di comitati ed associazioni locali.

Nel comune di Brienza v’è stata una sorta di sommossa popolare per contestare la costruzione di un pozzo petrolifero ad opera della Texaco in un’area a vincolo idrogeologico. E’ interessante notare che il comune di Brienza confina con il Vallo di Diano in Campania, dove un’opposizione compatta di tutte quante le istituzioni dell’area e della popolazione ha impedito la costruzione di un pozzo e la trivellazione da parte della stessa Texaco avvalendosi di una relazione geologica del Prof. Ortolani (ordinario di geologia presso l’Università di Napoli), il quale ha evidenziato l’incompatibilità della perforazione con le caratteristiche idrogeologiche e sismiche del territorio.

Diverso destino è stato riservato alla vicina Brienza, dove il pozzo è stato poi realizzato, come già detto nella premessa di questo lavoro, in prossimità di un bosco dove sembra che la relazione del Prof. Ortolani non abbia più valore. Il pozzo allo stato attuale non è stato ancora ripristinato e sembra destinato alla costruzione di un parco giochi. .

.

Nell’area della Sauro-Camastra di recente si è formata l’associazione ambientalista "Camastra Nova", a seguito di quello che viene definito un "atteggiamento coloniale" delle compagnie petrolifere , che si evince per altro anche dai prezzi "imposti" agli albergatori della zona che sono molto al di sotto dei prezzi dell’A.P.T. regionale. Camastra Nova ha inoltre più volte denunciato una serie di irregolarità registrate durante la fase di ricerca, in particolare le "irruzioni" di decine di operai e di tecnici in divisa in terreni ed aziende private spesso senza le autorizzazioni necessarie, il passaggio degli elicotteri sui centri abitati nonostante il divieto di sorvolo, il passaggio di autoveicoli con esplosivi senza scorta e la detonazione di cariche nei pressi di nuclei abitati e di preziose sorgenti.

L’8 aprile 2000 infine un coordinamento di associazioni , movimenti di base, alcune rappresentanze sindacali e politiche, ( tra cui WWF, Legambiente, Movimento Azzurro, Lipu, Pro Natura, Associazione Camastra Nova, il Comitato cittadino di Brienza, Assoturismo Basilicata, Cobas Potenza, Vola, Unione degli Studenti, Amnesty International, Associazione per la Pace, Movi, Federazione Provinciale rappresentanze di Base, Rifondazione Comunista, Nuovi Verdi Ambientalisti, ed altre organizzazioni e comitati locali) , sempre più preoccupati dalle ricaduta ambientali dell’attività petrolifera e dalla mancata istituzione del parco, organizzarono una manifestazione davanti al centro Olii di Viggiano per chiedere l’immediata perimetrazione del Parco nazionale, le misure urgenti di salvaguardia dei siti Bioitaly, la moratoria delle attività petrolifere e l’adozione di un piano di sicurezza a tutela della salute e dell’ambiente.

.Queste indicazioni, unite al rilevante quadro dei disagi e degli incidenti ambientali, danno l’idea di un territorio sotto pressione caratterizzato da uno scenario da " terzo mondo " e fanno apparire l’accordo di programma Eni-Regione come un insolito espediente per consentire in ogni caso le attività petrolifere in un’area da più parti riconosciuta di "alto valore ambientale ".

 

7. Il Parco della Val d’Agri- Lagonegrese: un’alternativa per uno sviluppo sostenibile

7.1 Finalita’ e potenzialita’ di un parco nazionale.

Descritto il quadro delle attività petrolifere si passa a considerare finalità ed opportunità legate all’altro importante evento che insiste nel territorio considerato, quello del Parco Nazionalale della Val d’Agri – Lagonegrese, per valutarne la capacità di incidere sulla fisionomia del territorio , sulla sua struttura e dinamica socio-economica e quindi per poter fare un confronto con lo scenario descritto prodotto dalle attività estrattive.

Punto di partenza di quest’analisi è la legge quadro sulle aree protette, la L. 394/’91, ove è chiaro che accanto alle finalità di conservazione della natura, l’esistenza di un parco associa finalità di promozione e sviluppo socio-economico sostenibile per le aree protette per lo più coincidenti con le aree interne e montane del sistema territoriale nazionale; la L.394 si trova quindi ad essere sinergica con la L.97/"94 sulla montagna; considerati poi gli obiettivi di tutela e salvaguardia del paesaggio, la legge quadro sulle aree protette va ad intersecare le finalità della legge Galasso 431/81.

Questo il quadro di riferimento essenziale di carattere nazionale al quale dobbiamo aggiungere la legislazione tematica di carattere regionale(l.r.28/94).

Come si può intendere già ora , le finalità e le motivazioni relative alla creazione di parchi e riserve non sono univoche ed abbracciano obiettivi sistemici, cioè non di solo interesse per le aree coinvolte, ma assumono rilevanza strategica per la salvaguardia del territorio in generale e per il suo corretto ed equilibrato sviluppo socio- economico. Questo "lo spirito della legge"; tuttavia, nel corso della pratica attuazione, innumerevoli aspetti problematici ancora si presentano nella fase gestionale dei parchi naturali, in particolare riguardo all’atteggiamento nei loro confronti delle popolazioni locali e al conseguente consenso e alla complessità amministrativa, dovuta alla articolazione delle componenti istituzionali ed associative degli Enti parco

D’altra parte, come giustamente faceva rilevare il direttore dell’ALSIA di Basilicata, in un convegno riferendosi al Pollino: "Se il Parco non è stato capace di invertire le tendenze demografiche ed occupazionali, immaginiamoci un Pollino senza Parco...... Chi mai l'avrebbe conosciuto? Quando mai avrebbe comunque fatto emergere quell'orgoglio dell'appartenenza, quell’identità comunque avvertita in popolazioni e territori finalmente visibili", e che, secondo quanto riferisce nello stesso convegno il dott. Pandolfi, all’epoca del convegno Vice Presidente del Consiglio Regionale di Basilicata, ha registrato comunque un complesso di 27.000 presenze turistiche nel 99 nelle sue strutture ricettive. Sarebbero stati migliori gli indicatori demografici ed occupazionali in un Pollino senza Parco?

Lo stesso dott. Pandolfi faceva rilevare il fatto che le aree protette hanno accesso privilegiato per molte tipologie di finanziamento, oltre ad avere riservati percentuali di finanziamenti ordinari statali (circa il 30%) e regionali (circa il 40%), citando ad esempio le direttive della CEE 2078/92 ,per l’agricoltura biologica e 2080/92, per il rimboschimento. Questi esempi costituiscono già delle indicazioni dei vantaggi economici che l’area protetta attiva per i cittadini e gli operatori socio- economici residenti

Più nel concreto, da tempo l’intelligenza e la pratica collettiva avverte la consapevolezza dell’opportunità economica offerta dalla presenza di un parco per aree tagliate fuori dall’industrializzazione e più in generale dal modello di sviluppo urbano industriale perseguito dal nostro Paese.

L’espandersi della aree parco in Italia, avvenuto in seguito alla già citata l.394/91, testimonia quindi la crescente consapevolezza della necessità della protezione e della salvaguardia degli ecosistemi, e della finalizzazione dell’Ente Parco ad essere simbolo e motore dello sviluppo socio-economico sostenibile per le popolazioni residenti.

La cifra di questa consapevolezza anche economica la si può desumere dalla Conferenza Nazionale (la prima) sulle aree naturali protette tenutasi a Roma nel Settembre del 1997. In questa conferenza, forse con più forza ed evidenza degli altri, é stato il Presidente del Parco del Cilento e Vallo di Diano a sottolineare la necessità di finalizzare i parchi nazionali allo sviluppo socio-economico sostenibile per andare incontro al consenso delle popolazioni; ciò é importante evidenziarlo in quanto il parco citato é contiguo all’istituito, ma non ancora perimetrato, Parco Nazionale della Val d’Agri Lagonegrese.

Dati significativi sulle possibilità di sviluppo offerte dai Parchi Nazionali si ritrovano nell’unica paradigmatica ricerca sui parchi realizzata dall’Istituto Bolognese Nomisma su commissione del WWF nel 1990 e poi aggiornata nel 1998.

In tale ricerca, svolta con riferimento al Parco Nazionale d’Abruzzo, si prendevano in esame più indicatori: il tasso di disoccupazione, il reddito pro-capite, la presenza di imprenditori e lavoratori autonomi, il tasso di analfabetismo, i depositi bancari pro-capite e li si confrontavano con buona parte delle aree montane dell’Appennino Centro-Meridionale.

I dati utilizzati per il confronto erano sostanzialmente costituiti dai censimenti che andavano dal 1951 al 1981; da qui si evidenziava una risultanza largamente positiva per i comuni ricadenti pienamente nell’area parco, come si può evincere dallo schema qui di seguito riportato:

 

 

Comuni interni Comuni della Comunita’

al Parco d’Abruzzo fascia esterna Montane

Tasso di

Disoccupazione 17,8% 20,4% 19,0%

 

Reddito

Pro capite (in mil.) 25,4 15,7 16,4

 

Presenza imprenditori

E lavoratori autonomi 9,4% 5,7% 6,8%

 

Tasso di

Analfabetismo 0,5% 3,0% 4,5%

 

Depositi bancari

Pro capite (in mil.) 15,6 5,6 9,0

 

Tasso di invecchiamento

Rapporto (giovani anziani) 138,4% 184,4% 228,4%

Come si vede chiaramente, almeno per i comuni più pienamente inseriti nell’area parco, gli effetti sono assolutamente capaci di elevare gli standard economici e sociali, ivi incluso una maggiore capacità di mantenere giovane la popolazione; tra l’altro, solo nel settore turistico, secondo quanto riferiva il Presidente del Parco Pratesi nella citata Conferenza Nazionale, nel Parco Nazionale d’Abruzzo si registrano oltre due milioni di presenze turistiche l’anno, di cui circa il 10% proveniente dall’estero, per una ricaduta economica valutata al 1997 intorno a 300 miliardi di lire e una ricaduta occupazionale di 1500 addetti di cui 804 attivati direttamente dal turismo indotto e quasi 700 in via indiretta.

Nei comuni del territorio del Parco, grazie all’azione del Parco, sono operanti 491 aziende, di cui 63 operanti nel settore primario, 129 nel settore secondario, 299 nel terziario.

Il solo Ente Parco, grazie ai Trasferimenti dello Stato e degli altri enti territoriali e alle altre risorse che è stato in grado di attivare, ha registrato nel 1996 un bilancio di circa 10 miliardi. La spesa dell’Ente ha a sua volta generato una produzione di beni e servizi per un importo complessivo che supera i 10 miliardi, un valore aggiunto indotto pari a circa 6,4 miliardi, e una occupazione che riguarda 68 addetti diretti e 27 indiretti.

Questo riportato é un sintetico ma significativo esempio della capacità dell’Ente Parco di contenere e rimuovere le tendenze e le caratteristiche di sottosviluppo delle aree montane, avvicinandole ed equiparandole alle aree più economicamente sviluppate del Paese; tutto questo in un contesto di salvaguardia e qualificazione del patrimonio naturale, culturale e storico-architettonico.

Ciò che accade invece nell’area della Val d’Agri Lagonegrese e nelle aree limitrofe, dove si permettono attività industriali fortemente impattanti come quelle petrolifere, ha sicuramente l’effetto di deprezzare l’alto pregio ambientale e naturale di rilevanza internazionale e di rendere quindi difficile e impraticabile lo sviluppo sostenibile, fondato sulle attività turistiche, sull’agricoltura di qualità, sull’educazione ambientale e in generale su tutte le attività connesse a queste tematiche.

7.2. Il Parco Nazionale della Val d’Agri- Lagonegrese

La storia del Parco Nazionale della Val d’Agri Lagonegrese risale al 1991 con la legge 394/91 ( legge quadro in materia di aree protette all’art.35) ed è stata contraddistinta si dall’origine da tormentati iter burocratici: la stessa legge 394/91 subordinava, con un intricato meccanismo di rimandi, la sua nascita alla duplice condizione dell’istituzione del Parco Interregionale del Delta del Po e del Parco Nazionale del Gennargentu. Successivamente il Parco ha visto una serie di provvedimenti che ne hanno prorogato l’istituzione (d.l.568/95 e d.l.548/96) avvenuta poi con la l.n.426 del 9.12.98. Quest’ultima legge però fissava il termine per l’emanazione del D.P.R. contenete la perimetrazione, la zonazione e le misure di salvaguardia al 14.06.1999: tale decreto a tutt’oggi non è mai stato emanato.

Attualmente (dicembre 2000) esiste una proposta di perimetrazione e zonazione messa a punto da una commissione di esperti all’uopo costituita presso il Ministero dell’Ambiente in collaborazione con i tecnici della Regione Basilicata, ferma alla Regione Basilicata in attesa che sia ultimata la procedura di consultazione degli Enti locali (almeno questa è la motivazione addotta dagli ambienti istituzionali regionali). Tale proposta, da quel che è dato di conoscere, risulta essere a macchia di leopardo, con ampi "golfi petroliferi" creati per escludere dal parco le aree interessate dalle estrazioni; sono inoltre esclusi molti centri storici.

Giova ricordare che già nel 1993 il WWF aveva presentato una proposta di perimetrazione che si ritiene valida tuttora anche alla luce dei successivi sviluppi della vicenda petrolio. La proposta riguarda un territorio con un’estensione di circa 143.000 ettari al cui interno sono situati 28 comuni per una popolazione residente di circa 70.000 abitanti.

La valenza naturalistica ed ambientale di questo territorio è eccezionale. E’ un’area posta in continuità naturale con i due Parchi nazionali del Cilento e del Pollino e pertanto la sua realizzazione costituirebbe un importante tassello nella realizzazione del sistema dei Parchi e della rete ecologica nazionale. Interessa quattro bacini idrogeografici: Basento, Agri, Sinni e Noce, e include il Monte Arioso a Nord, la riserva Naturale Lago di Pignola, gestita dal WWF Italia, i monti Serranetta, Monteforte, Serra di Calvello, Sellata, Volturino, Caldarosa, il massiccio del Sirino Papa con i laghi di origine glaciale Laudemio e Zapano. Altri laghi di origine artificiale sono: l’invaso di Marsiconuovo, il lago del Pertusillo, il lago Cogliandrino. Gli estesissimi boschi conservano specie di grande importanza scientifica e rari endemismi: basti ricordare la riserva naturale Abetina di Laurenzana, dove il WWF sta realizzando un progetto Lifge dell’U.E., il Faggeto di Moliterno (di recente oasi WWF), i boschi di Rifreddo, Volturino, Fossa Cupa, Foresta Lata, ecc.

Di grande rilievo è anche la fauna che comprende specie protette e rare tra cui il lupo, il gatto selvatico, la lontra, la martora, il cinghiale, la faina, l’istrice, l’airone bianco maggiore, il mignattaio, la cicogna bianca, oltre a varie specie di rapaci; interessante è anche la presenza di anfibi, tra cui la salamandrina dagli occhiali ed il tritone italico, rettili e insetti.

Non è un caso quindi che nell’area, su cui insistono anche tre piani paesistici di area vasta, sono state individuate e perimetrate dalla Regione Basilicata 13 aree Bioitaly, ritenute quindi di importanza comunitaria, oggi definitivamente rientranti nella rete Natura 2000 grazie al D.M.3.4.2000 (Lago Pantano di Pignola, Bosco di Rifreddo, , Faggeta di Pierfaone, Serra di Calvello, Monte di Viggiano, Abetina di Laurenzana, Monte Caldarosa, Lago del Pertusillo, Faggeta di Moliterno, Monte Sirino, Monte Raparo, Bosco Mangarrone, Monte Vulturino).

Oltre a queste aree infine già la Società Botanica italiana aveva segnalato altri importanti biotopi: Fosso Fabbricata, Monte Volturino, Monte Sirino con le stazioni di Vicia Serinica e Astragalus sirinicus, Lago Laudemio , le foreste regionali di Fossa Cupa, Lata, S.Giovanni, Fieghi Cerreto, Magrizzi Cieliagresti, Bosco la Caccia, Bosco la Petina, aree carsiche del lagonegrese, corso del Torrente Maglie.

La proposta del WWF inoltre intende salvaguardare e valorizzare anche i centri storici e le risorse archeologiche dell’area, con particolare riferimento ai notevoli patrimoni storico-architettonici di Brienza, Marsiconuovo, Marsicovetere, Moliterno , ai siti archeologici di Grumentum ed al santuario di Viggiano .

Rispetto all’ultima proposta nota di perimetrazione effettuata dal Ministero dell’Ambiente si sottolineava l’esigenza di includere nel parco integralmente le aree bioitaly, per la quali il WWF Italia ha più volte richiesto al Ministero dell’Ambiente l’adozione di misure urgenti di salvaguardia e perimetrazione, oltre ai centri storici dei comuni, parte dei territori di Corleto e Guardia Perticara e l’area del Monte Coccovello importante emergenza geologica. La proposta infine considerava fondamentale l’inserimento nelle misure di salvaguardia dell’esplicito divieto di svolgimento di attività di ricerca ed estrazione petrolifera all’interno dell’area perimetrata.

E’ di tutta evidenza che il territorio interessato per l’eccezionale valenza naturalistica, ambientale, storica, archeologica, antropologica costituisce sicuramente la premessa per uno sviluppo economico responsabile e durevole, che protegga le risorse fondamentali e l’ambiente per il beneficio delle future generazioni. Nel paragrafo successivo si esamineranno le concrete possibilità per imboccare questa strada.

 

7.3 Potenzialità socio- economiche del Parco Nazionale della Val d’Agri

Si è già visto nel par. 7.1 come oggi i Parchi possano essere considerati degli strumenti per avviare politiche di gestione del territorio che partendo dalla conservazione delle risorse naturali avviino processi di sviluppo sostenibile.

Il Parco della Val d’Agri può quindi diventare l’elemento unificante e propulsivo di una serie di politiche, alcune già in atto, altre da avviare, in grado di valorizzare nel modo migliore le naturali vocazioni e potenzialità dell’area.

In Val d’Agri infatti, come già descritto, è presente una filiera agro silvo pastorale complessivamente impegnata in una crescita basata sulla innovazione e valorizzazione qualitativa delle proprie produzioni; la stessa Regione e gli enti locali sembrerebbero muoversi in questa direzione, avendo promosso i progetti di sviluppo Leader ed i patti territoriali le cui finalità dichiarate sono quelle della promozione delle risorse locali.

Quest’ultime in realtà hanno grosse potenzialità di crescita tutte da esprimere, in particolare per quello che riguarda il turismo, l’agricoltura, l’acqua, l’energia, l’artigianato.

I numerosi dati citati nelle pagine precedenti testimoniano infatti dell’enorme valenza turistica della Val d’Agri, caratterizzata da risorse naturali, archeologiche, storico architettoniche, nonché dalla vicinanza alle zone costiere di Maratea e Metaponto. Una bella descrizione della Valle è data dal Prof. Persico nel suo piano di sviluppo socio economico:" In Val d’Agri è la natura a dominare: laghi, montagne, boschi, accolgono chi desidera una vacanza diversa, genuina; attendono chi aspira a vivere una giornata diversa sulle sponde del fiume Agri o del lago Pertusillo o nella quiete dei boschi del monte di Viggiano o del Volturino. Qui in un itinerario di arte, cultura e sana gastronomia, si possono visitare i 12 centri della valle, ciascuno con le proprie peculiarità e le proprie caratteristiche ma ciascuno, sicuramente , con l’ospitalità che è propria di queste comunità. Una civiltà che fa rivivere le sue tradizioni, le sue feste, il suo folclore, ma che non dimentica certo il suo futuro, costruito giorno per giorno dalla sua gente, operosa ed onesta. Ed è per queste ragioni che proprio qui desideriamo invitarvi."

Del resto tutte le indagini di mercato registrano una tendenza nel mercato turistico globale che indica come il turismo naturalistico abbia avuto un notevole impulso in questi ultimi anni, dovuto ad una sempre più ampia attenzione verso le tematiche ambientali ed una maggiore domanda di natura. Basti pensare che negli USA ogni anno più di 200 milioni di persone visitano le 350 aree naturali protette o che in Germania il Parco Nazionale delle Foreste Bavaresi ha un fatturato annuo di circa 970 miliardi di lire; abbiamo gia visto come, più vicino a noi, nel parco d’Abruzzo nel 1997 i due milioni di visitatori hanno prodotto una ricaduta economica complessiva quantificabile intorno ai 300 miliardi.

L’istituzione del Parco Nazionale della Val d’Agri potrà costituire quindi un fattore di richiamo per questa fetta crescente del mercato turistico, migliorando le professionalità turistiche, qualificando l’offerta, creando un immagine più forte, in modo da raggiungere l’obiettivo iniziale di almeno 2,5 presenze turistiche per abitante contro l’attuale livello di 1,8, decisamente troppo basso per poter competere con le altre regioni meridionali. Secondo uno studio di Cosimo Passatelli ("pubblicità e sviluppo economico in Basilicata), si ipotizza per la Val d’Agri, come conseguenza immediata di rilancio del turismo, la creazione di 180 nuovi posti di lavoro, 100 nel settore della ristorazione, 30 nel commercio e nell’artigianato, 25 nello sport, cultura e spettacolo, 15 nei trasporti, 10 nei servizi pubblici.

Il turismo in definitiva deve diventare l’anello di collegamento tra agricoltura ed artigianato, in modo da promuovere le tradizioni, la cucina, il folclore e la natura della Val d’Agri.

Quanto al settore agricolo, esso ha già dimostrato a più riprese di essere un sistema altamente competitivo se gestito in maniera efficiente. In altre aree del Mezzogiorno, ad esempio in Sicilia, le produzioni agricole improntate sul rispetto della migliore qualità possibili stanno dimostrando un’elevata redditività. E’ il caso degli investimenti miranti alla realizzazione di un vino di qualità che ha prodotto un apprezzamento del valore dei terreni di oltre il 14%, giungendo al livello di 30-35 milioni per ettaro.

Anche nel territorio lucano non mancano i prodotti da valorizzare, a partire dai fagioli di Sarconi che garantiscono 10 miliardi l’anno di fatturato e generano un indotto di 300 persone, per finire al pecorino di Moliterno ed ai latticini di Paterno. Analisi effettuate dal dipartimento tecnico economico per la gestione del territorio agricolo forestale della facoltà di agraria dell’Università degli Studi di Basilicata nel 1998 evidenziano come uno sviluppo sostenibile delle attività agricole zootecniche della Val d’Agri produrrebbe oltre 170 posti di lavoro (100 nella coltivazione del fagiolo di Sarconi, 50 nell’ampliamento delle piantagioni di frutta e 20 nell’allevamento bovino di qualità.

Attualmente il contesto agricolo zootecnico ha una produzione vendibile di oltre 50 miliardi, con un reddito lordo intorno ai 35 miliardi; per il biennio 1998-2000 sono state avanzate richieste di finanziamento da parte di 380 imprese individuali per investimenti di oltre 120 miliardi di lire, che saranno soddisfatti nell’ordine di 60 miliardi.

Anche il comparto della produzione lattiera –casearia oggi forse poco redditizia, può essere rilanciata considerata l’alta qualità dei latticini lucani, attraverso una razionalizzazione del sistema di produzione e distribuzione per essere lanciata sul mercato regionale e nazionale. L’agricoltura può diventare a sua volta uno strumento di traino anche per il turismo grazie alla valorizzazione di prodotti gastronomici delle aree più interne quali il miele, i prodotti caseari, i peperoni, ecc.

Tutelare i prodotti doc lucani e promuovere l’agricoltura di qualità e biologica diventa quindi un imperativo per la politica regionale visti gli esempi nel passato di clamorosi rilanci di prodotto prima in declino ed ora conosciuti ed apprezzati in tutto il territorio nazionale, come le mozzarelle di bufala campane o quelle di Gioia del Colle.

Il rischio altrimenti è quello che i medesimi prodotti si deprezzino perché provenienti da una zona ad elevato rischio ambientale, come dichiarato anche in una recente intervista (novembre 2000) dal Ministro per le Politiche Agricole e Forestali Alfonso Pecoraio Scanio.

Un esempio allarmante in tal senso è il caso dell’uva per produzione vinicole di Viggiano, il cui prezzo prima dell’insediamento del Centro olio era di 2300 lire al chilo ed ora è sceso drasticamente a 500 lire al chilo a causa della scadente qualità.

La realizzazione del Parco consentirebbe poi una garanzia per la tutela dell’altra grande risorsa strategica della Val d’Agri, l’acqua, il cui peso specifico nell’economia lucana è destinato a crescere sensibilmente nei prossimi anni anche in considerazione delle stime a livello nazionale ed internazionale non certo rosee riguardo il futuro delle falde idriche sul pianeta.

Già oggi la Basilicata esporta un volume d’acqua pari a 220 milioni di metri cubi annui per uso potabile e circa 50 milioni per uso irriguo, numeri che sono destinati ad aumentare in virtù delle crescenti richieste da soddisfare provenienti dalla regioni limitrofe. Secondo quanto riportato nella relazione del prof. Cuomo, "Ambiente e petrolio", il valore dei bacini idrici regionali si aggirerebbe intorno ai 600 Mdl nel prossimo ventennio, anche se probabilmente tale valore è sottostimato.

In ogni caso appare evidente come tale bene vada attentamente conservato e tutelato oltre che razionalizzarne l’uso: rispetto a questa esigenza certo la presenza delle attività estrattive costituisce un potenziale pericolo, mentre il Parco darebbe ben altre garanzie.

Anche il campo delle energie alternative, dove l’Italia segna mestamente il passo rispetto a Paesi Europei, come la Germania che sono da anni impegnati nello sviluppo di fonti energetiche pulite ed economiche, potrebbe essere un altro interessantissimo campo di ricerca e sperimentazione in gradi di offrire occupazione ed economie a basso impatto ambientale; in questa direzione la futura Società Energetica Regionale potrebbe avere un importante ruolo propositivo.

L’artigianato rappresenta infine un’altra risorsa dell’area tutta da rilanciare, attraverso offerte di qualità, il miglioramento dei servizi e dell’organizzazione di aziende a carattere prevalentemente familiare.,

Oltre alle suddette risorse dell’area, l’istituzione del Parco può consentire lo sviluppo di nuove attività, orientate alla ricerca scientifica ed allo studio della biodiversità, al restauro dell’ambiente naturale, alla preparazione e manutenzione di sentieri, all’attività di educazione ambientale, al recupero del patrimonio architettonico; nuove figure professionali, altamente qualificate, vengono a crearsi: la guida naturalistica, l’educatore ambientale, l’animatore turistico.

Uno studio dell’IZI per conto del WWF Italia, stima che il settore delle aree protette garantisce l’impiego di un lavoratore con una spesa di circa 50/80 milioni di lire, che raffrontato con il rapporto occupazione/investimento delle attività petrolifere,(1 posto per ogni 27 miliardi), rende bene la misura di quale scelta possa essere più conveniente per creare nuovo e duraturo lavoro.

Un ultimo dato da valutare è l’incremento del valore degli immobili che generalmente la presenza di un parco induce, grazie al movimento di visitatori e alle dinamiche economiche e sociali da esso innescate.

 

7.4 Gli strumenti finanziari.

Tutte le opportunità sopra descritte diventano quanto mai concrete e reali grazie ad una serie di strumenti finanziari disponibili sia per avviare progetti generici di sviluppo sostenibile sia per specifici progetti in aree parco. Di seguito ne richiamiamo alcuni in grado di fornire un’idea sintetica degli strumenti legislativi e finanziari disponibili.

In primis esiste un intero programma della Comunità Europea (5° Programma sullo sviluppo sostenibile) e le direttive Life, Natura e Ambiente, specificamente orientate alla conservazione, salvaguardia e ripristino degli equilibri e dei pregi naturali. A titolo di esempio, il WWF sta già realizzando in Basilicata un progetto Life per la tutela dell’Abetina di Laurenzana e di Bosco Vaccarizzo e sta collaborando con l’Ente parco del Pollino alla realizzazione di un Life sulla tutela del Lupo, che in un futuro potrebbe essere esteso alla Val d’Agri.

Un notevole contributo alle economie delle aree parco è venuto negli ultimi anni dall’attivazione dei regolamenti CEE n.2078 e n. 2080 del 1992, che hanno previsto rispettivamente aiuti a favore degli agricoltori per lo sviluppo di produzioni agricole compatibili e aiuti a favore delle misure forestali e di imboschimento che consentano il recupero di aree degradate.

Dal punto di vista della programmazione ordinaria dello Stato, congruenti con le finalità in esame, sembra opportuno richiamare:

- Due Programmi Triennali(1991-1993 e 1994 -1996) per la Tutela Ambientale a cura del Ministero dell’Ambiente, con una disponibilità finanziaria solo per il primo di 207 miliardi per 17 parchi già istituiti, all’interno dei quali si sarebbe potuto inserire il Parco Nazionale della Val d’Agri Lagonegrese.

- La legge n° 344/97: disposizioni per lo sviluppo e la qualificazione degli interventi e dell’occupazione in campo ambientale.

- La legge n° 1102/71: norme per lo sviluppo della montagna . Essa contiene la descrizione delle caratteristiche congruenti con la natura territoriale delle aree previste nel perimetro del parco.

Ulteriori finanziamenti della Comunità Europea riguardano i seguenti programmi:

Programma Cadispa: Conservazione e sviluppo in aree scarsamente popolate.
Master Imprenditorialità e management ambientale innovativo.
Programma Leonardo da Vinci: nuove competenze per lo sviluppo sostenibile in aree parco.
Progetto Pass: Pubblica amministrazione per lo sviluppo del Sud.

Questi progetti recentemente realizzati dal WWF nei parchi meridionali del Gennargentu, nel Vallo di Diano e Cilento, nel Parco Nazionale del Pollino, nel Parco dell’Aspromonte hanno conseguito importanti successi economici e sociali tra i quali:

l’associazione degli attori sociali ed economici, superando le tradizionali diffidenze, l’isolamento, la frammentazione delle iniziative che tanta parte continuano ad avere soprattutto nelle aree meridionali perpetuando le condizioni di sottosviluppo.
la formazione di nuove competenze professionali capaci di esaltare i valori, la sapienza e l’intelligenza dei sistemi rurali caratteristici delle aree montane, collinari e più in generale delle cosiddette aree marginali del Mezzogiorno d’Italia
la mobilitazione di risorse per diversi miliardi che hanno avuto dirette ricadute sul territorio.

In particolare si può ricordare l’esperienza della formazione del Consorzio dei Produttori di olio biologico del Cilento e del suo approdo sul mercato europeo e giapponese realizzata nell’ambito delle iniziative comunitarie Adapt e Cadispa; sempre con gli stessi programmi comunitari si sono incrementate e qualificate le strutture ricettive diffuse sul territorio per lo sviluppo di un turismo eco-compatibile in Aspromonte; quest’ultima esperienza si è rivelata particolarmente interessante e creativa perché ha saputo utilizzare pionieristiche esperienze di viaggio e turismo culturale con i suoi resoconti, nel caso le esperienze dello scrittore-viaggiatore inglese Lear, per realizzare un particolarmente fortunato itinerario turistico chiamato appunto "Sul sentiero dell’Inglese".

Gli strumenti richiamati comprendono e si associano con i "tradizionali" strumenti e politiche dell’Unione Europea : i progetti Leader, il Feoga , il Fers, l’ FSE ed i notevoli finanziamenti previsti dal POR (programma operativo regionale) che alla voce Naturalità prevede una spesa attorno agli 80 milioni di ECU, tendenzialmente capaci di equiparare il fondi ricavabili dalle royalty connesse all’estrazione petrolifera.

Quelli citati sono alcuni degli esempi di un’economia possibile e sostenibile fondata sulle risorse naturali, paesaggistiche e storico-culturali nelle aree protette; la capacità di attivare economia e occupazione sostenibile é chiaramente estrapolabile dalla lettura degli indicatori del mercato del lavoro e dell’economia che nei settori verdi, dell’agricoltura di qualità, del turismo sostenibile, delle attività di salvaguardia , bonifica e ripristino ambientale dei beni storici, artistici, culturali, architettonici e nelle attività di ricerca, consulenza, informazione connessa alla tipologia economica descritta, manifestano trend socio-economici fortemente espansivi.

Al contrario il trend dell’industria manifatturiera e in generale delle attività industriali, con particolare riferimento all’industria pesante, registra un rallentamento complessivo, testimonianza di una crisi epocale che investe la civiltà industriale e non solo per ciò che riguarda le connesse problematiche ambientali.

Ecco quindi che il parco appare come fonte reale di possibilità economiche anche più remunerative e connesse ad uno sviluppo eco-sostenibile e durevole. Al contrario dello sviluppo incentrato sull’utilizzazione della risorsa petrolifera essenzialmente a beneficio delle compagnie multinazionali del petrolio.

Sono evidenti le sinergie e il potenziamento che l’istituzione del parco può mettere in moto rispetto alle caratteristiche e alle tendenze socio-economiche dell’area ; questo sud che abbiamo analizzato, attivo e dinamico in alcune sue componenti, nascosto, disoccupato, dimenticato e con notevoli risorse giacenti in altre, potrebbe diventare un anello importante, da tempo mancante, nel sistema dei parchi nazionali e della rete biologica europea.

Rompendo l’isolamento, con l’istituzione del parco si acquisterebbe visibilità e prestigio, rendendo più attraente per i giovani l’idea di costruire il proprio futuro nella loro terra d’origine, una volta scoperto il valore e il senso strategico dei loro territori. Ciò non solo per l’opportunità offerta dallo sviluppo dell’economia locale ma anche per il senso positivo di essere soggetti attivi nella conservazione e protezione della naturalità e protagonisti del riequilibrio dello sviluppo sociale ed economico globale, che nella coscienza collettiva é chiaramente compreso nelle direttive improntate alla sostenibilità così come l’abbiamo definita all’inizio di questa analisi.

L’istituzione del parco, inoltre, permetterebbe ai giovani di percepire maggiormente il senso e il valore delle generazioni di pastori, boscaioli, contadini e artigiani che, ostinati abitanti della montagna e del sud interno e ambientalisti illetterati, sono stati capaci di conservare il pregio naturale dei loro territori.

Si creerebbe un modo dinamico di trasmissione identitaria tra generazioni capaci di conservare il vincolo di solidarietà, l’armonia tra le generazioni e con il territorio preservando le memorie con il loro patrimonio di conoscenze tecnico-professionali e culturali, le cosiddette tradizioni agro-silvo-pastorali, fatte di lavoro duro ma anche di momenti collettivi di festa e di solidarietà.

Nell’area destinata a parco sono già evidenti segnali significativi di una valorizzazione delle tradizioni rurali riscontrabili non solo nel valore delle produzioni agro-zootecniche, ma anche nella tendenza ad un maggiore associazionismo e nello sviluppo dell’animazione connessa sia all’attività produttiva (Sagra del fagiolo di Sarconi (PZ), Sagra del tartufo di Marsicovetere (PZ), Sagra della castagna di Spinosa (PZ), ecc...), sia alla tradizione culturale e religiosa che trova tra i suoi esempi più significativi il culto arboreo di Castelsaraceno (PZ) e il pellegrinaggio alla Madonna Nera, situata sulla Montagna Grande di Viggiano (PZ), feste, cerimonie e riti di straordinaria importanza per l’identità storico-religiosa e culturale di questo straordinario paesaggio che abbiamo cercato di descrivere.

8) CONCLUSIONI.

Alla luce di questa analisi sulle problematiche relative alle attività petrolifere da un lato e alla vicenda del parco nazionale dall’altro, con particolare riferimento alle ricadute ambientali, economiche e sociali che dai due eventi possono scaturire, ne viene che la presunta compatibilità dei due eventi, tanto cara ai politici regionali e ai dirigenti dell’ENI, è assai difficile da sostenere.

La valutazione attenta ed approfondita dell’impatto ambientale dovuto alle attività petrolifere porta infatti alla conclusione che i rischi per le acque, il suolo, l’atmosfera, la flora e la fauna sono talmente rilevanti da compromettere in modo irreversibile non solo i valori naturalistico- ambientali dell’intero territorio, ma anche il suo patrimonio culturale e le risorse economiche tradizionali rendendo pura utopia non solo la loro convivenza con un parco nazionale ma anche la semplice possibilità di salvaguardare le valenze ecologiche in esso esistenti.

E questo in nome di una risorsa quale quella petrolifera destinata nel breve- medio termine ad essere sostituita da altre fonti energetiche, come attestano le varie stime degli esperti e l’aumento della ricerca delle stesse compagnie petrolifere verso il settore delle energie rinnovabili.

Quanto sopra si afferma senza tema di smentita se si considera che:

Se lo sviluppo sostenibile implica la massimizzazione dei benefici netti sociali sotto il vincolo del mantenimento dei servizi e della qualità delle risorse naturali nel tempo, non si può che constatare l’insostenibilità dello sviluppo sinora realizzato in Val d’Agri per effetto dell’estrazione petrolifera. Tutti i dati a disposizione (scarsa manodopera occupata, lievi miglioramenti economici, limitati ai soli settori alberghiero e di ristorazione) testimoniano che non si è entrati in una fase di sviluppo significativa, a fronte di un peggioramento delle condizioni ambientali.

Quanto sta avvenendo già incide sulla perdita di valore delle risorse agricole dell’area, come testimoniato dall’attuale deprezzamento dell’uva e dei terreni agricoli. Anche i fondi comunitari attivabili attorno alla tutela della natura e alle aree protette , con particolare riferimento al Quadro Comunitario di Sostegno, rischiano di essere ridimensionati dagli organi comunitari a fronte di mancate garanzie sulla tutela ambientale. Dato ancora più preoccupante se si considera che dal 2006, anno in cui la Basilicata con le altre regioni meridionali uscirà dai Paesi dell’obiettivo 1 della C.E., la presenza di un Parco Nazionale sarà determinante nel garantire ancora l’accesso ai fondi comunitari.

Un’ infrastrutturazione della valle come Campo petrolifero, con i suoi pozzi, i suoi centri di pretrattamento del greggio, gli oleodotti e le condotte di collegamento, minano infatti alla base l’immagine di un parco prima ancora della sua nascita, rendendolo poco attraente per chi cerca invece natura "incontaminata" e prodotti sani e genuini.

E’ veramente utopico pensare di rendere compatibili tali valori con uno sfruttamento indiscriminato del territorio che sottrae aree boschive, che turba il corso delle sorgenti, che appesta l’aria facendo fuggire uomini e animali.

Ed è altrettanto insensato pensare che possano convivere animali selvaggi quali la lontra, il lupo, il gatto selvatico dell’Appennino centrale lucano, le mandrie di vacche podoliche, le greggi di pecore e capre, il dedalo di aziende rurali significative anche per le qualità architettoniche e che nei prati di alta montagna e nelle aree boscate trovano la loro indispensabile linfa, con le esplosioni innescate dalle ricerche petrolifere, con la costruzione di strade e piattaforme che frammentano la continuità del territorio, con le torri di estrazione che illuminano a giorno le notti silenti e stellate dell’Appennino lucano.

In realtà questa pretesa è una evidente forzatura che nasconde, di fatto, la violenza operata su una società messa a tacere dall’imponenza dei circa 3000/ 3200Mld di investimento, dei quali circa 1500 spesi prima del DPR 625/96 con il quale si attribuiva alla Regione un più ampio potere di gestione e controllo sulle concessioni ed i permessi di ricerca, perforazione ed estrazione petrolifera, che nel loro insieme, fra Val d’Agri e Sauro- Camastra arrivano a stimare riserve per circa un miliardo di boe. Infatti più che di fronte ad un "nobile compromesso", come è stato definito l’accordo di programma, ci troviamo davanti ad una mediazione forzosa subita dalla classe dirigente locale messa nell’impossibilità di contrastare lo strapotere economico e quindi anche politico delle multinazionali del petrolio. In quest’ottica si legge anche l’ambiguità del Piano Regionale di Sviluppo, approvato con delibera del Consiglio Regionale n.1329/2000, in relazione allo sviluppo sostenibile in quanto non individua con esattezza le aree interessate.

Per quanto sia innegabile un forte attivismo delle autorità politiche della Basilicata sul tema, appare infatti evidente che molte delle azioni non sono state supportate da un sufficiente quadro di riferimento tecnico - scientifico: del tutto inadeguate sono allo stato le strutture regionali deputate al controllo, basti pensare alla mancanza di tecnici specializzati nel settore nel dipartimento ambiente o alla mancanza di approfondimento sul problema della relazione tra inquinamento delle acque e attività petrolifera; grande è la lentezza con cui è stata avviata l'attività di monitoraggio, di fatto a tutt'oggi al palo essendo ancora in iter le pratiche di appalto per la fornitura e l'installazione delle attrezzature. Tra l'altro maggiore è il ritardo dell'avvio del monitoraggio, minore è la possibilità di verificare le condizioni al tempo zero, ossia in assenza di installazioni inquinanti, tenuto conto che oramai l'attività esplorativa prima e di coltivazione poi si sviluppa da una decina di anni nell'area.

D’altra parte l'ENI è una grandissima entità economica mondiale e, come tale, è abituata a muoversi nei confronti delle realtà locali con un atteggiamento da "superpotenza economica". La presenza stessa dell'ente sul territorio è svolta anche attraverso una serie di "comportamenti simbolici" atti a far assumere al gruppo ENI il ruolo di referente potente dell'area. La fiaccola che brucia rappresenta oltre che una fonte di inquinamento atmosferico, un potente simbolo di affermazione di potere sul territorio. Non a caso ha continuato a bruciare negli impianti di Ferrandina anche dopo la chiusura degli stabilimenti.

L'analisi dello sviluppo di alcune cittadine dell'area del Basento fa ben capire l'atteggiamento sottilmente imperialista dell'ENI che costruisce case per i suoi dipendenti (a Grottole tutt'oggi gli abitanti dei quartieri cosiddetti EX-AGIP sono considerati dei privilegiati), cercando di trasformarli in una entità a se stante separata dal resto del paese in quanto privilegiata perché "tutelata" dall'ENI. Poi, quando l'attività finisce, restano nell'area i pozzi abbandonati usati come discariche abusive di chissà quali innominabili rifiuti. Con la differenza che nella Val d'Agri l'ambiente è enormemente più fragile di quello della Val Basento.

Nonostante tutte le operazioni di marketing dell’ENI, che molto tiene ad apparire come paladina dell’ambiente sulle riviste in carta patinata, e le rassicurazioni più volte fornite dai dirigenti in merito all’applicazione delle migliori tecnologie per diminuire gli impatti e salvaguardare l’ambiente, molti episodi come la realizzazione di pozzi in aree bioitaly o le prospezioni nell’Abetina di Laurenzana e nella foresta di Fossa Cupa, la presenza indiscriminata di pezzi di timer e materiale in plastica abbandonati in maniera incivile, dopo le operazioni di ricerca, sulle incantevoli praterie di altitudine e nelle radure dei boschi, dimostrano quanto nei fatti non sia così marcata la sensibilità ambientale di chi opera sul campo.

Anche la richiesta di effettuare ricerche geofisiche nel Parco Nazionale del Pollino, inoltrata assieme all’Enterprise Oil, ed i successivi ricorsi al TAR di Basilicata ed al Consiglio di Stato contro i provvedimenti dell’Ente Parco che negavano le necessarie autorizzazioni, mostrano il poco riguardo dell’ENI nei confronti delle aree protette. E del resto non si può dimenticare che oggi l’ENI è comunque un soggetto privato che si muove nel mercato secondo la logica del massimo profitto e che dall’investimento in Val d’Agri, a fronte dei circa 4000 miliardi di costi, prevede di realizzare profitti nell’ordine di 15.500 miliardi, con un utile netto di oltre 10.000 miliardi, senza peraltro considerare gli introiti del giacimento Tempa Rossa.

In questa prospettiva suscita, inoltre, non poche preoccupazioni il fatto che la Corte dei Conti ha valutato "eccessivi" gli impegni assunti dall’ENI nell’accordo di programma con la Regione Basilicata, in quanto ciò potrebbe prefigurare un rifiuto dell’ENI a tener fede a quanto stabilito, come sembra già essere accaduto per l’accordo di programma sulla Val Basento.

L’informazione quasi sempre di parte e la mancanza di trasparenza su tutto quanto attiene la ricerca e l’estrazione petrolifera in Basilicata sono, inoltre, il segno della evidente difficoltà che le Autorità Regionali incontrano nella gestione e controllo di una attività che interessa quasi il 70% dell’intero territorio regionale:

-Manca una mappa aggiornata relativa allo Stato dell'opera del programma di sfruttamento petrolifero e la progettazione esecutiva di parte dell’intervento. Non si riesce a comprendere ancora quanti pozzi sono attivi, quanti perforati ed in quali luoghi sono ubicati.

- Non vi sono dati chiari sulla produzione di greggio, anche perché l’ENI tende ad ignorare le postazioni di carico fuori dall’area Trend 1, come Monte Enoc, Cerro Falcone, quelle ricadenti nell’area del Trend 2 e Pisticci.

- Poco o nulla si sa in merito alla quantità e alla destinazione dei fanghi prodotti, delle acque utilizzate nella fase di perforazione dei pozzi e del trattamento dell'olio greggio. Quant'acqua viene utilizzata? Da dove è prelevata? Quanta ne è sottratta all'uso agricolo e civile?

Da quanto detto appare evidente dunque la dimensione, la complessità, la ricchezza del territorio interessato dal programma di ricerca e coltivazione di idrocarburi, tanto da far apparire, assolutamente insufficienti le notizie e le informazioni offerte dal Rapporto sullo Stato dell'ambiente regionale.

Del resto, che attività petrolifere e Parco Nazionale fossero due realtà non conciliabili, lo avevano già detto gli esperti esterni incaricati dalla Regione che così concludevano la loro ricerca: ".. Le politiche estrattive, per come sono state impostate finora dalle compagnie petrolifere non soddisfano i criteri di sviluppo sostenibile precedentemente richiamati." ("Ambiente e Petrolio" di Vincenzo Cuomo) e lo stesso Ministero dell’Ambiente che, chiamato ad esprimere il proprio parere in merito all’accordo di programma tra Eni e Regione Basilicata, dichiarava senza mezzi termini l’incompatibilità delle attività petrolifere, assimilate alle attività di cave e miniere vietate dalla l.394/91, con il Parco nazionale; inoltre evidenziava l’ inconciliabilità delle medesime con lo sviluppo agricolo e turistico dell’area. Nello stesso documento, datato 19.2.97, si indicavano i correttivi da prevedere per il monitoraggio ambientale, soprattutto per quanto riguarda gli eventi incidentali, correttivi ancora tutt’oggi disapplicati.

L’attuale situazione pertanto richiede una coraggiosa inversione di marcia da parte degli amministratori regionali se si vuole riportare la Basilicata in una prospettiva di sviluppo sostenibile che veda al primo posto la salvaguardia e la valorizzazione delle sue risorse naturali e le sue vocazioni economiche tradizionali che altrimenti rischiano di essere definitivamente compromesse.

Il WWF pertanto chiede:

  1. La sospensione dell’accordo ENI- Regione a causa di gravi inadempienze da parte dell’Eni rispetto ai contenuti previsti nell’accordo (risultano inattuati gli accordi che dovevano determinare il completamento della rete di distribuzione del metano in tutta la regione, la costituzione della società energetica regionale, dell’agenzia regionale di sviluppo, la concessione di borse di studio per 0,5 miliardi annui , l’istituzione di una sede della Fondazione Enrico Mattei a Potenza, la costituzione della società di promozione imprenditoriale, la realizzazione della centrale termoelettrica per offrire energia a basso costo, il sostegno alle nuove iniziative industriali e l’assunzione dell’80% delle maestranze lucane nel completamento delle infrastrutture previste).
  2. La sospensione di tutte le azioni previste nell’ambito dell’accordo ENIRegione, come la realizzazione degli oltre 70 pozzi, l’attività di ricerca, l’estrazione del greggio, la realizzazione delle reti di reiniezione nell’ambito del Trend 1.
  3. la sospensione dell’iter di realizzazione del centro olio Val Camastra con il programma di ricerca ed estrazione ivi progettato.
  4. La sospensione della costruzione dell’oleodotto Viggiano- Taranto con una verifica delle compatibilità ambientali rese alla luce di un supplemento di istruttoria urgente e necessaria per valutare tutti i rischi connessi al progetto Snam-Agip in via di realizzazione.
  5. Il controllo pubblico sulle attività petrolifere estrattive, con verifiche e controlli puntuali sui pozzi dimessi, sulle attività di reiniezione e sull’origine e natura dei fluidi trasportati dalle autobotti sulla rete viaria della regione , sui punti d’acqua, le sorgenti e gli invasi della Val d’Agri che il CNR ha definito vulnerabili in un apposito studio teso a stimare l’incidenza delle attività petrolifere.
  6. La pubblicizzazione dei dati e l’informazione per le quali l’ENI- Agip sono inadempienti in base alla specifica legge regionale.
  7. La creazione di un apposito fondo regionale di garanzia per fronteggiare le situazioni di emergenza ambientali e di risarcimento dei danni già causati a privati e cittadini dalla attività di ricerca, estrazione e trasporto petrolifero per i quali si è visto l’ENI declinare ogni responsabilità.
  8. L’indizione di un referendum pubblico per la richiesta di una moratoria di 5 anni che sospenda tutte le attività petrolifere in atto e consenta alle amministrazioni pubbliche competenti di predisporre piani di rischio adeguati alla gravità della situazione attuale.

D’altra parte si chiede l’immediata perimetrazione del Parco Nazionale della Val d’Agri - Lagonegrese, non condizionata o penalizzata dal programma di estrazioni petrolifere, nella convinzione che il modello di sviluppo prefigurato dal Parco Nazionale, nell’ambito del sistema regionale delle aree protette, sia di gran lunga più conveniente e realistico oltre ad essere il più coerente con le caratteristiche ambientali, naturali, sociali ed economiche dell’area.

L’istituzione del Parco Nazionale della Val d’Agri - Lagonegrese è oggi realmente una "QUESTIONE DI DEMOCRAZIA": dopo il tormentato iter, le reiterate dichiarazioni di volontà dei Ministri dell’Ambiente, Ronchi prima e Bordon poi, nonché dei politici regionali, la mancata perimetrazione dell’area costituirebbe un’ennesima beffa ai danni della popolazione tutta e di chi continua a sperare nella possibilità di uno sviluppo che parta dal basso facendo crescere la capacità autonoma degli attori sociali residenti ed invece ha smesso di credere in uno sviluppo calato dall’alto, ad uso e consumo di interessi privati, che altrove ha dimostrato il proprio fallimento producendo inoltre profonde lacerazioni umane, sociali ed economiche oltre che ambientali.

Si tratta in definitiva di non cedere alle lusinghe di facili introiti nel breve periodo, ma di credere nella valenza del territorio regionale ripensando radicalmente il modello di sviluppo da perseguire, salvaguardando e valorizzando le risorse rinnovabili, l’acqua , i boschi, la qualità dei terreni a reale beneficio della Nazione e delle generazioni presenti e future.

 

Appendice:

Scheda sintetica delle iniziative del WWF per la promozione del Parco Nazionale della Val d’Agri e nei confronti delle attività petrolifere.

    a)La promozione del Parco Nazionale della Val d’Agri

Il WWF, insieme a Pro Natura e Legambiente ha presentato la prima proposta di perimetrazione del Parco Nazionale della Val d’Agri -Lagonegrese nel settembre 1993 a Viggiano in località Fontana dei Pastori.

Ha organizzato il 2.3.96 presso la Sala Consiliare del Comune di Montemurro un convegno nazionale dal titolo "Il Parco della Val d’Agri e del Lagonegrese: tutela, sviluppo, possibilità di lavoro".

Ha avviato la costituzione di un comitato di cittadini per la promozione del Parco con il quale ha realizzato una raccolta di firme (circa 2000) che sono state consegnate al Ministro per l’Ambiente Edo Ronchi nel 1997.

In data 24/4/98 e in data 11/8/99 ha richiesto al Ministero dell’Ambiente l’adozione di misure di salvaguardia urgente per la aree bioitaly ricomprese nelle ipotesi di perimetrazione del Parco.

Nel 1999 ha rilanciato, in collaborazione con Pro natura, la proposta di perimetrazione, realizzando anche un opuscolo ed una videocassetta per la promozione del Parco.

Il 3 ottobre 1999 a Moliterno ha promosso un incontro con i cittadini, gli amministratori e gli imprenditori dell’area dal titolo "Il parco Nazionale della Val d’Agri- Lagonegrese per uno sviluppo durevole", a cui ha partecipato il presidente nazionale del WWF Fulco Pratesi.

L’8 aprile 2000, in collaborazione con altre associazioni, ha promosso una manifestazione dinanzi al centro Oli di Viggiano per sollecitare la perimetrazione del parco e la sospensione delle attività petrolifere.

E’ intervenuto moltissime volte sulla stampa e sui mezzi di informazione per mantenere vivo il dibattito sul parco, denunciando tra l’altro i reiterati ritardi in merito alla sua istituzione; tra gli altri si ricorda la presa di posizione contro il tentativo da parte della Regione Basilicata di cambiare il nome del Parco in "Parco dell’Appennino Lucano" considerato questo solo area di reperimento ai sensi dell’art. 34 della L. 394/91.

    b) Gli interventi nei confronti delle attività petrolifere.

Sul fronte delle attività di ricerca ed estrazione petrolifera il WWF è intervenuto innumerevoli volte non solo per richiedere la sospensione delle medesime, ma anche in merito ad una serie di situazioni puntuali con segnalazioni alle autorità amministrative, esposti, comunicati stampa, con lo scopo di ottenere il rispetto delle vigenti normative di tutela dell’ambiente e del territorio.

Si riporta di seguito un elenco dei principali interventi:

29.5.96: Ricorso Contro il rilascio della Concessione edilizia e del nulla osta regionale per i lavori di approntamento delle postazioni sonda "Monte Enoc W1"e "Volturino 1", e relative strade di accesso, in quanto situati in aree vincolate dalla Legge Galasso e dai piani paesistici.

- 29.5.96 : Ricorso al Ministero dell’Ambiente e dell’Industria contro il nulla osta Regionale per rilievi sismici inoltrata dalla Texaco da effettuare nei permessi denominati San’Arsenio e Montesano sulla Marcellana, nonché approntamento di varchi per il passaggio del personale, in quanto tali interventi ricadevano in zone di rilievo naturalistico.

26.7.96: Richiesta al Ministero dell’Ambiente di revoca dei permessi e concessioni di ricerca di idrocarburi ai sensi dei comma 13 e 11 dell’art.6 della L. 9/1/1991, n. 9 relativi alla realizzazione del pozzo dell’Agip nel comune di Marsico Nuovo denominato "Cerro Falcone 3".
5.8.96: richiesta informazioni circa la regolarità del pozzo "Cerro Falcone 2" a cui sono seguiti successivi interventi di opposizione.
8.8.96: richiesta revoca di permessi e concessioni di ricerca di idrocarburi relativi ai lavori "Fosso Valdienne" nei Comuni di Pietrapertosa ed Accettura, nel Parco Regionale Gallipoli Cognato- Piccole Dolomiti Lucane.
8.5.97: richiesta al Ministro dell’Ambiente di Sospensione dei permessi di ricerca e di estrazione nel territorio dei Parchi nazionali istituiti ed in via di istituzione, anche ai sensi della L.9/91.
Presentazione di osservazioni nei procedimenti di VIA relativamente ai progetti di realizzazione dell'oleodotto Viggiano - Taranto (10.08.97) e dell’ampliamento del Centro Oli di Viggiano (5.01.98).
5.1.98 : richiesta di informazione sull’esistenza di procedimenti di Valutazioni di Impatto Ambientale e delle altre autorizzazioni necessarie per le operazioni di reiniezione.
10.3.98: Osservazioni critiche sul Protocollo di Intesa Eni Regione Basilicata

- 3.7.98: richiesta di informazioni in merito alle autorizzazioni inerenti il trasporto, il conferimento il trattamento chimico di rifiuti speciali derivanti da prospezioni minerarie, petrolifere ed attività di reiniezione.

31.08.98: Intervento contro le opere relative al Pozzo petrolifero Montegrosso 1- soc. British Gas- Rimi, situato nel territorio Comunale di Brindisi di Montagna nella Foresta Demaniale Grancia Caterina.
11.08.99: Intervento contro l’attività petrolifera nella foresta demaniale regionale Fossa Cupa nel Comune di Abriola, in area vincolata dalla L. 431/85 e dal vincolo idrogeologico.
11.08.99- 3.8.2000: interventi contro le attività di ricerca di idrocarburi da parte di società petrolifere nella riserva Naturale Regionale e SIC dell’Abetina di Laurenzana.
09.99/ 1-2000: intervento nei procedimenti dinanzi al TAR ed al Consiglio di Stato promossi dall’ENI Agip e da Enterprise Oli contro i provvedimenti dell’Ente Parco del Pollino di diniego dell’autorizzazione per attività di ricerca di idrocarburi nel territorio del Parco Nazionale.
17.05.00: esposti relativi alla detonazione di cariche di esplosivo per attività di ricerca nei pressi di centri abitati e di sorgenti e circa la presenza di mezzi con esplosivi senza scorta.

Dal 1996 al 2000 sono state inoltrate numerose richieste di bonifica , ripristino dello stato dei luoghi e di accertamento delle responsabilità del degrado relativamente al pozzi Foi 1 in comune di Picerno della Enterprise Oil, al pozzo di Monte Pierno in Comune di San Fele della Soc. Texaco, al pozzo Montegrosso della Soc. British Gas Rimi in Comune di Brindisi di Montagna ed al pozzo sul monte Gargaruso nel Comune di Brienza. Più volte inoltre sono stati allertati Organi di Polizia , Prefetture e Comuni in merito alla sorveglianza dei pozzi non attivi ed al possibile trasporto e smaltimento di rifiuti tossici.

Questa lunga serie di interventi ha fatto emergere talvolta irregolarità nel rilascio di autorizzazioni, spesso la reticenza da parte degli enti a mettere a disposizione le informazioni richieste, delineando negli anni un quadro poco trasparente e poco tranquillizzante.

Anche per questo il WWF Italia e l’Associazione Camastra Nova, hanno presentato nel novembre 2000 un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo denunciando:

- il mancato rispetto e la mancata informazione per i cittadini che vivono nei territori interessati dalle attività di ricerca e estrazione di idrocarburi, in merito alle attività medesime ed ai rischi ad esse conseguenti.

- il mancato rispetto delle norme di tutela ambientale;

- il mancato rispetto dei beni dei cittadini.

- l’impossibilità degli stessi a ricorrere a difesa dei propri diritti.

Talvolta, come nel caso delle attività di ricerca in località Fossa Cupa e nell’Abetina di Laurenzana o in merito alle richieste di attivazioni rivolte ai Comuni ed alle Prefetture sulla sorveglianza dei pozzi non produttivi, gli interventi dell’Associazione hanno avuto buon esito, ponendo dei limiti alle attività petrolifere a garanzia della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini.

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Questo documento è stato inviato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ai Ministeri dell’Ambiente e dell’Industria, ai partiti politici, agli amministratori degli Enti locali (Regione, Provincia e Comuni dell’area) alle rappresentanze sindacali Nazionali e regionali, alla Direzione dell’ENI.

Il WWF ha inoltre avviato una raccolta di firme per ottenere l’immediata perimetrazione del Parco Nazionale della Val d’Agri a cui è possibile partecipare anche via Internet collegandosi al sito wwf.it. E’ stata inoltre avviata una campagna di sensibilizzazione tramite uscite stampa ed affissione di manifesti.

Per informazioni rivolgersi al WWF Italia (06 844971) a alla Sezione Regionale Basilicata (tel. 0971411382).

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