Articolo tratto da:

IL MESSAGGERO

Lunedì 23 Ottobre 2000

SCEICCHI D’ITALIA

E la Basilicata tifa per il caro-petrolio
Dai giacimenti della Val d’Agri, i più grandi della penisola, pioggia di royalties sui paesi lucani

dal nostro inviato
CORRADO GIUSTINIANI
VAL D’AGRI - Per gli sceicchi, lui tifa a squarciagola. Più il prezzo del greggio si impenna, più gli verrebbe da alzare le braccia al cielo con le dita a "V". Si chiama Vittorio Prinzi e fa il professore di filosofia al liceo classico, con una passione per Sant’Agostino, Giordano Bruno e Friedrich Nietzche, il cui pensiero, dice, è stato stravolto dal nazismo. Ma, soprattutto, è il sindaco di Viggiano, la capitale del nuovo Texas lucano. Il territorio di questo paese ospita gli unici 4 pozzi fino ad oggi attivi del giacimento della valle del fiume Agri, e per quei 10 mila barili pompati ogni giorno, il comune intasca una royalty dell’1,50 per cento sul valore del prodotto.
Bel colpo, se si tiene conto che i diritti della Val d’Agri ammontano in tutto al 7 per cento, e che la Regione Basilicata riceve il restante 5,5. Si è stimato che il totale delle royalties porterà ai lucani 1000-1500 miliardi in vent’anni, calcolando che i pozzi saliranno gradualmente a 42, e che dal 2002 la produzione della valle raggiungerà il picco di 104 milioni di barili, pari al 6 per cento del fabbisogno energetico dell’Italia. Fa un po’ di conti, il professor Prinzi: nel ’97 sono arrivati a Viggiano 800 milioni, nel ’98 soltanto 450, nel ’99 su a 900, mentre per il 2000, con le attuali quotazioni, è già certo più di 1 miliardo. Spiccioli? No, se pensate che Viggiano è un paesino di 3.200 anime e che le royalties riescono ad attivare finanziamenti anche dieci volte superiori.
Così, 220 milioni sono andati per pagare un mutuo ventennale da 3 miliardi circa, con il quale si è costruito un parcheggio da 50 auto e 5 bus. Con una somma analoga si è restaurato un convento, mettendo 250 milioni se ne sono ottenuti dall’Unione europea altri 700 per il rimboschimento e poi i prestititi d’onore: 20 contributi da 30-50 milioni ad altrettanti giovani, che hanno fatto nascere nuove attività d’impresa. «Le royalties possono essere usate solo così - spiega Prinzi - come moltiplicatore di investimenti. E noi, con la disoccupazione al 30 per cento, vogliamo giocarla tutta questa partita del petrolio».
Dal cocuzzolo a mille metri d’altezza, sul quale si abbarbica Viggiano, guardando a fondovalle appare una specie di grande aeroporto, con le luci accese all’ora del tramonto: è il Centro olio dell’Eni, dove viene separato dai gas e dall’acqua il greggio che arriva dai pozzi: questi, per inciso, non hanno tralicci, sono delle semplici colonnine tipo fontanella pubblica, al centro di piazzole di cemento. Una fila di serbatoi, un cantiere per che lavora per triplicare l’impianto e, invece della torre di controllo, una torcia che disperde nel cielo le fiamme di quei processi chimici. L’ambiente di questa bella valle cinta da montagne che sembrano predolomitiche, verrà davvero salvaguardato? «Sono in funzione tre centraline di monitoraggio dell’Eni - rassicura il professor Prinzi - E dicono che finora tutto è a posto».
Per ascoltare una musica diversa, basta attraversare il fondovalle e arrampicarsi fino a Grumento, città famosa per le rovine romane del IV secolo avanti Cristo. «Il monitoraggio non lo deve fare l’Eni, che non può essere controllore e controllato, ma un’agenzia pubblica - protesta il primo cittadino, Luigi Rago - Le emissioni in atmosfera ci preoccupano seriamente. Le ricadute in posti di lavoro dell’affare petrolio, poi, non si vedono: fra i 1000 e più che operano all’ampliamento del Centro olio, il dialetto lucano è quello che si sente di meno. Era stata promessa, infine, un’accelerazione degli accordi di programma in tutta quest’area, ma l’aspettiamo ancora».
Nel territorio di Grumento sono stati perforati da tempo due pozzi («I migliori», giura il sindaco Rago) che ancora non vengono messi in produzione, e questo ritardo alimenta una bella fetta del suo disappunto. Più ideologico, invece, il dissenso di Legambiente Calabria e del suo presidente Gainfranco De Leo: «Non il petrolio, ma l’agricoltura, il turismo, l’artigianato sono la vocazione di questa valle». Due le contestazioni più calde. Primo, il parco della Val d’Agri, previsto sulla carta, ma in forte ritardo quanto a perimetrazione. Nell’area vi sono ben 16 siti "bioitaly" cioè aree di grande pregio europeo, dove qualsiasi attività di estrazione è vietata: ma due di queste giacciono in prossimità di nuovi pozzi, ragion per cui Legambiente ha deciso di denunciare l’Italia davanti all’Unione europea.
Secondo, il piano per la sicurezza, promesso per luglio dall’Eni ma tuttora in cottura. Le autobotti che portano il greggio (in attesa che si faccia l’oleodotto sotterraneo di 136 chilometri fino a Taranto) passano per strade di montagna e hanno già subito quattro incidenti. «Poche settimane fa 7 mila litri di petrolio hanno inondato l’asfalto. Cosa sarebbe successo - si domanda De Leo - se fossero finiti in un torrente che alimenta la grande diga del Pertusillo, la cui acqua arriva poi nelle case dei pugliesi e dei lucani?».

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