Affare petrolio.

Le inchieste di Antonio Porretti

(Anche quelle che la Gazzetta del Mezzogiorno non ha pubblicato)

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Inchiesta sul disagio: effetto petrolio in Val d’Agri

di Antonio Porretti

  

AUTOTRASPORTATORI

Domenico Fortunato e Michele Colonna sono due piccoli imprenditori che abbiamo incontrato nella Val d’Agri qualche giorno fa. “84 sono i mezzi che trasportano solo il petrolio e i derivati e per i quali abbiamo realizzato degli investimenti notevoli” ci racconta Domenico Fortunato. “Facciamo parte dello STL che è un consorzio, costituito nel 1999, di secondo grado nel quale sono confluiti sei gruppi di trasportatori”. STL, infatti, è l’unico consorzio lucano che fattura il trasporto del petrolio nella nostra regione. I suoi addetti lavorano dal 1993. “Eravamo 84 padroncini con 250 dipendenti che facevano questo tipo di trasporto particolare – continua Domenico – oggi siamo rimasti con una ventina di dipendenti pur mantenendo ancora le 84 autocisterne che non lavorano a causa della costruzione dell’oleodotto. Certo, sapevamo da tempo che ci doveva essere una diminuzione dei viaggi ma, da quello che era emerso negli incontri avuti con i responsabili, c’era stato detto di un taglio complessivo che non doveva scendere al di sotto dei 60-70 viaggi al giorno, e invece così non è stato”. In pratica, ci spiegano i nostri interlocutori, che i tempi stimati per l’operazione petrolio, da più parti, dovevano prevedere investimenti fattibili per i padroncini per una soglia massima di lavoro non superiore al 2004, cosa che invece non è accaduto, poiché il tutto è stato anticipato di due anni. “Il 31 maggio è stato l’ultimo giorno che abbiamo lavorato. Garanzie, in realtà, non ne abbiamo mai avute, anche se, per correttezza, dobbiamo dirlo, il nostro punto di riferimento, l’assessore Vito De Filippo, ci ha sempre appoggiati in tutti gli incontri che abbiamo avuto. L’assessore è sempre stato dell’idea che il consorzio STL deve continuare a lavorare, mantenendo lo stesso livello occupazionale che ha registrato nei tempi migliori”. La crisi del consorzio, infatti, con il conseguente calo dell’occupazione, si è riscontrato solo negli ultimi sei mesi. Naturalmente, la motivazione ufficiale di questo taglio è la costruzione dell’oleodotto e la diminuita quantità di olio da trasportare “eppure, secondo quello che noi vediamo al Centro oli di Viggiano, - afferma Domenico Fortunato – di greggio c’è né tanto da trasportare almeno fino a quando l’oleodotto non andrà a regime, visto che, attualmente, sta producendo circa 45.000 barili al giorno rispetto alla sua capacità finale di 110.000 barili”. Incalza il collega trasportatore Michele Colonna “in realtà vi è stato un brusco acceleramento dei programmi di attuazione dell’oleodotto poiché si stabilì, a suo tempo, che occorreva ben due anni di lavoro per attivare la condotta, mentre il tutto è stato realizzato in appena sei mesi, dando forti incentivi economici alle imprese che lavoravano per la costruzione dell’oleodotto”. E’ questo, uno straordinario esempio d’efficienza imprenditoriale realizzato al sud che ha, viceversa, provocato dei danni enormi a questo consorzio di trasportatori lucani.  Acquistare un’autocisterna, infatti, vuol dire sborsare una cifra che si aggira sui 150-180 milioni di vecchie lire e che vanno ammortizzate in un periodo non inferiore ai 4-5 anni.  Continua Domenico Fortunato “per rientrare nelle spese occorre lavorare tutti i giorni, tenendo presente che dobbiamo sopportare dei costi elevati di manutenzione e di assicurazione; basti pensare che ogni anno, per ogni macchina, spendiamo di assicurazione sui 15 milioni di lire. Per non parlare, poi, del piano d’intervento che dobbiamo approntare nel momento in cui, malauguratamente, avviene qualche incidente. E’ vero, si sono verificati tre incidenti dal 1993, ma è pur vero che da allora, ogni giorno, circolano 70-80 mezzi e quindi, se volessimo fare un bilancio, non sarebbe certamente catastrofico”. “Abbiamo sicuramente fatto meno danni noi – ribatte Michele Colonna - che non il Centro oli di Viaggiano nel laghetto poco distante dall’Hotel Likos. Ultimamente, si è verificata una fuoriuscita di greggio che ha inquinato lo specchio d’acqua e non si conoscono ancora le quantità reali di olio che si sono riversate, mentre, bene o male, in quei pochi casi in cui le nostre cisterne sono state coinvolte in incidenti, le quantità di olio sono sempre state ben definite e di poca entità.  Un esempio è l’incidente avvenuto nel settembre del 2000 nella località Camastra, vicino Anzi, dove, nel giro di pochissime ore, la ditta specializzata di pronto intervento con la quale lavoriamo, è riuscita a recuperare molto del prodotto versato e a stabilire esattamente, con le tare delle cisterne, la quantità andata persa di olio, in modo da poter circoscrivere con una certa precisione il danno che, se pur limitato, comunque è stato recato all’ambiente”. Non sono trascurabili, d’altro canto, al di là dei punti di vista, gli effetti negativi di questa vicenda che, paurosamente, si ripercuotono sull’indotto, sulle officine meccaniche della zona collegate alla manutenzione delle cisterne, sui gommisti e sui distributori che assistono, da mesi ormai, alla riduzione di un buon 50 per cento della propria attività e di conseguenza delle entrate. Da una stima effettuata dagli stessi trasportatori, risulta che si è passati da una fatturazione di circa 1,5 miliardi di lire del 2000 ad appena 300 milioni ad ottobre del 2001, da quando cioè è incominciato il calo. “Con l’assessore Vito De Filippo, avendo la delega sul petrolio da parte della Regione Basilicata, abbiamo avuto diversi incontri anche alla presenza di esponenti dell’Eni, dell’Agip, come l’ing. Rovere, l’ing.Vacchelli, l’ing. De Felice – continua con forza Domenico – nel tentativo di provare a riconvertire questi mezzi o a far continuare questo tipo di trasporto laddove non è stato ancora costruito il centro oli. Ad esempio, a Corleto o a Calvello, dove i punti di estrazione non sono assistiti da un’area industriale come a Viggiano, e sono ubicati in zone montuose a certe altitudini consistenti, si potrebbe fornire questo servizio dando ancora una continuità lavorativa a noi autotrasportatori”. Conclude amareggiato Michele Colonna, con rabbia e, al tempo stesso, con rassegnazione “oggi, dopo tutto quello che sta accadendo, molti di noi sono costretti a cedere le cisterne perché siamo ormai disoccupati e non possiamo più pagare i costi elevati delle assicurazioni, dei leasing. Così da imprenditori – con oltre quarant’anni d’età, aggiungiamo noi, quando è difficile rientrare nel mondo del lavoro – siamo destinati a diventare dei barboni”.

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 2a puntata

di Antonio Porretti

HOTEL LYCOS

            “Se continua così fra meno di un anno sarò costretto a lasciare tutto” è l’amaro esordio di Tonino Lauria, direttore dell’Hotel Lycos in Val d’Agri, una struttura alberghiera di 130 posti letto, distante poco più di una sessantina di chilometri da Potenza. “Nel 1983, dopo aver avuto altre esperienze lavorative a Milano Marittima, decisi insieme ad altri amici, in cooperativa, di puntare sull’apertura di un albergo in quest’area – ci racconta – grazie anche alla predisposizione del comune di Viggiano di ampliare il turismo che allora riusciva a captare nel periodo estivo, incoraggiato dalle numerose manifestazioni culturali, studenti e docenti dell’Università di Firenze, nonché presenze straniere, che ci consentivano di lavorare tantissimo da maggio a settembre di ogni anno. Le cose andavano bene poiché si aveva mediamente una presenza nella zona non inferiore alle 3.000/4.000 persone a settimana che visitavano gli impianti di Viggiano, il Volturino, il Sirino. La comunità di Viggiano – continua Tonino Lauria – era presa a mò d’esempio dagli altri paesi della Val d’Agri per essere stata capace di creare posti di lavoro utilizzando le risorse ambientali ed archeologiche già disponibili e quindi per aver dato nuovo impulso all’attività economica della zona. Poi, dal 1988, da quando cioè si fecero vivi i primi tecnici dell’Agip per i sondaggi del petrolio sul territorio, le cose incominciarono a cambiare in peggio. Dal 1994, infatti, e nel giro di due o tre anni, lo scenario generale della valle è stato completamente stravolto. Di colpo, l’attenzione di tutte le amministrazioni comunali è stata sottratta alle grosse opportunità che il turismo offriva e si è riversata sull’Eni e sui pozzi di petrolio”. A questo punto, per il direttore del Lycos, non è facile continuare a raccontare questa storia d’imprenditore e di cittadino della Val d’Agri senza che il tono di voce manifesti un po’ la sua rabbia e al tempo stesso la sua tristezza. “Solo adesso alcuni amministratori – continua Tonino Lauria – incominciano a ricredersi e ad ammettere che hanno perso del tempo perché ormai l’Eni ha quasi ultimato la quarta linea della centrale di Viaggiano, che viene ingrandita per aumentare l’estrazione del petrolio, e c’è quindi lavoro soltanto per altri sei o sette mesi”.  Nella denuncia del direttore dell’Hotel Likos, in realtà, è possibile intravedere una miopia sulle attività produttive della zona della quale è affetta ormai da tempo la politica locale e che sta facendo toccare con mano i suoi primi effetti negativi agli autotrasportatori del greggio, agli operatori turistici, agli agricoltori, che saranno costretti a prendere drastiche decisioni nel breve periodo sul proprio futuro. “Le amministrazioni comunali – ci domanda con forza – sono in grado di realizzare da subito un programma di sviluppo turistico della Val d’Agri? Da qualche giorno, ho incominciato ad inviare delle lettere agli altri operatori della zona per invitarli ad unire insieme i nostri singoli sforzi e poi poter produrre una piattaforma condivisibile di lavoro e di proposte concrete, da realizzare attraverso l’apporto delle amministrazioni. A questo punto – continua Tonino Lauria – non mi rimane altro che lanciare questa sfida: convocare attorno ad un tavolo i diversi soggetti in causa per provare a costituire un’associazione o un consorzio di promozione turistica, o, altrimenti, ascoltare qualcuno che mi spieghi perché in Val d’Agri, su questo livello, non si può fare nulla. E se dovesse prevalere, quest’ultima ipotesi, forse sarei costretto ad andarmene dal Likos, dalla mia Viggiano, ma avrò avuto almeno la soddisfazione di conoscere le persone che hanno contribuito a sbattermi fuori della mia zona; potrei così assumere questa rilevante decisione, non perché la Val d’Agri è inadeguata a sviluppare il turismo di qualità, ma dettatami semmai dalla loro incapacità a saper operare, senza pestarsi i piedi a vicenda, coordinati come invece accade in altre regioni, con meno risorse disponibili paesaggistiche ed archeologiche della nostra Val d’Agri e dell’intera Basilicata”. Conclude il direttore del Likos “Qui non si può più vivere, anche perché si legge sui giornali, tutti i giorni, Val d’Agri uguale petrolio, inteso come fattore negativo per l’ambiente e non ecocompatibile”. Ci confida, infatti, che gli stessi operatori che venivano contattati quindici, dieci o cinque anni fa, oggi snobbano completamente le strutture alberghiere della Val d’Agri poiché l’utenza ha ormai registrato nella mente quest’equazione. “In inverno, ad esempio, avevamo un’affluenza in albergo, nei fine settimana, tale da dover rifiutare diversi giorni prima numerose richieste di soggiorno perché non c’era più posto. Oggi, invece, se non c’inventiamo qualcosa, cercando di offrire un di più per invogliare la gente a trascorrere qualche giorno, l’albergo rimane vuoto, tenendo ben conto dei prezzi che devono rimanere contenuti nonostante i costi siano aumentati e gli utili diminuiti grazie all’effetto petrolio”. E qualche effetto immediato, uscendo al termine del nostro incontro dalla hall del Likos, l’abbiamo riscontrato noi stessi, è il caso di dire, a naso avvertendo l’odore nauseabondo del petrolio estratto nel pozzo distante dall’albergo neanche un chilometro in linea d’aria

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 3a puntata

di Antonio Porretti

HOTEL MADISAN

        Immerso nel verde della Val d’Agri, l’Hotel Madisan pare voglia nascondersi agli occhi distratti di un turismo cosiddetto mordi e fuggi. Per noi, invece, l’attenzione ben presto si posa sulla qualità alberghiera che ci viene indicata dalle sue quattro stelle. Ad accoglierci nella moderna e capiente struttura è il direttore, Mario Castellaneta. “Da queste parti è in atto da tempo una lotta, una forte competizione tra noi albergatori – ci racconta il direttore – perché abbiamo puntato solo sulla chimera del petrolio. Nella realtà dei fatti, purtroppo, non è così, perché attualmente riempiamo le nostre strutture soltanto per due o tre giorni la settimana. Ci spiega, infatti, Mario Castellaneta che, partendo dall’analisi di quanto accade oggi in Val d’Agri, è difficile non constatare che se la gente residente non lavora, rimane disoccupata, non si può creare un’economia sana e costante nel tempo, in grado di realizzare uno sviluppo endogeno. “A me interessa che nel mio albergo non venga solo gente da fuori, - continua il direttore del Madisan – ma che anche la gente del posto stia bene ed abbia una disponibilità economica con la quale ogni tanto sia in grado di poter festeggiare dei momenti familiari particolari come i battesimi, le prime comunioni, le cresime, i matrimoni, o magari venga anche a cena con gli amici”. Parlando di clienti, però, Mario si sofferma in particolar modo sui pochi dipendenti dell’Agip che transitano in Val d’Agri “Quelli che ci sono arrivano tutti da fuori, soprattutto dal centro Italia, ma tentano sempre di imporre a noi albergatori alcune proposte a dir poco oscene, come quella di farci fatturare un certo importo per poi pagarne un altro. Personalmente non ho mai accettato questo tipo di accordo, anche perché, per fortuna, una fetta di lavoro e un po’ di gente seria c’è ancora in giro. Eppure, si è scatenata una guerra incredibile fra gli albergatori della zona per accaparrarsi anche questo tipo di clienti; una guerra dalla quale però, personalmente, lo ripeto, me ne sono tirato fuori”. Il nostro colloquio prosegue sul perché della necessità, a suo tempo, di costruire tanti alberghi nella Val d’Agri senza accompagnarli ed incentivarli con un idoneo programma turistico. “Pensavano davvero che il lucano venisse a dormire in questi alberghi? – ci domanda ironico – Sarà anche vero che hanno finanziato le strutture alberghiere, queste cattedrali nel deserto, ma vi dico che il 99% degli alberghi in Basilicata sono tutti fallimentari, compreso quello che gestisco io. Noi siamo diventati dei banchettari, perché facciamo solo matrimoni, poiché l’unico ossigeno che ti permette, in estate, di sopravvivere sono solo i banchetti nuziali, per il resto vi è il deserto”. Con rammarico continua “Noi non siamo albergatori. Io mi fregio di avere un titolo di scuola alberghiera, di un’esperienza maturata da quando avevo l’età di 13 anni, ma se qualcuno mi chiede la professione che svolgo quasi mi vergogno di dire che sono un albergatore, perché invece faccio l’affitta camere per l’Agip ed il banchettaro in estate. Si presume, invece, che l’esistenza di un albergo debba rispondere ed essere indirizzata alla domanda turistica. La realtà, purtroppo, è che il turismo non è mai stato programmato dagli enti preposti perché, pur essendo la Basilicata una delle più belle regioni d’Italia, nessuno la conosce. E’ vero, qualche politico organizza anche dei convegni, riesce a far produrre depliant, ma a cosa serve poi rilasciare questo materiale informativo alle agenzie viaggi? L’agenzia, ha effettivamente un interesse a “vendere” la Basilicata?” Il direttore dell’Hotel Madisan prosegue a questo punto sull’argomento turismo e sulla capacità di creare l’interesse nella gente, nell’utenza, affinché desideri di soggiornare nella nostra regione; solo allora, infatti, ci suggerisce Mario Castellaneta, ci sarà anche lo stimolo delle agenzie a sviluppare un giro d’affari. “Se non si conosce un prodotto, come si fa a richiederlo? Da altre parti, dove ho avuto modo di fare esperienze, gli addetti all’ente provinciale e alle politiche regionali per il turismo lavorano seriamente alla ricerca di soluzioni da offrire al circuito nazionale e non scaldano una poltrona in ufficio per percepire uno stipendio alla fine del mese o, peggio ancora, viaggiare gratuitamente a spese della Regione Basilicata. L’unica struttura che, secondo il mio parere, funziona decentemente in questo settore, è la Covaltour, un’associazione nella quale fanno capo soprattutto operatori dell’agriturismo, ristoratori ed albergatori. A dirigerla vi è una ragazza in gamba che è in continua autoformazione ed è pagata da noi stessi che siamo soci, mentre la Regione spreca miliardi per questi benedetti corsi di formazione destinati a gente completamente disinteressata”. Mario, in definitiva, prima di congedarci ritorna sulla presenza dell’Eni che ha snaturato la zona diventata oggetto soltanto di business. “La Val d’Agri non è più quella di quindici o venti anni fa. Oggi, le macchine dell’Eni, sono in continuo movimento sulla strada e chi lavora all’Agip viene considerato come il piemontese di molti anni fa, il neo colonizzatore. Su cento dipendenti che escono dall’Agip, nessuno è della Val d’Agri. Mi domando, allora, se da circa trenta o quarant’anni si sapeva che in Val d’Agri c’era il petrolio, come mai i nostri grandi politici non si sono attivati in tempo utile per promuovere scuole e corsi specifici per tecnici del settore? E quando l’Agip, alla fine si sapeva, sarebbe intervenuta per sfruttare i giacimenti di petrolio di cui siamo in possesso, perché la Regione non ha posto dei seri vincoli, delle condizioni? Una di queste condizioni, ad esempio, poteva essere proprio quella di occupare i tecnici specializzati del posto che sarebbero potuti uscire da quelle ipotetiche scuole, e semmai consentire loro di frequentare degli ulteriori corsi di aggiornamento realizzati dall’Agip. Oppure un’altra strada poteva essere quella di rivolgersi allo Stato per realizzare un accordo, in quanto proprietario sì del sottosuolo e della sua ricchezza, ma presente però nella nostra area, poiché siamo comunque noi a dover convivere con tutti i danni che queste estrazioni di petrolio provocano nel breve, medio e lungo periodo”.  Mario, in pratica, ci spiega che un accordo, in tal senso, doveva consentire da parte dello Stato, di non versare alle popolazioni del posto finanziamenti o altro denaro a causa delle estrazioni; mentre, da parte degli abitanti, non doveva più esserci l’esborso di tasse. In altre parole si sarebbe creata una cosiddetta zona franca che, nel giro di pochissimo tempo, avrebbe visto la Val d’Agri e l’intera Basilicata terreno fertile per notevoli investimenti con una conseguente crescita esponenziale dell’economia lucana. Ci domanda infine Mario, rivolgendosi ai politici lucani: “Perché non sono stati capaci di creare uno sviluppo di quest’area defiscalizzando, ad esempio, la benzina, il gas, l’elettricità? Con una riduzione del cinquanta per cento dei costi, quale imprenditore non sarebbe venuto ad investire in Val d’Agri? Ovviamente, in tal modo, il politico non avrebbe potuto gestire le royalty, e, si sa, senza la gestione del denaro non avrebbe avuto più potere. Purtroppo questo è un modo di fare politica alla vecchia maniera. Dopo cinquant’anni sono cambiati i partiti al potere, ma i ragionamenti ed i modi di agire della politica non sono per niente cambiati; le promesse sono sempre le stesse e noi siamo sempre l’orticello privato dei nostri politici”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 4a puntata

di Antonio Porretti

HOTEL KIRIS

PIETRO FALVELLA (Direttore)

“Con l’arrivo dell’Agip, devo ammetterlo, vi è stato un lieve incremento dell’utenza nella nostra struttura alberghiera. Sicuramente non ha raggiunto il livello che ci aspettavamo e, da questo punto di vista, siamo rimasti un po’ delusi”. Ci accoglie così Pietro Favella, il direttore dell’Hotel Kiris in Val d’Agri. “Certamente è arrivata tanta gente da queste parti, ma molti si sono riversati negli appartamenti, forse per questioni di budget e perché non rientravano nelle spese. Di conseguenza, quella grossa affluenza che doveva esserci è stata, di fatto, disattesa. In un secondo momento, si è pensato che il lavoro potesse venir fuori con il centro oli di Viggiano e che avrebbe incrementato i clienti in albergo. Purtroppo, così non è stato, e soltanto dieci o quindici per cento in più di clienti ha rappresentato il nostro aumento effettivo”. Oltre a riferirci sui dati incontrovertibili dell’affluenza, tuttavia, il direttore del Kiris, ci tiene a sottolineare un aspetto essenziale sulla questione legata all’estrazione del petrolio nell’area. Dal suo punto di vista, infatti, non è da escludere che, la vicinanza di un pozzo petrolifero alla struttura alberghiera, determini un certo impatto sull’ambiente; basterebbe osservarne le fiamme per rendersene conto, oltre ad avvertire i relativi odori. Il Favella precisa che occorrerebbe quantizzare concretamente quest’impatto sull’area con la competenza tecnica e la capacità di analisi che, però, non sono certo compiti dei non addetti ai lavori, della gente comune. “A mio avviso – continua il direttore – ci voleva un’equipe specializzata in grado di intervenire a priori sulla gente del posto, per far capire quelle che potevano essere le conseguenze effettive di tale impatto; l’80% della popolazione parla per “sentito dire”: c’è l’inquinamento o no? E se veramente l’estrazione del petrolio inquina, a quanto ammonta l’entità?” Non esita, Pietro Favella, ad ammettere che, nella realtà del proprio lavoro, i clienti si lamentano degli effetti superficiali del petrolio che hanno modo di constatare; nel ritornare sui dati di affluenza, quindi, c’indica che il lieve incremento percentuale è stato comunque abbattuto dai turisti potenziali che hanno invece disertato la Val d’Agri. Conclude il direttore “I turisti venivano, per un buon 80% dalla Puglia, soprattutto per l’aria buona, per riposarsi un po’, per le montagne, i boschi, ecc.; poi, anche loro, sono stati condizionati da una non corretta informazione. Quello che mi sento di dire alle istituzioni, perciò, è che purtroppo non hanno operato abbastanza, non nel promuovere la nostra struttura alberghiera, ma nel diffondere una certa tranquillità per invogliare i turisti a trascorrere delle vacanze nelle nostre zone. Penso, inoltre, che occorra stimolare i giovani, sia da parte delle istituzioni sia dagli addetti del settore, per far capire loro che il turismo è sinonimo di confronto, di crescita non solo di tipo economico ma anche di mentalità. Bisogna sforzarsi per far capire alla gente che questo è un filone importante e che non si può vivere di sole fabbriche, visti poi i risultati ottenuti. Si può invece vivere di cultura, di turismo, di artigianato. Certo, non si può, dall’oggi al domani, inventarsi un settore. Il turismo va creato, va costruito giorno per giorno, sviluppando una mentalità ben precisa. Personalmente, credo nel turismo e sono innamorato di questo lavoro, anche perché ritengo che attorno ad esso possano nascere tante altre opportunità. Purtroppo, è stato fatto poco e, ancora oggi, tutto dipende solo dagli imprenditori che hanno scommesso e continuano a scommettere nel turismo”.

MICHELE TROPEANO (Presidente della società alberghiera SA.TRO)

Michele Tropeano è il presidente della società alberghiera SA.TRO. Anche a lui abbiamo posto alcune domande sulla presenza del petrolio in Val d’Agri; in particolar modo gli abbiamo richiesto una breve analisi sugli eventuali effetti turistici ed alberghieri che si riscontrano nell’area, determinati dall’ estrazione dell’oro nero. “Si sono verificate delle coincidenze grazie alle quali mi è difficile, oggi, stabilire le responsabilità che hanno determinato un calo delle presenze nelle nostre strutture alberghiere. In particolare, gli impianti sciistici del Volturino non funzionano da almeno cinque anni e, contemporaneamente, si sono avviate le estrazioni del petrolio. Ritengo, però, che il fatto più grave, sul quale occorre porre la nostra attenzione, sia la questione del Parco della Val d’Agri. Ho posto, infatti, una domanda a due o tre politici per tentare di capire: il petrolio ed il parco possono coesistere? E la risposta è stata che esiste già questo tipo di convivenza; precisamente nel Parco del Ticino. Di una cosa, allora, sono convinto che accadrà fra non molto: ci ritroveremo con il decreto del parco con tutti i vincoli da rispettare, ma senza alcun beneficio”. Il presidente della SA.TRO., poi, fornendoci la capienza complessiva degli alberghi in Val d’Agri, ci indica alcuni esempi di cattiva gestione del territorio in merito alla sua fruizione turistica. “Se un turista arriva da noi, secondo voi, come può trascorrere la sua vacanza? Oltre ad offrirgli un po’ di verde, una buona cucina con i piatti tipici lucani e la nostra accoglienza, uscendo dall’albergo, non troverebbe niente, neanche un itinerario da seguire”. Continua Michele Tropeano “A Tramutola, ad esempio, c’è la piscina ed hanno speso molti miliardi di vecchie lire per costruirla, per la presenza dell’acqua sulfurea che, se non sbaglio, oggi non viene più utilizzata. Secondo il mio parere, allora, dovevano sviluppare Tramutola come centro attrezzato, potenziando questa piscina, rendendola utilizzabile al coperto, magari costruendo attorno delle strutture di servizio e non, invece, moltiplicarne l’esistenza in Val d’Agri come poi è accaduto, nel raggio di qualche chilometro, a Moliterno, a Grumento, all’Hotel Kiris e al Grumentum ed ora ne stanno costruendo una a Viggiano e un'altra all’Hotel Lycos. Mi domando: dov’è la gente che deve andare in tutte queste piscine? E non è finita; a Paterno hanno costruito un palazzetto dello sport, ma è inutilizzato; a Villa d’Agri ne esiste un altro, sempre inutilizzato”. Questo accade, secondo il parere del presidente, poiché ci sono le amministrazioni che non sono in grado di coordinarsi fra loro. Vivendo in piccoli centri non distanti tra loro, sarebbe stato più logico, sempre secondo l’opinione di Tropeano, non copiarsi, ma diversificare le offerte strutturali in modo da poter proporre al turista che raggiunge la Val d’Agri, ad esempio in inverno, sia la pista per sciare sul Volturino sia la piscina al coperto a Tramutola. “Sicuramente la colpa è anche un po’ nostra, degli albergatori, - conclude - che non riusciamo fra colleghi a metterci insieme e coordinarci. Su 20.000 abitanti che risiedono in Val d’Agri, ci sono a disposizione, 800 posti letti; per capacità di soggiorno potremmo paragonarci a Rimini. In pratica, però, tutti ci lamentiamo perché li riempiamo solo a Natale, a Pasqua e a Capodanno. Un’idea, ad esempio, potrebbe essere quella di realizzare un accordo, in inverno, fra noi albergatori: chiudere per alcuni mesi tre alberghi e due tenerli aperti, in modo da poter sopportare i costi; oppure attivarsi maggiormente per attrarre i clienti poiché, in ogni caso, se noi riusciamo a farli rimanere aperti, vuol dire che siamo anche in grado di lavorare, dando occupazione a tante persone che sono residenti nella zona e questo, senza dubbio, è un fatto positivo per tutta la Val d’Agri”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 5a puntata

di Antonio Porretti

Consorzio Autotrasportatori STL

“Come consorzio STL di autotrasportatori lucani, su una disponibilità di 90 macchine, attualmente ne lavorano soltanto sei o sette al giorno, rispetto ad un fabbisogno interno di almeno settanta viaggi. Siamo ridotti malissimo”. Questa è la drammatica constatazione di Attilio Severi, presidente dell’STL, l’unico consorzio lucano specializzato nel trasporto su gomma del petrolio. Ci racconta “Per il nostro futuro, collegato al trasporto del greggio, certamente sapevamo che il lavoro non sarebbe stato a lungo termine; tuttavia l’Eni, anche con il sostegno regionale, ci aveva dato una speranza, tempo fa, per almeno altri due o tre anni; un periodo sufficiente per reggere il consorzio ed avere così del lavoro decente; ma questo, purtroppo, non si è verificato. Siamo, in ogni modo, sempre nell’attesa, come si stabilì, di partecipare ad un altro incontro con l’Eni per poter discutere della nostra situazione, alla presenza anche dell’assessore regionale Vito De Filippo che aveva ricevuto la delega sul petrolio”. Il presidente del consorzio lucano, infatti, è del parere che occorre promuovere quanto prima, dato l’attuale momento difficile nel quale versano le famiglie degli autisti e non solo, un tavolo di discussione con l’Eni, ma sempre alla presenza dell’interlocutore regionale. “Ho parlato di recente con l’Ing. Maione, dirigente del distretto lucano dell’Eni – continua – il quale mi ha riferito di essersi attivato per far ripartire il pozzo estrattivo di Monte Enoc di Viggiano, dove andiamo a caricare, aumentandone persino la produzione. In realtà, questo pozzo, con l’estrazione attuale, produce comunque una quantità esigua di olio, in quanto prima ci consentiva di effettuare sette, otto carichi al giorno, mentre oggi ci fornisce al massimo tredici o quattordici carichi e dei quali, poi, non tutti possono essere trasportati da noi lucani; di questi carichi solo il 65% sono i nostri, il restante 35% è destinato alle cisterne dei trasportatori pugliesi. Un accordo, infatti, precedentemente stipulato tra le parti, ha stabilito che il prodotto destinato alla raffineria di Taranto doveva garantire una quota del trasporto del greggio ai pugliesi. E’ stato necessario definire questo patto anche con l’avallo della Regione Basilicata in quanto, inizialmente, noi trasportatori lucani non eravamo in grado di effettuare questo tipo di consegna e per la quale solo gli autisti pugliesi ne garantivano, da soli, la fattibilità. Successivamente, poi, siamo subentrati anche noi, riuscendo ad ottenere questa quota del 65%, mentre gli stessi pugliesi, d’altro canto, volevano raggiungere almeno il tetto del 50% del trasporto su gomma disponibile. Ora, però, ci ritroviamo in mano il 65% di un bel niente, e questo è grave”. Nel proporci la cronaca di quanto sta succedendo per il consorzio lucano e per i suoi piccoli padroncini, Attilio Severi ci presenta anche altri aspetti della vicenda dei trasporti collegati all’Eni.  Infatti, nell’esporre la residua quota dei viaggi destinati all’STL, il suo presidente ci fa rilevare nel frattempo che per gli autotrasportatori pugliesi vi è comunque la possibilità di effettuare altri tipi di consegne, come ad esempio la distribuzione dei raffinati alle centrali elettriche o ai porti. Ed ancora “Anche in passato, poi, secondo il mio parere, le condizioni di trasporto che godevano i nostri colleghi pugliesi erano migliori rispetto alle nostre; quasi sempre venivano da queste parti carichi di raffinato, andavano a scaricare alla centrale di Rossano Calabro e poi ritornavano nella nostra zona a ricaricare le cisterne di greggio. Quindi, se all’apparenza, l’Eni ha fornito una percentuale maggiore di consegne a noi lucani, in realtà ha dato agli autisti pugliesi la possibilità di viaggiare con le cisterne sempre piene, sia all’andata, con i prodotti raffinati da scaricare che al ritorno con il greggio caricato, consentendo loro di utilizzare al meglio e con una maggiore redditività i propri mezzi rispetto a chi, invece, pur avendo una percentuale maggiore sui trasporti da effettuare, la metà di questi era realizzata con le cisterne vuote”. Prima di congedarci, tuttavia, il Severi, nel riagganciarsi agli episodi di riversamento del petrolio causati da alcuni incidenti, sempre meno numerosi, secondo il suo parere, quelli causati dalle cisterne rispetto a quelli recentemente riscontrati in centrale o lungo l’oleodotto, si dichiara fermamente favorevole, insieme a tutti i suoi colleghi trasportatori, all’estrazione del petrolio in Val d’Agri. “Noi siamo convinti che occorra estrarre anche per i nostri stessi interessi di autotrasportatori. Purtroppo, in merito alla decisione di ridurre il trasporto del petrolio con le cisterne, la Regione ci ha sempre detto che non si poteva non rispettare un accordo stipulato a suo tempo dalla precedente giunta regionale, tenendo conto anche degli investimenti che nel frattempo erano stati realizzati per l’oleodotto. Diversamente, sempre secondo la Regione, si poteva ipotizzare di destinare anche una quota del greggio al trasporto su gomma e non convogliarlo interamente alla raffineria con l’oleodotto; in tal modo i costi e gli investimenti potevano essere calcolati secondo altri parametri. A questo punto, però, al di là delle decisioni ormai intraprese, pensiamo che non sia giusto far rimanere le nostre 90 cisterne completamente ferme, perché significa mantenere centinaia di famiglie indebitate e senza lavoro; faccio riferimento non solo ai titolari e agli autisti, ma anche all’indotto che si era creato con i distributori, le officine meccaniche, i gommisti. Una realtà, questa, che registrava un fatturato di circa un miliardo e mezzo, ogni mese, di vecchie lire e che era stata capace di creare un’economia non trascurabile in tutta la Basilicata. Ora tutto questo non esiste più”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 6a puntata (22/07)

di Antonio Porretti

Mario Solimando, il sindaco di Spinoso.

Mario Solimando è sindaco dal 1999 di Spinoso, un piccolo comune della Val d’Agri, che conta poco più di 1800 abitanti. Su un primo bilancio che gli chiediamo, in merito alla questione petrolio, non esita a denunciare innanzitutto che la sua comunità sta assistendo ad un forte ritardo sull’attuazione dell’accordo di programma tra Regione Basilicata ed Eni. Un ritardo, questo, che si ripercuote, analogamente, secondo il sindaco di Spinoso, anche sulla metanizzazione del piccolo centro, uno dei pochi ancora escluso da questo servizio. La Regione, d’altro canto, ha approvato il piano regionale di metanizzazione, ma, nella realtà dei fatti, disattende ancora in concreto la sostanza dell’accordo. “Pur apprezzando gli sforzi profusi per la realizzazione di un accordo tra la Regione e l’Eni – c’informa Solimando – denunciamo enormi ritardi in tal senso. La gente di Spinoso, poi, è molto delusa, come il sottoscritto, rispetto alle aspettative generali che si erano prefigurate sin dall’inizio, quando l’Eni si insediò in Val d’Agri. Ho motivo di ritenere che, dato il malcontento ormai in atto, il gruppo dirigente deve seriamente prendere in considerazione tutto ciò per poi darsi di conseguenza una regolata, nel tentativo di recuperare il terreno perso che sono rappresentati da almeno tre anni di ritardo e d’immobilismo totale”. E’ una seria preoccupazione, quella che si manifesta nelle pesate parole del giovane sindaco. “Credo che la comunità di Spinoso stia vivendo un momento difficile. Siamo una piccola realtà, un piccolo paese che registra anch’esso il dramma dello spopolamento, anche se, rispetto all’invecchiamento di molti altri comuni, abbiamo una popolazione composta di molti giovani che, tuttavia, devono affrontare il problema principale della disoccupazione”. Rispetto alla questione più specifica delle occasioni di lavoro provenienti dall’estrazione del greggio, il Solimando pone l’accento, in controtendenza rispetto a quanto affermato da altri interlocutori ascoltati durante la realizzazione di quest’inchiesta, sulla scarsa propensione ad affidarsi in questa soluzione. “I giovani di Spinoso non si sono illusi di poter risolvere il problema occupazione, pensando magari di andare a lavorare al centro oli di Viggiano. Speravano, invece, e sperano ancora che dall’accordo di programma tra Regione ed Eni fuoriesca un segnale positivo, riuscendo ad applicare quanto è stato già stabilito”. Ma la vera carta vincente, l’asso nella manica che il sindaco Solimando spera si giochi quanto prima, è la prospettiva di sviluppo ancorato all’ambiente. Ci confessa, infatti, “A Spinoso abbiamo fatto una scelta totalmente diversa; come amministratore, infatti, sin dall’inizio ho creduto nel parco della Val d’Agri come possibilità concreta di effettuare una scelta strategica per lo sviluppo della mia comunità. Il comune di Spinoso è stato uno dei pochi comuni a scegliere, dall’inizio, di entrare nel parco con l’intero territorio ed ho deliberato in tal senso. Ci stiamo battendo perché crediamo che sia l’unica possibilità di sviluppo reale, tenendo presente che Spinoso è sul lago del Pertusillo, ha due siti di alto valore naturalistico come il lago ed il monte Raparo, un centro storico interessante per la presenza di palazzi settecenteschi, e quindi abbiamo optato per questa scelta che, in Val d’Agri, non tutti gli amministratori hanno condiviso pienamente. Anche in questo caso possiamo constatare dei ritardi paurosi da parte della Regione. Mi auguro che, collegando il discorso petrolio con la compatibilità ambientale, il parco della Val d’Agri venga istituito quanto prima e diventi una realtà non solo di sviluppo ma anche di tutela del territorio. Le ultime vicende riguardanti le fuoriuscite del greggio, rappresentano dei segnali preoccupanti ed inquietanti. Nell’ultimo mese, o poco più, abbiamo assistito a due incidenti, se pur di modesta entità, che comunque destano allarme non solo per Spinoso, che non ha avuto delle royalty, ma per l’intera Val d’Agri, in quanto, se dovesse accadere qualcosa di più eclatante sotto questo profilo, le ripercussioni si avvertirebbero sull’intera area”. E’ ferma convinzione del sindaco, poi, che la società civile si è ulteriormente sensibilizzata sui temi dell’inquinamento in tutta l’area interessata dall’estrazione del petrolio. Dal suo importante osservatorio in qualità di amministratore, si registra un maggiore e costante interesse da parte soprattutto delle associazioni classiche come WWF e Legambiente che stanno riconsiderando la questione nell’ambito della compatibilità ambientale. “Le popolazioni, in particolar modo, sono sempre più sensibili e sono preoccupate, in modo particolare, nei confronti del centro oli. Pertanto, come amministratore locale mi auguro, ma credo anche le intere popolazioni dell’area sperano vivamente, che tutto quanto sta accadendo in valle dia una spinta decisiva a questa classe dirigente regionale, affinché sappia cogliere quanto prima questi nuovi elementi di malcontento e di delusione che si stanno delineando con forza. Di fronte ad un petrolio che inquina, che crea preoccupazione tra la gente, si contrappone con enorme interesse la voglia ed il coraggio della scelta verso il parco che, a questo punto, rappresenta una prospettiva di sviluppo più credibile”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 7a puntata (29/07)

di Antonio Porretti

Don Michele Palumbo, parroco di Tramutola

Dei parroci della Val d’Agri, ai quali abbiamo chiesto d’incontrarci serenamente per ricevere un’opinione sulla questione petrolio e sulle conseguenti ricadute sociali nell’ambito delle proprie comunità, qualcuno, ad onor del vero, ci ha letteralmente sbattuto la porta in faccia. Ma Don Michele Palumbo, il giovane parroco di Tramutola, rappresenta per fortuna un esempio da imitare per i suoi colleghi sacerdoti in termini di cortese disponibilità e, soprattutto, di attenta e scrupolosa capacità di analisi. “Sono parroco a Tramutola da circa dieci anni – ci racconta don Michele – e tento di coordinare la comunità a livello pastorale; conosco un po’ tutta la realtà della valle anche se, nella questione petrolio, non sono la persona più addentro. Certo mi sono fatto un’idea. Ho cercato di percepire le aspettative, gli stati d’animo, quelle che sono le attese soprattutto. Penso che dal petrolio ci si aspettava molto di più di quanto non abbia dato. E’ una realtà grossa che ci sovrasta, per certi versi, anche perché l’Eni è una realtà molto grande e che si è imposta con i suoi mezzi, i suoi movimenti, mentre noi, per lo più, rimaniamo spettatori”. Nell’analisi delle ricadute sociali sul territorio, il parroco di Tramutola affronta innanzi tutto la questione lavoro collegata ancor oggi all’abbandono della propria terra. “La nostra, da sempre, è una terra di emigrazione ed allora il petrolio ha rappresentato per molti una speranza per rimanere a casa, nel tentativo di creare qualcosa di nuovo e rendere la permanenza più vivibile ed anche più appetibile. Il petrolio, tuttavia, sin dall’inizio, ha coinvolto poche persone venute da fuori, che hanno in qualche modo scandagliato questo territorio. Abbiamo visto i camion scorrazzare per anni, le montagne riempirsi di cavi e poi, all’improvviso, abbiamo visto sorgere questi funghi, le trivelle che estraggono il petrolio e poi di nuovo i camion che hanno incominciato a trasportare questo petrolio estratto verso Taranto. L’occupazione locale, quindi, è stata solo momentanea, limitata nel tempo ed alle trivellazioni. L’Eni, sul posto, ha assunto sola manovalanza; i tecnici specializzati sono tutti arrivati da fuori. Anche ora, sia per quanto riguarda l’estrazione, sia per il centro oli, le persone occupate non sono tante, il lavoro è limitato a poche unità ed a poche famiglie”. Nella disamina del quadro generale dell’occupazione, inoltre, don Michele non tralascia l’aspetto riguardante il trasporto su gomma del greggio da Viggiano e dagli altri centri limitrofi verso la raffineria di Taranto. In modo particolare, pone in risalto sia le aspettative iniziali degli autisti e delle loro famiglie ormai mandate in crisi dalla costruzione dell’oleodotto, sia i problemi collegati al traffico, nonché l’impatto ambientale del riversamento delle cisterne con il conseguente inquinamento delle aree interessate. “C’è poi la questione delle royalty in accordo con la Regione – continua don Michele – Attualmente un piccolo respiro di sollievo è dato dalle somme che vengono messe a disposizione dalla Regione, che provengono chiaramente dall’Eni, e che si aggirano sui 10 miliardi di vecchie lire all’anno e che sono destinate per il rimboschimento e per il danno ambientale arrecato. Questi 10 miliardi sono messi a disposizione per i cantieri forestali e quindi molte di queste persone non fanno più le 50 o 51 giornate, ma arrivano a farne il doppio e si prevede anche di più; questo rappresenta un piccolo lume per quanto riguarda il lavoro. Per le royalty, in particolare, so che esistono degli accordi tra Stato, Regione ed Eni, che dovrebbero creare dei nuovi investimenti diversi sul territorio, ma tutto è ancora sulla carta. Ecco perché poi nelle famiglie, nei giovani, subentrano i dubbi e lo sconforto”. Nell’osservare la realtà, il parroco del piccolo centro, non ha poi dubbi circa la connessione che si è venuta a creare di recente tra il benessere indotto dalla presenza del petrolio ed i fenomeni di disagio scaturiti in Val d’Agri.

“A Villa d’Agri forse, più che a Tramutola, si è venuta a creare una maggiore ricchezza che in qualche modo è circolata; basti pensare al commercio che è cresciuto molto, ma sono aumentati anche i problemi. La ricchezza ha creato maggiori esigenze che, in qualche modo, bisognava soddisfare. La tossicodipendenza, il dramma dell’usura, la delinquenza organizzata ha incominciato ad interessarsi della Val d’Agri ed in particolar modo proprio di Villa d’Agri. Il problema allora si pone, perché necessariamente la ricchezza porta con sé anche dei risvolti negativi. I giovani, penso, sono rimasti un po’ delusi da tutto questo e la cosa che noto a livello di parrocchia e di zona è che continua la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Nelle nostre parrocchie lavoriamo con i giovani fino all’età di 17 e 18 anni, cioè fino all’età della scuola superiore; ma l’università, poi, significa diaspora. Ed è una diaspora, purtroppo, che nell’80, 90% dei casi non vede un ritorno. I giovani vanno via con l’idea di rimanere fuori dei nostri paesi; pochi vanno via con l’idea di ritornare e per questi ultimi, la conoscenza di altre realtà li induce a rimanere lontani. Il fenomeno, quindi, più negativo per il futuro lo ravvedo in questo tipo di diaspora giovanile poiché ciò significa che questa realtà non cresce, vengono a mancare le risorse, i matrimoni, le famiglie; non avviene il ricambio generazionale con tutto quello che comporta con le conseguenti chiusure delle scuole”. Di fronte a questa realtà particolare, però, il parroco ci confessa che è necessario lavorare insieme, anche se è difficile coordinare le forze, comprese quelle che fanno capo agli altri parroci della Val d’Agri.

“Si fa quello che si può – conclude don Michele Palumbo – cercando di avere lo sguardo aperto e, per quanto possibile, lungimirante. Lavoriamo con i giovani e cerchiamo di lavorare con le famiglie. Attualmente il nostro vescovo ci sta facendo meditare proprio sulla famiglia sia a livello di zona sia a livello diocesano. Certo, è una gran fatica perché noi possiamo parlare, possiamo essere un osservatorio, possiamo creare momenti di discussione e di analisi, ma poi di fronte ad una famiglia che si forma ma che non ha il lavoro e il sostentamento è difficile dare delle risposte. L’analisi va fatta, però, non ci si può rassegnare. Io non mi rassegno facilmente, ma le responsabilità sono comunque della Chiesa, delle amministrazioni, degli enti, dell’Eni, di chi in qualche modo ha dei compiti di gestione, dagli organi più alti a quelli più operativi che si trovano sul territorio. Ciò che manca, forse, è un lavoro di cooperazione e di dialogo tra le parti. Solo quando cinque o dieci famiglie rimarranno in zona e riusciranno a trovare un minimo di attività, perché aiutate e sostenute nel loro sforzo di lavorare, la realtà potrà avere uno spiraglio positivo di futuro. Penso che le possibilità ci sono, bisogna solo ripensarle, ritornando anche al discorso sul petrolio. Se questa energia potesse essere riconsiderata in modo diverso, magari facendo pagare l’energia elettrica, il gas, la benzina a minor costo, incentiverebbe sicuramente nuove attività, nuovi investimenti, e non è poco”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 8a puntata (05/08)

di Antonio Porretti

Don Paolo D’Ambrosio, parroco di Viggiano

Nell’incontrare il giovane parroco di Viggiano, don Paolo D’Ambrosio, non possiamo fare a meno di ammirare, dal piazzale antistante la chiesa madre arroccata sulla sommità del piccolo centro, una stupenda panoramica della Val d’Agri ed osservare, al contempo, la vastità del centro oli nella complessità dei suoi impianti. Don Paolo ci tiene ben presto a precisare, innanzi tutto, l’opportunità di esporre il suo pensiero, sulla vicenda del petrolio, solo da un punto di vista prettamente pastorale. La sua impressione, come parroco, è che attualmente serpeggi del forte malumore nella comunità e nella gente di Viggiano, forse delusa perché in attesa di ben altro. “Credo che il modello di sviluppo scelto per questa zona – ci confessa – non è stato tra i più felici; intraprendere la decisione di industrializzare quest’angolo della regione, non so fino a che punto sia stata la mossa più intelligente, tenendo conto che il comprensorio della Val d’Agri offre potenzialmente delle valide alternative. Probabilmente non era possibile impedire che tutto ciò accadesse, in quanto gli interessi nazionali sono sempre stati molto forti, ma ho l’impressione che è stato totalmente svenduto il territorio, puntando, in maniera esclusiva, sul petrolio”. Il parroco di Viggiano, in effetti, punta il dito su un’industrializzazione che non c’è mai stata. Per don Paolo, infatti, basterebbe osservare la cartina tornasole che è rappresentata dal numero degli occupati della valle, per scoprire l’amara realtà dell’esiguo numero di persone che vivono grazie all’estrazione petrolifera. “Per come sono concepiti gli impianti – continua il parroco –, e gli esperti lo sanno, necessitano di poca manodopera per la manutenzione ordinaria, per il resto tutto è automatizzato. E’ vero; ha lavorato un po’ di gente, ma saltuariamente, non qualificata e senza alcuna prospettiva. Per quanto mi risulta, poi, le ditte impiegate, sia nella costruzione del centro oli che nelle altre fasi della lavorazione del greggio, sono per lo più del nord d’Italia”. I timori di don Paolo, quindi, si manifestano soprattutto per lo stato attuale nel quale alcune persone, che lavoravano fino a non molto tempo fa, incominciano ora ad avvertire seri problemi occupazionali. Prevalgono quindi la delusione e l’angoscia negli animi di tanti lavoratori che non sanno più come affrontare il futuro. “A fronte di questo scenario – prosegue nell’analisi il sacerdote – si riscontrano una serie di problemi collaterali che, in qualche modo, hanno deprezzato il valore di questo territorio. Sarà forse solo una questione di carattere psicologico, ma sta di fatto che la gente si lamenta di una produzione agricola, dal vino alla frutta, che ha subìto un forte calo delle vendite, quando invece, un tempo, rappresentava il fiore all’occhiello della valle. Per non parlare, poi, del grosso problema ambientale dell’inquinamento che non è stato ancora risolto e sul quale aleggia un grosso punto interrogativo. Infatti, al di là delle rassicurazioni che provengono dalla Regione e dal Comune, a quanto mi risulta non esiste ancora uno studio dettagliato sui rischi ambientali; se ne parla soltanto in occasione degli incidenti, come quelli accaduti negli ultimi tempi. Su quest’aspetto c’è un po’ di superficialità da parte nostra; affrontiamo queste problematiche con un atteggiamento tipicamente “meridionale” frutto anche di rassegnazione, di fatalismo, quasi combattessimo contro delle divinità olimpiche. Per cultura cattolica non sono certo un fomentatore di rivoluzioni, ma penso che ciò che è giusto debba essere riconosciuto. Tante volte ho l’impressione che prevale del fatalismo sia da parte della gente intenta a subire, che tuttavia chiacchiera soltanto e, di fatto, non fa nulla per far valere i propri diritti presunti o reali, sia da parte delle istituzioni che, a quanto mi è dato sapere, non credo abbiano altri interessi, pur se viene meno, forse, da parte loro il dovere di controllare”. In questa situazione, secondo don Paolo, è difficile impedire che delle decisioni, anche negative per la collettività, possano essere intraprese; tuttavia, sempre secondo il parroco di Viggiano, occorrerebbe farsi guidare da una filosofia di base secondo la quale sarebbe opportuno, extrema ratio, ottenere il massimo degli obiettivi prefissati ma con il minimo dei rischi da correre. “I risultati ottenuti, però, non sono assolutamente rispondenti ai rischi che, a loro volta, sono poco chiari, in quanto non ne abbiamo ancora l’esatta percezione e non conosciamo affatto ciò che in futuro queste attività estrattive lasceranno in quest’angolo della nostra regione”. Ma la questione che più interessa don Paolo e che non nega di prediligere è l’aspetto morale.   “Come uomo di chiesa – afferma – temo l’inquinamento morale più di quello ambientale. A partire dagli ultimi episodi di malaffare, sui quali si sta indagando e al di là di quello che la magistratura accerterà, credo che qualcosa cominci a scricchiolare nella struttura morale della nostra comunità, sotto un profilo sia religioso, sia laico. L’usura, la corruzione, ed altri fenomeni legati alla malavita organizzata non sono certo un arricchimento dal punto di vista umano. Tanto per fare un esempio, in valle circola più droga che a Potenza e siamo appena 12.000 abitanti. Di tanto in tanto il problema della prostituzione riemerge nei locali di ritrovo del comprensorio. Ovviamente, tutto ciò non è dovuto solo ad un’unica causa, ma è un insieme di concause. Se un agente patogeno dall’esterno riesce a far ammalare un corpo, vuol dire che già il corpo, in qualche modo, è debilitato, perché altrimenti reagirebbe bene ed isolerebbe il virus. Le nostre comunità sono state, fino a non molto tempo fa, moralmente sane; potevamo contare su famiglie che riuscivano a trasmettere quei valori che venivano garantiti anche dalla scuola e dalla chiesa. Certamente la colpa non è dell’Agip e del petrolio, ma l’incontro di diverse mentalità e culture non rappresentano sempre e in ogni caso un arricchimento. Secondo me - conclude il parroco di Viggiano - la valutazione di un fenomeno, com’è quello dell’estrazione petrolifera, non deve essere elaborata tenendo conto solo dell’aspetto economico, ma va considerata soprattutto sotto il profilo umano, inteso come difesa della nostra identità, della nostra cultura e della nostra storia che per secoli ha rappresentato la dignità di questo popolo e delle singole persone. Prostituirci solo per il miraggio di ricevere qualcosa in cambio, in termini economici, non so fino a che punto può essere positivo. Altre società che hanno operato scelte di questo tipo, non sono certo diventate migliori”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 9a puntata (12/08)

di Antonio Porretti

Vittorio Prinzi, sindaco di Viggiano

“Approfitto della vostra disponibilità per lanciare un appello: la Val d’Agri sta morendo”.  Della lunga intervista rilasciata dal sindaco di Viggiano, Vittorio Prinzi, questo è il monito inequivocabile che riassume le sue preoccupazioni e delusioni. “Rispetto agli obiettivi prefissati, quando la Regione sottoscrisse con l’Eni e il Governo l’accordo di programma, devo dire che il bilancio è piuttosto deludente se non addirittura negativo. In questi anni – ci racconta il sindaco – abbiamo visto poca occupazione, per lo più precaria, ed un numero limitato di trasportatori; basti pensare che solo il 50% del trasporto è stato affidato ad autisti lucani, il resto è andato ai pugliesi. Dobbiamo registrare, poi, che neanche il 30 o 40% dei lavoratori occupati era locale; buona parte della manodopera, sia professionalmente qualificata sia a volte anche non qualificata, è giunta da fuori regione o da fuori zona. Molti sono arrivati dalla Sicilia, dal Nord, da Ravenna, dalle Marche, da Ortona; tutti hanno “inzuppato il pane”, come si suol dire, nel petrolio della Val d’Agri, lasciandoci poi l’amaro in bocca, soprattutto quando anche quel poco di manodopera che era stata impiegata nella costruzione dell’oleodotto e del centro oli va ormai estinguendosi”. Nell’accurata analisi che ci propone, Vittorio Prinzi non esita un’istante a sottolineare con determinazione i gravi ritardi che, secondo il suo parere,  la Regione Basilicata ha accumulato sull’attuazione dell’accordo di programma con l’Eni. “Certamente – continua – si sapeva sin dall’inizio che ci sarebbe stata un’occupazione precaria e che il petrolio, in sé, non poteva procurare molti posti di lavoro; s’ipotizzavano 200, 300 o, a voler essere ottimisti anche 500 unità con tutto l’indotto. Non era in ogni caso questa la risposta che doveva venire dal petrolio. Pensavamo e pensiamo ancora, non abbandonando mai la speranza, che ci possa essere un’occupazione indiretta dovuta all’estrazione, intesa soprattutto come opportunità. Innanzi tutto, la cosa che più mi duole in questo momento è l’utilizzo delle royalty. Sono circa tre anni che noi sindaci abbiamo cominciato a discutere di quest’accordo di programma. Basti pensare ai 350 miliardi di vecchie lire delle royalty che potrebbero moltiplicarsi con i fondi europei, il Pit, e che determinerebbero un enorme arrivo di investimenti, di milioni di euro, pronti per essere gestiti e spesi, ma che, per ritardi non ben giustificati o, a questo punto, addirittura ingiustificati da parte della giunta regionale, non sono stati in alcun modo attivati. Tutto questo – prosegue il sindaco – può sembrare ancora il male minore, in quanto questo pacchetto si riferisce soltanto al periodo 2001-2006; in seguito, però, per 15, 20 anni ci saranno le altre royalty i cui fondi aumenteranno in proporzione, man mano che l’estrazione del petrolio andrà a regime. Oggi, infatti, parliamo di una produzione di 45.000 barili di petrolio al giorno; a regime saranno estratti 105.000. Una volta raggiunta quella cifra terminerà l’attuale accordo di programma, ma se dovessero essere estratti barili per una quantità superiore ai 105.000, allora l’accordo di programma andrebbe ulteriormente rinegoziato con l’Eni”.  Secondo il parere di Vittorio Prinzi, quindi, le royalty rappresentano delle opportunità che, se attivate, porterebbero degli enormi vantaggi alle comunità locali, sia direttamente ai comuni sia ai commercianti e agli artigiani. Tuttavia, sempre secondo l’opinione del primo cittadino di Viggiano, il petrolio deve essere considerato una delle risorse presenti e disponibili nella Val d’Agri, da utilizzare come grimaldello, per poter stimolare gli altri settori. In tal modo, ad estrazioni ultimate, fra un ventennio circa, delle cosiddette ricadute economiche, determinate dall’estrazione del petrolio, potrebbero beneficiarne i vari settori produttivi che consentirebbero di mantenere un sufficiente livello occupazionale nell’area. “Accanto a questo pacchetto delle royalty – continua il sindaco – che ancora, incredibilmente, non è stato ancora attivato dalla giunta regionale, ci sono poi le mancate realizzazioni delle grandi infrastrutture. L’accordo di programma prevedeva, infatti, l’aviosuperficie, la Brienza-Potenza, la Taurina; opere tutte irrealizzate con miliardi che attendono di essere spesi mentre la nostra realtà interna della Val d’Agri è in attesa di uscire dall’isolamento che, a sua volta, crea le condizioni non di sottosviluppo, ma sicuramente di un ritardo di sviluppo della nostra area. Non parliamo poi della mancata costituzione della società energetica regionale che, come è previsto sempre dall’accordo di programma, dovrebbe definire al meglio la gestione di questa massa di energia potenzialmente disponibili, come il calore, il metano, l’energia elettrica; tutte queste risorse potrebbero essere prodotti qui da noi a vantaggio, non solo delle comunità locali, ma dell’intera regione”. IL sindaco, a questo proposito, ci porta l’esempio di un’ipotetica costruzione di una centrale di cogenerazione da realizzarsi in valle che consentirebbe la produzione di un’enorme quantità di calore, oltre che di energia elettrica da vendere. La ricchezza di tanto calore, d’altro canto, potrebbe incentivare la costruzione di serre a valle, occupando decine e decine di ettari di terreno per l’ortofrutta o magari da adibire per la coltivazione di fiori, sulla cui iniziativa esistono già delle proposte concrete di lavoro. Per non considerare, poi, la possibilità di concretizzare, finalmente, un’idea molto diffusa, a quanto ci sembra di capire, tra gli abitanti della Val d’Agri. E’ l’opportunità, in poche parole, da dare ai comuni interessati all’estrazione petrolifera per usufruire del metano e dell’energia elettrica ad un costo minore rispetto all’attuale, per stimolare gli artigiani e gli imprenditori ad investire in Val d’Agri.  “Il paradosso – incalza ancora il sindaco – è che, qui da noi, ci sono comuni che non hanno ancora il metano, quando invece l’accordo di programma prevedeva da tempo il completamento della metanizzazione di tutti i comuni presenti nell’area dei giacimenti. Purtroppo, di fronte a tanto malcontento diffuso tra le popolazioni, noi sindaci dell’area non siamo molto uniti. Forse non riusciamo a fare la cosiddetta “voce grossa”. Il motivo di questa disgregazione, secondo me, è dovuto al fatto che la stragrande maggioranza delle amministrazioni comunali sono dello stesso colore politico di quella regionale. Da parte mia, quando affermo che la responsabilità di quest’immobilismo è da attribuire alla giunta regionale, mi dispiace ammetterlo, perché ne fanno parte persone che conosco bene, con le quali milito nello stesso partito, come il presidente Bubbico o l’assessore Vita. Probabilmente, noi sindaci, non siamo abbastanza incavolati da dir loro: diamoci una regolata”. In definitiva, secondo Vittorio Prinzi, dovendo condividere la decisione di estrarre il petrolio, imposta dai governi e dal potere intangibile dell’Eni, sarebbe opportuno tirar fuori da questa situazione il massimo dei benefici. “Se non facciamo neanche questo – afferma – allora siamo doppiamente responsabili: da un lato perché abbiamo contribuito a volere il “guaio”, dall’altro a non saper trarre nulla di buono da questo guaio. C’è poi da dire che al primo punto dell’accordo di programma si parla di ecocompatibilità dell’estrazione con l’ambiente; si parla, infatti, di uno sviluppo sostenibile che prevede degli interventi sulla forestazione e grazie ai quali l’Eni, per un decennio, deve versare dieci miliardi l’anno di vecchie lire per la salvaguardia ambientale. Molto spesso, però, questi fondi sono utilizzati per la vecchia logica di provvedere alla moltiplicazione delle giornate lavorative ai forestali. A completare, poi, il panorama delle inadempienze vi è la mancanza di una garanzia sui rilevamenti che sono effettuati da parte dell’Eni, per opera di alcune società alle quali affida le analisi sull’aria e sull’acqua. Questi dati, infatti, affluiscono alla Regione che, a sua volta, mensilmente li riceve, mentre, sarebbe opportuno, che sia proprio la Regione ad effettuare il monitoraggio. Ecco perché insistiamo sulla necessità di istituire, come altro punto previsto nell’accordo di programma totalmente disatteso, l’Osservatorio Ambientale in Val d’Agri, con i fondi messi a disposizione dall’Eni, ma che deve essere gestito dalla Regione Basilicata. E per concludere, rimane l’informazione inesistente. Quotidianamente, sul territorio martoriato di Viggiano che conta ben 18 pozzi di petrolio, assistiamo a piccoli sismi, a vampate, a diffusioni di gas, mentre siamo completamente disinformati e non conosciamo il perché di questi fenomeni. Di conseguenza, manca totalmente un piano di sicurezza per l’emergenza. Se oggi dovesse svilupparsi una fuga di gas la gente non saprebbe cosa fare, come muoversi o cosa indossare per proteggersi. Eppure sono dieci anni che si estrae il petrolio in Val d’Agri”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 10a puntata (19/08)

di Antonio Porretti

Angela Latorraca, sindaco di Moliterno

“Rispetto ad altri comuni della Val d’Agri, Moliterno ha subìto, per quanto riguarda l’aspetto ambientale collegato all’estrazione del petrolio, delle conseguenze sul profilo della viabilità, soprattutto durante la costruzione dell’oleodotto; forse, sapremo solo in futuro le eventuali ripercussioni sull’aria”. Ad accoglierci con questa attenta e pacata riflessione è Angela Latorraca, il sindaco di Moliterno, un comune geograficamente posizionato ai margini dell’area interessata all’estrazione petrolifera. Anche lei, come altri interlocutori sollecitati dalla nostra inchiesta, evidenzia in modo particolare gli scarsi effetti positivi dell’effetto petrolio sul mondo del lavoro. “Per quanto riguarda l’occupazione, – racconta il sindaco – ci si aspettava sicuramente una ricaduta maggiore, ma si sapeva però che, tranne le persone che dovevano rimanere al centro oli in modo permanente, per tutti gli altri il lavoro era a tempo determinato. Ci sono state delle imprese in loco, quindi, che hanno lavorato, ma senza manodopera specializzata e senza predisporne dell’altra qualificata per il futuro. Pertanto, l’unica manodopera occupata è stata quella indistinta, continuando a creare questa falsa illusione del lavoro da ricevere con l’estrazione del petrolio”. Dal punto di vista di Angela Latorraca, infatti, la questione occupazionale, in vista del miraggio petrolio, è stata ed è tuttora al centro delle preoccupazioni di molte amministrazioni comunali della zona. “Siamo stati scambiati, un po’ da tutti, per degli uffici di collocamento. A questo si aggiunga il problema dello spopolamento che qui, a Moliterno, si avverte maggiormente, soprattutto dopo la chiusura in zona di alcune imprese di costruzioni che hanno licenziato di recente un centinaio di lavoratori. In definitiva, la gente è molto delusa e preoccupata. Moliterno, inoltre, non è un comune che ha ricevuto delle royalty, a differenza di Viggiano che, è vero, è stato martoriato dalle trivellazioni però, di pari passo, ha delle disponibilità provenienti dalle ricadute economiche. Noi, invece, non abbiamo ricevuto ancora niente e, sollecitando la Regione per l’avvio di questo accordo di programma, siamo sempre in attesa. Come comune, infatti, Moliterno è tra quelli che rientrano nella legge 40 del 1995, vale a dire tra quei centri che entrano nell’area interessata all’estrazione. Il nostro, rientra in questa legge attraverso il meccanismo delle royalty, anche se l’accordo di programma, nel frattempo, ha subìto, di fatto, dei ritardi dovuti inizialmente alla concertazione per la quale non si era preparati, poiché mettere insieme Regione, sindacati, sindaci, non è facile. Verso aprile o maggio di quest’anno, pareva che dovesse finalmente decollare, ma le note vicende giudiziarie hanno bloccato tutto”. Su questo punto, sottolinea il primo cittadino di Moliterno, è forte l’impegno della sua amministrazione nel tentativo di ottenere al più presto un forte impatto sulle attività produttive, poiché si avverte pressante l’urgenza di vitalizzare le diverse aree artigianali un po’ di tutti i singoli comuni dell’area, oltre a quelle industriali, in modo da fornire un respiro di speranza all’occupazione e, di conseguenza, all’economia dell’intera zona. “Basti pensare alla fila – incalza Angela Latorraca – che ogni giorno si forma qui in Comune, di persone in cerca di un aiuto da parte del sindaco, per immaginare il momento difficile che stiamo attraversando tutti, almeno qui a Moliterno. Da parte nostra, come amministrazione comunale, stiamo riadattando, anche se già scaduto, il piano degli investimenti produttivi poiché crediamo che, solo attivando una politica volta ad insediare qualche attività, possiamo arginare questa fuga di braccia e di cervelli”. Il fenomeno di questa nuova emigrazione, secondo l’analisi della giovane amministratrice, è diffuso un po’ in tutta la Basilicata, anche perché i giovani che si recano a studiare in altre città, probabilmente, riescono ad intravedere per il loro futuro delle migliori aspettative, in merito sia alla qualità della vita sia alle offerte di lavoro che, da noi, nei piccoli centri, difficilmente potrebbero concretizzare. Ecco perché si realizzano delle iniziative che, secondo il sindaco, sono un tentativo per sviluppare le attività sociali del centro, proponendo alcune offerte culturali, riaprendo, ad esempio, il cineteatro, o mantenendo aperta dodici mesi l’anno la piscina. “Poiché Moliterno non rientra nell’area dove sono presenti i pozzi petroliferi, - ci spiega ancora Angela Latorraca – abbiamo scelto allora di entrare interamente, come territorio, nell’area del Parco, anche perché una comunità deve identificarsi in un preciso ambito, proprio come scelta culturale. E’ stata, comunque, una scelta difficile da affrontare, poiché una parte della popolazione non era d’accordo, in quanto pensava di essere danneggiata da questa scelta, grazie ad una cattiva informazione data sul parco. La decisione intrapresa a favore del Parco è stata in ogni caso dettata dall’esigenza, come amministrazione, di dare una forte identità alla nostra comunità; non a caso Moliterno, nel corso della storia, ha avuto un ruolo importante in quanto crocevia tra la Campania, la Basilicata e la Calabria. Per questo motivo il nostro centro si è candidato ad essere sede del Parco; abbiamo un immobile storico, un palazzo nobiliare che mettiamo a disposizione, anche se tutto dipenderà dalla concertazione tra le parti”. Infine, sul ritardo ormai registrato da più parti circa l’attuazione dell’accordo di programma che riguarda appunto le royalty, Angela Latorraca, a differenza di altri, non si pronuncia e non tenta certo di affondare il coltello nella piaga. “Parlare contro la Regione Basilicata e delle sue inadempienze non ha senso; direi piuttosto di aspettare che si manifesti l’evoluzione della giunta regionale e che si rimetta in moto il meccanismo. Oggi, è troppo facile sparare contro la Regione; personalmente non me la sento di attaccarla poiché mi sembrerebbe un atto di sciacallaggio. Sicuramente, – conclude Angela Latorraca – chiediamo che parta l’accordo di programma in quanto è previsto che una grossa parte delle royalty sia destinata alle attività produttive, oltre all’agricoltura ed alle iniziative culturali. Chiedo, in altre parole, come sindaco, che le risorse indirizzate ai comuni, presenti nelle aree dell’estrazione petrolifera ed indicati nella legge 40, siano investite al più presto, altrimenti queste royalty possono sembrare a tutti solo un miraggio. La gente, in fin dei conti, è ormai disincantata rispetto a questi accordi di programma”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 11a puntata (26/08)

di Antonio Porretti

Franco Simone, sindaco di Tramutola

“La mia famiglia si trova da queste parti, anche se i miei genitori sono abruzzesi, perché negli anni trenta, quando incominciarono le prime perforazioni per il petrolio, mio padre, che era già un dipendente dell’Agip, fu trasferito da Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, a Tramutola”. E’ questa la piacevole accoglienza, dal tono familiare, che ci riserva Franco Simone, il sindaco di Tramutola. “Nel 1955, l’anno in cui l’Agip smantellò i cantieri, mio padre morì in un incidente, ma di tutte le famiglie che vennero a Tramutola da fuori, da Ravenna o dall’Abruzzo, la mia fu l’unica a rimanere”. In breve, Franco Simone ci espone un quadro generale sulla nuova presenza dell’Eni in Val d’Agri, dopo quella che conobbe in prima persona il padre negli anni trenta. “In questi anni – ci racconta il sindaco – le uniche ricadute economiche che si sono riscontrate riguardano gli autotrasportatori, che hanno effettuato dei notevoli investimenti anche di tasca propria, ed un’occupazione temporanea dovuta alla costruzione del centro oli. In particolare, su quest’ultimo aspetto, basterebbe pensare che il 50% del personale assunto dalle ditte appaltatrici, per conto dell’Eni, è arrivato da fuori regione, giustificandolo sempre, nei confronti della manodopera locale, perché specializzato e non presente in zona, mentre in realtà erano tutti lavoratori senza qualifiche specifiche. Non poche sono state le polemiche con l’Eni, negli incontri ufficiali avuti. In realtà, devo essere sincero, qui c’è stata un’assenza totale del mondo sindacale rispetto a questa vicenda; ai miei amici e compagni impegnati nel sindacato, ho avuto più volte modo di rimproverare questo loro atteggiamento”. Tuttavia, l’aspetto che più interessa il primo cittadino di Tramutola riguarda proprio le ricadute economiche dovute all’estrazione del petrolio. Tutte le speranze erano riposte e sono tuttora legate all’attuazione dell’accordo di programma e quindi all’utilizzo delle royalty per gli investimenti in zona. Un programma, secondo il sindaco, ormai in discussione da diversi anni e che, pare, a breve in dirittura d’arrivo. Questa, infatti, è la speranza delle amministrazioni locali, che ripongono in quest’accordo la possibilità di utilizzare le diverse centinaia di miliardi di vecchie lire per incrementare, in generale, l’imprenditoria e migliorare soprattutto quella locale con la creazione di nuovi posti di lavoro. “Rispetto ai danni che il petrolio arreca – continua sempre Franco Simone nella sua analisi – il discorso, si fa ampio. Esiste una grande preoccupazione, a dire il vero. Siamo di fronte ad un interlocutore che nasconde ciò che accade; addirittura su episodi eclatanti, come gli incedenti, già troppi, che si sono verificati, non abbiamo un’informazione corretta da parte dell’Eni. Il fatto stesso che le cose vengano dette con uno o due giorni di ritardo, fa nascere seri dubbi sulla natura degli incidenti e sulle relative conseguenze. Forse manca una vigilanza da parte degli enti preposti, anche se molti di questi controlli fanno capo alla stessa multinazionale che tenta di tranquillizzare, nonostante tutto quello che accade. Un esempio della nostra legittima preoccupazione è dato dall’ultima fuoriuscita di petrolio nel bosco, in quanto, essendo il nostro territorio ricco non solo di petrolio ma anche di acqua, è naturale pensare che il riversamento del greggio defluisca anche nelle nostre falde acquifere inquinandole irrimediabilmente”. Secondo il parere del sindaco, infatti, pur ammettendo l’inevitabilità di alcuni incidenti, ultimamente, però, se ne sono verificati troppi e spesso, e questo significa che qualcosa non funziona nel sistema di controllo e di sicurezza da parte dell’Eni. “ Da due o tre anni – continua – non riusciamo a sederci, come si suol dire, attorno ad un tavolo con l’Eni per ottenere con chiarezza i suoi programmi e per far presente le nostre preoccupazioni. Mentre prima, ad uno scavo effettuato corrispondeva un pozzo petrolifero, oggi l’Eni utilizza una nuova tecnica che si potrebbe definire “dell’uno e trino”; in altre parole, con uno scavo riesce a perforare anche tre pozzi in posizioni diverse. In tal modo diventa impossibile capire esattamente cosa accade sotto il nostro territorio, proprio perché uno scavo eseguito in un certo punto non ci indica dove arriverà il relativo pozzo, a differenza di quando, invece, accadeva inizialmente, poiché lo scavo che veniva effettuato era uno e perpendicolare e senza diramazioni. C’è, in definitiva, una mancanza di informazione totale, in quanto siamo di fronte ad un interlocutore sfuggente”. Per certi versi anche la Regione Basilicata, secondo Franco Simone, non riesce a dare le risposte alle richieste degli amministratori locali. Poi pone un quesito: “E’ mai possibile che un’azienda come l’Eni, che ha stimato bene tutta la produzione del petrolio per i prossimi 20, 25 anni, ed ha stimato altrettanto bene tutti i suoi investimenti, non è in grado di dirci qual è il quadro dell’occupazione complessiva per questi 25 anni? Un colosso mondiale di questo genere, credo che abbia le professionalità giuste per stimare tutto e per stimare anche gli eventuali incidenti che potrebbero verificarsi. Accanto a queste perplessità, poi, vi sono le preoccupazioni di ordine ambientale che sono senza dubbio alla base della questione petrolifera. C’è chi sostiene, ed è una tesi, giusta o sbagliata che sia, che questo sfruttamento intensivo del sottosuolo poteva essere dilazionato nel tempo, magari in 50, 60 o 80 anni, adducendo la motivazione di buon senso che tanto nessuno può rubare il petrolio, non ricevendo le dovute autorizzazioni”. Sempre secondo il sindaco, ciò che più fa rabbia è il non riuscire a capire lo sviluppo delle cose, in termini d’investimenti, di occupazione, soprattutto perché la gente vuole dai comuni delle risposte alle quali noi amministratori non siamo in grado di fornirle perché impotenti di fronte a questo silenzio generale. “La gente si domanda: possibile che tutto questo fiume di denaro proveniente dal petrolio non sia in grado di portare un po’ di occupazione stabile o quanto meno di lungo periodo? Noi siamo stanchi, a dire il vero, di dire alla gente si, ci sono le royalty, saranno attivate, state calmi, e così via. Possedere potenzialmente una grande ricchezza ed avere qualche centinaio di miliardi di investimenti non è che capiti tutti i giorni, eppure questi ritardi inducono la gente a pensare che poi, in realtà, sia tutto un bluff. Si richiede con insistenza una ricaduta economica; laddove è stato estratto il petrolio c’è stato del benessere, tranne qui. Sinceramente, non sappiamo più cosa dire alla gente, anche se sappiamo bene che l’accordo di programma dovrà pur avviarsi. Da quel momento partirà la verifica dei benefici che, si spera, vengano forniti almeno per la collettività più estesa, in termini di formazione e di aiuto all’imprenditoria sul quale stiamo puntando molto in questa zona, soprattutto perché quella esistente è molto vivace e riguarda l’artigianato e le piccole imprese. Noi crediamo in questi benefici legati alle nostre piccole realtà occupazionali che hanno retto anche nei momenti difficili, ma che ora hanno in ogni caso bisogno di essere sostenute. L’esperienza della 219 ci ha scioccato perché, della realtà industriale degli anni settanta, compresa quella di Viggiano, non è rimasto più nulla. Quindi, sull’industrializzazione, c’è una forte preoccupazione che possa ripetersi quel fallimento. Abbiamo invece una risorsa che è il turismo, forse povero, indirizzato per fasce di utenza più popolari, in quanto non abbiamo le Dolomiti, il Lago Maggiore o il Lago di Garda, ma con quel poco che c’è e con l’interesse che alcune nostre zone riscuotono da parte della Puglia e della Campania, si potrebbe far fare un notevole balzo in avanti al nostro turismo, in modo da poter impedire che la gente vada via. Siamo di fronte – conclude il sindaco di Tramutola – ad un’emigrazione completamente intellettuale perché la realtà degli anni sessanta è lontana. Ai nostri ragazzi, in definitiva, è difficile dare delle prospettive di futuro se non c’è questo disegno complessivo che va tradotto, quanto prima, in qualcosa di organico”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 12a puntata (09/09)

di Antonio Porretti

Don Marcello Cozzi, ex parroco di Grumento, presidente del Cestrim e della Fondazione antiusura Interesse Uomo della provincia di Potenza

Con l’intento di approfondire la nostra inchiesta sul petrolio in Val d’Agri, siamo andati a trovare nella sede del Cestrim il suo fondatore, don Marcello Cozzi, in qualità di ex parroco di Grumento dal 1991 al 1996, nonché Presidente della Fondazione antiusura “Interesse Uomo” della provincia di Potenza.  “Nei primi anni novanta – ci racconta Don Marcello – come Caritas parrocchiale di Grumento, iniziammo a renderci conto che alcuni contadini della zona subivano, sui propri terreni, l’ingresso dei dipendenti dell’Agip con fare arrogante, semplicemente perché possedevano il permesso del ministero per realizzare i carotaggi. Questi episodi di prepotenza, perpetrati da questi “vichinghi”, come li definimmo allora, ci fecero riflettere seriamente e decidemmo di interessarci del petrolio in Val d’Agri. Molti di questi braccianti agricoli coinvolti, però, ben presto si fecero allettare dal fatto che avrebbero ricevuto comunque del denaro in cambio della cessione dei terreni. Così pensammo di scrivere una lettera aperta, di realizzare un volantinaggio. I volantini furono così distribuiti davanti all’Hotel Likos, in occasione di un incontro politico dell’allora Democrazia Cristiana, al quale parteciparono tutti i massimi rappresentanti regionali e non solo, tra i quali anche l’On. Emilio Colombo. Quest’ultimo rispose ad Enzo e Luigi, due componenti della Caritas di Grumento, “ma davvero pensate che possiamo sacrificare gli interessi di una nazione per uno sparuto gruppo di persone che abitano in questo territorio?” Ricevuta questa risposta, essendo testardi, c’inventammo una “cartolina contro il petrolio”, un’altra iniziativa, grazie alla quale i ragazzi delle scuole spedirono centinaia di cartoline all’allora Presidente della Regione Basilicata, Dinardo, per stimolarlo sulla questione petrolio. Tuttavia, durante un incontro pubblico, lo stesso presidente ebbe modo di esclamare “e qui è inutile che fate scrivere ai bambini!”. Appare evidente, nell’ascoltare gli episodi che l’ex parroco di Grumento ci propone, che il serio interessamento alla questione del petrolio, da parte di alcuni cittadini organizzati ed intenti a sensibilizzare in modo intelligente la popolazione locale, ha stuzzicato non poco le istituzioni ed i politici. “In quel periodo – incalza ancora il referente regionale di Libera – accaddero alcune cose mai ascoltate in giro. Ad esempio, spesso m’intrattenevo all’Hotel Likos dove, all’epoca, si recavano i dipendenti dell’Agip che lavoravano in zona. Mi capitava di scambiare insieme con loro delle opinioni. Devo ammettere che non poche volte, la sera, quando terminavano il turno di lavoro e si fermavano a cenare, questi dipendenti si vantavano, per aver sventato degli incidenti o evitato delle esplosioni che, in seguito però, non furono mai segnalate. L’arrivo dell’Agip e dei suoi dipendenti, è giusto ammetterlo, hanno cambiato gli equilibri sociali della zona. La sera, i dipendenti, avevano bisogno di divertirsi e quindi frequentavano i pub o i locali notturni dove non certo chiedevano la gassosa, ma, mostrando le centomila lire, preferivano lo champagne con annessa compagnia femminile; non a caso, in quel periodo, emerse in Val d’Agri un giro di prostituzione. Ovviamente, non sostengo che questi dipendenti hanno portato la prostituzione, ma delle nuove abitudini ed un modo di rapportarsi al sociale, che non era proprio tipico della zona, certamente non si possono negare. Tra le cose non dette, inoltre, ma affiorate solo di recente dall’inchiesta che state portando avanti, vi è poi la vicenda di questi dipendenti dell’Agip che si sono recati nei vari alberghi e si sono fatti compilare delle fatture false con il beneplacito dei loro capi dalla loro sede centrale. Per di più, quando alcuni di questi direttori di alberghi hanno telefonato ai capi della sede centrale dell’Agip, nel tentativo di spiegare loro che effettuare una fatturazione di quel tipo significava registrare una perdita economica, fu risposto che un’operazione del genere avveniva dappertutto e, pertanto, se non gradivano, i dipendenti sarebbero andati presso un altro albergo”. Non pago di queste rivelazioni, don Marcello, continua con fermezza a snocciolarci altri episodi accaduti in quegli anni, durante la sua permanenza a Grumento, tra i quali uno, in particolare, che lo vide personalmente coinvolto. “Tra il 1995 ed il 1996 la popolazione della Val d’Agri avvertì alcune scosse telluriche. La particolarità di queste scosse era che accadevano, puntualmente, ogni giorno, alle tre del pomeriggio o alle undici di sera. Ufficialmente chiedemmo, con alcuni comunicati stampa, il perché di questo fenomeno che, ben presto, collegammo alle trivellazioni ed ai carotaggi. Un bel giorno, un maresciallo dei carabinieri mi chiama e mi dice: “E’ arrivato un comunicato da Roma che accerta che si tratta di scosse telluriche; pertanto, non mettete più in giro queste voci che attribuiscono la responsabilità all’Agip”. Al sottoscritto, poi, gli fu “consigliato”, da parte di un’autorità militare del posto, che poteva correre il rischio di essere anche denunciato per allarmismo sociale. La risposta, a quest’autorità, fu che dell’eventuale denuncia non m’interessava tanto; semmai qualcuno doveva spiegare alla gente, che non è deficiente, come mai un terremoto è così intelligente. Sempre nello stesso periodo, poi, tra il ’95 ed il ’96, su nostra sollecitazione, come Caritas parrocchiale di Grumento, riuscimmo ad organizzare un incontro, unico del genere, all’ostello di Viggiano con tutti i preti e tutti i sindaci della Val d’Agri, dove si decise di promuovere a breve una giornata di mobilitazione davanti al centro oli. Nel frattempo, però, un sindaco, ripiegò per motivi di partito e, pertanto, come Caritas parrocchiale, decidemmo allora di non partecipare più all’iniziativa. Dieci giorni dopo, invece, la manifestazione si tenne ugualmente, ma con altri esiti che riassumemmo in un volantino, successivamente distribuito, dal titolo “La sagra del petrolio”, perché, in realtà, quell’iniziativa fu all’insegna delle salcicce e della birra, alla quale parteciparono, piacevolmente, anche gli stessi dipendenti dell’Agip”. Il presidente della fondazione antiusura, in definitiva, nell’esporci la cronaca di questi fatti realmente accaduti, non esita ad individuare delle responsabilità alle quali è indissolubilmente legata l’intera vicenda dell’estrazione petrolifera. “Il primo responsabile dell’esproprio della Val d’Agri da parte dell’Eni – commenta con forza don Marcello Cozzi – è la sua stessa popolazione che, con superficialità, si è fatta spogliare della propria terra, o con il miraggio dei posti di lavoro che non sono mai stati garantiti da nessuno, o con la misera quantità di denaro che è stato dato in cambio dall’Agip. Di seguito, un’altra fetta di responsabilità è da attribuire a noi, come Chiesa, in quanto, come vera questione di coscienza, non abbiamo stimolato le persone a riflettere sufficientemente su quanto stava accadendo in Val d’Agri. Siamo stati più propensi a difendere le tradizioni dall’assalto della modernità, piuttosto che a tutelare i diritti, la salute, il lavoro della gente della Val d’Agri dall’assalto delle multinazionali. Non mancano, poi, le responsabilità da parte delle associazioni ambientaliste, che all’inizio si sono arrese troppo facilmente all’”inevitabile”, e, ovviamente, dei politici della zona”. Tuttavia, nel concludere la nostra intervista, il Presidente del Cestrim ha posto alcune domande di particolare rilievo: “Gli appalti legati al petrolio in Val d’Agri sono stati tutti gestiti nella legalità? Chi li ha controllati? Qualcuno, ha mai messo il naso nella fatturazione che gli alberghi della Val d’Agri hanno fatto ai dipendenti dell’Agip? Come mai l’Agip è il controllore di se stesso sulle analisi ambientali? Chi ci assicura della validità dei dati che sono rilasciati? Sono domande che giriamo all’attenzione dei magistrati nei quali nutriamo piena fiducia, poiché sono in grado di indagare fino in fondo, senza guardare in faccia a nessuno. Ci auguriamo che, per quanto riguarda l’inchiesta delle tangenti Inail, per le quali si parlò all’inizio di due filoni di indagini, uno che riguarda l’Inail e l’altro l’Eni, si metta in moto, quanto prima, anche quello che riguarda quest’ultimo”.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 13a puntata (16/09)

di Antonio Porretti

Gianfranco De Leo – Presidente di Legambiente

“La problematica dell’attività estrattiva del petrolio nella Val d’Agri, per noi, è sempre stata connessa all’istituzione del Parco della Val d’Agri”. Il Presidente dal ‘92 di Legambiente Basilicata, Gianfranco De Leo, c’illustra, sin dalle prime battute, questa dicotomia del territorio della Val d’Agri sviluppandone, nell’arco dell’intera intervista, le valide argomentazioni con convincenti riscontri oggettivi. “La prima attività – ci racconta De Leo – è andata avanti con l’apertura dei pozzi da parte dell’Eni, frutto di un accordo, non rispettato, con la Regione Basilicata, mentre per il Parco, dal 1997 e fino all’istituzione, avvenuta sulla carta con la legge nazionale 426 del 1998, non si è riusciti ancora a realizzarne il perimetro, nonostante fosse stata prevista la sua definizione entro il giugno del ‘99. Sin dall’inizio le cifre erano completamente sballate; ricordo, infatti, che su alcuni quotidiani si parlava del petrolio della Val d’Agri che poteva coprire il 30-50% del fabbisogno italiano. Era un dato, infatti, assolutamente sbagliato, poiché oggi siamo sull’ordine del 7-8%; non si arriva neanche al 10% della richiesta nazionale. Una valutazione, questa, che la dice lunga su come tutta l’operazione fu ammantata di un’enfasi tale che illuse e creò molte false aspettative. Per quanto ci riguarda, se il petrolio è considerato una risorsa nazionale, analogamente il Parco della Val d’Agri è da promuovere in egual misura ed allo stesso livello. E’ un’area che collega il Parco del Cilento con quello del Pollino fino ad arrivare in Calabria, creando un grande sistema di aree protette, di territori di qualità dal punto di vista paesaggistico, agricolo e rurale, nonché di opportunità economiche e di sviluppo locale del territorio”. Il Presidente di Legambiente, in realtà, ci confessa che, sin dal principio dell’intera vicenda, si capì che l’estrazione non poteva essere impedita in assoluto, poiché alla risorsa petrolio erano legati programmi nazionali e ministeriali, che il Governo Prodi aveva già avviato. L’obiettivo dell’associazione ambientalista, pertanto, è sempre stato quello di mantenere vivo e contemporaneamente, per quanto possibile, l’interesse sia sul parco sia sul petrolio, dimostrando nei fatti, però, l’incompatibilità dell’estrazione con il tentativo di coniugarlo anche con la salvaguardia, la valorizzazione e lo sviluppo sostenibile del territorio. “Da sempre – continua Gianfranco De Leo – abbiamo sostenuto con forza la proposta di considerare questo giacimento petrolifero come una grande riserva energetica per il nostro Paese da utilizzare in modo razionale da conservare nel tempo per far fronte a quelle situazioni di necessità legate ai conflitti in Medio Oriente o alle difficoltà economiche prodotte dagli andamenti di mercato internazionale delle risorse energetiche, analogamente a quanto già accade negli Stati Uniti. Il compito di un’associazione come Legambiente, a differenza di ciò che molta gente può pensare ancor oggi, era quello di misurarsi, sin dal principio, in modo propositivo con le multinazionali e le istituzioni centrali e regionali che avevano, a suo tempo, già deciso il tipo di programma di sfruttamento intensivo di questo giacimento. Legambiente, in quei primi anni, si contrappose chiaramente, ma non in modo demagogico o cieco, rispetto a quelle decisioni intraprese dalle istituzioni, accettando solo i quattro pozzi che ormai erano attivi, ma rifiutando l’apertura di altri. I conti economici dell’agricoltura e delle produzioni locali, infatti, avrebbero registrato delle perdite conseguenti e non più recuperabili. Su questo punto, è necessario ripeterlo, le stesse popolazioni locali non sostennero con forza l’idea del Parco, indebolendo, in tal modo, la tesi e l’azione proposta da Legambiente. In realtà, in quel periodo, proponemmo una serie d’incontri e di convegni sulla valorizzazione delle produzioni tipiche locali, del turismo, dell’agricoltura, dell’ambiente e anche dei piccoli comuni che, in quell’area, erano soggetti allo spopolamento. Non è vero, quindi, che all’inizio non ci contrapponendo, ma lo facemmo in un modo intelligente, anche se fu difficile ottenere dei risultati apprezzabili. C’è da dire, però, che fummo gli unici a presentare un esposto denuncia alla Commissione europea sulla questione delle estrazioni petrolifere effettuate in aree tutelate in Basilicata, come l’Abetina di Laurenzana, il bosco di Rifreddo, la Faggeta di Moliterno e del Monte Pierfaone, il lago Pertusillo, il Monte Caldarosa, il Monte della Madonna di Viggiano, ecc., considerate di massima protezione ambientale, quindi di interesse comunitario, sia per la biodiversità sia per la conservazione della natura. Tra questi siti rientrano anche Serra di Calvello e Cerro Falcone dove, invece, è stato costruito un pozzo per l’estrazione del petrolio”. Senza alcun dubbio, poi, è l’opinione negativa che si è fatta il presidente di Legambiente circa la problematica della sicurezza sull’estrazione petrolifera. Per De Leo, infatti, di fronte agli incidenti che si sono verificati e che potrebbero ancora verificarsi per colpa del riversamento nell’ambiente del petrolio, non può coesistere uno sviluppo cosiddetto sostenibile nella stessa Val d’Agri. “Nella grande manifestazione del primo giugno di quest’anno, oserei dire storica per Legambiente poiché siamo riusciti a coinvolgere soggetti istituzionali, la Confagricoltura, la Coldiretti, la Cia nazionale e regionale, i consorzi di produzione locale ed il mondo dell’associazionismo, abbiamo chiesto non solo il blocco dei pozzi petroliferi e la perimetrazione del Parco della Val d’Agri, ma abbiamo inserito, nella piattaforma approvata dai partecipanti, la realizzazione di un efficace sistema di monitoraggio e d’informazione trasparente rispetto ai rischi che corre la popolazione e l’ambiente. Basterebbe pensare all’inquinamento delle falde ricche d’acqua, il cui compito di controllo spetta, come da accordo di programma, alle istituzioni. In altre parole, abbiamo espresso a gran voce l’incompatibilità dell’attività estrattiva con l’ambiente circostante. Non tutte le attività, infatti, sono compatibili; la compatibilità non la decide la volontà dell’uomo a priori, ma è stabilita dalle risorse presenti sul territorio, dalla struttura geomorfologica, dagli insediamenti che si sono sviluppati nel corso dei secoli, insomma da un insieme di fattori che devono essere analizzati e considerati. E l’acqua, che non può essere considerata una risorsa qualitativamente inferiore al petrolio, oggi raggiunge un valore di gran lunga superiore allo stesso “oro nero”, data la sua scarsa reperibilità. Perciò, la logica compensativa, che vorrebbe attenuare i rischi oggettivi per la creazione di danni, con l’esborso di una remunerazione di alcuni miliardi per la forestazione, provenienti dalle royalty, è inaccettabile. La conoscenza e le informazioni sui rischi, in realtà, non forniscono maggiore sicurezza per la popolazione. La sicurezza si ottiene solo eliminando all’origine la causa che provoca i danni”. Nel congedarci, infine, De Leo ci informa che Legambiente di Basilicata si farà artefice di una battaglia serrata sulla non apertura del secondo giacimento denominato Trend 2 della Valle del Sauro, relativo al centro oli di Tempa Rossa presso Corleto Perticara, al fine di poter realizzare quanto prima il Parco della Val d’Agri che limiterebbe, secondo il parere di Gianfranco De Leo, le attività estrattive. La stessa qualità del greggio che si estrarrebbe dal giacimento della Valle del Sauro, di gran lunga inferiore rispetto a quella del petrolio estratto in Val d’Agri, giustificherebbe l’azione di contrasto di Legambiente nei confronti dell’apertura di questo secondo centro oli da parte dell’Eni, poiché il bilancio economico dell’operazione Trend 2 risulterebbe ancor più insoddisfacente, già sulla carta, a fronte degli ulteriori rischi che si verrebbero a creare.

Tabella da allegare all’articolo:

CIFRE CHE PARLANO DA SOLE

(fonte Legambiente – giugno 2002)

1.    Guadagno previsto dall’ENI: circa 8 miliardi di euro in 25 anni;

2.    Royalty pari ad un’aliquota del 7% degli introiti così suddivisa:

·        allo Stato il 30%, pari a 168 milioni di euro in 25 anni (corrisposti alla Regione Basilicata);

·        alle Regioni (oltre alla Basilicata anche la Puglia, poiché a Taranto è situata la raffineria alla quale è inviato il greggio lucano) il 55%, pari a 310 milioni di euro circa in 25 anni;

·        ai Comuni il 15%, pari a 84 milioni di euro circa in 25 anni;

·        le royalty che ogni anno l’ENI deve a tutti questi soggetti corrispondono ad un totale di 22,5 milioni di euro circa;

·        per l’anno 2000 la Regione Basilicata ha ricevuto meno di 5 milioni di euro.

3.    Occupazione prevista dall’attività petrolifera:

90 persone a tempo indeterminato e 900 con contratto a termine.

4.    Il turismo in Basilicata ogni anno produce:

250.000 presenze;

3000 persone occupate;

circa 26 milioni di euro di introiti;

5.    L’agricoltura nella sola Val d’Agri produce ogni anno:

·        oltre 26 milioni di euro di produzione vendibile;

·        480.000 giornate lavorative, che corrispondono a 1700 addetti a tempo pieno.

 

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Inchiesta effetto petrolio in Val d’Agri: 14a puntata

di Antonio Porretti

WWF Basilicata

“Già nel 1990 una compagnia petrolifera di Milano venne a fare delle perforazioni a Calvello. I cittadini della zona, preoccupati perché le perforazioni erano effettuate nei pressi di una sorgente d’acqua sulfurea, ci fornirono, come WWF, la possibilità di intervenire per farle cessare anche con delle interrogazioni parlamentari”. Il responsabile delle relazioni esterne del WWF di Basilicata, Mario Musacchio, ci racconta così l’esordio dell’associazione ambientalista sulla questione petrolio in Val d’Agri.  Si capì ben presto, però, che la vicenda era alquanto complessa. Infatti, Musacchio, durante l’intervista ci consegna una copia fotostatica dell’interrogazione formulata dal WWF, la 4-06709 del 20 gennaio del 1997, la cui risposta da parte dei ministri dell’ambiente, dell’industria, commercio ed artigianato e dei beni culturali ed ambientali è giunta soltanto quattro anni dopo, precisamente il 6 aprile 2001. “Da ben 11 anni, – continua il consigliere del WWF, – stiamo seguendo l’evolversi dell’estrazione petrolifera in Val d’Agri. Ormai è noto a tutti che il petrolio non ha determinato delle ricadute economiche, ma ha suscitato nelle popolazioni della zona solo l’illusione del lavoro e dello sviluppo, mentre in realtà l’unico motivo per il quale è stato necessario perforare un’area fortemente antropizzata, com’è la Val d’Agri, è stato quello di sfruttare anche questo giacimento per far fronte alla crescente domanda di risorse energetiche ed aumentare, nel frattempo, il profitto delle compagnie petrolifere”. Di fronte all’accusa di aver dimostrato un atteggiamento tiepido nei confronti dell’Eni e delle istituzioni, soprattutto al principio della questione petrolio, in realtà il WWF, secondo le motivazioni addotte dal responsabile delle relazioni esterne, si è sempre un po’ distinto dalle altre associazioni ambientaliste proprio per suo il ruolo incisivo sviluppato su basi scientifiche. “Abbiamo realizzato dei report anche con WWF Italia, proprio per verificare quali sono stati i cambiamenti climatici rispetto all’estrazione petrolifera, quali sono le attuali condizioni delle acque e quindi delle falde acquifere della zona, qual è il grado d’inquinamento della terra e dell’aria. Tuttavia, occorre ricordare che non abbiamo nessun livello di contrattazione, poiché siamo un’associazione di volontariato e quindi, quando le istituzioni stipulano degli accordi, non possiamo che prenderne atto. Naturalmente, stiamo attenti a quanto accade grazie soprattutto all’interessamento della società civile, dei singoli cittadini, che molto spesso sentono il dovere di avvertirci. Per lo più sono gli stessi amministratori locali, il sindaco piuttosto che l’assessore, a segnalare al WWF i fenomeni evidenti d’inquinamento che riscontrano sul proprio territorio. Poi, non appena siamo avvertiti, cerchiamo di limitare i danni, per quanto possibile, segnalando con comunicati stampa, scrivendo alla Guardia forestale, all’Arpab, al Ministero dell’Ambiente, affinché intervengano quanto prima, poiché con questi enti riusciamo a realizzare anche un rapporto di collaborazione e non solo di denuncia”. Sulla dicotomia Parco della Val d’Agri e petrolio, Musacchio non può che ripetere quanto l’Eni ha già riscontrato dal canto suo. In altre parole, se viene riconosciuta una compensazione ambientale rispetto all’estrazione petrolifera, vuol dire che si ammette, di fatto, l’esistenza di un danno all’ambiente. “Abbiamo lanciato anche un appello, sottoscritto da centinaia di persone, proprio per consentire la perimetrazione del parco perché, secondo noi, se c’è il parco non ci può essere il petrolio. Le due realtà sono incompatibili. Esiste al mondo, credo in Africa, solo un altro posto fortemente antropizzato, ricco di flora e fauna, nel quale stanno perforando da una ventina d’anni, ma per il quale, ad oggi, non si hanno ancora dei dati di valutazione ambientale certi. E’, in realtà, un po’ il dilemma che si trova ad affrontare la stampa di settore, nazionale ed internazionale, che tenta di parlare di quest’incompatibilità tra parco e petrolio. La nostra opinione, in ogni caso, è quella anzitutto di delimitare il parco, definirlo nella sua area e verificarne le valenze naturalistiche, le ricadute economiche sull’occupazione, sperimentando con i dati alla mano le sue potenzialità, senza ovviamente falsarne le cifre, per renderci conto e confrontarle, ad esempio, con il numero di persone che lavorano nell’ente Parco del Pollino, quanti riescono concretamente a percepire un reddito attraverso le aziende agrituristiche, l’agricoltura biologica, il turismo sostenibile, l’equitazione ed altre attività, comprendendo l’indotto collegato ad esse ed al parco”. Tuttavia, sull’incompatibilità del parco con l’estrazione petrolifera, il consigliere del WWF Basilicata ci confessa che, sin dal principio, la questione era chiara ed inconfutabile. “Ci rendiamo conto – afferma Musacchio – che il problema dell’energia esiste e non è possibile nasconderci dietro un dito, per intenderci non possiamo fare “i bucolici”, anche se la nostra prima tesi che abbiamo sostenuto è stata quella che il petrolio della Val d’Agri doveva essere una riserva strategica nazionale. Per prima cosa, quindi, occorreva fare il parco; successivamente, qualora il problema dell’energia fosse giunto in Basilicata, in Italia, nel mondo, ad un punto critico, si sarebbe potuto attingere anche da questo serbatoio di scorta. Così però non è andata, perché gli interessi erano tanti e tali che hanno determinato lo sfruttamento immediato di questa risorsa. Ora, sul parco, c’è da non dimenticare che da ben quattro anni stiamo sollecitando la Regione per mettere mano a questa perimetrazione”. A parlarci sull’inconsistenza del monitoraggio ambientale subentra il Presidente del WWF Basilicata, Angela Risucci, la quale c’informa che esiste una difficoltà oggettiva nell’ottenere i dati reali, anche da parte della Regione che non è in grado di riceverli dall’Eni. “In realtà – ci ricorda il Presidente – lo stesso accordo di programma prevede il monitoraggio ambientale, ma molte parti di tale accordo sono state disattese e, quindi, anche quella che riguarda il controllo sull’ambiente è venuto meno. La cosa più grave, però, è che le centraline di monitoraggio sono posizionate in punti distanti dall’area estrattiva del petrolio e quindi non si otterranno mai dei dati reali ed effettivi, oltre al fatto che le indicazioni percentuali che oggi si possono rilevare per quell’area, ormai compromessa, non sono più confrontabili con un punto zero, vale a dire con parametri precedenti, in assenza cioè di estrazione petrolifera”. “L’obiettivo che ci poniamo come WWF – ci conferma Musacchio – rispetto ai programmi che le compagnie petrolifere hanno intenzione di realizzare, è un no deciso alla perforazione di altri pozzi. Il nostro obiettivo è quello di creare il parco. Nell’area parco non ci deve essere nessun pozzo”. “Chiediamo, in definitiva, che gli accordi siano rispettati, i controlli efficaci, e che ci sia il rispetto della legalità, oltre a pretendere una maggiore attenzione alle tecnologie utilizzate nell’estrazione che, contrariamente a quelle definite dall’accordo di programma, sono invece di scarsa affidabilità poiché, in caso di eventuale esplosione, non prevedono la chiusura automatica dei pozzi petroliferi. Ciò è dovuto al riciclaggio di vecchi impianti che vengono smantellati e riutilizzati in Val d’Agri, conformemente alla solita prassi secondo la quale viene sempre considerata prioritaria l’economia delle multinazionali rispetto alla nostra economia locale”. Conclude Musacchio “ovviamente, non possiamo essere considerati come i censori che sanno dire solo no a tutto. In realtà, come WWF, proponiamo uno sviluppo secondo altri parametri; non a caso l’Unione Europea stanzia denaro per l’energia alternativa, per il risparmio energetico, per i siti d’interesse comunitario o per le zone di protezione speciale com’è l’intera area della Val d’Agri. Ci piace ricordare, infatti, che dopo il 2006, come Regione Basilicata, usciremo fuori dall’obiettivo 1 mentre l’Unione Europea andrà a finanziare soltanto le aree protette, le oasi, i parchi. Evidentemente l’indicazione comunitaria è ormai quella di investire su questo tipo di sviluppo duraturo tralasciando, in definitiva, l’industria pesante e petrolifera che tendono ad esaurirsi come ciclo produttivo”.

 

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Inchiesta petrolio in Val d’Agri: 15a puntata

di Antonio Porretti

Avv. Alfonso Fragomeni - S.O.S. LUCANIA

CALVELLO - Il 16 ottobre di un anno fa l’Associazione S.O.S. Lucania prese parte ad una puntata televisiva della trasmissione Report sulla terza rete RAI, che affrontava le problematiche concernenti il petrolio in generale e, nello specifico, di quello estratto in Basilicata. “In un anno – ci racconta l’avvocato Alfonso Fragomeni, esponente di S.O.S. Lucania – sono successe tante di quelle cose che si potrebbe proporre un’altra trasmissione di Report. Premetto che ho prova documentale da produrre di tutto quanto sto per dirvi. Ricordo che la giornalista della Rai, Sabrina Giannini, quando andò ad intervistare l’assessore regionale Chiurazzi, fu rassicurata sul parco della Val d’Agri poiché era sul punto d’essere perimetrato; eppure è trascorso un anno ma non è accaduto. Non credo che la mancata perimetrazione sia frutto dell’attuale diatriba sulla discarica di Satriano; secondo il nostro punto di vista, ancora una volta, a decidere se il Parco della Val d’Agri deve decollare sono le compagnie petrolifere che hanno costretto la Regione a modificare per ben quattro volte la perimetrazione. Ciò è dovuto al fatto che dalla prima alla quarta perimetrazione, l’Eni ha chiesto nuove concessioni per l’estrazione, le quali gli sono state sempre fornite. In tal modo, sono stati costruiti i pozzi petroliferi esattamente sulle aree più pregiate di quello che doveva essere il parco nazionale e, quindi, le superfici interessate sono state di volta in volta stralciate per giungere al punto che, ad oggi, l’area del parco è diventata qualcosa d’ignobile ed osceno. Comunque, S.O.S. Lucania, nonostante tutto, continua ad essere interessata alla repentina definizione del suo perimetro; come dire, meglio questo che niente”.  Secondo il portavoce pro tempore di quest’associazione ambientalista, la quale non prevede per i suoi iscritti il classico tesseramento e dove i circa 40 aderenti diffusi in regione tra geologi, avvocati ed ingegneri, ruotano solo attorno alla militanza rispetto alle questioni trattate, dalla trasmissione di Report il quadro generale si è ulteriormente offuscato ed attesta che la scelta del petrolio è stata nefasta. “Si sono verificati tre incidenti molto gravi – continua Alfonso Fragomeni – dal punto di vista ambientale; non è ancora entrato in funzione questo mega progetto sulla sicurezza legata all’attività petrolifera; la situazione occupazionale è peggiorata notevolmente e in Val d’Agri si registrano continuamente la chiusura di attività economiche. L’agricoltura è in ginocchio; sfido chiunque ad acquistare il vino che è prodotto a Viggiano: attualmente non lo compra più nessuno. La stessa cosa si registra in Val Camastra e nella Valle del Sauro”. Al contrario, S.O.S. Lucania, può sicuramente tracciare un bilancio positivo sull’attività prodotta durante l’arco dell’anno. Lo stesso avvocato Fragomeni c’informa sugli attestati di stima riscontrati e dei numerosi contatti realizzati attraverso il sito dell’associazione poiché la gente, a suo avviso, ha cominciato finalmente ad aprire gli occhi.  Poi, senza remore, incalza “Sulla questione del petrolio tutti dovremmo fare una critica feroce a noi stessi, al mondo politico ed al mondo delle associazioni.  S.O.S. Lucania si è costituita come associazione in Val Camastra per necessità, perché non potevamo più sopportare i tecnici delle compagnie petrolifere invadere i nostri terreni, assistere al danneggiamento delle nostre proprietà e poi vederli andare via senza neanche chiedere scusa. Ciò premesso, in questi giorni ascoltiamo delle dichiarazioni da parte delle associazioni ambientaliste classiche e tradizionali assolutamente tardive e ridicole. Oggi non ha senso chiedere di fermare le estrazioni petrolifere: era una battaglia da fare dieci anni fa, quando s’incominciava a parlare dei primi pozzi. Chi, poi, deve fare maggiore autocritica è la classe politica dirigente. Essa si deve assumere la piena responsabilità di quanto sta accadendo poiché ha deciso, unilateralmente, di operare questo tipo di scelta irreversibile e gravissima, utilizzando il mandato elettorale, sul destino di un pezzo importante della Basilicata. Questo non avrebbe dovuto farlo. Avrebbe dovuto, invece, indire un referendum e porre ai cittadini gli esatti termini della questione: c’è questa possibilità, però perderemmo delle altre. Volete scegliere uno sviluppo basato sull’attività petrolifera, ma che esclude qualsiasi altro sviluppo diverso, ancorato all’agricoltura e al turismo? Bastava porre la questione, senza entrare nel merito se era meglio uno sviluppo industriale e petrolifero o turistico. Personalmente non credo che un popolo come quello lucano abbia nel proprio DNA il petrolio o la Fiat di Melfi. Tuttavia, ciò che contesto alla classe dirigente è che non ha dato la possibilità ai lucani di scegliere quale dovesse essere il proprio destino. Questa è la grande e grave responsabilità dei Dinardo, dei Bubbico e di quella parte dell’opposizione che non ha creduto in questa battaglia”. Nel marcare, poi, le responsabilità sulla vicenda petrolio, l’avvocato Fragomeni puntualizza ulteriormente. “Quando parlo di responsabilità della classe politica, mi riferisco anche a quei rami che sono collegati; vale a dire ai mezzi d’informazione. In particolare, mi riferisco alla televisione. La Rai di Basilicata è stata il braccio mediatico più potente e funzionale a questo tipo di politica filopetrolifera. Gli esempi sono diversi. Per l’unico convegno di carattere scientifico sul petrolio, non certo apologetico, che fu realizzato a Calvello due anni fa, la Rai non ritenne opportuno informare l’opinione pubblica sull’iniziativa alla quale parteciparono professori universitari provenienti da tutta Italia. Inoltre, quando ci fu la prima ondata degli arresti sulle tangenti Inail, abbiamo appreso la notizia integrale dal tg3 nazionale ad opera del corrispondente lucano, mentre il tg3 di Basilicata ha dato la notizia tagliando la parte che riguardava le tangenti Eni. Questo è gravissimo. Occorre, allora, rimuovere la causa di questa mancanza d’informazione. Ad esempio, la gente che abita a Potenza deve sapere che l’anno scorso a Calvello s’è riversata un’autocisterna piena di petrolio nel fiume Laterra che alimenta la diga Camastra, la quale dà da bere a tutti i potentini. Vi è in atto un rischio gravissimo che riguarda una ricchezza di questa regione: l’acqua e le sue falde acquifere”. Secondo l’opinione del portavoce di S.O.S. Lucania la gente deve sapere, in altre parole, che tutti i pozzi petroliferi sono situati esattamente sulle sorgenti d’acqua per motivi tecnici; insediamenti sul territorio, questi, per i quali, in ogni caso, non si conoscono ancora gli effetti sulla salute della popolazione. “Eppure – afferma Fragomeni – abbiamo un diritto che non ci può essere negato ed è quello all’informazione. E questo è stato uno degli aspetti che abbiamo denunciato come S.O.S. Lucania alla Corte di Giustizia Europea. Per non parlare poi di monitoraggio ambientale che, di fatto, non esiste, o del controllo della produzione di petrolio. Ma dove sta scritto che dobbiamo fidarci di quello che ci dice l’Eni. Nessuno fa una verifica precisa. Una sera, ci siamo fatti due conticini tenendo presente che, in un anno e mezzo di estrazione dai pozzi di Calvello, si è registrato il trasporto quotidiano di petrolio per opera di trenta, quaranta cisterne. La stima che ne fuoriusciva da quei calcoli, ci suggeriva che ogni sera passava dal paese qualcosa come un miliardo di vecchie lire, ed era una quantità di greggio che era considerata come prova di produzione per testare la qualità e la quantità di quei pozzi; in altri termini il petrolio estratto non era conteggiabile ai fini delle royalty. Sapete quanto ha ricevuto il comune di Calvello per il fastidio arrecato dalle autocisterne in un anno e mezzo? 203 milioni di lire! In definitiva – conclude l’avvocato – sarebbe stato più corretto informare l’opinione pubblica lucana sul fatto che il petrolio che si estrae in Basilicata, si può trovarlo alla stessa profondità in qualsiasi altra parte dell’Italia. Dei seri geologi possono attestare quest’amara verità, che smentisce clamorosamente la favola della Basilicata come l’unica regione in grado di produrre tanto petrolio nel continente, ma senza dubbio a forte rischio sismico”.

 

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Inchiesta petrolio in Val d’Agri: 16a puntata

di Antonio Porretti

Francesca Leggeri – Agriturismo  “Il Querceto”

VILLA D’AGRI - In località Barricelle di Marsicovetere, su una collina ai piedi del Monte Volturino, ci siamo incontrati con Francesca Leggeri. Potentina di nascita e trapiantata a Roma, ha trascorso diversi anni per lavoro, come regista, a New York. Per lei, la data dell’11 settembre del 2001 ha coinciso con una scelta importante, quella cioè di ritornare in Basilicata e di investire il suo tempo e le sue risorse nell’agriturismo di famiglia Il Querceto. La tenuta di 35 ettari, 20 posti letto disponibili per tutto l’anno, una cucina regionale per esaltare i sapori mediterranei, la produzione biologica di tutti i cibi, dal grano alle mele, una fattoria costruita tutta in pietra, sono alcuni degli elementi che contraddistinguono quest’azienda biologica di agriturismo riconosciuta in Basilicata. Eppure, nonostante questi considerevoli presupposti, qualcosa sembra preoccupare Francesca Leggeri. “I rapporti con l’Eni – ci racconta – sono stati sin dal 1999 alquanto critici, da quando i suoi tecnici entrarono nella proprietà e mia madre li denunciò per introduzione abusiva sui terreni. Successivamente, per i danni subìti, fummo risarciti di poca cosa da un liquidatore dell’Agip. Quest’anno, dopo quell’esordio del ’99, l’Eni si è rifatto vivo indirettamente. Una ditta appaltatrice come società di ricerca, infatti, doveva effettuare sul terreno dei rilevamenti sismici per alcune ispezioni geofisiche, ma questa volta senza l’uso delle microesplosioni. In realtà, i responsabili dell’Eni del posto per evitare gli ostacoli al passaggio della rete di rilevazioni sismiche sulla mia proprietà non si sono fatti scrupoli nel propormi del denaro. Devo ammettere che li trattai malissimo; di getto mi venne da dire “ma allora voi comprate proprio tutti!”” Tuttavia, secondo Francesca Leggeri, quell’occasione fu propizia per rivolgere agli stessi funzionari una domanda la cui risposta era di fondamentale importanza per il futuro della zona. Sapendo, infatti, che per quell’area ai piedi del Monte Volturino si parla da tempo come probabile sito per la costruzione di un altro pozzo petrolifero, che potrebbe creare problemi nel territorio vicino all’agriturismo e soprattutto perché vicina alle sorgenti dell’acqua Molinara Acquagrande che giunge a Villa d’Agri ed al suo ospedale, la Leggeri chiese quale sarebbe stato il programma delle attività esplorative ed estrattive nel comune di Marsicovetere. “Ovviamente richiedevo un documento ufficiale, non certo mi sarei accontentata di una piantina con due pallini; mi occorreva una lettera su carta intestata nella quale l’Eni dichiarava i suoi programmi per i prossimi dieci anni, prevedendo i siti ben precisi da destinare ad altri pozzi. Ritengo che sia ancora oggi una richiesta legittima, da parte di un operatore turistico, che, certamente non nasconde di aver ricevuto dei finanziamenti pubblici, ma che comunque ha già investito di tasca sua centinaia di milioni di vecchie lire in quest’azienda. In realtà, ad una richiesta del genere, il responsabile delle perforazioni dell’Eni si presentò con un foglietto di carta, neanche su carta intestata, esponendomi i pozzi che erano già stati costruiti. Ora, sarà anche vero che, ad oggi, il mio terreno non è ancora interessato direttamente alle estrazioni petrolifere, ma, per il futuro, chi mi garantisce che non sbucherà qualche pozzo anche in prossimità dell’area dell’agriturismo? Se la mia attività si basa interamente sull’alimentazione biologica, come potrò continuare a lavorare in questo settore con i pozzi di petrolio in casa? La gente, quando telefona per prenotare, la prima cosa che domanda è quanto dista l’azienda dai pozzi”. Ci sembra scontato, a questo punto, chiedersi: a cosa serve finanziare con denaro pubblico le aziende agrituristiche, con lo scopo di fornire una prospettiva di sviluppo delle nostre aree, se poi le stesse sono compromesse dalla vicinanza delle estrazioni petrolifere? I pozzi, presenti sul nostro territorio a vocazione agricola, di fatto, non sono già in contrasto con gli orientamenti impartiti dalle direttive europee? “Gli agricoltori della zona di Viggiano sono arrabbiati – continua Francesca Leggeri – per i danni che hanno subìto per il vino, in quanto quella è sempre stata una zona famosa per la qualità dell’uva, ma ormai nessuno più la compra proprio per l’inquinamento che si è sviluppato grazie alla presenza dei pozzi di petrolio”. La scelta della regista potentina di contrastare, per quanto le è possibile, l’eventuale insediamento dei pozzi, dipende per fortuna dalle sue capacità e dai riscontri reali che la sua azienda è in grado di annoverare. Non è un caso, infatti, che Il Querceto è conosciuto, non solo in Basilicata, in Campania e in Puglia, ma soprattutto nel centro nord d’Italia e in Europa. E’ presente come una realtà interessante del settore su tante pubblicazioni specializzate, non solo per quanto riguarda il biologico, ma anche per le architetture ecologiche, nel campo del benessere, sulle guide che sponsorizzano il luogo. “Personalmente ho fatto una scelta di vita ed ho impostato tutto sul biologico perché ci credo fortemente, quindi rispetto tutte le normative riguardanti l’agriturismo ed oltre a produrre ciò che mi occorre direttamente nella mia azienda, per il resto mi rivolgo alle altre realtà agricole locali, non comprando prodotti industriali o di multinazionali. Tuttavia, devo ammetterlo, rispetto allo scorso anno, l’affluenza dei turisti nella mia azienda ha già registrato un calo del 30%. L’utenza, proveniente anche dal nord Europa come quella danese ed olandese, è sempre alla ricerca di posti naturali ed incontaminati e personalmente mi vergogno profondamente quando questi turisti, andando a Grumento a visitare gli scavi e percorrendo la strada dalla quale si vedono perfettamente i pozzi di petrolio, mi domandano un po’ increduli “ma che cosa è quell’impianto?” o, addirittura, talvolta, parlando del centro oli di Viggiano alcuni pensavano che intendessi un centro di produzione dell’olio commestibile! Esistono dei posti incredibili che forse neanche i residenti della zona conoscono. Tra il Volturino ed il Calvelluzzo si trovano boschi pieni di faggi alti trenta metri dove è quasi buio e sembra davvero di entrare nella foresta di Sherwood temendo l’arrivo improvviso di un cavaliere. Dal canto mio, continuo a mettere a disposizione dei turisti cartine, itinerari, guide che riguardano non solo la Val d’Agri, ma l’intera regione Basilicata. Attraverso le informazioni che raccolgo, riesco, ad esempio, ad indirizzare le persone nei luoghi facendoli mettere in contatto con altri colleghi, ragazzi, cooperative che lavorano nel settore del turismo”. Dunque, viene spontaneo sperare: ma questa determinazione di Francesca Leggeri sarà in grado di “contaminare” di fiducia nelle proprie risorse la gente del posto e, in definitiva, servirà a tenere lontano l’Eni dall’incantevole agriturismo Il Querceto?

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