Ho letto con molto interesse l'articolo dell'amica Raffaella Forliano sulla Nuova Basilicata del giorno 24.1.01 sulla sentenza del Consiglio di Stato e sui risvolti giuridici che esso investe soprattutto in merito alle responsabilità del Parco del Pollino. Sulla questione Raffaella, da buon avvocato ed attenta osservatrice qual'è, fa rilevare le lacune dell'ente Parco sul piano delle carenze amministrative e giuridiche che avrebbero potuto essere integrate nei vari ricorsi e forse determinare una Sentenza del Consiglio di Stato diversa. Su questo aspetto esistono secondo me precise responsabilità dell'ex presidente Tripepi e dell'attuale Direttore Formica, oltre della passata gestione dell'ex presidente Cosentino, soprattutto in merito alla mancata pubblicazione del Regolamento provvisorio del Parco approvato nella seduta del Consiglio Direttivo del luglio 2000.

Sono consapevole che essa può provocare polemiche, ma penso oltremodo necessario testimoniare e cercare di fare chiarezza per stimolare un dibattito su questa delicatissima questione, offrendo spunti per precisazioni e puntualizzazioni da parte degli interessati dal momento che non ho avuto il piacere di riceverle sin ora, per evitare future omissioni ed errori che purtroppo si rilevano oggi cruciali per la difesa dell'integrità dei valori del territorio del Parco Nazionale del Pollino.

Vi invio una lettera a loro inviata (senza risposta) in qualità di membro del Consiglio Direttivo del Parco sulla questione, prima del Commissariamento, che chiarisce tali aspetti importanti e serve meglio a far capire i termini della questione che, oltre ai soliti poteri forti e le lobbies petrolifere, chiama in causa il ruolo dell' ente gestore e di alcuni suoi esponenti.

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Al Presidente dell’Ente Parco

 Nazionale del Pollino - Mauro Tripepi

Via Mordini Pal.Amato

ROTONDA

Al Direttore del Parco Nazionale

del Pollino- Ing. Annibale Formica

 Via Mordini Pal.Amato

ROTONDA

e p.c.

Ai Membri del Consiglio Direttivo

 

 

.

Oggetto: richiesta urgente pubblicazione Regolamento Provvisorio del Parco approvato dal C.D. in data 7 luglio 2000.

             Di recente il Consiglio di Stato ha riconosciuto ammissibile il ricorso prodotto da ENTERPRISE Oil S.p.A. e  ENI avverso alla sentenza emessa dal TAR di Basilicata in data 13.5.98, n.144, sfavorevole a dette Società alle quali l’Ente Parco aveva negato l’autorizzazione alla ricerca ed estrazione di di idrocarburi nel territorio del parco nazionale del Pollino .

             Lo scenario che oggi si apre è inquietante anche in considerazione di ciò che potrebbe ora accadere in pieno Parco Nazionale del Pollino.

             In relazione all’oggetto con mia nota del 26.1.2000 inviata al Presidente e Direttore del Parco Nazionale del Pollino ed in riferimento ai ricorsi proposti al Consiglio di Stato il WWF Italia, rappresentato dal Presidente, Arch.Fulco Pratesi, aveva trasmesso un proprio intervento ad opponendum, tramite l’Avv Alessio Petretti a nome della stessa Associazione, notificato all’Ente Parco del Pollino, anche a seguito di un mio personale interessamento in tal senso

.            Con lo stesso il WWF chiedeva nel novembre del 1999 al Consiglio di Stato che i ricorsi dell’Enterprise Olil Italiana S.p.A. e dal’ENI S.p.A. fossero dichiarati inammissibili o comunque infondati. La discussione, non essendo stata presentata dalle due compagnie petrolifere alcuna istanza di sospensione,.veniva opportunamente “ritardata a tempi migliori per le compagnie”. Tempi che molto opportunamente (o meglio opportunisticamente) sono maturati proprio di recente, in concomitanza con le ben note vicende amministrative che vedono un eventuale Commissariamento dei suoi Organi per le ben note vicende legate “agli avanzi di amministrazione”.

             Con la medesima nota del 16 gennaio 2000 evidenziavo come “ il Parco, anche in considerazione di un esito sfavorevole emesso dal Consiglio di Stato, non perda tempo e si attivi al fine di scongiurare che dette attività petrolifere possano avvenire in futuro nell’area protetta. Se dovesse prevalere tale logica verrebbe minato, non solo il principio per cui l’area protetta è stata istituita, ma verrebbero vanificate le garanzie minime di tutela e salvaguardia sancite dalle normative vigenti”.

             Dall’esito di tale questione purtroppo dipende anche il futuro delle aree protette italiane esposte a interessi di parte ed a quelli di società private petrolifere intenzionate allo sfruttamento delle “risorse” presenti.

             La mia nota del gennaio 2000 pertanto riteneva urgente e necessario che il Parco, in attesa della predisposizione del Piano e del Regolamento definitivi, avesse emanato un Regolamento provvisorio o integri Regolamenti di fruizione esistenti nella direzione esplicita di vietare attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi. Una iniziativa questa che avrebbe potuto rendere più difficile “pronunciamenti forzati” del Parco favorevoli alle compagnie petrolifere (che oggi invece la Sentenza del Consiglio di Stato rende possibili).   

             In data 7 luglio 2000 il Consiglio Direttivo all’unanimità approvava il Regolamento di cui mi ero fatto carico di predisporre una bozza provvisoria, emendata da tutti i consiglieri e  approvata. Il Regolamento provvisorio approvato dal C.D. del Parco il 7 luglio 2000, all’articolo 3, comma b, fa espressamente divieto di “prospezioni, ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi” nel territorio el parco.  

             Con mia sorpresa nel mese di settembre 2000, alla ripresa dell’attività dell’Ente Parco vengo a conoscenza che il Regolamento del Parco non è stato pubblicato. Immediatamente ne chiedo la pubblicazione, chiedendo vanamente più volte a voce e per iscritto i motivi della sua mancata pubblicazione.

            Ritenevo e ritengo infatti che il Regolamento provvisorio oggi sia di straordinaria importanza per ostacolare il disegno delle Società private petrolifere intenzionate, dopo l’assurda sentenza del Consilio di Stato, in assenza del Piano e del Regolamento definitivo del Parco, con ogni mezzo a rendere  legalmente “compatibile” l’attività di prospezione, ricerca, estrazione petrolifera nel Pollino e nei parchi nazionali. Tale giudizio è stato condiviso da tutti i membri del Consiglio Direttivo in sede di approvazione del Regolamento.

             Non voglio credere che i grandi interessi delle lobbies abbiano esercitato pressioni politiche (la mancata perimetrazione del Parco Nazionale della Val d’Agri mi ha insegnato molto in questo). Se c’erano perplessità tecniche o di altra natura sul Regolamento, perchè non sono state comunicate al sottoscritto ed ai Consiglieri?

             Oggi appare oltremodo incomprensibile la decisione di mantenere questo “silenzio” dal momento che in gioco non ci sono solo “poltrone” ma è il “territorio del parco” ad essere minato e mi si consenta la stessa ragion d’essere e il principio sul quale esso è nato. Conosco molto bene la vicenda della Val d’Agri per poter affermare senza essere smentito che tra gli oppositori delle aree protette italiane vadano senz’altro incluse queste lobbies petrolifere paradossalmente sostenute e facilitate da personaggi politici locali e nazionali (gran parte di queste autorizzazioni ministeriali sono venute proprio dai Ministri del Governo Dalema).

             Anche la rete Natura 2000 rischia di naufragare nelle contraddizioni di un malinteso sviluppo ancor prima di aver realizzato una politica di conservazione della natura in Italia. Di fatto si tende a liberalizzare le aree naturali protette rendendole disponibili per i più svariati interventi. Soprattutto se tale impostazioni  riguardano i siti della rete Natura 2000 ricadenti nei parchi nazionali istituiti, creando di fatto un doppio canale per la valutazione delle compatibilità ambientali e per il rilascio dei nulla osta. Infatti nonostante le misure di salvaguardia previste in base alla legge 394/91 opererebbero sullo stesso territorio normative successive attinenti la Valutazione d’incidenza e la V.I.A. (valutazione di Impatto Ambientale).

             Emblematico è in proposito il caso  della mancata perimetrazione del Parco Nazionale della Val d’Agri per il quale il Ministero dell’Ambiente ritardando il la perimetrazione ha applicato la V.I.A. ad iniziative industriali riguardanti  Siti di Interesse Comunitario.

             Ancora una volta si paventa un conflitto di interessi tra Enti gestori dei parchi nazionali, istanze regionali, locali e privati non sempre coincidenti con le ragioni della conservazione e tutela del bene collettivo.

            Sotto la spinta di una visione federalista dello Stato l’interpretazione data alla “direttiva dunque non prevede in modo esplicito alcuna norma o vincolo, come la costruzione di nuove strade o edifici, il divieto di caccia, il divieto di accesso a mezzi motorizzati o a piedi o altro, come invece avviene nei parchi nazionali o nelle altre aree protette di livello statale o regionale. L’eventuale utilizzo di tali vincoli potrà essere deciso, se ritenuto opportuno, caso per caso sulla base delle condizioni, delle caratteristiche del sito e delle esigenze locali. Uno degli aspetti innovativi della direttiva è invece il fatto che obbliga a ragionare sulla gestione dei siti mettendo insieme le diverse esigenze di conservazione, di fruizione e di sviluppo economico” (da Natura 2000 in Italia, Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente, documento del mese di dicembre 1999, testi a cura di E. Caivano, I.Ronchieri, G.Scopece, N. Tartaglini, A.Zocchi).

             Giova analizzare come tale impostazione metodologica di fatto può ingenerare confusione sulle competenze gestionali. Per la tutela dei SIC le Regioni e le Province autonome avrebbero dovuto adottare le opportune misure, entro tre mesi dall’inclusione nella lista ufficiale,  per evitare il degrado degli habitat naturali e degli habitat di specie, nonché la perturbazione di specie per cui tali zone sono state designate. Ciò non è avvenuto.

             Fino alla redazione dell’elenco delle Zone Speciali di Conservazione (Z.S.C.) il Trattato dell’Unione prevede procedure di infrazione contro lo Stato membro che conduca attività che danneggiano i valori per i quali i siti sono stati indentificati e che di conseguenza adotti un comportamento contraddittorio.

             Per quanto attiene i SIC lo Stato Italiano, nel recepire la Direttiva Habitat con il D.P.R. 357/97 ha previsto la valutazione d’incidenza di piani e progetti ricadenti nel perimetro dei SIC. Solo per le Z.P.S. ricadenti in aree naturali protette si applicano le misure di conservazione per queste previste dalla normativa vigente.

             In questa fase transitoria, prima dell’inclusione nell’elenco dei Z.S.C. da parte della Commissione Europea, secondo il citato D.P.R. 357/97 sono le Regioni competenti ai sensi del comma 6 dell’art. 5 del DPR 357/97 a rilasciare il parere sulla valutazione d’incidenza, “sentito l’Ente gestore dell’area”. Qualora i SIC fossero stati già designati a norma dell’art. 3 del DPR citato quali “Zone Speciali di Conservazione”, nell’ambito del Programma Triennale per le Aree naturali Protette, con Decreto del Ministero dell’Ambiente, per le predette Zone Speciali di Conservazione ai sensi del comma 3 dell’art.4 dello stesso DPR , qualora ricadenti all’interno delle aree naturali protette, si sarebbero potute applicare le misure di “conservazione” per queste previste dalla normative vigenti. 

            Secondo il DPR 357/97,  il Decreto del Ministero dell’Ambiente di designazione dei SIC in “Zone Speciali di Conservazione” dovrà avvenire entro il termine massimo di 6 anni, dalla definizione, da parte della Commissione Europea dell’elenco delle medesime. 

            Di fatto tale meccanismo potrebbe innescare una “deregulation” nella gestione delle aree protette, espropriando gli Enti gestori dei parchi nazionali di competenze proprie previste dalla L.394/91, prevedendo  che essi debbano essere “sentiti” dalle Regioni in merito alla valutazione d’incidenza, non specificando se tale “ascolto” sia obbligatorio e vincolante al rilascio del parere finale. Le Regioni” effettuano la valutazione di incidenza dei piani o progetti sui Siti di Importanza Comunitaria, entro 90 giorni dal ricevimento ella relazione accertando che non ne pregiudicano l’integrità, tenendo conto anche delle possibili interazioni con altri piani e progetti...”.  

            Tale impostazione metodologica potrebbe di fatto acclarare la compatibilità ambientali nelle aree protette a prescindere dalle norme di salvaguardia vigenti. 

            Ad esempio con D.P.C.M. 1.9.2000 ad integrazione del D.P.R. 12.4.96 ( norme sulla V.I.A.), viene stabilito che i progetti relativi alla ricerche di idrocarburi che interessano le aree naturali protette, ex L.394/91, devono ora essere obbligatoriamente sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale alla Regione competente territorialmente che rilascia anche il “parere”, questa volta nemmeno offrendo la possibilità di “sentire” l’Ente gestore dell’area protetta. 

            E’ facile comprendere come le lobbies petrolifere tentino in tal modo di aggirare l’ostacolo rappresentato dalle misure di salvaguardia della L.394/91 e dall’eventuale Regolamento del Parco. Infatti l’attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi assimilata a siti di cava e/o miniera, è vietata nei parchi (in proposito esiste una dettagliata circolare dell’ex Ministro dell’Ambiente On Ronchi circa l’incompatibilità dell’estrazione e della ricerca di idrocarburi nelle aree protette perimetrate). 

            In tal modo si intende rendere “compatibile” ciò che non lo è o “non lo era”. Esistono fondate ragioni di incostituzionalità del D.P.C.M. citato, essendo lo stesso in contrapposizione alle norme della L.394/91. Consentire tale procedura di VIA per la ricerca di idrocarburi nelle aree protette di fatto costituisce una evidente “forzatura” funzionale solo agli interessi privati delle multinazionali del petrolio. Per la Regione Basilicata la Legge regionale in materia di V.I.A , anticipando il D.P.C.M. aveva già previsto che tali procedure venissero applicate anche nelle aree protette.

             Per il P.N. del Pollino le Compagnie petrolifere sono fermamente intenzionate a realizzare le proprie attività petrolifere nel territorio protetto. Tale procedura renderebbe giuridicamente possibile tali attività considerandoli “compatibili” o attraverso la Valutazione d’Incidenza o mediante V.I.A. in contrasto con le norme ella Legge 394/91 che assimilano le attività petrolifere a quelle di cava e miniera e con il Regolamento o l’eventuale Regolamento provvisorio  per la fruizione e tutela del Parco approvato nel mese di luglio 2000 (ma mai pubblicato!!!) che fa espressamente divieto di effettuare “prospezione, ricerca e  estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi” (art.3 comma b del Regolamento provvisorio).

           Le lobbies economiche e l’ambiguità politica procede oggi a rendere compatibili attività invece vietate, con l’obiettivo domani di smantellare la L.394/91 (dopo le modifiche intervenute con la L.426/98 che ha conseguito il solo scopo di bloccare l’istituzione o la perimetrazione di nuovi parchi in Italia).  

            Ai sensi  del comma 8 dell’art 5 del DPR 357/97 qualora, nonostante le conclusioni negative della valutazione di incidenza sul sito ed in mancanza di soluzioni alternative possibili, il piano o progetto debba essere realizzato per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico (sic!) inclusi motivi di natura sociale ed economica, le amministrazioni competenti (Regioni) adottano ogni misura compensativa necessaria per garantire la coerenza globale della rete “Natura 2000” e ne danno comunicazione al Ministero dell’Ambiente 

             Sorprende l’imperativo e il rilevante interesse pubblico espressi nel DPR riguardante opere e progetti di cui è difficile non sostenerne l’utilità pubblica inclusi i motivi di natura sociale ed economica (una strada, un ponte, un taglio di un bosco, la ricerca e l’estrazione petrolifera ed in generale lo sfruttamento delle risorse naturali vengono sempre acclarate per  ragioni economiche e sociali) plasmando il concetto di tutela di una biodiversità vista come qualcosa di astratto ed a se stante.

             Nella stragrande maggioranza dei casi ogni distruzione può essere, secondo questa logica, soggetta a misure di compensazione. Oggettivamente è difficile credere che la scomparsa dell’aquila  o del lupo anche in un parco nazionale  possa essere compensata con la loro reintroduzione nel territorio protetto, o ricreando altrove il loro habitat o peggio prevederne la monetizzazione che non potrà mai più restituirci il luogo distrutto ed i suoi abitatori.

             Sorprende l’involuzione intervenuta in questi ultimi anni che sembra aver contagiato anche il movimento ed i partiti di ispirazione ambientalista. La parte migliore del Bel Paese ed i parchi possono essere così sacrificati allo sviluppo sostenibile divenuto una etichetta per il quale è possibile realizzare qualsiasi compatibilità o compensazione ambientale. 

             Facendo leva sulla richiesta di un malinteso federalismo, un patrimonio di preminente interesse nazionale viene  trasferito agli enti locali. In tale passaggio si incanalano purtroppo gli interessi speculativi privati con progetti dirompenti per l’ambiente.

             E’ pertanto necessario intraprendere tutte le iniziative amministrative e politiche per evitare che quanto sopra esposto accada, depauperando un patrimonio collettivo di tutti e delle generazioni future.

 

Potenza, 6.11.01

 

                                                        Antonio Bavusi

 

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